Una recensione riluttante (più o meno)

Qualche giorno fa mi lamentavo della caterva di pareri polarizzati su Masterpiece, il nuovo talent di Rai3. È che lunedì mattina non si leggeva altro, e tipicamente se ne leggeva male, con quella spocchia un po’ tipica della rete che su qualsiasi argomento si deve spaccare esattamente a metà: o si ama o si odia, nessuna via di mezzo.
Poi che è successo? È successo che mi sono vista il programma. E adesso, ve lo devo dire, sono veramente in imbarazzo. Perché, ecco, come dire…tocca parlarne male anche a me :P . Sarà il karma, sarà che ho parlato troppo presto, sarà che è come se facessero un talent sulla fisica (ahahahahahahahahah! No, mi ricompong….ahahahahahahahahahah! Scusate, ora smetto…), che non ne vuoi parlare? Vabbeh. Parliamone, via.
Allora, il programma, per quel nulla che ne so di linguaggio televisivo, è fatto bene. Che belle le riprese aeree di Torino, che belli regia e montaggio, mi piace un po’ meno la voce fuoricampo, ma è una mia idiosincrasia, ma…ma. Ma c’è qualcosa di programmaticamente sbagliato nei contenuti. Nel modo in cui la scrittura viene presentata.
La parola più usata dai concorrenti è “riscatto”. Ciascuno di loro – dei finalisti, intendo, perché gli altri vengono liquidati con sufficienza in meno di un minuto, senza che si capisca chi sono e, soprattutto, cosa hanno scritto – scrive per riscuotere un debito che ritiene di possedere dalla vita. Sono in cerca della loro grande occasione, del big dream, e sto usando tutte parole pronunciate in trasmissione. Ora, capisco che questa è la narrazione preferita dai talent: la corsa al successo, il riscatto, gliela faccio vedere io. Ma era così necessario applicarla pure alla scrittura?
Ormai non c’è più nessuno che balla per il piacere di ballare, che canta per il piacere di cantare: tutti devono “arrivare”. L’obiettivo è il successo, e l’ambito artistico in cui lo si persegue è sostanzialmente intercambiabile: puoi cantare, ballare, adesso anche scrivere. Ma, al centro, non c’è mai l’espressione artistica, persino artigianale, se, giustamente, non vogliamo usare paroloni: c’è sempre e solo il successo.
Questo, secondo me, è sbagliato.
È sbagliato perché – che romantica che sono – resto convinta che scrivere sia sostanzialmente raccontare storie, e pubblicare cercare di arrivare al pubblico maggiore possibile, in modo da poter dire quel che si vuol dire. Non voglio affermare che il successo non conti e non gratifichi, ma non è la molla prima, o non dovrebbe esserlo. E non voglio neppure fare un discorso etico, che anche questi probabilmente sono paroloni: è che se scrivi per farcela, per dimostrare qualcosa a qualcuno, nove volte su dieci finisce che scrivi qualcosa di cui non frega nulla a nessuno, perché troppo autoriferito, o, al contrario, troppo prono alle mode.
Lì fuori è già pieno di gente che cerca applausi, e lo fa tramite la scrittura, perché nell’interpretazione comune tutti sanno scrivere, te lo insegnano a scuola: era proprio necessario farci un talent sopra?
Per la prima ora del programma, la scrittura è un’appendice accessoria del discorso: della maggior parte dei concorrenti è impossibile capire cosa abbiano scritto. Non basta far loro leggere dieci righe, non capisci niente da dieci righe, a meno che tu non sia editor di professione. Ci si sbrodola invece tantissimo sull’esperienza di vita dei candidati: è più il tempo trascorso a discettare della galera di uno dei concorrenti che di cosa parli il suo noir, di cui non ricordo neppure il titolo, per dire, e del quale la trama non è mai stata presentata. L’idea che passa è che se non hai sofferto, se non hai avuto una vita borderline, non puoi scrivere. Uno dei concorrenti lo dice proprio: io soffro. A guardare le biografie di tanti scrittori che ci hanno lasciato pagine indimenticabili non mi pare sia una cosa così decisiva, ma sarà un limite mio. Di sicuro, lo stereotipo dello scrittore maudit, disperato a fieramente in contemplazione del suo ombelico, aveva rotto già nell’ottocento, quando poteva ancora avere un senso. Non è sempre così. La sofferenza, per altro, è esperienza inscindibile dalla vita, quindi non vedo la necessità di questa hit parade della sfiga. Per altro trovo quanto meno offensivo che sembri che la concorrente guarita dall’anoressia sia stata fatta passare solo perché, appunto, il suo libro parla della sua malattia. Ci sono miriadi di storie che val la pena di raccontare, anche quando non nascono da esperienze di vita estreme: pensiamo al racconto di un uomo comune tipo La Coscienza di Zeno. Non val la pena? Ma meglio quello di tantissime autobiografie recenti! Ma di grandissima lunga!
