Archivi del mese: dicembre 2013

Cavacon Winter Edition

Auguri a tutti!
Sarò breve, perché questi sono i giorni dell’anno che preferisco, ho un sacco di cose da fare e la biga del panettone sta lievitando in forno :P . Volevo solo ricordarvi che sabato 4 Gennaio 2014 parteciperò alla Winter Edition del Cavacon, a Cava de’ Tirreni; nello specifico, potrete incontrarmi alle 15.00, quando verrà presentata l’antologia Orologi Senza Tempo, che, vi ricordo, ha lo scopo di raccogliere fondi per la ricostruzione della Città della Scienza di Bagnoli, e cui ho partecipato con un racconto dal titolo Acqua e Fuoco, ambientato nel mondo de La Ragazza Drago.
Tutto qua. Io torno alle mie levitazioni e ai preparativi per la cena di domani sera. A presto!

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Tanti Auguri Dragheschi!

L’immagine l’ho presa da qui

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È partita

Gaia è partita. Da qualche minuto si è definitivamente staccata dal vettore che l’ha spinta e ha iniziato il suo lungo cammino verso L2 – la posizione rispetto a Terra e Sole nella quale compirà il suo lavoro – tutta da sola.
Descrivere le emozioni che ho provato durante il lancio è difficile. Il countdown, i motori che si accendono, e infine la notte di Kourou che si illumina e il razzo che parte, allo stesso tempo fine e inizio dell’avventura. Il cuore mi batteva fortissimo e ho avuto gli occhi lucidi. Può sembrare una reazione esagerata, ma quel razzo porta con sé il mio lavoro di un anno e mezzo, e quello di più di venti anni di tanti miei colleghi. Sentire di aver fatto parte di qualcosa di così grande, di così bello, è un’emozione forte. C’è anche il rimpianto per non aver potuto continuare a praticare a tempo pieno questo mestiere bello e terribile, lo confesso, ma nella vita purtroppo bisogna fare delle scelte.
C’è una sola cosa sulla quale voglio farvi riflettere. Gaia è un progetto ventennale realizzato dall’ESA, l’agenzia spaziale europea; ha coinvolto centinaia di persone in tutta Europa. Rifletteteci. Solo settant’anni fa questi paesi erano in guerra, e lo erano stati migliaia di volte in passato. Oggi, sono in grado di cooperare per vent’anni e lanciare un satellite che se ne starà ad un milione e mezzo di chilometri dalla Terra a spiegarci com’è fatta e come si è formata la nostra Galassia, una cosa che accrescerà la consapevolezza, la conoscenza e anche il benessere – perché la scienza di base è il laboratorio nel quale si studiano le soluzioni tecnologiche del domani – di tutta l’umanità. La scienza è PACE. Per questo oggi ho gli occhi lucidi e non riesco a lavorare. Perché ho fatto parte di tutto questo.
Pensateci la prossima volta che studiate fisica o chimica, che vedete un razzo partire, un telescopio aprirsi per la prima volta sui misteri dell’universo, o quando vi diranno che è tutto un inganno, che la “scienza ufficiale”, “gli scienziati cattivi”, bla bla bla. Non c’è chiacchiericcio che possa fermare adesso Gaia, lanciata verso la sua meta col carico di speranze e curiosità di migliaia e migliaia di persone.

