Archivi del mese: luglio 2014

Letture sotto l’ombrellone

L’ho già segnalato su Twitter, ma repetita iuvant, tanto più che è un progetto cui ho lavorato molto e cui tengo. Questo mese Wired esce con un numero speciale che raccoglie racconti di vari autori: ce n’è anche uno mio, W. Ad alcuni di voi questo titolo non sembrerà nuovo; in effetti è la versione definitiva di un racconto che ho cominciato a scrivere nel 2007, ho rielaborato nel 2011 per un sito, e infine portato a forma definitiva in quest’occasione grazie anche ai consigli del sempre preziosissimo Sandrone Dazieri. Ha molto a che fare con la fisica, quindi vi invito a leggerlo e a farmi sapere che ne pensate :) .
En passant, vi ricordo che Orologi Senza Tempo è disponibile in libreria; è l’antologia di racconti fantastici che ha come scopo raccogliere fondi per la ricostruzione della Città della Scienza. Il mio racconto è ambientato nel mondo della Ragazza Drago.
Bon, direi che son buone letture per l’estate, non vi resta che cimentarvi :) .

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Carne

Ricordo che da bambina avevo problemi con Il Venerdì di Repubblica. All’epoca era un settimanale piuttosto diverso da quel che è oggi, c’erano parecchi più reportage e, in un periodo in cui le immagini non ci bombardavano da ogni parte senza tregua, puntava molto sulle foto. E siccome anche all’epoca c’erano guerre insensate in ogni dove, era pieno di immagini di morte. Ricordo che i miei se ne lamentavano spesso. Oggi c’è un’attenzione decisamente maggiore, nei media generalisti, all’esposizione di cadaveri in foto, ma all’epoca non era così.
Il sangue e le viscere esposte, però, esercitano da sempre sulla gente un fascino oscuro, e, nel frattempo, l’immagine non è più monopolio di chi fa foto di mestiere o è giornalista: con internet e i social network l’immagine è diventata patrimonio comune, che chiunque può prendere, modificare, creare e condividere. Così, mentre sui media generalisti le immagini dei morti sono scomparsi, i social network ne sono pieni zeppi.
In questo periodo, per esempio, FB è impraticabile. Tantissimi utenti condividono foto di bambini morti, si suppone palestinesi, o almeno come tali vengono esibiti, ma vai a sapere a quando quelle foto risalgono, o dove sono state scattate. L’obiettivo di chi condivide l’immagine è “sensibilizzare” il suo pubblico, e, in ultima analisi, spingerlo a “tifare” per la sua squadra. Perché se c’è un’opinione che agli occhi di molti serve a definirti come persona, questa è quella sul conflitto israelo-palestinese. Un’opinione sfumata non è ammessa; non vale che tu dica che è una situazione complessa e incancrenita. Devi dire da che parte stai, di qua o di là, e spiattellare morti in prima pagina è un modo per segnare chiaramente una linea, e dire a che fazione si appartiene.
Ora, a me questa roba dava fastidio quando ero bambina, ma continua a darmi fastidio oggi, forse anche di più. Nel frattempo sono diventata madre, e davvero non riesco a non vedere mia figlia in ogni ragazzino morto che mi sbattete in bacheca. Ma il problema non è soltanto la mia sensibilità. Il problema è che tipo di effetto sortisce un’immagine del genere, se davvero serve, e a cosa.