Vabbeh. Diciamo che poi si arriva alla parte in cui si scrive. I concorrenti vengono portati a fare “esperienza di vita” (aridaje…) in una comunità tirata su da un prete e in una balera. Dovranno poi scrivere rispettivamente la lettera di un ospite e il racconto dei loro genitori che ballano.
In teoria, la scrittura dovrebbe farla da protagonista, ora. Peccato che, al solito, la lettura di trenta righe così, fatta per di più da chi non sa – giustamente – leggere, perché non è il suo mestiere, non renda per niente. Per esempio, io non avevo colto neppure una delle sgrammaticature di uno dei concorrenti, mentre, sulla pagina scritta, mi sarebbero immediatamente saltate all’occhio. Non mi pronuncio sulla qualità degli scritti, lo fanno i giudici; non si capisce però perché siano stati accettati nella fase finale autori che poi producono testi ritenuti dai giurati stessi così scarsi. Mi dilungo invece sul profluvio di banalità con cui alcune delle esperienze sono state descritte da chi le ha vissute: se non hai niente da dire, perché una cosa non ti tocca, forse è meglio tacere, piuttosto che dire quel che dicono al riguardo i contenitori del pomeriggio di un canale5 o una rai1. Da questo punto di vista, meglio il commento del coach alla vista dei ballerini nella balera: “Forse sono così contenti perché si avvicina la morte”.
Dopo questo exploit, la scrittura torna nello scantinato: la prova successiva è cercare di convincere in un minuto una editor Bompiani che il proprio libro è il migliore. E, di nuovo, protagonista è lo scrittore col suo vissuto e la sua “presenza scenica”.
Vabbeh, comunque, scelta del vincitore, sipario, fine. Dopo un’ora e venti. Che sono decisamente troppe. Io più di una volta ho iniziato a fare altro. Questa è probabilmente l’unica pecca “tecnica” che attribuisco al programma. Il resto, ripeto, è una questione di opportunità, di mostrare il mestiere della scrittura con un minimo di verosimiglianza, e magari anche con un po’ di rispetto.
Serve tutto ciò alla lettura, alla scrittura? Aiuta ad avvicinare il pubblico alla cultura? Secondo me, banalmente, no. Reitera una serie di stereotipi abbastanza radicati presso il pubblico (lo scrittore maledetto, tutti possono farcela, la scrittura come qualcosa che ti nobilita) ma non spiega cos’è uno scrittore (che poi vallo a sape’, ce ne sono di tanti tipi diversi…) né insegna a qualcuno a scrivere, se questo è un mestiere che si può insegnare da zero. Non so, credo che ci possano essere altri modi, più rispettosi, se vogliamo, di raccontare la scrittura e gli scrittori, pur non essendo seriosi, perché la scrittura è anche un mestiere, e gli scrittori persone normali. Io invece ho trovato in Masterpiece un’ovvia spettacolarizzazione, nel senso però deteriore del termine, e anche una certa spocchia nel modo di rapportarsi a molti concorrenti.
Non lo so, a me torna in mente, per dire, l’esperimento di Xwriting che feci in quel di Pietrasanta, con due squadre di ragazzi che si scontravano scrivendo brevi brani a tema: declinare una storia in rosa, fantasy e noir, ad esempio. Era un modo divertente e carino di parlare di scrittura, persino di tecnica, senza tirare fuori per forza le esperienze esistenziali degli scrittori (per poi lamentarsi che sono troppo ombelicali, per altro…).
Resta il fatto che secondo me la scrittura non è televisiva. Quando cucini, dipingi, balli o canti c’è un effetto immediato, che tutti possono osservare, anche quando si prepara l’esibizione. Quando scrivi no. Il 99% del tempo sei tu, la pagina bianca e il silenzio (o la musica, per chi la preferisce). Una cosa di una noia mortale da mostrare. E anche il godimento dell’opera avviene in solitudine, in un rapporto uno ad uno: tu, il libro, e il silenzio (o la musica per chi la preferisce). Cosa c’è di televisivo in tutto ciò? Una gara di scrittura, invece, può magari funzionare meglio; non per un’ora e venti, ma per una mezz’ora, magari…
Insomma, io sono rimasta delusa. Non vorrei usare parole forti, ma non credo che una cosa del genere faccia bene all’editoria o alla scrittura. Non credo ce ne fosse bisogno, e faccia più male che bene.
E adesso datemi dell’ipocrita :P

