Archivi del giorno: 28 ottobre 2013

Il senso delle parole

Non ricordo chi l’abbia detto per primo, ma più passa il tempo più mi convinco che chi ha fatto presente che le parole non hanno più senso aveva ragione da vendere. Le parole stanno perdendo il loro significato, ed è pieno, là fuori, di gente che parla a vanvera, come se le parole non avessero peso, non fossero in grado di ferire e scavare solchi. Come se tutto fosse uguale a tutto, e quindi una parola vale l’altra.
La riflessione m’è venuta da una serie di casi personali (con me la gente parla sempre come se fossi impermeabile a quel che dicono; ma a me le parole spesso fanno male, e se le sbagli come nulla mi rovini una giornata, o una settimana, o un mese), ma è culminata nella lettura di questo post ieri sera. Sono totalmente e completamente d’accordo. Si continua a parlare di stupro a sproposito, evitando, non so quanto volontariamente, il vero elefante nella stanza: la sopraffazione e il mancato rispetto dell’altro. Sì, è anche un problema di parole.
A me lascia francamente basita che qualcuno possa con tanta leggerezza parlare di una ragazzina che ha subito uno stupro paventando che il problema è che lei non s’è tirata indietro. Tra le tante ferite che una violenza infligge c’è questa, tremenda: che credi sia colpa tua. Che pensi di essertelo in qualche modo meritato, che hai fatto qualcosa che non dovevi, e allora ti sta bene. Ok, qui il problema sembra essere la società che crede sia giusto, ma spostare leggermente il fuoco non cambia la sostanza del concetto: in ogni caso è la vittima che ha deciso di aderire a quei modelli sociali, se n’è fatta influenzare, e quindi, per forza di cose, non poteva che finire male.
Le parole sono importanti, diceva Moretti, le parole sono portatrici di verità e realtà, incidono la carne. Le parole tante volte hanno cambiato la mia vita, sono state al centro di periodi bui e periodi felici, le parole sono il legame tra noi e gli altri, tra noi e il mondo. Ma le parole stanno perdendo di significato. Vengono usate con leggerezza estrema, come se non le leggesse gente che poi ne resta segnato, marchiato a vita. Le diagnosi mediche sparate da chi medico non è, che si rivelano cazzate alla prova dei fatti, ma solo dopo giorni di angoscia e preoccupazione, certe parole così abusate da aver perso qualsiasi significato (“siamo in una dittatura”, “è come il Cile di Pinochet”, “la casta”), lo stupro che non è più stupro, ma “eros privato di mistero”, “rito per diventare grandi”.
In 1984 il regime del Grande Fratello impiegava una parte consistente delle proprio energie a cercare di modificare la lingua perché non esistessero neppure le parole per esprimere la ribellione. Se non ci sono le parole per dirlo, non c’è modo di comunicarlo, spesso neppure di pensarlo: così si annulla la realtà.
Non voglio fare la catastrofista, ma la perdita di senso del linguaggio, l’uso allegro e vuoto delle parole è un segno che qualcosa di profondo si è rotto nella società. Occorre consapevolezza, occorre riflettere sul senso del linguaggio, e riacquisire la responsabilità: chi parla ad una platea vasta non può farlo come se stesse discettando di calcio al bar Sport. E mi ci metto anch’io, nel novero: perché nonostante cerchi il più possibile di essere sicura di quel che metto nero su bianco, soprattutto qui sul blog, a volte manco il segno. Le parole pesano, le parole feriscono, e, quando ben usate, curano. Sta a noi. Soprattutto, sta a noi non perderne l’inestimabile valore.

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