Un like non ha mai salvato nessuno, e i social network sono in assoluto il posto più autoreferenziale di Internet. Quel che nasce sui social quasi sempre rimane sui social, e non sortisce effetti sulla realtà. Quindi, l’immagine del bambino massacrato rimane là dov’è, in eterno per altro, mentre la persona che l’ha guardata al massimo si sarà commossa, schifata o si sarà fatta prendere da emozioni meno nobili e più morbose. Non credo che il bombardamento di immagini shock sposti di una virgola, ad esempio, il voto, o spinga la gente in piazza a manifestare, o ad andare a fare lo scudo umano in Palestina.
L’effetto di queste immagini è uno e uno solo: mostrare da che parte si sta. Sono uno “informato” perché so che in Palestina muoiono i bambini, e ve lo faccio vedere. Ricattatoriamente, cerco anche di portarvi nella mia fazione; voglio dire, chi può mettersi a discutere davanti all’immagine di un bambino morto? È umanamente impossibile. Se apro una conversazione con un’immagine shock, non voglio discutere, non posso farlo.
Quindi, se postate le foto per “sensibilizzare”, non serve a niente. Anzi, è ben noto che l’esposizione a immagini scioccanti desensibilizza, piuttosto. A furia di vedere morti ovunque mi abituerò ad essi, e la reazione non sarà più che un’alzata di sopracciglio. A meno che non si alzi l’asticella del buon gusto, mostrando roba sempre più gore, che è poi quel che la gente vuole. Ma questa è direttamente pornografia della morte.
Infine: ma è morale postare immagini del genere? Io non credo, e per un fatto semplicissimo: io mai vorrei che una foto del genere di un mio congiunto venisse condivisa col mondo. Non potrei tollerare che la persona che ho amato venga ricordata in eterno come un cranio spaccato, un’arto amputato, una testa tagliata. Sarebbe una violenza senza pari per me e anche per la persona morta. Ma qualcuno l’ha chiesto a quei genitori se volevano che la foto dei figli morti andasse sulle bacheche di mezzo mondo, sopra il “video che ha commosso il web” e sotto la foto di un gattino? Qui in occidente le foto dei bambini devono sempre essere oscurate, e solo i genitori possono autorizzarne la diffusione. Coi morti del medio oriente tutti questi scrupoli non ce li facciamo. È testimonianza.
Ora, per carità, c’è un filone intero di giornalismo che basa il proprio effetto testimoniale sull’esibizione dell’immagine, e non starò a questionarne la liceità, anche se, personalmente, gradirei che la morte venisse sempre rispettata (anche la famosa foto dei due abbracciati sotto il crollo della fabbrica indiana a me ha dato fastidio, per dire). Il problema è che è anche una questione di contesto. Una cosa è un giornale, un reportage che unisce parole e immagini, un’altra è una bacheca FB, in cui tutto si mescola a tutto, in cui dividere la cazzata dalla cosa seria è impossibile. FB non è il posto giusto, punto.
A volte mostrare ha un senso ed è necessario, ma l’esibizione di corpi così, un tanto al chilo, fuori contesto, e nell’ambito di un tifo da stadio per una cosa tragica non serve a niente. Tanto più che ci sono altri modi, secondo me, ti sensibilizzare le persone. Ve ne indico uno che mi ha molto colpita ieri.