P.S.
Per chi è riuscito ad arrivare fino in fondo a questo papiellone, vi ricordo che da domani parte la prima porzione del tour di Nashira3. Le tappe sono

Venerdì 22 Novembre 2013 – Napoli
Libreria Feltrinelli
Piazza dei Martiri
ore 18.00
Presentazione de I Regni di Nashira 3 – Il Sacrificio

Sabato 23 Novembre 2013 – Bassano del Grappa (VI)
Librearia Palazzo Roberti
ore 17.30
Presentazione de I Regni di Nashira 3 – Il Sacrificio.

Domenica 24 Novembre 2013 – Milano
Bookcity
Palazzo Morando
Via Sant’Andrea 6
ore 17.00
Presentazione de I Regni di Nashira 3 – Il Sacrificio

Chi vuole/può venga a vedermi, che mi fa contenta :) .

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20 risposte a Una recensione riluttante (più o meno)

  1. ABC scrive:

    Licia, condivido in pieno tutto quello che è stato detto da te. In più mi permetto di porre l’accento su altri due temi che nella tua riflessione non sono stati toccati.
    1) I giudizi dei giudici. Mi hanno dato un fastidio assurdo. Io sono iscritto alla facoltà di lettere e filosofia (precisamente faccio filosofia e comunicazione letteraria) e sono a contatto con i testi tutti i giorni (opere dei filosofi-opere della latinità e della grecità in lingua originale- grandi classici della letteratura italiana e delle letterature del mondo-cronache e documenti storici). Se ho imparato UNA cosa che sia una in questo percorso è che nei testi (di qualunque genere) c’è molto di più che una semplice storia. C’è la voglia di raccontare e di raccontarsi. Ci sono le esperienze di chi scrive. I vissuti, le emozioni, le speranze, la tristezza, il dolore, la felicità. Insomma, un libro ha un valore inestimabile, poiché inestimabile è la fonte da cui esso attinge. E quando una persona (dall’alto di chissà quale autorità) definisce un manoscritto “schifezza”, mi sale il …BIP…
    Un libro può anche essere scritto formalmente male. Ma bisogna rispettare l’interiorità di chiunque.
    2)Non mi è piaciuto il fatto che si facciano delle classifiche. Il valore di un libro a mio avviso è collegato alle emozioni che è in grado di suscitarti. I tuoi libri Licia li sento anche un po’ miei. Perché mi hanno regalato delle emozioni che ora mi appartengono e che per sempre rimarranno aggrappate alla mia anima. Altri libri invece li ho dimenticati (Eragon per stare nel fantasy). A differenza mia la mia amica Monica adora Eragon e non riesce a leggere i tuoi libri. Allora è migliore la Troisi o Paolini? Secondo me nessuno dei due, perché il concetto di migliore e di peggiore quando si parla di emozioni non ha senso. Allo stesso modo non credo possano essere fatte classifiche tra un manoscritto inedito e un altro. Sempre se non si parla di tecnica e di narratologia. In quel caso i criteri sono oggettivi e tangibili.

  2. Keira scrive:

    Io non mi sono nemmeno sprecata a guardarlo sinceramente e a quanto pare ho fatto bene; sarò una tra tanti che lo dice, l’ennesima magari, ma a me dispiace che la scrittura venga presa così alla leggera. Oggi scrivono tutti e -per carità- è legittimissimissimo. Però, davvero, io ho l’impressione che scrivere sia diventato per molti solo un modo in più per tentare di arrivare al successo. Il successo, se viene, viene dopo, è solo una conseguenza. Certo, è piacevole! Ma se ciò che scrivi viene letto e apprezzato davvero anche se non diventi “ricco-e-famoso” non è appagante lo stesso?
    Scrivere è bello perché… beh, è bello, io non so come spiegarlo, non so se c’è un modo per spiegarlo. Ognuno sente qualcosa di diverso quando scrive, è un mondo tuo, in cui ti rifugi, in cui puoi stare quanto vuoi, come vuoi; è come un tuo “io”, davvero non so come dirlo, non sono mai stata brava nello spiegare qualcosa di così interiore. Ridurre tutto ciò ad un modo per raggiungere la fama mi addolora.