Foto di @The_SolarSystem

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Gaia

Domani partirà Gaia. Ve lo dico io, perché dubito fortemente che su qualsiasi quotidiano di diffusione nazionale, o peggio ancora al tiggì, ne sentirete parlare. Eppure Gaia è un satellite frutto del lavoro ventennale e più di un consorzio europeo, cui l’Italia ha contribuito con gran dispiego di mezzi e persone. All’interno del consorzio di analisi ed elaborazione dei dati che verranno prodotti da Gaia, l’Italia è seconda come contributo solo alla Francia. E non si tratta di una missioncina così, di secondo piano: Gaia intende produrre la mappa più accurata mai realizzata della nostra Galassia. Si propone di mapparne e analizzarne l’1% del contenuto in stelle (1 miliardo di stelle su i 100-200 miliardi che compongono la Via Lattea). Per darvi un’idea, la precedente missione simile, Hipparcos, ha prodotto un catalogo con circa 2.5 milioni di stelle.
Gaia in sostanza produrrà una mappa 3D della nostra galassia, nella quale non solo sarà indicata la posizione delle stelle con una precisione mai raggiunta prima, ma in cui saranno presenti anche distanza e moti propri (spostamenti effettivi, non dovuti alla rotazione della Terra) delle stelle. È una cosa importantissima, perché ogni lavoro scientifico che riguardi il cielo ha bisogno di una mappa del genere per potersi confrontare con i lavori precedenti, in modo da confermare o confutare precedenti scoperte o farne delle nuove. Praticamente tutti gli astrofisici passano per l’uso di mappe del genere nel loro lavoro.
Tra l’altro, Gaia guarderà tutto il cielo, quindi riuscirà anche a fare altre cose, oltre a produrre la mappa che vi dicevo: vedrà moltissimi oggetti differenti, studiati un po’ da tutte le branche dell’astrofisica, e, per esempio, andrà anche a caccia di pianeti extrasolari. Insomma, è una cosa davvero grossa.
Io ci ho lavorato per un anno e mezzo, dal 2006 al dicembre del 2007. Il progetto era ancora agli inizi, molto di quel che feci allora è stato completamente rivoluzionato in seguito, ma comunque servì a capire meglio i problemi con cui avevamo a che fare. Mi occupavo dell’analisi dati di tutte le sorgenti sovrapposte: come si fa a separare la luce di due stelle molto molto vicine, che si sovrappongono? È un problema tipico dell’analisi dati della fisica stellare, e all’Osservatorio di Roma – e al connesso gruppo di fisica stellare dell’Università di Tor Vergata – c’è una scuola molto abile nel risolverlo. Gaia proponeva problemi nuovi, visto che non produrrà proprio immagini di stelle tonde, ma disperderà la luce delle singole sorgenti su piccoli spettri a bassa risoluzione (ossia disperderà un pochino la luce delle sorgenti, dividendo le varie lunghezze d’onda, proprio come capita quando si fa passare la luce del sole attraverso un prisma e si ottiene l’arcobaleno). Poi ci ha lavorato Giuliano, quindi ho continuato a seguire la missione tramite lui e i miei colleghi che hanno continuato a essere coinvolti nel progetto.
E insomma, dopo svariati rinvii, Gaia domani parte da Kourou, nella Guyana Francese, una base dell’ESA, l’Agenzia Spaziale Europea. Il lancio di un satellite è sempre un momento estremamente delicato, tante cose possono andare storte, e quindi c’è sempre molta tensione. Quasi cinque anni fa assistetti al lancio di Plank, e fu un’esperienza davvero emozionante. Domani spero di riuscire a seguire la diretta online. Se siete interessati anche voi, la faranno qua.
Insomma, a dispetto di tutto e tutti, in condizioni di precariato, malpagati e soprattutto malvisti dalla società, che preferisce discettare di roba tipo Stamina o la bufala dei vaccini che fanno venire l’autismo, l’Italia continua a fare scienza di alto livello. E lo fa nel silenzio e nell’indifferenza generali, perché l’abisso culturale in cui questo paese si trova, e che media e governo cercano in tutti i modi di mantenere, abbiamo perso persino la capacità di interessarci a queste cose, o di capirne l’importanza. La gran parte dei ricercatori italiani, soprattutto se under-quaranta, è precaria, ma nel senso che va avanti con assegni di ricerca da un anno, e il cui rinnovo non dipende quasi mai dal lavoro svolto o dalle capacità, ma dal fatto se ci siano o meno i fondi per la ricerca, e i fondi ci sono o mancano per mere questioni politiche. Sono queste le condizioni nelle quali la scienza italiana lavora, ed è ancora una scienza di primo piano a livello mondiale.
Io spero che un giorno ci accorgeremo di quanto sapere, quanta intelligenza stiamo buttando alle ortiche. Di quanto stiamo correndo a perdifiato verso un nuovo medioevo che porterà conseguenze nefaste per tutti noi. Io, nel frattempo, getto i miei semini, sempre più convinta che occorra cambiare le cose una testa alla volta, e anche se ne hai cambiate solo dieci, o due, sono due teste in più per un mondo migliore.
Good luck, Gaia, and have a good journey.