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Niente sangue, niente dignità dei morti calpestata; solo una domanda e una richiesta di empatia, che è l’unica cosa che va di noi davvero esseri umani.

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Autori Sotto la Torre

Dunque, rapido post di aggiornamento su uno dei miei ultimi spostamenti di quest’estate. Stasera, 10 luglio, ore 21.15, potremo incontrarci a Forlì, in Corso della Repubblica 146. Staremo all’aperto, sulla strada chiusa al traffico e allestita con sedie e palco. Sarà il mio ultimo incontro per almeno un mesetto, poi si riprenderà verso settembre. Insomma, approfittatene, che per altro sarò blu ancora per pochi giorni e dunque ci saranno anche le foto limited edition :P .
A stasera!

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Monaco: una dichiarazione d’amore

Dieci giorni fa, il mio viaggio verso Breslavia mi ha condotta per un’ora a Monaco. Già solo l’idea mi smuoveva qualcosa dentro. Ma quando ho visto la città dal cielo, nella lenta discesa verso l’aeroporto, ho improvvisamente capito quanto mi mancasse, quanto ancora faccia parte di me.
All’aeroporto ho avuto solo il tempo di prendermi un bretzel, mentre, seduta davanti al gate del mio volo per la Polonia, consideravo che i capelli blu te li guardano anche in Germania, nella mia esperienza un po’ più aperta all’eccentricità dell’Italia, ma in quell’ora ho maturato la convizione che era ora di tornare, di immergermi di nuovo nell’atmosfera della città che più amo al mondo.
Forse non tutti voi lo sanno, ma Monaco è l’unica città nella quale abbia vissuto oltre a Roma. I lettori di vecchia data forse lo ricorderanno, perché tenni un blog (ormai temo perduto con Splinder) su quell’esperienza, ma ho vissuto per lavoro a Monaco nell’inverno del 2005, ormai quasi dieci anni fa. Fu un’esperienza straordinaria, sia perché era la prima volta che vivevo lontana dai miei, sia perché lì con me, per la nostra prima convivenza, c’era Giuliano. Forse furono le condizioni particolari in cui ci vissi, o forse no, ma di Monaco sono innamorata. Rappresenta tutto ciò che amo in una città, la sento come la mia patria d’elezione, il posto in cui mi piacerebbe essere nata.
Monaco è un posto che non mi riesce di comprendere del tutto. Pur essendo una bellissima città, ce ne sono indubbiamente di più belle, compresa ovviamente la mia città natale. Ma ha qualcosa di particolare che la rende unica, che la fa amare. Mi piace arrivare a Marienplatz, ogni volta che vado, e studiarne il profilo gotico. Mi piace andarmi a bere una birra in uno dei locali della città, e mangiarmi quelle salsicce così diverse dalle nostre. Mi piace aspirarne il profumo, un profumo caratteristico che non saprei descrivere, che a volte colgo nei posti più distanti dalla Baviera, e mi fa subito pensare a lei. Mi piace passeggiare per l’Englischer Garten, o anche solo prendere la metro. Mi piace guardarla dalla stanza d’albergo, sempre la stessa da un po’ di anni, perché ci ricorda il piccolo appartamento in cui vivevamo, o immergermi tra le strade, straniera tra stranieri.
Non capita solo a me. Chiunque conosca che ci ha vissuto ne ha un ricordo dolce. Lascia qualcosa dentro, che poi non va più via. Una mia amica, qualche giorno fa, ha detto di volerci ritornare perché le manca. E ricordo altre persone che ci hanno vissuto parlare come di un posto fantastico, in cui la gente, per strada, sorride. Ed è vero. La gente sorride. Per un romano, costretto a una vita che è uno slalom continuo tra complicazioni di affari semplici, è qualcosa di straordinario.
Io non so quale sia il segreto di Monaco. Non so cos’abbia nell’aria che la rende quella città speciale che è. So che il mio tempo sta scadendo, che presto sentirò la sua mancanza nella carne, come un bisogno fisico, e allora di nuovo prenderò l’aereo, o salirò in macchina, e arriverò fin lassù, nel cuore della Baviera. Perché è bello avere una patria d’elezione, un luogo in cui forse non si vivrà mai, ma che c’è, esiste, a qualche centinaia di chilometri da casa tua, e nel quale, quando vuoi a puoi, rifugiarsi.

