Archivi del mese: settembre 2013

Merlin, o dell’importanza di finire bene

– ATTENZIONE! CONTIENE SPOILER SU MERLIN, LE GUERRE DEL MONDO EMERSO E LE LEGGENDE DEL MONDO EMERSO!! –

Il mio primo contatto con Merlin l’ho avuto durante un viaggio a Edimburgo: non c’era autobus che non avesse su la pubblicità del lancio di questa nuova serie fantasy della BBC. Poi, per lunghissimo tempo non ne ho più saputo niente, finché, non ricordo neppure perché e come, decisi di iniziare a seguirla. In breve, è diventata per me un piacevole appuntamento serotino: una serie divertente, con un buon ritmo, e con alcune vette insospettabili in un prodotto onesto e senza ambizioni spericolate. Ne parlai qui.
Ora, a quasi un anno (credo) dalla messa in onda, anch’io ho visto la quinta e ultima stagione.
Devo dire che avevo un oscuro presentimento, peggio di quello di Merlin nei confronti di Mordred. Non avevo gran voglia di iniziare la stagione, nonostante la 3 e la 4 mi fossero piaciute molte. Ma vabbeh, ho iniziato. E fin da subito il feeling è stato basso.
Merlin era bella perché era divertente. Proprio perché era permeata da un’atmosfera spensierata, ti colpiva più a fondo quando si cimentava con qualhe tematica più forte o drammatica. Ecco, l’aria spensierata è scomparsa, sostinuita da una pesantezza senza pari, in cui tutti, da Artù a Ginevra a Merlino sono sempre pensosi, seri, preoccupati. È la dannata “svolta dark” che ormai non manca in nessuna serie di successo, che si tratti di telefilm o libri. A volte è una cosa carina, più spesso è un cliché mal declinato che induce rapidamente al collasso uro-genitale, per citare uno dei miei insegnanti e amici di quando facevo la tesi all’osservatorio.
Poi c’è la ripetitività. Di tredici puntate, dieci seguono sempre lo stesso schema: Morgana si accoppia al tiranno di turno, usa la magia A per cercare di uccidere Artù/Merlino/Ginevra, Artù/Merlino la mazzolano (letteralmente, finisce quasi sempre stordita da una botta in testa) e ammazzano il tiranno. Finale di puntata con Morgana incazzata come una biscia che cerca un altro uomo forte, e via così ad libitum. Ma che palle…
Ci sono problemi strutturali che la serie si tira dietro da molto tempo: il prinicipale è Morgana. Il suo passaggio al lato oscuro – lo ammetto, non riesco a focalizzare il perché – non è mai risultato davvero convincente. In più, l’attrice che l’interpreta, che comunque mi pare una buona interprete, la cattiva non la sa proprio fare, o forse percepisce che il personaggia manca di un solido sviluppo psicologico e non riesce a sentirlo più di tanto. Invece di cercare di metterci una pezza, in questa stagione aggiungono passi falsi. Tipo la ricomparsa di Mordred, personaggio di grande interesse, che ritorna, salva Artù, ne diventa amico fidato, viene tradito e lo ammazza nel giro di sei episodi. La sua sottotrama poteva tranquillamente essere sviluppata nel corso di un paio di stagioni, in modo da sviscerarla per bene, da sfruttare tutti i punti di forza del personaggio e della storia…No. Tutto di fretta, che dobbiamo chiudere. Sorvoliamo infine su un Merlino sempre accigliato e insolitamente crudele, che ormai è pronto alla qualunque per salvare Camelot, tipo vendere gl altri maghi, ammazzare gente che ancora non ha fatto niente di male e via così. Ok la profezia, ok quello che ti pare, ma anche no.
Comunque. Se si trattasse solo di questo non ci sarebbe stato bisogno di scriverne. Praticamente tutte le serie televisive hanno un calo di qualità superato il tot numero di stagioni. Persino Scrubs, che al momento è probabilmente l’unica serie che ho visto fino in fondo e ha un finale degno (escluso Medical School, che è una roba a parte).
