Archivi del mese: gennaio 2014

Belle Addormentate spaziali

Era il 2004. Dieci anni fa. All’epoca la laura in fisica si conseguiva discutendo la tesi e una tesina che veniva scelta tra due che erano state preparate dal candidato, e che fossero di argomento diverso da quello della specializzazione. Se ti stavi laureando in astrofisica, la tesina non poteva parlare di astrofisica.
All’epoca, Giuliano era in Cile per la tesi di laurea. Visto che per tutta una serie di ragioni era costretto a laurearsi a luglio, un paio di settimane dopo il suo ritorno in Italia, io gli diedi una mano con una delle due tesine – che per altro poi neppure discusse, perché gli chiesero l’altra – mettendomi a reperire in giro il materiale che gli sarebbe servito per scriverla, e andando a parlare al posto suo coi professori, visto che lui stava dall’altra parte del mondo. La tesina verteva su Rosetta.
Passo indietro. Immagino più o meno tutti abbiate familiarità con la stele di Rosetta: si tratta di una stele, appunto, col medesimo testo – una specie di panegirico di un re in occasione dell’anniversario della sua incoronazione – in greco ed egiziano. La sua scoperta fu una tappa fondamentale della traduzione dei geroglifici.
La Rosetta di cui invece avrete sentito parlare questa settimana, e di cui parlava la tesina di Giuliano, è una sonda che è stata lanciata nel 2004. Si chiama così proprio dalla stele di Rosetta. Per quanto ci piaccia credere di sapere ormai più o meno tutto sull’universo, in realtà sono tantissime le cose che ancora non sappiamo, persino dei dintorni della Terra. Per esempio, non abbiamo completamente chiaro il rapporto tra asteroidi e comete. Ok, i primi sono oggetti preminentemente rocciosi, le seconde sono “palle di neve sporca”, secondo una definizione piuttosto diffusa. Ma una cometa può diventare asteroide, magari perché ha un nucleo roccioso che viene “scoperto” quando tutto lo strato ghiacciato superficiale viene sciolto? Inoltre, le comete e gli asteroidi sono quanto rimane della nube dalla quale si è formato il Sistema Solare, e quindi sono una specie di “fossili” astronomici che possono darci informazioni sulla composizione di questa nube primordiale, e dunque su come dalla nube si siano formati i pianeti. C’è poi la teoria della panspermia, secondo la quale addirittura le comete hanno portato la vita sulla Terra. La teoria è diventata famosa quando nel 2006 venne annunciato che nei detriti di una cometa raccolti dalla sonda Stardust erano state trovate molecole organiche. Insomma, le comete sono interessanti e nascondono ancora parecchi misteri. Rosetta, come la stele, si propone di decifrarli.
Rosetta, vi dicevo, è stata lanciata nel 2004. Ha compiuto un viaggio lunghissimo, che trovate illustrato in questo video.

La tesina di cui vi parlavo si concentrava proprio sulle caratteristiche meccaniche (nel senso della branca della fisica, la meccanica, appunto, che studia il moto dei corpi) del viaggio. Come vedete, più volte Rosetta sfrutta l’effetto fionda, ossia vola vicino ad un pianeta per sfruttarne la spinta gravitazionale e guadagnare velocità. Infatti, l’obiettivo di Rosetta è la cometa 67P/Churyumov-Gerasimenko, che attualmente si trova dalle parti di Giove, e nessun razzo è in grado di spedire direttamente una sonda fin là. Durante il suo viaggio, non è stata con le mani in mano: ha misurato il campo magnetico di Marte, fatto foto di asteroidi, osservato la coda di detriti di un asteroide, confermando che non si trattava di una cometa. Poi, nel 2011, è stata spenta. Lo shut-down è stato fatto per preservare gli strumenti e le funzionalità della sonda fino al suo arrivo nei dintorni della cometa. Dopo circa tre anni, era previsto che Rosetta si svegliasse, e lo facesse da sola, senza comandi da Terra. Il risveglio è avvenuto proprio in questi giorni, nello specifico il 20 gennaio. Il risveglio era ovviamente un momento delicatissimo: per 31 mesi la sonda è stata spenta, e non ha neppure comunicato con la Terra, mentre si apprestava a raggiungere il suo obiettivo, che, ve lo ricordo, sta a quasi 800 milioni di chilometri dalla Terra (per un raffronto, la Luna dista circa 400 000 km). Le comunicazioni da parte di Rosetta al momento impiegano quasi 45 minuti per arrivare fino a noi. E insomma, se non si fosse accesa sarebbe stato un bel problema. Ma l’ha fatto. Il controllo a terra dell’ESA (European Space Agency, Rosetta è una sonda europea) si è messo in ascolto e il 20 Gennaio, alle ore 18.18 ora di Greenwich, a Terra è arrivato questo segnale qua

segno che la Bella Addormentata c’era risvegliata. Questa, invece, è stata la reazione degli scienziati coinvolti nel progetto