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B-day

Auguri, Irene!!!
E auguri pure a me e a Giuliano, via, che è vero quando si dice che la nascita di un bimbo è sempre anche la nascita di una mamma e di un papà :) .

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L’Aquila

Nel 1999, l’anno della maturità, i miei decisero di realizzare un desiderio che avevano da tantissimo tempo: andarsene in vacanza in montagna. Fino a quel momento non l’avevano ancora fatto perché pensavano fossi troppo piccola e non avrei apprezzato. Io presi bene la novità, e la scelta cadde sulle montagne dell’Abruzzo. Nello specifico, andammo a Lucoli, nella piana di Campo Felice, provincia di L’Aquila. Di questa città avevo sentito parlare fin da bambina. Mio padre c’era andato in missione per lavoro un paio di volte, la prima ricordo mi portò una di quelle macchine fotografiche finte che pigi il pulsante e scorrono le immagini dei luoghi d’interesse storico e artistico. Ricordo che all’epoca mi colpì soprattutto il nome della città; per altro, era la prima volta che capivo che a parte Roma e Benevento esistevano altri posti intorno a me, posti esotici ai miei occhi come l’Africa, e per altro con nomi così evocativi. Comunque. Quella vacanza fu il mio primo contatto con la montagna. Ne rimanemmo affascinati, tornammo svariate volte in Abruzzo, sempre nella provincia di L’Aquila. Ovviamente, visitammo anche la città; io ne rimasi colpitissima. Era un posto bello, pieno d’arte e vivissimo. Per altro, mi dicevano essere la città più fredda d’Italia, per cui non potevo che amarla. Ricordo che scalò rapidamente la mia top ten delle città preferite d’Italia, e pensai che mi sarebbe piaciuto vivere in un posto così. Ricordo il fantastico mercato di Piazza Duomo, pieno di colori, dove mia madre comprò l’attrezzo per fare gli spaghetti alla chitarra, e soprattutto la Perdonanza Celestiniana. Ricordo il corteo infinito, la città brulicante di gente e attività in ogni dove, la scalinata di San Bernardino con gli antichi mestieri. Ricordo un sacco di gente, ricordo un posto bellissimo e vivissimo.
Non ricordo esattamente da quanto mancassi dal centro cittadino. Non a sufficienza per farmi dimenticare com’era, non abbastanza per non avere un colpo al cuore appena ci sono entrata, tre giorni fa, per raggiungere l’albergo in cui avrei soggiornato, per via della presentazione del 13 dicembre. Il mio cervello non faceva altro che comparare quel che vedevo con quel che ricordavo; guardavo la realtà in trasparenza, e dietro il silenzio, le impalcature e le macerie, vedevo tutto quel che ricordavo. E non potevo, non volevo credere che tutto quel che avevo amato di L’Aquila fosse tutto sommato ancora lì, ma terribilmente lontano, irragiungibile.
A quasi cinque anni dal 6 aprile 2009, il centro della città è ancora in buona parte inagibile. Ovunque ci si giri, si vedono due cose: le montagne, belle e impassibili, e le reti della zona rossa, a sottrarre pudicamente allo sguardo di chi passa le macerie, le impalcature, i lavori in corso. Il Corso è aperto, così come Piazza Duomo, e, mentre il primo mostra evidentissimi segni di quel che è successo cinque anni fa, la seconda tutto sommato non è cambiata in modo radicale. Sabato mattina c’era un sole stupendo, l’aria gelida e la piazza era bella come sempre. Solo che non c’era quasi nessuno.