Il problema è il doppio episodio finale. Perché il finale è una cosa importante. Adesso parto per la tangente, ve lo dico. Parliamo di finali. Ho sempre pensato che ogni storia abbia il suo finale, un finale dettato da tutto quel che è accaduto prima. L’atmosfera generale, le caratteristiche dei personaggi, gli eventi occorsi inducono per forza di cose ad un certo finale. Il bravo scrittore è quello che capisce dove la storia stia andando a parare e capisce qual è il finale inevitabile. E questo è valido anche per l’assenza di finale. In genere cito sempre Il Pasticciaccio di Gadda. Che non finisce. Per chi non l’ha mai letto (leggetelo, non è esattamente letteratura di intrattenimento, ma vale la pena di fare un po’ di fatica), il libro si interrompe sulla battuta di un personaggio, battuta evidentemente interlocutoria, cui dovrebbe seguire una risposta. Che non c’è. Fine libro. Ma in realtà questo è un finale, l’unico possibile. Tutto il libro allude infatti all’esistenza come caos inestricabile, in cui la ricerca di una logica di fondo è impossibile, il famoso “iommero”. E dunque, un giallo, in una concezione del genere dell’esistenza (il libro è in effetti un giallo) non può che non avere alcuna soluzione. E quindi il discorso portato avanti dal libro è perfettamente conchiuso in se stesso con quel finale. In qualche modo, il senso c’è, ed è l’assenza di senso.
Noi passiamo un sacco di tempo a cercare un senso. Sono stati versati litri di sangue, si sono combattute guerre e perpetrati massacri per questa nostra devastante ricerca di senso. Il problema è che la vita spesso un senso non ce l’ha. Non si muore quando il nostro cammino, la nostra storia si è compiuta (non sempre, quanto meno), le storie spesso rimangono desolatamente aperte, a volte neppure iniziano. La letteratura pop (e fino ad un certo punto anche molta letteratura “alta”), o comunque lo storytelling, recupera questo senso raccontando storie che seguono la fabula classica. Io racconto fabulae classiche. E non sto parlando di finali consolatori o comunque lieti. Ido muore quando il suo cammino esistenziale si è compiuto, e al culmine di un’evoluzione che serve anche al lettore ad accettare in parte l’inevitabilità di quella morte. Adhara e Amhal muoiono alla fine del loro sviluppo come personaggi, dopo aver preso coscienza di determinate cose e aver raggiunto quello che per loro era la condizione finale del loro essere, da soli e in coppia. Nihal è l’unico caso di finale che non coincide con una risoluzione del suo conflitto, ma lì è stata una mia precisa scelta che non rispondeva esattamente a esigenze narrative. Gran parte della letteratura, anche se racconta storie in cui non c’è alcuna speranza (esempio classico: 1984) racconta sempre storie che hanno un senso (la storia di Winston è evidentemente conclusa, e in modo assolutamente tremendo, quando il libro si chiude, e il suo è chiaramente un cammino con un inizio e una fine, con un senso, appunto) ed è questo che il lettore cerca. C’è tutta una branca della letteratura che assomiglia alla scienza: cerca di portare ordine nel caos. Che è poi, e torniamo al punto di partenza, quel che facciamo dalla notte dei tempi.
Che c’entra col finale di Merlin?
L’episodio finale parte benissimo: Merlino trova i suoi poteri al minuto 2, al 6 Mordred ha già ferito Artù e quest’ultimo l’ha già ucciso, al minuto 10 la grande battaglia coi sassoni è finita. Ci si può concentrare su quello che è sempre stato il fulcro della serie: il rapporto tra Artù e Merlino. Le scene di loro due insieme sono intensissime, il racconto di come Artù fa i conti con la rivelazione che Merlino è un mago è magistrale…tutto molto bene. Tra l’altro va benissimo anche tutto il sottotesto omoerotico, che è un’altra cosa topica di questo tipo di racconti. Poi, il finale vero e proprio. Come d’altronde in tutte le leggende che parlano di Artù, quest’ultimo alla fine muore per davvero. Merlino gli fa l’immancabile funerale vichingo, la moglie diventa regina, il drago butta là un “Artù è il re che è stato e il re che sarà”, stacco e vediamo Merlino, ai giorni nostri, combinato come un barbone, che sta ancora ad Avalon ad aspettare che Artù ritorni, come ha detto il drago (che per altro poche cavolate gli ammanninto in cinque stagioni, ma vabbeh). The end.