:P . Sono anni di lavoro che trovano compimento nel giro di pochi minuti. Io, per altro, mi commuovo sempre un po’ quando immagino che ci sono prodotti dell’intelletto umano in giro per lo spazio, così lontani da noi che noi non potremo mai raggiungerli, e che dimostrano che quando ci mettiamo di buzzo buono, quando usiamo il cervello per qualcosa di utile e creativo, siamo in grado di fare grandi cose.
Comunque. La storia di Rosetta è solo all’inizio. Una volta raggiunta la cometa 67/P-CG, Rosetta si metterà in orbita attorno ad essa. Piccola digressione: come vi dicevo, una cometa è un oggetto composto principalmente di ghiaccio e detriti. Gira intorno al Sole tipicamente con orbite molto eccentrice (ossia a forma di ellisse molto allungata); quando si trova vicino al Sole, il suo calore fa fondere lo strato di ghiaccio superficiale che, spazzato via del vento Solare (le particelle cariche emesse dal sole), forma la famosa coda. In verità di code ce ne sono due: una fatta di polvere, più pesante, l’altra di gas in stato di plasma, uno stato particolare della materia. Le code in genere sono separate, poiché quella di polvere si incurva nella direzione dell’orbita. Un’immagine vale più di mille parole: questa qua sotto è Hale-Bopp, una cometa meravigliosa che ho avuto modo di ammirare in tutto il suo splendore da ragazzina (e vi assicuro che era uno spettacolo mozzafiato, in condizioni di cielo particolarmente buio era enorme). La coda azzurra è quella di plasma, e si vedeva ad occhio nudo.


(http://siriusalgeria.net/HaleBopp.htm)

Ecco, per la prima volta Rosetta seguirà una cometa in tutte le sue fasi, per studiare come si comporta lungo l’orbita e per studiarne la struttura e la composizione. Inoltre, c’è di più: Rosetta ha un lander, ossia un robottino che si prevede atterrerà sulla cometa. Avete capito bene: un robottino tipo Spirit e Opportunity, che stanno su Marte, che atterrerà su una cometa. Che è una cosa che non ha mai fatto nessuno. Ora, atterrare su una cometa non è proprio una cosa facilissima. Saprete che noi possiamo camminare sula superficie della Terra perché c’è una forza, che si chiama forza di gravità, che ci tiene incollati al suolo. La forza di gravità è proporzionale alla massa: più è grande la massa, più è grande la forza. La massa della Terra è di 5 974 200 000 000 000 000 000 000 kg; quella della cometa 67/P-CG è stimata essere 3 140 000 000 000 kg. In soldoni, più o meno 1000 miliardi di volte più piccola. La forza di gravità sulla cometa 67/P-CG è insufficiente a tener fermo sulla sua superficie un robottino, che dovrà ancorarsi con una specie di arpione. È una cosa difficile, ma noi terremo tutti le dite incrociate perché riesca. In ogni caso, la missione Rosetta sarà un successo indipendentemente dal fatto che Philae – il lander si chiama così – riesca o meno ad ancorarsi alla cometa.
Insomma, per usare termini scientifici, io Rosetta la trovo una figata :P . Spero di aver convinto anche voi.