È come se qualcuno avesse deciso che la città debba restare congelata in quell’istante, le 3.32 del 6 Aprile, come Pompei è rimasta congelata dall’esplosione del 79 d.C.; solo che Pompei è una città morta, L’Aquila non lo è. La gente ci vive, la gente passeggia per il corso, sparuta e mesta, ma lo fa, le attività commerciali provano a riaprire fuori dal centro, e venerdì sera, alla mia presentazione, c’erano una cinquantina di persone.
L’Aquila è stato un furto. Alla gente che ci viveva sono stati tolti la casa, gli amici e la città. Ma se ci pensate bene, tutti noi abbiamo perso qualcosa; chi di voi c’era stato quanto L’Aquila era al massimo del suo splendore, sa quanta arte, quanta bellezza e meraviglia contenga. E le vestigia di quella bellezza sono ancora evidenti sotto le travi di ferro e legno, nella facciate disastrate e nei palazzi lesionati. C’è ancora. Solo che non ne possiamo più godere. Non di solo pane vive l’uomo, ma anche di tutta la bellezza che il creato e gli uomini sono stati in grado di costruire nei secoli. E quando questa bellezza ci viene sottratta, tutti siamo più poveri e più tristi. “Una zona rossa, dovunque si trovi, è un problema nazionale” recita uno splendido striscione a Piazza Duomo, ed è vero: L’Aquila è una ferita aperta per ognuno di noi, ci riguarda come comunità, abbiamo tutti perso qualcosa.
Io facili soluzioni non ne ho. Scrivo, e questo è il mio mestiere, e scrivere è testimoniare, niente di più. Ci sono una tredicina di cantieri aperti, nel centro cittadino, e questo è un buon segno. Ma sono passati cinque anni, bastano tredici cantieri in cinque anni? Sono state probabilmente fatte delle scelte sbagliate a monte, fin da subito è stato chiaro che l’idea era spostare la gente da lì, costruire una nuova città, ma forse non era la soluzione giusta, forse non era quel che la gente voleva. Altrimenti non si capisce la voglia di tornare a colonizzare il centro cittadino dei giovani, che la sera vanno nei pochi locali aperti: una città è molto più che un gruppo di palazzi, è spesso parte della nostra identità, è rete sociale, crocevia di rapporti. Senza una città, molte di queste cose vengono a mancare.
Ho fatto qualche foto, che trovate qua. Le ho fatte con molta vergogna, le ho fatte solo perché il mio mestiere è la scrittura, ma a volte un’immagine vale più di mille parole.
Intanto però grazie agli organizzatori della mia presentazione, alla Libreria Mondadori, ai ragazzi de La Nuova Acropoli. Grazie per l’ospitalità, la simpatia, la gentilezza. E grazie anche a tutte le persone che sono venute: sono stata davvero bene, è stato un splendido pomeriggio.
E grazie ovviamente a tutte le persone che ho incontrato nel resto del mio giro Marco-Abruzzese, a San Benedetto del Tronto e Pescara: grazie mille alla Libreria La Bibliofila di San Benedetto e la Feltrinelli di Pescara, grazie ai relatori, al pubblico, grazie davvero. Ho incontrato gente fantastica, con cui ho potuto condividere riflessioni e divertimento. Spero di rivedervi ancora, del resto siamo piuttosto vicini :) . E grazie ovviamente a Nancy e all’ufficio stampa Mondadori che s’è fatto in quattro per la buona riuscita del tutto.