E qui casca l’asino. E il brutto è che un finale sbagliato depriva la storia del suo senso, e dunque getta una luce funebre su tutta la serie. Il famoso “no, vabbeh, se finisce così do fuoco a tutta la collezione dei DVD”. Intendiamoci, non è che si possa fare una storia senza senso, eh? Ma sarebbe meglio facesse un gioco scoperto (tipo Gadda, appunto), non che mi cominci con un prodotto di consumo e poi mi sterzi verso lo sperimentalismo (e qui non cito Evangelion che già sono stata crocifissa abbastanza, al riguardo :P ).
Ma perché questo finale non ha senso? Perché, ok, sì, sono incazzata perché quello che è forse il mio personaggio preferito muore (ma questo non vuol dire; la morte a volte è la maggior glorificazione possibile di un personaggio, che te lo fa amare ancora di più) ma qua manca proprio la coerenza, e la vita sarà pure un caos inestricabile, sarà pure implacabile e cieca nella fortuna come nella sfiga, ma è coerente.
Per quattro stagioni ci hanno fatto una testa così che Artù era destinato a grandissime cose, e che Merlino doveva aiutarlo a sopravvivere, anzi, era suo destino proteggerlo. La tagline della serie è proprio “In a land of myth, at the time of magic, the destiny of a great kingdom rests on the shoulders of a young boy/man. His name: Merlin”. Ce lo ripetono all’inizio di ogni puntata. Great kingdom, sottolineo. In questi – quanti? Venti…trenta? – anni Artù che ha combinato? Camelot non l’ha creata lui. Nessuna enfasi particolare è stata posta sulla tavola rotonda, che resta l’unica cosa che ha introdotto. Il regno è quello che era ai tempi di Uther, sì, ha stretto un paio di alleanze poco convinte. Per il resto, l’unica cosa che ci rimarcano è che Artù è molto amato dalla gente, è magnanimo. E grazie. Rispetto al padre che sterminava i ragazzini una persona vagamente normale sembra un santo. Quindi quale great kingdom? Artù non muore da eroe, non muore neppure facendo qualcosa di grande. Muore perché Merlino non ha capito un cazzo delle profezie che gli erano state riferite, in un posto sperduto, lontano dalla moglie, dal regno e da qualsiasi speranza per il futuro. Del resto, lo dice anche Merlino, che Camelot è Artù. E il drago ha poco da dire che la loro storia verrà raccontata ai posteri, uno perché nessuno, a parte Artù, ha saputo il mazzo che s’è fatto Merlino per proteggere il regno, due perché, ripeto, Artù nella sua breve vita non ha fatto niente di significativo. Quindi di cosa stavano parlando le profezie? Perché Merlino si è dovuto fare il mazzo? Vai a sape’.
Bruttissimo anche il fatto che finalmente Merlino raggiunge la pienezza dei propri poteri proprio quando decide sostanzialmente di non usarli più. Il finale è un po’ criptico, ma il fatto che mille e passa anni dopo Merlino sta ancora in area Avalon – e l’assenza, se non erro, all’incoronazione di Ginevra – mi induce a credere che dopo la morte di Artù sia rimasto là ad aspettare che la promessa del drago si avveri. Mentre il drago è morto di risate parecchi secoli prima al pensiero del “mago più potente di tutti i tempi” che contempla per l’eternità il lago con l’occhio languido.
Insomma, il problema è il solito, quello di Lost, per intenderci: si chiude solo una sottotrama, ignorando le altre. Almeno Lost aveva due miliardi di sottotrame da chiudere, in Merlin ce ne stavano tre. E va bene anche che la leggenda classica dice che Artù viene ucciso da Mordred, ma hanno cambiato tante di quelle cose rispetto a quella versione…Bastava che Artù venisse salvato in extremis, cominciasse a regnare con Merlino al suo fianco nelle vesti di consigliere, finalmente, e l’ultima scena ci mostrasse un Mordred scamazzato malamente (scusate, le origini campane…), che è sopravvissuto ed è ovviamente incazzato come una biscia. Sipario. E si salvano capre e cavoli.
Mi rendo conto che questo post è chilometrico, ma è perché davvero mi piange il cuore, perché questa serie, così, semplicemente non funziona. Questo finale non fa onore a nessuno e dunque non permette di chiudere con questi personaggi: non con Merlino, che ha semplicemente fallito, e che ha indubbiamente agevolato, se non direttamente causato, la morte di Artù; non con Artù, che, a differenza di quel dicono le leggende, per altro, non ha fatto niente di significativo nella sua vita, tranne essere una brava persona. E vi ricordo anche che non si fa menzione di eventuali figli di Artù: la sua stirpe si estingue con lui, e dunque a maggior ragione non lascia traccia sulla terra. Certo, se poi l’intento era di mostraci che la vita è stronza, che la magia sono un cumulo di cazzate e l’unica cosa che resta è l’affetto del tuo amico più caro, missione compiuta. Peccato che le quattro stagioni precedenti, a parte l’amicizia, dicessero tutt’altro.