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Disintossicarsi

Quando, nel 2000, entrai nel mondo della rete mi sembrava tutto meraviglioso. Fino a quel momento avevo ammorbato solo parenti e amici con le mie analisi prolisse di film e libri. All’improvviso potevo metterle per iscritto – cosa che mi dava una soddisfazione n volte maggiore – e discuterle con gente flashata almeno quanto me, se non di più. Ricordo i lunghi post scritti offline sul forum dei Cavalieri dello Zodiaco, l’ora online che mi concedevo col 56K, per evitare di spendere troppo, il primo “radical chic” che mi beccai sul forum di Repubblica, nel 2001, perché ero contraria all’intervento in Afghanistan.
Se guardo il rapporto che ho oggi con la rete, mi domando come può essere andata a finire così. La rete, nella mia vita, ha sostituito la tv. Non che la guardassi così tanto, ma l’ho spesso usata per svuotarmi la testa, riposarmi quando ero troppo stanca. Ho smesso di farlo quando ha iniziato a farmi incazzare per la pochezza devastante dei programmi che seguivo, e poi era appunto arrivato il nuovo giocattolino, quel web che prometteva meraviglie. Adesso, uso Internet sostazialmente per abitudine, e perché è l’unica cosa che mi vuoti davvero la testa. Stop. Non riesco più a ricordare quand’è stata l’ultima volta che ho fatto un uso proficuo della rete. Sì, qualche articolo interessante prontamente linkato su Facebook o Twitter, ma poi? Per il resto vuote discussioni infinite, in cui ognuno tiene il suo punto fino alla morte, senza che una volta, una sola, abbia visto qualcuno cambiare idea, o l’abbia fatto io. Oppure bufale a tonnellate, “condividi se hai un cuore”, così tante e in giro da così tanto tempo che occorrerebbero quattro vite per confutarle tutte. E poi sempre le stesse dinamiche ripetute all’infinito, prima gli applausi, poi gli sputi, le conventicole, il cinismo…ma pure basta.
Adesso, lo so, parte l’ovvia contestazione: che senso ha dire tutte queste cose su un blog, prodotto, se pure un po’ obsoleto, del web 2.0? È il solito snobismo da sinistra sempre perdente, che sputa nel piatto in cui mangia.
Lo confesso: sono dipendente. Non riesco più a immaginare la mia giornata senza la mia dose quotidiana di rete. Anche se ormai è più il tempo che passo ad incazzarmi e ad avvolgermi in discussioni inutili – e soprattutto ripetute all’infinito in tutte le salse – che a divertirmi. Come uno che fuma 40 sigarette al giorno, e non se ne gode più neppure una.
Probabilmente è colpa mia. Del carattere egocentrico di scrittrice, convinta che se si ha un’opinione la si debba condividere, o forse del lato di Internet sul quale mi sono concentrata con gli anni, quello dei forum prima, dei blog in mezzo, e dei social network poi. Ma inizio a credere di dover ripensare completamente il mio rapporto con la rete. Che così non funziona più, che così non mi diverto più e non mi è più neppure utile. Vorrei ritrovare il piacere dei primi tempi, in cui il tempo che si trascorreva connessi era limitato, e forse per questo le parole misurate, gli insulti meno onnipresenti, la banalità sotto il livello di guardia. Forse è un passato mitico che non è mai esistito, e sono io che con gli anni, invece di smussarmi, di diventare una placida riformista, divento sempre più radicale e intollerante verso un mondo in cui non mi riconosco più. Boh.
Restp convinta che un buon 80% del problema sono io e il mio modo di usufruire della rete, ma che sotto c’è anche un problema più generale dell’uso che abbiamo deciso di fare di questo strumento. Non sto invocando le leggi speciali, la chiusura del web e tutte le accuse che in genere si muovono a chi dice quel che ho appena detto io. Vorrei solo più consapevolezza, più riflessione, più educazione all’uso del mezzo. Tutte cose che non nascono né si sviluppano online, ma che si conseguono prima fuori, nella vita di tutti i giorni, e poi nel web.
Nel frattempo…non lo so. Si accettano consigli. Secondo voi come ne esco?

P.S.
Sì, lo so, sarà l’ottordicesimiliardesimo post su questo blog sull’argomento. È che devo avere dei problemi alla memoria a breve termine, perché, nonostante sia a contatto con la pochezza dei cintenuti di certi web da svariati anni, resto basita ogni volta. Starò invecchiando male…