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Berserk in tutto il suo splendore

Era il 2000 o il 2001, è passato così tanto tempo che non lo ricordo. Finalmente, dopo il consiglio di mio cugino e quello di un amico, mi decidevo finalmente a iniziare a leggere Berserk. L’occasione fu la prima uscita dell’edizione Collection, quella che leggo a tutt’oggi. Mi folgorò da subito. Con Giuliano ci volle un po’ di più, un paio di numeri, perché oggettivamente è un fumetto piuttosto estremo, che non concede molto alla piacevolezza di lettura, soprattutto nei primi, durissimi numeri. Ma poi s’innamorò anche lui.
È cognito urbi et orbi (credo) che Bersek sia una delle più importanti fonti d’ispirazione in quel che scrivo, che l’ho adorato e che tutta la storia fino all’episodio di Lucine continuo a trovarla un capolavoro un po’ sotto tutti i punti di vista, e che periodicamente me lo rileggo, almeno fin lì, perché dopo, a mio parere, scade di parecchio. Comunque. Quando uscì l’anime, ovviamente, ero tutta contenta. Un po’ meno quando lo vidi: animazioni al risparmio, storia stiracchiata, un prodotto tutto sommato fatto veramente con poca cura e con la cronica incapacità di rendere la potenza del fumetto.
Poi, un paio di anni fa, scopro che sono in produzione dei film per il cinema che ignorano l’esistenza dell’anime e raccontano tutto da capo. I trailer sembravano molto buoni, per cui, con una sana dose di scetticismo, mi sono vista il primo, e poi, ieri sera, il secondo.
Ora, per descrivere questi due primi film esiste una parola sola e quella parola è capolavoro. Ora, la ricchezza e la profondità del fumetto sono ineguagliabili, e per forza di cose, anche a causa di alcuni tagli (tutto sommato oculati e forse anche un po’ necessari, per una riduzione animata), alcuni aspetti del complesso rapporto tra Grifis, Gatsu e Caska vanno perduti. Però, ragazzi, il fumetto c’è tutto, la potenza c’è tutta. La colonna sonora, a parte un paio di cadute di stile, è originale e meravigliosa, perfetta per una storia del genere. Il pezzo per chitarra che sta sui titoli di coda è assolutamente da brividi. La compattezza tematica che hanno saputo dare a questo secondo film è ammirevole, segno che c’ha lavorato gente che sa perfettamente il fatto suo. Alcune scelte di regia sono da applausi a scena aperta. Soprattutto, al di là del sangue, dello splatter e dell’azione – che, intendiamoci, sono comunque elementi fondanti della saga – regista e sceneggiatore hanno capito che questa è una storia, come tutte le vere storie, sulla ricerca di sé, sul senso del’esistenza, e su un’amicizia e un amore assoluti, tremendi. La scena dell’amplesso tra Grifis e Charlotte è di una potenza straordinaria, perché dice tutto senza una parola, con un uso del montaggio accorto, straordinario.
Insomma, io sono ammirata, e infilo questi due film nell’empireo in cui stanno i capolavori dell’animazione giapponese, giusto di fianco a Kenshin Samurai Vagabondo: Memorie dal Passato, un altro film da applausi a scena aperta.
Adesso mi aspetto lo sfacelo per il terzo capitolo, che copre una delle porzioni più dense e terribili del manga. Di ciccia ce n’è da morire, con queste premesse può venir fuori qualcosa di bello e terribile, ma bello e terribile davvero, da incubi la notte.
Poche le note di demerito: non sempre ho trovato il doppiaggio italiano completamente all’altezza (tranne per un Grifis davvero da brividi), e l’inizio della scena di sesso tra Grifis e Charlotte è un po’ ridicola, con la tipa che geme in modo esagerato per una palpata di tette. Ah, e mi rifiuto di chiamare i personaggi in modo diverso dal fumetto; le nuove traslitterazioni saranno anche più filologiche e corrette, ma ormai nell’immaginario dell’appassionato Grifis non è Griffith e Gatsu c’ha la u finale. Ma, è evidente, sono peccati veniali. Il consiglio qua è uno solo: compratevi i DVD, prendetevi una sera libera, e tremate e appassionatevi anche voi con la storia di Gatsu e Grifis.

P.S.
Un paio di comunicazioni di servizio. Mi hanno fatto un po’ di foto a Napoli che mi piacciono molto, le trovate qua.
Nashira 3 fa parte dei Magnifici101 della Mondadori: se comprate uno di questi libri in cartaceo entro il 6 Gennaio, avete diritto aggratis all’ebook. A me pare una cosa molto, molto bella, per cui vi invito ad approfittarne.
Infine, vi ricordo gli appuntamenti del weekend.

Venerdì 13 Dicembre 2013 – L’Aquila
Libreria Mondadori Franchising
Via Savini
ore 17.00
Presentazione de I Regni di Nashira 3 – Il Sacrificio

Sabato 14 Dicembre 2013 – San Benedetto del Tronto (AP)

Auditorium Tebaldini
ore 17.30
Presentazione de I Regni di Nashira 3 – Il Sacrificio

Domenica 15 Dicembre 2013 – Pescara
Libreria Feltrinelli
Via Milano
ore 11:30
Presentazione de I Regni di Nashira 3 – Il Sacrificio

Vi preannuncio inoltre che il 4 Gennaio sarò all’edizione invernale del Cavacon a Cava de’ Tirreni per presentare l’antologia benefica per la ricostruzione della Città della Scienza di Bagnoli. I dettagli a breve.

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¡Que viva Hunger Games!