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Prossimamente

Quest’anno non si può dire che sia realmente andata in ferie con le presentazioni, ma comunque l’estate (vivaddio) sta finendo, e si ritorna a pieno regime. Come anticipato qualche tempo fa, in autunno uscirà Nashira 3 – Il Sacrificio, e nel frattempo verrà pubblicata anche l’edizione economica di Nashira 2, e posso già dirvi che avrà una copertina davvero splendida. A me piace davvero tantissimo. Anyway, presentazioni, dicevamo.
Sabato 14 Settembre, ore 17.00, sarò presente in puro spirito ai Delos Days. Qui programma e informazioni varie; come vi dicevo, io, assieme a Francesco Falconi, parteciperò ad un panel via Skype.
Mercoledì 18 Settembre, invece, sarò a Pordenonelegge: ore 10.30, sarò presente in carne e ossa presso il Palaprovincia Largo San Giorgio per parlare di fantasy con Francesco Gungui e Sandrone Dazieri.
Bon, per ora tutto qua. Vi anticipo che sarò a Lucca Comics & Games, come al solito nel week-end, ma che i dettagli sono ancora in via di definizione; stay tuned, come sempre, e a breve troverete informazioni sul sito. C’è ovviamente anche dell’altro, ma ne parleremo quando tutto sarà definitivo.

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Ipocondria, portami via

Di capocciate, nella mia vita, ne ho date un’infinità. Ho esordito a dieci anni con un tuffo plastico terminato direttamente guancia a terra, passando per un’epocale craniata al bar dell’università che mi permise di entrare nelle simpatie di Giuliano. Non so perché, sono sbadata, goffa, soprattutto. Comunque, non ho mai avuto conseguenze di nessun genere. Ho la testa dura, in molteplici sensi.
Mentre stavo su in montagna, ho pensato bene, una sera in cui avevo problemi di trama su un capitolo, incazzata nera, a ora tarda, di spatasciarmi col cranio su un lampadario di vetro e metallo posizionato ad altezza fronte su di un tavolo, nella mia stanza d’albergo. Siccome l’ho preso di taglio, ero convinta di essermi spaccata la testa. Invece niente, un po’ di nausea, un bel bernoccolo che mi ha fatto male qualche ora, e poi tutto come prima. Nei giorni di vacanza rimanente mi sono arrampicata come uno stambecco su e giù dai monti, fino a 3000 mt, ho mangiato fino a scoppiare e son stata benissimo. Poi torno a casa.
Domenica mi sveglio con una bella cefalea, una sensazione generale di malessere e un bel po’ di nausea. E vabbeh, sarà stato il viaggio di nove ore.
Solo che lunedì c’ho ancora il mal di testa. Meno nausea, ma la cefalea è là, e non assomiglia molto agli altri mal di testa della mia vita. A quel punto mi ricordo della botta sul lampadario. Va da sé che mi dedico al mio hobby più deleterio: la ricerca di malattie mortali su Internet. Lo so, fa più morti quella degli incidenti stradali, ma è un vizio che non mi riesce di togliermi. E scopro che, bon, non è che se hai un trauma cranico stai sempre male subito, eh? Ti può succedere dopo qualche giorno, a volte dopo qualche mese.
Siccome sono ipocondriaca, vado dal medico. Non tanto perché penso davvero di avere qualcosa di grave, ma perché sono convinta che mi toglierà dalla testa quest’idea di essermi fatta davvero male con una banale capocciata. Voglio essere rassicurata. Solo che le cose non vanno proprio così.
«Eh…non lo so…dici che ti cambia con la posizione? Eh, non è una bella cosa…poi pure la nausea…no, a volte uno può avere un ematoma anche con un trauma lieve…no, può succedere anche dopo parecchi giorni…che facciamo…che facciamo…senti, se non ti passa tra due giorni, vai a fare una TAC, anzi, te la prescrivo subito così ce l’hai già pronta se servisse».