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Non è un gioco

Ieri sera ho registrato la puntata di Presa Diretta dedicata al Metodo Stamina, e oggi pomeriggio me la sono guardata. Per carità, tutto è perfettibile, e io poi sapevo già più o meno tutto – ma perché avevo attinto a duecento fonti differenti in questo anno e passa in cui ho seguito tutta la vicenda, in tv nessuno mai aveva messo tutto insieme e con tale chiarezza – ma devo dire che c’è un abisso, un abisso tra il modo in cui Iacona e il suo team ha trattato questa storia e quello usato dalla gran parte di altre trasmissioni televisive che se ne sono occupate prima. Poco spazio al patetismo spicciolo, all’inquadratura del bambino malato, se non per la splendida parte finale, in cui finalmente il dolore viene trattato con dignità e rispetto, molto più a dati, fatti e pareri. Soprattutto tanta scienza. Se vi siete persi la puntata, vi consiglio di rivedervela qua. E secondo me le cose più significative, più tremende, le dicono proprio Vannoni e Andolina. Questo per tutti quelli che “il complotto, Big Pharma, la scienza ufficiale”.
Mi sono interessata alla faccenda Stamina pressoché da subito, da quel primo articolo che colsi su Repubblica, anno domini 2011, in cui si diceva che a Brescia i NAS avevano costretto ad interrompere un trattamento con le staminali. Come molti, credetti si trattasse di una questione di ricerca scientifica e delle controverse norme che regolano quella sulle staminali, ma mi accorsi ben presto che si parlava di tutt’altro.
Stamina mi interessa perché credo rappresenti l’immagine di ciò che in futuro accadrà sempre più spesso. Viviamo in tempi in cui la scienza è sotto attacco, in cui nessuno sa più cos’è il metodo scientifico, e la cosa non viene considerata una vergogna, anzi. Viviamo in tempi in cui l’ignoranza non viene più considerata una condizione da colmare e correggere, ma qualcosa portatore di una verità ulteriore e più profonda di quella che si può ottenere con la scienza: la verità del buon senso, della chiacchiera da Bar Sport, del “io non sono medico, fisico, meterologo, però…”. E questo capovolgimento non può che condurre a esiti come quello di Stamina, accelerati da questo strumento che ancora non siamo in grado di sfruttare al massimo delle suo potenzialità: la rete. Credevamo che il web ci avrebbe fatti tutti più consapevoli, informati e colti. È diventato la cassa di risonanza di ogni bufala possibile e immaginabile, proparlata all’infinito con un click, un caos multiforme in cui la notizia attendibile sta di fianco alla cazzata bella e buona, e in cui capire cosa è vero e cosa non lo è è diventato impossibile. Mettete insieme queste due cose e avrete Stamina. Non che prima queste cose non succedessero. Ma si sperava avessimo ormai gli anticorpi per combatterle. Non è così.
La scienza, è ovvio, non dà tutte le risposte. Ci sono persino domande che non ha senso porre alla scienza. Ma ci sono ambiti in cui solo la scienza può darci le risposte. L’ho detto un sacco di volte, lo ripeto: la scienza è uno dei pochi ambiti umani in cui si hanno criteri di verità univoci, in cui è possibile stabilire un metodo che permette di discernere le fantasie dalla verità. Perché vogliamo sputarci sopra?
Può sembrare innocuo far girare su FB per l’ennesima volta la bufala dei vaccini che causano l’autismo. Non lo è. Con un semplice click non si fa altro che diffondere disinformazione, sostenere l’ignoranza di cos’è la scienza, come funziona e che risultati ci ha fatto ottenere da quando esiste. E i frutti li vediamo ora: preparati dalla composizione ignota iniettati a malati gravi, gente che si cura il cancro con l’aloe, ricomparsa di epidemie di malattie che si speravano debellate.
È la nostra salute, la nostra vita a essere in pericolo. Ogni singola volta che preferiamo il sentito dire al rigore della scienza, il “ma al cugino di mio fratello pare abbia funzionato” al test in doppio cieco.
Pensateci, per favore. Pensateci perché non è un gioco. Non lo è mai stato, ora meno che mai.