    Se fai qualcosa, fallo prima di tutto per te stesso, perché senti che ti fa stare bene, perché non puoi farne a meno.
    Poi, il futuro deciderà quale sarà il tuo destino. Ma la scrittura, secondo me, è un campo in cui non bisogna intestardirsi per un obiettivo da voler raggiungere a tutti i costi; va goduta attimo per attimo, mentre si dispongono lettera per lettera le parole sulla pagina.
    Vivetevi il viaggio, non l’arrivo.

    Licia domani sarò a Napoli, se avrai tempo per qualche autografo mi piacerebbe che mi firmassi (se riesco) una cosa a cui tengo molto :)

    besos :)

  3. Nihal scrive:

    Sono perfettamente d’accordo con te. Quando ho visto la pubblicità non c’ho creduto: ma davvero mo hanno ridicolizzato – perché così mi è sembrato – la scrittura?
    Ma dai!
    La scrittura è una cosa sacra, come diavolo fai a farne uno show?
    Sarebbe come riprendere un pittore mentre dipinge. Che noia!
    Ecco, io credo che questa gente non sappia bene cosa significhi scrivere…
    Oppure il fatto che gli scrittori siano andati lì per diventare famosi.
    I soldi vengono dopo! Prima – come dicevi giustamente tu – c’è il bisogno di dire la propria, perché oggi purtroppo è diventato davvero difficile.
    Che la scrittura sia uno sfogo è ovvio, ma le cose più intime che scrivo io non le faccio leggere a nessuno, o se lo faccio sono ben mascherate – mi arrogo il termine: ermetiche – che solo io so davvero cosa volessi dire…
    Mi vergognerei a morte se sapessi che uno sconosciuto – quale un lettore nel 99,99 percento dei casi è – leggesse uno sfogo intimo oltre ogni dire e sapesse segreti che nessuno sa…
    Davvero stiamo ridicolizzando tutto questo?
    Quando ho visto la pubblicità le mie reazioni interne sono state due, del tutto opposte: rabbia incontrollata per il modo in cui avevano dissacrato la scrittura, e voglia irrefrenabile di piangere per il dolore causato dalla dissacrazione della stessa.
    Poi boh, magari sono io che mi sbaglio, ma per me Masterpiece è una cosa assurda e inaudita. Spero che sappiano quello che stanno facendo, almeno…

    • Nihal scrive:

      PS: Licia solo due domande: Verrai mai in Puglia?
      E l’altra… Vorrei iscrivermi a 20lines, però non mi accetta, per caso puoi darmi un imput sul perché?
      Grazie in anticipo e ancora complimenti per Nashira3, stupendo davvero ;-)

    • Licia scrive:

      Per ora non è previsto niente.
      Per chi mi chiedeva della Sicilia…è un po’ prematuro :) .
      Per 20lines, non lo so…a me non ha dato problemi di sorta…

    • Licia scrive:

      La scrittura non è una cosa sacra, non dico che non possa essere toccata, non se ne debba parlare, o lo si debba fare solo con quella certa aura di cosa “importante”. Però neppure banalizzarla dandone una rappresentazione parziale e da un unico punto di vista. Per esempio: Per un Pugno di Libri è una trasmissione che con un tono scanzonato e molto pop riesce a parlare efficacemente di libri divertendo. E non è esattamente una trasmissione appena nata, eh?

  4. valerio scrive:

    Licia, volevo chiederti se farai mai qualche tappa in Sicilia, io abito nei dintorni di Catania e mi chiedevo se qualche volta verrai la! Un bacione dalla Sicilia :*

  5. M.T. scrive:

    Trovo svilente tutto questo mettersi in piazza per ottenere visibilità, perché sei qualcuno solo se appari in tv: la scrittura è altra cosa e usarla solo per apparire e farsi sfruttare è qualcosa di degradante, non un’opportunità. In questa trasmissione i protagonisti sono le persone che vogliono fare gli scrittori, non la scrittura che qui diventa quasi un optional. Tutto questo baraccone è inutile. Se si è davvero scrittori, non serve mettersi in mostra, fare i venditori e promotori di se stessi: è il testo che parla e non ha bisogno d’altro.

    • Licia scrive:

      Il problema è far parlare un testo in televisione. Per ora, i testi non parlano, e mi sembra paradossale, in un programma che parla di scrittura.

    • M.T. scrive:

      La scrittura, come già dicevi tu, è qualcosa di intimo personale, individuale, non è fatto per le masse.