Immaginate come torno a casa. Pianto e stridore di denti. Ma che davero c’ho un ematoma subdurale perché ho preso a capocciate un lampadario? E ora? Come campo nei prossimi due giorni?
Alla fine decido. Neurologo. Il medico di base ha solo sentito il mio racconto, non ha controllato che neurologicamente sia tutto a posto. Così, sveglia alle 7.00 di martedì mattina, partenza alle 9.00 per raggiungere il pronto soccorso dell’ospedale di cui è primario il cardiologo di mio padre, che non mi viene in mente altro modo di farmi vedere d’urgenza da un neurologo. Mi vergogno come una ladra? Sì. Però la testa mi fa male e ho di nuovo la nausea.
E quindi niente, alle 11.00 mi fanno passare. Ed entro nel microcosmo ospedaliero. Chiunque abbia mai frequentato un ospedale – e, per ragioni a volte tragiche, a volte liete, a me è capitato svariate volte – sa che punto di accumulazione di storie di vita che sia. Il pronto soccorso, soprattutto, è un mondo a parte. È un po’ un’epitome della vita: entri confuso, attendi senza sapere cosa succederà, e l’unico modo che hai per non farti prendere troppo dalla paura è attaccarti agli altri. Incontro una signora anziana che ha il mio stesso problema, moltiplicato ahimé per mille: è caduta, trauma cranico, solo che la TAC ha rivelato un versamento. Che, per fortuna, è rimasto stabile per 12 ore. Con lei, figlia e genero. Poi c’è un ragazzo piegato in due da un dolore alla schiena, che non riesce a stare dritto. C’è la puerpera a termine che non riesce a fermare un’epistassi. Una signora che ha problemi di varici. Un’altra stesa su una barella, collarino ortopedico, che non fa che ripetere: «Mi ha preso in pieno…mi ha preso in pieno…». Non mi fa un bell’effetto: a gennaio, quando ho fatto l’incidente, ho rischiato di finirci io su quella barella.
La cosa che mi colpisce è il desiderio di condivisione. Le attese sono lunghe, l’incertezza grande, e allora si parla, anche solo per riuscire a star svegli dopo una notte in bianco. Si comincia sempre allo stesso modo: «Lei che ha?». E si finisce a parlare di tutto, quasi sempre, ahimé, di malattia e morte. Ma serve, serve per stare a galla, serve per non pensare, anche solo per ingannare il tempo.
Dopo un po’, il neurologo mi visita. A me, sostanzialmente, basta quello, anche se, mal di testa e nausea a parte, ehi, sto bene. Non sono confusa – sono venuta fin qui da sola in macchina – non sono sonnolenta, ho un ottimo equilibrio e le prove neurologiche faidaté de noantri che ho praticato quaranta volte a casa dicono che sono ok.
Visita, e per fortuna è tutto ok. Però, per sicurezza, si va anche di TAC. Se è ok, mi dimettono subito. Spero in caso mi autorizzino a dar giù di antidolorifici come non ci fosse un domani, perché il medico di base mi aveva detto di evitarli, e il mal di testa non è forte, ma appena mi muovo peggiora, per non parlare della nausea, per cui fare le cose di tutti i giorni sta diventando complicato.
Comunque, il nome TAC mi evoca bruttissimi ricordi, ma io, in prima persona, non ne ho mai fatte. Non ne ho neppure mai visto live il macchinario. L’immagine che ne ho è formata dalla mia cultura telefilmica: immagino questo tubo bariforme nel quale tipo una persona su due ha attacchi di panico. Però, vabbeh, l’ipocondriaca che è in me non fa che ripetermi che fatta questa non ho più scuse per pensare che da un momento all’altro cascherò a terra per ictus fulminante.
Ho ancora un po’ di tempo per parlare coi compagni di sventura, per allungarmi sulla sedia in modo da poggiare la testa un po’ all’indietro, che è la cosa che funziona di più con questa cefalea, per finire il Camilleri che mi sono portata dietro. Poi, mi vengono a prendere.
La TAC non è un tubo, è un anello. Non mi ispira pensieri claustrofobici manco lontanamente, e il lettino mi attira: sono stanchissima, e stesa sto sempre un po’ meglio. Mi infilano e mi fanno a fette la testa. Poi, mi mandano via.