Avevo in canna da un po’ di tempo un post su Hunger Games, ma ho avuto molto da fare e quindi la cosa è rimasta in sospeso.
In verità, sui libri mi sono pronunciata un sacco di volte. Innanzitutto, con uno strillo sulla primissima edizione italiana, all’epoca in cui, siccome non era ancora un fenomeno planetario, era un libro assolutamente di nicchia che leggevano in pochissimi. In seguito, ne ho parlato bene un po’ ovunque, perché è una saga che amo e alla quale riconosco tonnellate di pregi. Di recente ho anche scritto un articolo su Vanity Fair al riguardo; lo trovate qua.
Il post che avevo in canna in realtà riguarda i film, o meglio il film, Catching Fire, che è l’unico che ho visto al momento (ma sto cercando di recuperare). Chi mi segue su Twitter lo sa, sono andata a vederlo in lingua originale a Parigi circa una settimana fa. E, devo dire, mi è piaciuto parecchio. Molto aderente al libro, il che può essere un pregio o un difetto, a seconda dell’idea che si ha dell’adattamento (io in generale preferisco film che riescano in qualche modo ad essere altro rispetto al libro, ma qui la resa è ispirata e personale, per cui l’aderenza al testo l’ho molto apprezzata), ma, soprattutto, capace di essere un buon film tout court. Ed è proprio di questo che voglio parlare: perché la riduzione cinematografica di Hunger Games piace più o meno a tutti quando altre trasposizioni hanno invece deluso?
Innanzitutto, i film vengono da libri in cui di ciccia ce n’è a bizzeffe: non solo avventura, non solo trama, ma personaggi credibili e interessanti, in cui immedesimarsi è facile, e un sottotesto alto così sulla società dell’immagine, la propaganda, il potere e duecento altri miliardi di sottomessaggi. Mi si dirà: vabbeh, tutto sommato son cose dette e ridette. A parte che tutto in letteratura è stato detto e ridetto, fosse solo perché la natura umana, quella più profonda, non muta nel corso dei secoli, ma nessuno l’aveva mai detto ai giovani e con tale efficacia. È una specie di 1984 per i ragazzi, che spiega il nostro mondo in modo chiaro, impietoso e appassionante. Perché noi a Panem ci viviamo già, se ci pensate bene.
Esistono però altri libri pieni di ciccia le cui trasposizioni cinematografiche non sempre hanno incontrato il favore della critica e del pubblico (sì, sto parlando di Harry Potter): in quel caso? In quel caso i registi spesso hanno messo in mostra solo l’aspetto più “infantile” dell’opera, e, quando hanno tentato di avvicinare il lato più adulto, hanno prodotto strani ibridi a metà strada tra il film indipendente da Sundance e il blockbuster per ragazzi (e sì, sto parlando de I Doni della Morte I e II).
Il film di Hunger Games non sta lì a preoccuparsi di edulcorare gli aspetti più truci della saga, non sta lì a cercare di pompare le parti più strettamente spettacolari. Tutto è estremamente funzionale alla trama e al messaggio, compresi gli effetti speciali, che non appaiono mai gratuiti. I ragazzi impazziscono perché i film non li trattano come cretini ai quali va nascosta la verità: con la giusta dose di spettacolarizzazione, mostrano loro il sangue, la morte, la crudeltà e il tormento dei protagonisti. È un film che veramente ragazzi e adulti possono guardarsi insieme e godere, in modo magari differente, ma apprezzare pienamente. La condiscendenza è un grosso problema di tanto cinema americano, sempre preoccupato di stare equidistante da tutto e tutti e non mostrarsi troppo scioccante. Ieri, per esempio, mi è caduto l’occhio su una scena del secondo film degli X-Men, nello specifico il momento in cui Piro sbaraglia la polizia che ha fatto irruzione a casa dell’Uomo Ghiaccio. Dopo botti e fiammate come manco a capodanno, il regista si perita di mostrarci che nessun poliziotto è stato maltrattato durante la scena: sono tutti vivi. È evidentemente una scelta della produzione, ma è una di quelle cose che mi fanno incazzare. Voglio dire, Piro è un personaggio borderline sulla via della dannazione? E allora ammazza, punto. Queste vie di mezzo edulcorate non servono semplicemente a niente, se non ad ammosciare gli snodi di trama. Catching Fire questi problemi non se li pone, perché non se li pone neppure il libro. È la vita ragazzi, e la vita in un posto tremendo come Panem.
Insomma, il grandissimo successo di Hunger Games mi rallegra, secondo me è un buon segnale, e auguro al franchise di continuare così. Credo che di libri e film come questi abbiamo un gran bisogno.