    • Licia scrive:

      Non è tanto questo, è proprio che fisicamente non è televisiva. È un passatempo solitario, come la lettura, d’altronde, che non ha elementi “scenografici” o spettacolari: un pittore può essere anche bello da vedere, ma uno seduto ad una scrivania, ma che interesse posso avere a guardarlo? Un quadro puoi semplicemente guardarlo, anche attraverso uno schermo televisivo: un testo, se non lo leggi in prima persona, perde qualcosa. Già se avessero messo in sovraimpressione quel che veniva letto sarebbe stato meglio.

    • M.T. scrive:

      Già, non si può far vedere la parte interessante, ovvero il processo creativo della mente dell’artista, servirebbe una tecnologia che ora è solo fantascienza. Certo che se esistesse, libri, attori, registi non servirebbero più, perché si potrebbero creare film solo con il pensiero.

  6. Cal Mood scrive:

    Quali fardelli? Se ti è caro dimmi, io ascolto. :)

    • Licia scrive:

      La scrittura è una cosa che funziona a doppio senso: tu dai qualcosa, ma spesso anche il lettore vuole darti qualcosa, e tu non puoi tirarti indietro, anche quando si tratta di condividere qualcosa di doloroso, e a me è capitato di doverlo fare più di una volta. Senza contare che io ho a che fare con un pubblico giovane, verso il quale sento molte responsabilità: non deluderli, neppure nell’immagine che hanno di me, essere disponibile nei limiti del possibile (e non sempre questo basta, vedi casino successo a Lucca quest’anno). E poi le parole hanno un peso, occorre sempre stare attenti a quel che si dice perchè si può ferire, si può essere fraintesi…Poi, vabbeh, se non te ne frega una ceppa e non hai coscienza, tiri dritto per la tua strada e ti godi solo la fama senza dare i cambio niente, ma non è il mio stile e co vogliono tonnellate di pelo sullo stomaco.

    • Cal Mood scrive:

      Il pelo c’è, fidati, ed è spesso: tra le altre cose me l’hanno fatto crescere le centinaia di curriculum mandati dalla laurea in avanti soltanto per venire ignorati, le proposte di stage a 200 euro al mese (il primo che ricevetti, presso una società di informatica nel lontano 2009) per stare 8 ore al giorno a fare qualcosa che non mi piace – come unica alternativa, il nulla – mentre io ne starei il doppio a fare qualcosa che invece mi piace e mi appassiona. E ti garantisco che non ho desideri irraggiungibili, come fare la rockstar, il pallonaro o l’astronauta (perché rispettivamente ho una voce buona soltanto per fare letture, ho il piede a banana e ho il terrore degli esami medici – e non mi va di bere la pipì depurata dei miei compagni di equipaggio, se tra loro non c’è almeno un koala).

      Probabilmente non te ne frega nulla di tutto cio, ma te lo chiedo lo stesso: a te che sei ricercatrice e scrittrice-per-caso-e-per-hobby, è mai successo di vivere una situazione di pieno e totale sconforto, di sentirti un peso sul culo del mondo? A me è quello che accade da quasi due anni: anche in questo, per me, Masterpiece sarebbe stato un riscatto (dopo non essere andato oltre la seconda fase del concorsone degli insegnanti di scuola pubblica, l’estate scorsa) e ti garantisco che so scrivere molto meglio di almeno un paio dei bischeri che hanno preso.

      Anche queste son cose che fanno crescere il pelo lucido e folto :)

    • Licia scrive:

      Ovvio che m’è capitato, e ti dirò che mi capita molto più adesso che prima di pubblicare; prima potevo deprimermi per l’analisi dati che non veniva, l’HD che si brucia con tutti i dati della tua tesi o il 20 all’esame studiato alla morte. Adesso c’è gente che non fa altro che dire che faccio schifo et similia, che mi prende in giro per il mio aspetto o sparge calunnie sul mio conto, e il fatto che ce ne siano almeno altrettante che dicono il contrario non mi consola manco un po’; adesso c’ho fatto il callo e non me ne frega più niente, ma a 23 anni i pianti e lo stridore di denti si sono sprecati.
      La pubblicazione non è la soluzione di tutti i problemi, spesso ne è l’inizio. A me è andata bene, ce n’è moltissima altra che non ha avuto la stessa fortuna, e parlo di gente che il libro l’ha pubblicato.