Accarezzo l’idea di poter vedere il mio cervello, che, da quando ne ho memoria, è per me croce e delizia. Mi ha dato tanto, ma, cavoli, è anche capace a volte di fissarsi su pensieri ossessivi, ripropormi all’infinito scene spiacevoli, farmi sorgere ansie assurde. Non so, c’è chi dice che è il prezzo della creatività, forse è vero. Ma mi piacerebbe vederlo, questo grande sconosciuto.
Invece, dopo un po’, mi chiamano e non c’è traccia delle foto. Il mio cervello dovrò continuare ad immaginarmelo. Però le notizie sono ottime: tutto a posto. La cefalea può essere tutto o niente, ma il referto dice “cefalea post-tramatica”. Insomma, ho dato una discreta shakerata al mio cervello, lui s’è giustamente risentito, e pare potrà essere anche cosa lunga, perché vengo autorizzata a dargli giù di paracetamolo fino alla dose massima, e fin quando non starò meglio. Ok, sto. Farò un po’ di fatica, questi giorni, ma mi adatterò. Meglio questo che un ematoma nella capoccia.
Prima mi sfamo, perché sono le 15.30 e sono a digiuno. Pizzetta bianca con tacchino e formaggio, un succo di frutta che il digiuno rende buonissimo, un tramezzino pomodoro e mozzarella.
Torno a casa. C’ho anche un po’ di fotofobia, e il sole romano non aiuta, ma il traffico con me oggi è clemente. Arrivo a casa in quaranta minuti. Prendo il paracetamolo e poi, nonostante figlia urlante, mi butto sul divano. Mi appisolo in due secondi netti. Il sonno del giusto ipocondriaco.

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Un po’ di freddo e molta bellezza

Più o meno tutti gli anni, giunta a Ferragosto ogni mia residua voglia di estate è scomparsa. L’estate per me ha avuto un senso solo finché andavo a scuola. Allora ogni anno era diverso da quello precedente, e l’estate era quasi sempre un’avventura. Fino ai 18 le ricordo più o meno tutte, perché ognuna ha avuto qualcosa di particolare. Non che amassi l’estate, ma sapevo godermi le ferie, ecco.
Poi sono andata all’università, e la mia prima estate da aspirante fisico l’ho passata a preparare analisi 1. Da allora ho sempre studiato o lavorato, spesso più che durante il resto dell’anno, e dato che il mio fisico funziona molto meglio col freddo che col caldo, ho smesso di aver simpatia per questa stagione. Adesso la tollero. Sì, mi piace andare a mare – a patto che sia un bel mare, e non il solito carnaio con contorno di acqua torbida -, adoro potermi lavare i capelli tutti i giorni senza doverli asciugare, apprezzo la possibilità di vestirmi leggera. Ma a Ferragosto questi vantaggi non bastano più a farmi sopportare l’umidità, le zanzare, e il caldo che spesso a Roma supera i 40° in scioltezza.
Per questa ragione, più o meno ogni anno da quando ero incinta vado a rubare un po’ di autunno all’estate. Lo faccio andando in Val Gardena; a fine agosto lì è praticamente autunno. A volte piove, ma per me non è un problema, anzi: mi piace. Una passeggiata per il bosco spesso si può fare anche con una lieve pioggia, e in ogni caso io vado lì appositamente ad assaggiare l’autunno, e l’autunno è pioggia.
Poi c’è la bellezza. Quando mi trasferii in questo quartiere ero contenta: rispetto alla borgata di prima qui c’erano ampi spazi, un po’ di campagna romana e la vista delle colline dei Castelli. Poi, non lo so, ho iniziato disamorarmi. Mi manca la natura. Il prato sotto le mie finestre da solo non mi basta per cogliere il cambio di stagione – senza contare che stando così all’aperto siamo soggetti a folate di vento devastanti – e sento che nella mia vita di cittadina manca un po’ di bellezza. E in Val Gardena ce n’è tantissima. Che si tratti di un bosco fitto, di una valle che si apre a sorpresa tra i monti, o delle cime brulle e prive di vita di un massiccio roccioso, tutto invita alla contemplazione. E io ho bisogno di cose belle, in qualche modo la cosa mi ricarica, mi aiuta ad affrontare questìaltro mese di caldo che ci aspetta qui a Roma.
Purtroppo le mie capacità di fotografa sono quelle che sono, ma comunque qui trovate un piccolo assaggio di Tirolo, con l’avviso che è molto più bello di così.
State in stand bye perché a breve ci saranno novità sui miei futuri spostamenti in giro per l’Italia.

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