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Roma

Recentemente – sempre col solito ritardo di un paio di generazioni di cui vi dicevo ieri :P – ho visto La Grande Bellezza. Per la verità sono ad una visione e mezza (finisco stasera); coi film di Sorrentino mi capita sempre così, devo vedermeli un paio di volte per apprezzare al meglio. La prima visione è un po’ un’indagine esplorativa, con la seconda non ho più la sensazione di muovermi in territorio sconosciuto, ed è come se tutti i pezzi andassero al loro posto. E, niente, mi è piaciuto moltissimo. Ci ho trovato alcuni difetti, ovvio, la perfezione non è di questo mondo, ma ha una colonna sonora dalla quale sono diventata immediatamente dipendente, una fotografia da urlo (e grazie, un nome una garanzia, Bigazzi) e riesce a dire cose che io non sono mai stata capace di esprimere. Innanzitutto sul rapporto scrittura/vita, sul mentire per dire la verità e sul vivere per raccontarla, ma soprattutto riesce a rendere in modo impressionate quel che sento per la mia città.
Ho parlato miriardi di volte del mio rapporto complesso con Roma. Le radici del mio amore odio credo vengano da lontano: innanzitutto dal fatto che sono figlia di immigrati, e che tutte le mie radici stanno 200 km più a sud di qua. I miei non si sono mai davvero adattati alla vita in questa città, e questa cosa per osmosi è passata anche a me. Ma non credo sia solo questo. Forse è anche che quando vivi a Roma in qualche modo ti senti obbligato ad amarla. Lo capisci dalle facce che fa la gente quando gli dici dove sei nato e dove vivi, dall’ammirazione e dall’invidia, dallo stupore quando gli spieghi che no, non senti un gran senso di appartenenza per questa città. E del resto hanno ragione loro. Roma è una delle città più belle del mondo, non c’è niente da fare. Non puoi passare dieci minuti tra le strade del centro senza percepire chiaramente questa bellezza assolutamente tremenda, alla quale davvero non puoi resistere. Roma è bella, è un concetrato di tutto quanto di bello l’Italia ha prodotto negli anni in cui era ancora un centro culturale, e sono stati secoli lunghissimi. E nel film di Sorrentino Roma è fotografata come non mai; nonostante le immagini siano tutte quelle “da cartolina”, il ritratto della città che ne viene fuori non è per nulla stucchevole o banale. È appunto quello di una grande bellezza, qualcosa di soverchiante. Perché il problema tra me e Roma sta tutto qua, in quell’aggettivo. Roma è troppo. Troppo grande, troppo bella, troppo estranea. E questa cosa l’ho ritrovata identica nel film. Il modo in cui Gep si muove per la città è il modo in cui mi ci muovo io: intorno a me tutto mi sembra estraneo e distante. Sì, bello, infinitamente bello, ma al tempo stesso algido, impersonale. C’è un distacco netto tra Gep e Roma, un distacco che poi, a dirla tutta, è quello che tante volte lo scrittore ha rispetto alla vita. È il problema del “vivere per raccontarla”, come dicevo: una parte di te sarà sempre e soltanto spettarice, come avere un mini-giornalista in testa 24 ore su 24 che non fa altro che appuntare tutto quel che vedi e senti, e ti suggerisce “questo devi scriverlo, devi raccontarlo”. A me succede piuttosto spesso, ma con Roma questa cosa è evidente. Lo faccio dire a Sofia nel primo libro de La Ragazza Drago, perché lo penso da anni: non riesco a sentirmi parte di Roma. Mi domando anzi come sia possibile appartenere ad un posto del genere, così immenso e bello da non poter essere contenuto in un solo cuore. Saranno i turisti, cui si concede sempre con grande generosità, o i segni che hanno lasciato le generazioni, infinite, che l’hanno abitata e che hanno lasciato un segno nei suoi palazzi e nei suoi monumenti. Non lo so. So solo che resta altro da me, e quando mi muovo per le sue strade, mi sento sempre turista. E queste sensazioni le ho ritrovate nel film.
Ora, probabilmente è solo una mia impressione. Altre persone che hanno visto La Grande Bellezza non condividono questa mia interpretazione. E poi il film parla anche di altro, del vuoto, soprattutto, del vuoto che siamo diventati e che ci abita, dello sfacelo di questa società in pezzi, a partire dalla testa e dai supposti intellettuali, e di ciò cui possiamo aggrapparci, quegli squarci di verità che cerchiamo tutta una vita. Ma secondo me la potenza delle grandi opere d’arte sta in questo: nella capacità di adeguarsi al vissuto di ognuno, e di raccontare a ciascuno una verità che gli appartiene. Questa è la mia. Un altro pezzetto, potete trovarlo qua, detto peggio, perché il mio mestiere è scrivere, ma comunque espresso.

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Embè? + news su Orologi Senza Tempo