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Ancora in giro

Scusate la latitanza di ieri, ma questo ritorno in Italia è più complesso da gestire del viaggio in Francia…
Dunque, brevissimo post per darvi conto dei prossimi spostamenti: oggi, 5 dicembre, a Roma, nella Libreria Mondadori di Piazza Cola di Rienzo, ore 17.30, firma copie. Si replica sabato 7 dicembre, a Roma, nella Libreria Mondadori del Centro Commerciale Roma Est, ore 17.00.
Il prossimo weekend, invece, è la volta di Abruzzo e Marche. Eh sì, questa volta si scende sotto la linea gotica e si va là dove sono mai stata, o sono stata poche volte :) .
Venerdì 13 dicembre sarò a L’Aquila, presso la Libreria Mondadori Franchising di Via Savini, alle ore 17.00, per una presentazione. Il giorno seguente, sabato 14 dicembre, sarà a San Benedetto del Tronto, presso l’Auditorium Tebaldini, ore 17.30, per presentare ancora Nashira 3.
Infine, domenica 15 dicembre, sarò a Pescara, alla Libreria Feltrinelli di via Milano, ore 11.30, ancora per una presentazione.
Bon, è tutto. Intanto, per chi vuole, ci si vede stasera. A dopo!

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Aprés Montreuil, avec une petite partie en français pour mes amis en France :)

