Jungle e giardini

L’altro giorno ho partecipato alla lezione aperta di musica all’asilo di Irene. Sì, all’asilo di Irene fanno musica. No, non suonano strumenti, non fanno solfeggio, non studiano la musica in senso stretto. Il corso è più una specie di educazione all’ascolto, che serve più che altro ad abituare i bambini al linguaggio musicale. E insomma, a fine anno si fa la lezione aperta, che è appunto una lezione come le altre, ma con la partecipazione dei genitori. E, niente, mi sono divertita un sacco. Non si usano quasi per nulla le parole, non si fa altro che vocalizzare, si ride un fracco, si fanno giochi e si balla. Fantastico. Tutto l’asilo dovrebbe essere così. Sì, ok, la disciplina, le regole, tutte cose importanti anche a quattro anni, ma a quest’età magari è anche importante imparare le cose divertendosi. La cosa più bella in assoluto è che non c’erano risposte sbagliate o risposte esatte, bravi bimbi e bimbi cattivi, e anche le chiacchiere, i versetti e le risate servivano da spunto per una canzoncina o un ritornello. Ora, non è che io abbia problemi coi voti e tutto il resto. Solo che noi genitori tendiamo ad essere ossessionati dal risultato. Già prima ancora dell’asilo è una rincorsa a chi parla prima, a chi fa prima il disegno, a chi colora esattamente nei bordi e a chi sa cantare alla perfezione la canzone di Frozen. Sembra sempre una gara, e chi non è nei primi sembra tagliato fuori: ce la farà poi a imparare a leggere e a scrivere nei tempi prescritti? Avrà una buona carriera? Sarà capace di interpretare il mondo?
Ho ritrovato questa sindrome descritta perfettamente in uno splendido libro che ho da poco finito di leggere, Il Nero e l’Argento di Paolo Giordano (che vi stra-consiglio), che parla di tutt’altro, ma che ha alcune pagine di incredibile profondità sulla genitorialità (tanto più straordinarie per un autore che, se non erro, non è padre). E lì c’è quest’ossessione per il figlio perfetto, precoce e intelligente, sempre pronto ad affrontare da vincente le sfide della vita.
Io quest’ossessione ce l’ho sempre avuta su di me. Ho sempre desiderato primeggiare, anche se in verità mai nessuno mi ha obbligata ad essere sempre la migliore. L’etica che i miei mi hanno insegnato è piuttosto quella dell’impegno, del fare sempre del proprio meglio, che non significa affatto essere la migliore. Io invece non faccio altro che confrontarmi di continuo con ipotetici competitori, e deprimermi a manetta se non riesco a vincere. Aut Caesar Aut Nihil, stava scritto sul mio diario delle superiori, il motto di Cesare Borgia, se non erro. Non ho schiodato da lì di una virgola, da allora, tanto che faccio sfide anche in piscina, quando cerco di superare il mio vicino di corsia.
Ora, ognuno si impone le torture che preferisce. Inizio ad essere vecchia per cambiare certe cattive abitudini, e probabilmente questa stupida fissazione del primo posto mi avvelenerà per sempre. Ma imporla alla prole, no, proprio no. Per questo mi è piaciuta quella mezz’ora di musica in cui ho cantato, ballato, e fatto la scema con mia figlia, come nostro solito. Perché mi ha insegnato a non star lì a inseguire sempre il risultato, ma semplicemente a godermi il momento: la bellezza della risata di sei bimbi in una stanza, il piacere di muoversi al ritmo di una canzoncina, il divertimento di qualche giochino da fare tutti assieme. Non bisogna per forza essere i primi per essere felici, per godersi il mondo fino in fondo. Anzi, a volte la stupida ossessione del podio rovina tutto: quando sei in cima hai paura della caduta, quando non lo sei continui a guardare in alto, cercando ossessivamente di capire perché non sei lassù. Non è così che funziona, non è così che voglio funzioni per Irene. Mi devo dare una calmata, smettere di preoccuparmi, e godermi l’attimo, come quel pomeriggio là senza voti e senza competizione. Il mondo mica sempre è una jungla: spesso è solo un giardino che chiede di essere esplorato con la mente e gli occhi ben aperti.

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8 risposte a Jungle e giardini

  1. Marina scrive:

    Ho trovato il mio nuovo motto.
    Grazie.

  2. Nihal scrive:

    Il problema non è tanto voler primeggiare, ma sentirsi derisi se non si riesce. E, beh, una volta su un milione si riesce, dal momento che ognuno di noi è tagliato solo ed esclusivamente per un cosa, il resto è solo ispirazione… E una cosa ancora più brutta è quando sai di star dando il massimo e ti denigrano. E la cosa peggiore di tutte quando hai un obiettivo e un tuo modo di raggiungerlo e tutti – TUTTI – dicono che non ce la farai, che stai sbagliando tutto, anche quando non ne sanno niente di ciò che stai facendo. Lo fanno per sentirsi migliori di te.
    Ecco perché non bisogna voler primeggiare – o almeno cercare di non farlo – perché poi a rimetterci sono gli altri. E noi siamo odiati.
    Bel post

  3. Aurora98` scrive:

    Post meraviglioso.

  4. Gio scrive:

    L’aspetto peggiore dell’essere figli unici (dopo i 12 anni) non è tanto la pressione diretta da parte della famiglia, quanto il fatto che i genitori tendono a identificarsi in te e quindi a considerare ogni vittoria o sconfitta un risultato loro personale. Di conseguenza, il tuo senso di colpa se deludi le aspettative è altissimo.
    E lo dico alla veneranda età di 28 anni, quando ormai si presume che io mi sia affrancata dal giogo :-)
    (lì per lì avevo letto “Aut Caesar aut Nihal”, mi sembrava un po’ eccessivo in effetti :-D )

  5. lol scrive:

    AUT CAESAR AUT NIHAL

  6. Valberici scrive:

    Si, è stato così anche per me. Anche se io non inseguivo il podio ma il momento, lo splendido istante. Ma era un istante molto diverso dal l’epifania di bellezza che tu descrivi.
    Comunque ci sono due cure infallibili per queste “sindromi”, una terribile tragedia o una famiglia da amare.

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