    • Cal Mood scrive:

      Leggendo la tua risposta, e i paragoni che fai, capisco una cosa: tu non ti rendi conto di quanto sei fortunata, non nel fare quello che vuoi (immagino ci sia voluto, e ci voglia sempre, anche una buona dose di impegno) ma nell’averne avuta la possibilità senza troppi intoppi.
      Che altro dire; se ti capitasse di visitare il mio blog, mi pregerei di sapere che cosa ne pensi dei miei racconti: anche “mi fanno schifo” è una risposta del tutto accettabile, io non me la prendo, ho le spalle larghe.

      Ciao.

    • Licia scrive:

      Stai dando giudizi su cose che non sai. Lo so perfettamente quanto sono fortunata, e l’ho detto miliardi di volte, ma il discorso qui non era centrato su “che fortuna che ho avuto” ma su un altro argomento, ossia sugli aspetti del successo che la gente non conosce. Non mi sto lamentando, non rimpiango niente di questi dieci anni di scrittura, tutto quel che è accaduto, nel bene e nel male, ha fatto di me la persona che sono e ne è sempre valsa la pena. Sto solo dicendo: se qualcuno pensa che pubblicare un libro risolva tuttii problemi, sbaglia. E non solo: se qualcuno pensa che il successo risolva tuttii problemi, sbaglia ancora.

  7. Cal Mood scrive:

    Il “riscatto” fa òdièns ;) sta tutto qui. Un programma che non viene visto o ascoltato non ha ragione d’essere.
    In secondo luogo, non prendiamoci in giro: quanta gente vede la scrittura come un mezzo per fare vagoni di palanche? Quanta gente è invidiosa di chi può, e vuole potere allo stesso modo? Io mi metto naturalmente nel novero, penso che tradirei il mio migliore amico (che non ho) per diventare qualcuno. Perché sai, pochi hanno la “fortuna” di pochi, ma sognare non costa nulla…e permettimi di sollevare un sopracciglio davanti ad una persona famosa che dice che la ricerca del successo a tutti i costi è sbagliata, mi sembra di sentire il Papa che predica povertà e intanto vive tra marmi e ori (l’ultimo però, devo dire che si è abbastanza rivalutato ai miei occhi sotto questo punto di vista). Mi sembra ipocrita, ma forse sono io che vedo il mare anche dove non ce n’è. E mi servirebbe uno sciamano di quelli bravi, dato che inizio a parlare come i miei personaggi.

    Invece concordo sul fatto che non bisogna essere maledetti e sempre strafatti di assenzio, per scrivere cose belle. Basta avere la passione e le capacità, ma se queste cose vengono orientate verso altre, meno politicamente corrette, che tutti bramano e nessuno nomina apertamente, che male c’è? Il problema secondo me è che manca la meritocrazia e in letteratura come dappertutto si va avanti – in massima parte, eccezioni escluse – a calci nel culo dati da uno stivale con la punta d’oro e la pelle di vacca pregiata. Oltre all’opportunismo inseriamo anche la disillusione tra le mie qualità, grazie :)

    Besides, il programma a me è piaciuto, nel senso che, essendo io estremamente sadico (story of my life – anche questo va nella mia lista di qualità) ho gioito delle sventure dei concorrenti, salvo appassionarmi “a pelle” ai casi umani del detenuto e del cineoperatore che sembra uscito da un romanzo di Cassandra Clare, e che non vorrei trovarmi di fronte in un vicolo buio senza essere armato.
    L’ho, anzi, trovato troppo corto, e sono d’accordo sul fatto che le modalità possono venire migliorate; ma in che altro modo puoi presentare la Scrittura in un media come la televisione, coi suoi tempi e coi suoi spazi, senza scendere a compromessi?

    • Licia scrive:

      Per quel che mi riguarda, libero di crederci o meno, prima di diventarlo, non volevo fare di mestiere la scrittrice, ma la ricercatrice, e non avevo la fama tra i miei obiettivi. La scrittura era un hobby, per certi versi lo è ancora. I soldi mi piacciono per due ragioni: aiutano il sostentamento della mia famiglia e mi permettono di continuare a praticare come mestiere una cosa che amo fare: scrivere. Il successo è indubbiamente una bellissima cosa, ma ha molti lati oscuri che sono evidenti persino a chi ha una fama limitata come la mia. Porta dietro fardelli e responsabilità a volte gravi.
      Non c’è nulla di male a scrivere solo per fama, a patto di essere bravi a farlo, ma presentare la scrittura unicamente come via per il riscatto, come a me sembra faccia Masterpiece, è parziale e persino un po’ fuorviante.

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