Ieri sera, dopo lunghe peripezie dettate dalla sfiga (Parigi bloccata, treni soppressi, corse varie) sono ritornata a Roma. Previously, on Licia’s Life: ero a Parigi per lavoro. Nello specifico, ho partecipato al Salone del Libro e dell’Editoria per l’Infanzia di Montreuil, che, per la cronaca, è una piccola città letteralmente appiccicata a Parigi.
Visto che ho rimesso piede sull’italico suolo, posso fare un piccolo bilancio: grandissima esperienza.
Non era la prima volta che andavo in Francia per i miei libri, lo sapete, ma era la mia prima fiera da quelle parti, e francamente non mi aspettavo né tutto questo successo né tutto questo affetto. All’estero le cose sono sempre un po’ diverse che in patria, in genere si vende di meno e si è assai meno conosciuti, per cui ogni evento è un po’ un’incognita. A Montreuil, per altro, avevo un sacco di eventi: quattro firme copie, ciascuna da due ore, e due incontri col pubblico. E sono stati tutti un successo: quello più piacevole è stato l’incontro con le scuole. Una quarantina di ragazzini che mi hanno riempita di domande senza alcuna remora né timore. Anche la tavola rotonda con altri scrittori europei, nonostante le ovvie difficoltà dovute alle differenti lingue, è andato bene. Ma bene, soprattutto, sono andati gli incontri coi lettori, che un paio di volte hanno persino fatto la fila per venirmi a salutare e per farsi fare una dedica. Non mi aspettavo davvero tutto questo affetto e questo calore. È stato davvero bello e sorprendente. Gran parte del merito è ovviamente della mia fantastica casa editrice francese, Pocket Jeunesse, che ha investito davvero moltissimo sulle mie storie, che ci ha creduto e mi ha appoggiata e coccolata per tutti questi quattro giorni esaltanti e bellissimi, ma anche difficili per via della lingua e dei molti impegni. Menzione d’onore per Agathe, la mia splendida interprete e traduttrice delle Cronache, e Christine, che mi ha organizzato tutto, e mi ha anche salvata quando sembrava fosse impossibile riuscire a raggiungere l’aeroporto per tornare a casa. Ma ci vorrebbe una lista lunga così per ringraziare tutti.
Spendo due parole per il Salon. È qualcosa di davvero fantastico: immaginate il Salone del Libro di Torino, se mai ci siete stati, tutto dedicato alla letteratura per l’infanzia. Tutto. E immaginatelo pieno, ma davvero pieno, di gente. Tra l’altro, nei giorni infrasettimanali è pieno di ragazzini in gita con la scuola, qualcosa di davvero meraviglioso: vederli muoversi per la fiera, fare casino come è giusto che sia, e soppesare con occhio critico e attento i libri è qualcosa di indescrivibile, che ti dà speranza. Io credo che una cosa del genere in Italia manchi, e che la lacuna vada colmata al più presto. Certo, c’è Bologna, ma Bologna ha una scarsissima apertura al pubblico. A Montreuil, invece, il rapporto col pubblico è fondamentale, e trasforma la fiera in un’occasione formidabile per promuovere la lettura. È così che si cambia il rapporto della gente coi libri, e in Italia ne abbiamo un bisogno disperato.
Per il resto, che dire. Ho rispolverato il mio francese, scoprendo che tutto sommato i cinque anni in cui l’ho studiato non sono andati perduti; a parte le difficoltà iniziali, e i molteplici errori, ovviamente, mi sono fatta capire, e sono stata in grado di sostenere conversazioni di media lunghezza. Ho deciso che dovrò coltivare il mio francese, e, se avrò tempo, imparare qualche altra lingua: vivi in maniera completamente diversa un paese straniero se ne conosci la lingua.
Circa Parigi, c’è ben poco da dire che non sia stato detto da tutti e in tutte le salse. È una città splendida, c’è poco da dire, di un’eleganza suprema. Io, grazie ad Agathe, ho fatto un po’ la turista atipica, per cui l’unica cosa che ho visitato per bene è la galleria d’anatomia comparata e di paleontologia del Muséum National d’Historie Naturelle, un posto assolutamente unico che vi consiglio di vistare se siete appassionati di paleontologia o semplicemente di posti curiosi. Credo me lo giocherò in un prossimo libro, perché è veramente fantastico: un museo in stile liberty zeppo zeppo zeppo di scheletri di ogni genere, contenitori in formalina con dentro animali squartati, cervelli e interiora varie, e fossili di dinosauri. Andatevi a vedere le foto in fondo al post, così capite di cosa sto parlando.
Bene, il periodo è convulso, e non ho ancora archiviato questa esperienza che già devo parlavi dei prossimi appuntamenti: giovedì 5 Dicembre, ore 17.30, Libreria Mondadori di Piazza Cola di Rienzo, qui a Roma, farò una sessione di firma copie; sabato 7 Dicembre, ore 17.00, la firma copie sarà sempre qui a Roma, alla Libreria Mondadori del Centro Commerciale Roma Est.
Vi prego anche di far girare questa: è una manifestazione che si terrà a Roma il 7 (ahimé). Io non potrò ovviamente esserci, ma ho comunque aderito via mail, perché i diritti sono diritti, questa non è una questione che riguardi solo il movimento LGBT. Quando i diritti di alcuni di noi sono negati, sono in pericolo i diritti di tutti. Perciò fate girare, per chiunque possa andarci.
Tutto qua.

Et maintenant, pour mes amis français :) .
Pardonnez mon français, encore, mais je veuz vous fair savoir que j’ai vraiment aimé mon séjour en France. J’ai été étonée par toute l’affection que les lecteurs français m’ont témoigné. Pour moi, il a été fantastique de vous voir, de vous parler, de vous renconter. J’ai beaucoup aimé le Salon de Montreuil; il est tré beau de voir toute la passion qui tourne autour des livres pour la jeunesse, et il a été magnifique de voir tous ces jeunes qui se bougeaient pour le salon, qui faisaient du bruit (comme il est normal que soit), qui soupesaient les livres avec un regard critique.
Tous a été fantastique, et je dois remercier pour ça ma maison d’édition, Pocket Jeunesse, qu’ella a toujour cru en mes livres, qu’elle a investi beaucoup dans mes histoires, et m’a chouchoutée et aidée pandans tous mes jours à Paris. En particulier, je dois remercier ma fantastique traductrice et intérprete, qui a aussi donnez la voice à les Croniques, Agathe, et Christine, qui m’a tout organizé, et qui m’a sauvée quand il semblait impossible de retourner ici a Rome. Mais il y a beaucoup de personnes que je dois remercier.
Bon, j’éspère de retourner en France et de vous renconter encora. Merci, merci beaucoup pour tout :) .

Qua, qualche foto di Parigi.

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