L’Aquila

Nel 1999, l’anno della maturità, i miei decisero di realizzare un desiderio che avevano da tantissimo tempo: andarsene in vacanza in montagna. Fino a quel momento non l’avevano ancora fatto perché pensavano fossi troppo piccola e non avrei apprezzato. Io presi bene la novità, e la scelta cadde sulle montagne dell’Abruzzo. Nello specifico, andammo a Lucoli, nella piana di Campo Felice, provincia di L’Aquila. Di questa città avevo sentito parlare fin da bambina. Mio padre c’era andato in missione per lavoro un paio di volte, la prima ricordo mi portò una di quelle macchine fotografiche finte che pigi il pulsante e scorrono le immagini dei luoghi d’interesse storico e artistico. Ricordo che all’epoca mi colpì soprattutto il nome della città; per altro, era la prima volta che capivo che a parte Roma e Benevento esistevano altri posti intorno a me, posti esotici ai miei occhi come l’Africa, e per altro con nomi così evocativi. Comunque. Quella vacanza fu il mio primo contatto con la montagna. Ne rimanemmo affascinati, tornammo svariate volte in Abruzzo, sempre nella provincia di L’Aquila. Ovviamente, visitammo anche la città; io ne rimasi colpitissima. Era un posto bello, pieno d’arte e vivissimo. Per altro, mi dicevano essere la città più fredda d’Italia, per cui non potevo che amarla. Ricordo che scalò rapidamente la mia top ten delle città preferite d’Italia, e pensai che mi sarebbe piaciuto vivere in un posto così. Ricordo il fantastico mercato di Piazza Duomo, pieno di colori, dove mia madre comprò l’attrezzo per fare gli spaghetti alla chitarra, e soprattutto la Perdonanza Celestiniana. Ricordo il corteo infinito, la città brulicante di gente e attività in ogni dove, la scalinata di San Bernardino con gli antichi mestieri. Ricordo un sacco di gente, ricordo un posto bellissimo e vivissimo.
Non ricordo esattamente da quanto mancassi dal centro cittadino. Non a sufficienza per farmi dimenticare com’era, non abbastanza per non avere un colpo al cuore appena ci sono entrata, tre giorni fa, per raggiungere l’albergo in cui avrei soggiornato, per via della presentazione del 13 dicembre. Il mio cervello non faceva altro che comparare quel che vedevo con quel che ricordavo; guardavo la realtà in trasparenza, e dietro il silenzio, le impalcature e le macerie, vedevo tutto quel che ricordavo. E non potevo, non volevo credere che tutto quel che avevo amato di L’Aquila fosse tutto sommato ancora lì, ma terribilmente lontano, irragiungibile.
A quasi cinque anni dal 6 aprile 2009, il centro della città è ancora in buona parte inagibile. Ovunque ci si giri, si vedono due cose: le montagne, belle e impassibili, e le reti della zona rossa, a sottrarre pudicamente allo sguardo di chi passa le macerie, le impalcature, i lavori in corso. Il Corso è aperto, così come Piazza Duomo, e, mentre il primo mostra evidentissimi segni di quel che è successo cinque anni fa, la seconda tutto sommato non è cambiata in modo radicale. Sabato mattina c’era un sole stupendo, l’aria gelida e la piazza era bella come sempre. Solo che non c’era quasi nessuno.
È come se qualcuno avesse deciso che la città debba restare congelata in quell’istante, le 3.32 del 6 Aprile, come Pompei è rimasta congelata dall’esplosione del 79 d.C.; solo che Pompei è una città morta, L’Aquila non lo è. La gente ci vive, la gente passeggia per il corso, sparuta e mesta, ma lo fa, le attività commerciali provano a riaprire fuori dal centro, e venerdì sera, alla mia presentazione, c’erano una cinquantina di persone.
L’Aquila è stato un furto. Alla gente che ci viveva sono stati tolti la casa, gli amici e la città. Ma se ci pensate bene, tutti noi abbiamo perso qualcosa; chi di voi c’era stato quanto L’Aquila era al massimo del suo splendore, sa quanta arte, quanta bellezza e meraviglia contenga. E le vestigia di quella bellezza sono ancora evidenti sotto le travi di ferro e legno, nella facciate disastrate e nei palazzi lesionati. C’è ancora. Solo che non ne possiamo più godere. Non di solo pane vive l’uomo, ma anche di tutta la bellezza che il creato e gli uomini sono stati in grado di costruire nei secoli. E quando questa bellezza ci viene sottratta, tutti siamo più poveri e più tristi. “Una zona rossa, dovunque si trovi, è un problema nazionale” recita uno splendido striscione a Piazza Duomo, ed è vero: L’Aquila è una ferita aperta per ognuno di noi, ci riguarda come comunità, abbiamo tutti perso qualcosa.
Io facili soluzioni non ne ho. Scrivo, e questo è il mio mestiere, e scrivere è testimoniare, niente di più. Ci sono una tredicina di cantieri aperti, nel centro cittadino, e questo è un buon segno. Ma sono passati cinque anni, bastano tredici cantieri in cinque anni? Sono state probabilmente fatte delle scelte sbagliate a monte, fin da subito è stato chiaro che l’idea era spostare la gente da lì, costruire una nuova città, ma forse non era la soluzione giusta, forse non era quel che la gente voleva. Altrimenti non si capisce la voglia di tornare a colonizzare il centro cittadino dei giovani, che la sera vanno nei pochi locali aperti: una città è molto più che un gruppo di palazzi, è spesso parte della nostra identità, è rete sociale, crocevia di rapporti. Senza una città, molte di queste cose vengono a mancare.
Ho fatto qualche foto, che trovate qua. Le ho fatte con molta vergogna, le ho fatte solo perché il mio mestiere è la scrittura, ma a volte un’immagine vale più di mille parole.
Intanto però grazie agli organizzatori della mia presentazione, alla Libreria Mondadori, ai ragazzi de La Nuova Acropoli. Grazie per l’ospitalità, la simpatia, la gentilezza. E grazie anche a tutte le persone che sono venute: sono stata davvero bene, è stato un splendido pomeriggio.
E grazie ovviamente a tutte le persone che ho incontrato nel resto del mio giro Marco-Abruzzese, a San Benedetto del Tronto e Pescara: grazie mille alla Libreria La Bibliofila di San Benedetto e la Feltrinelli di Pescara, grazie ai relatori, al pubblico, grazie davvero. Ho incontrato gente fantastica, con cui ho potuto condividere riflessioni e divertimento. Spero di rivedervi ancora, del resto siamo piuttosto vicini :) . E grazie ovviamente a Nancy e all’ufficio stampa Mondadori che s’è fatto in quattro per la buona riuscita del tutto.

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3 risposte a L’Aquila

  1. Rosina scrive:

    Licia grazie a te per essere venuta anche da noi, aspettavo da tanto di conoscerti, per me sei una specie di idolo, i tuoi libri mi hanno fatto e continuano a farmi sognare, e anche la tua personalità è davvero unica!peccato che mio marito ha dovuto lavorare avrebbe voluto conoscerti anche lui,ma sicuramente ci rivedremo!

  2. robyt scrive:

    Draquila dovrebbe essere proiettato nelle scuole per far capire qualcosa della storia contemporanea.

  3. GabyTac1994 scrive:

    Grazie Licia, per questa testimonianza!
    Mi ha fatto venire le lacrime agli occhi, nonostante questa realtà faccia parte del mio quotidiano.
    Spero torni presto a L’Aquila per un nuovo libro e di riuscire ad incontrarla questa volta! :)

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