Come al solito, entro nella polemica del momento con quel comodo ritardo di tre o quattro eoni che mi contraddistingue. È che durante le feste mi piace starmene per i fatti miei, godermi la pace quiete domestica e prendermi un po’ di riposo dalla rete.
Vabbeh, comunque, la polemica del momento, se seguite le vicende del web dovreste saperlo, sono gli auguri di morte a Bersani. Ora, sarà che sto in rete dal 2000 e rotti, sarà che ho visto nascere e morire i blog, Myspace, visto nascere Facebook e Twitter e via così, ma tutte queste storie non solo non mi stupiscono, ma iniziano anche un po’ ad annoiarmi.
Le riflessioni che voglio fare sull’argomento, sono sintentiche e sono sostanzialmente la tre. La prima è: embé? Cioè, voglio dire, dov’è l’elemento di novità in gente che insulta online? Ormai la rete sembra servire solo a quello: siccome siamo tutti frustrati nella vita di ogni giorno, per fortuna c’è la rete che mi permette di sfogarmi a costo zero. Tra l’altro, questa degli haters è la storia più vecchia del mondo: quando saltano le convenzioni sociali – e in rete questo accade, perché c’è l’anonimato e comunque l’insulto viene percepito come qualcosa di privo di conseguenze – la gente si comporta in modo bestiale, senza offesa per le bestie, che molto spesso son meglio di noi. Non mi stupiscono quindi gli auguri di morte: sono cose che succedono tutti i giorni, online, e sono frutto del particolare clima che si è instaurato in rete.
Seconda cosa: nonostante il web 2.0 sia tra noi già da un bel po’ di anni, sembra che la gente non abbia ancora chiaramente capito come funziona. Quel che scrivi in rete è virtualmente immortale, e lo possono leggere tutti. La maggior parte degli utenti, invece, si comporta come se i suoi messaggi potessero essere letti da quattro gatti e fossero effimeri. Me ne accorgo dal quantitativo di gente che fa gaffes di vario genere nei propri stati FB e Twitter, o che ad esempio mi insulta senza accorgersi che sono taggata in quello specifico post. Io probabilmente esagero, ma mi comporto sempre come se mi leggesse il pubblico più ampio immaginabile (anche perché più di una volta miei post o tweet sono arrivati ben più lontano di quanto immaginassi). Può non sembrare, ma quel che posto è ponderato, e finora mi sono pentita di pochissime mie esternazioni online. Mi pare però che questo non sia l’atteggiamento dell’utente medio, che invece parla senza filtro alcuno, come se davvero stesse scrivendo sul diario personale.
Ultimo: non si può pensare che il clima generale di odio e insulto che anche la politica ha contribuito a creare non dia i suoi frutti. Ormai il confronto politico non esiste più: esiste solo lo scontro, basato il più possibile su accuse, recriminazioni e palesi insulti. Forse chi li scrive e li pronuncia in pubblico pensa che si tratti solo di parole, che verba volant e morta là. Invece le parole hanno sempre un peso, sedimentano, modellano il dibattito pubblico. La gente le recepisce e le assorbe, e si adegua, non vede granché differenza tra la metafora dello slogan “i politici sono tutti morti” e augurare davvero la morte ad un politico malato. È la potenza delle narazioni, questa, una cosa che ci dimentichiamo pressoché sempre. Occore stare attenti a quel che si dice, sempre, perché non è vero che tutto passa, non è vero che sono solo slogan e parole vuote.
Comunque, sono tutte cose già dette da altri e meglio di me. Ma mi andava di ribadirle, via :) .
Piuttosto, a proposito di parole che – si spera – possano cambiare le cose, come forse saprete questo sabato ho partecipato all’edizione invernale del Cavacon. Nello specifico, ho partecipato alla presentazione di Orologi Senza Tempo, l’antologia fantasy che ha come scopo la raccolta fondi per la ricostruzione della Città della Scienza. Qui un breve post che vi ricorda cosa è accaduto quasi un anno fa a Bagnoli. Qui, invece, la registrazione della presentazione. Sono piuttosto balbettante, lo so, ma questo è un progetto cui tengo davvero molto, che sento parecchio, e quindi l’emozione non manca.
Infine, a questo link è possibile preordinare l’antologia, che sarà in fumetteria da marzo, e in libreria da giugno. Vi ricordo che gli autori partecipanti sono Francesco Falconi, Barbara Baraldi, Cecilia Randall, Leonardo Patrignani, Emma Romero, Emilio Zagara e io, ovviamente. La copertina è di Paolo Barbieri. E insomma, prendetelo, è l’occasione per fare una piccola cosa, e cercare di riprenderci quel che il rogo di Bagnoli ci ha tolto. E poi è bella, giuro :P .

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Orologi Senza Tempo

Brevissimo reminder: domani 4 Gennaio 2014, ore 15.00, potrete incontrarmi a Cava de’ Tirreni in occasione della Winter Edition del Cavacon. Si presenta l’antologia Orologi Senza Tempo, cui ho partecipato col racconto Acqua e Fuoco, e che ha lo scopo du raccogliere fondi per la ricostruzione della Città della Scienza di Bagnoli. Per chi può e vuole, a domani!

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Happy Wicked New Year!

In senso buono, ovviamente :P .
Photocredit Rossella Rasulo

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