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Insieme

Già troppi anni fa ero incinta, e questo posto si riempì di riflessioni di vario genere sulla gravidanza e il diventare madre. Una delle prime osservazioni che feci fu che diventare genitori significava soprattutto non essere mai più soli. È molto vero per una donna incinta, perché per nove mesi fisicamente non si è mai soli, ma ha scoperto che vale anche dopo.
Raramente mi capita di fare viaggi di lavoro da sola. In quel caso sono sempre agitata da opposti sentimenti: da una parte l’esaltazione per la solitudine e l’idea di doversela cavare da soli, magari in un paese straniero, dall’altra il timore di non riuscirci e la nostalgia per la famiglia. Ma, soprattutto, c’è la sensazione dell’essere soli con se stessi, del dover rispondere solo a sé quando e se le cose vanno male.
La sensazione in qualche modo dovrebbe acuirsi quando vado in giro da sola con Irene. In fin dei conti, se il problema è cavarsela da soli – non ho mai avuto gran fiducia nella mia capacità di essere autonoma – con Irene il problema dovrebbe essere doppio, visto che non rispondo solo di me ma anche di lei. E invece ho scoperto che non è così. La presenza di Irene in qualche modo mi rassicura. Non mi sento mai sola o sperduta quando c’è lei. Siamo insieme e per questo solo fatto mi sembra che tutto non possa che andare bene.
Quando torno a casa la sera in macchina sono sempre un po’ agitata. Non mi piace guidare col buio, non mi fido del mio senso dell’orientamento, e non vedo l’ora di arrivare. Non così ieri sera. Irene dormiva placida sul sedile posteriore, avevamo trascorso una bellissima giornata al mare, e io ero tranquilla. E anche per tutto il pomeriggio, mentre sguazzavmo in acqua, sentivo una sensazione di sicurezza crescermi dentro. Le donne di famiglia stavano facendo una cosa assieme e si stavano divertendo.
È una cosa difficile da spiegare, questa, probabilmente anche illogica. Ma l’essere genitori risveglia risorse che neppure si credeva di possedere, e ci lascia migliori di come ci ha trovati, anche solo di un po’.

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No, l’estate no

Ogni volta che faccio presente che a me l’estate non piace e che preferisco l’inverno, in genere devo sorbirmi sguardi sconcertati e vagamente venati di riprovazione, e osservazioni sull’essere funebre e depressa. Il fatto invece è semplicissimo: io credo esistano persone che vivono bene col freddo, e persone che vivono bene col caldo. Il mio corpo, sopra i 25 gradi, tenta semplicemente l’autodistruzione.
Innanzitutto, l’ora legale. Che io odio. Odio a livello fisico. Mi scombussola, mi mette addosso una specie di ansia. Da bambina mi dava sempre un sacco di fastidio. Poi, niente, uno cresce e impara un po’ a farci i conti, ma continuo a trovare innaturale che ci debba essere luce fino alle 21.00. Ma perché? Tra l’altro, ho scoperto che c’è anche una specie di causa fisica precisa per questa cosa, connessa al cortisolo e ai ritmi circadiani.
Secondo, il caldo mi uccide. Sto fisicamente male col caldo. Mi mancano le energie, mi manca la voglia di fare qualsiasi cosa. Per altro, il caldo di Roma è una cosa devastante e infinita, che attacca a inizio giugno (a volte anche a maggio) e stacca a fine ottobre. Cinque mesi interminabili in cui devo fare i conti con questa mancanza totale di energie.
Ma, dice l’amante del caldo, il sole, il mare, il bel tempo…bisogna avere le energie per godersi questa roba, e io non ce le ho. Né la mia testa né il mio corpo funzionano bene col caldo. E per altro, trovo francamente noioso tutto questo sole. Ricordo con quale piacere mi godevo le giornate belle a Monaco, quando c’era il sole un giorno su dieci, e allora sì che era una festa. A Roma c’è il sole nove giorni su dieci: dov’è la novità o il piacere?
Quand’ero bambina potevo sopportare tutta questa roba perché, ehi, d’estate c’erano le vacanze estive, niente scuola e un sacco di avventure. Ogni anno succedeva qualcosa di nuovo, io ero cambiata e quindi anche il mondo mi sembrava diverso, e sentivo un certo senso di libertà che sperimentavo solo in quel periodo. Ma adesso quest’attrattiva è scomparsa, ed è rimasta solo la fiacca, il corpo che non funziona e la testa che ingrana sempre più difficilmente. Ormai l’unica cosa che mi fa tirare avanti sono le vacanze al mare, e i vestiti leggeri. E basta. Il resto, sofferenza.
Io vi capisco, voi che col freddo state male. Vi capisco e non vi biasimo. Allora capite anche voi me, se vorrei essere ibernata a maggio e scongelata a ottobre.

P.S.
Qualche informazione sulla mia partecipazione a Autori Sotto la Torre: sarò a Forlì il 10 luglio, ore 21.45, in Corso della Repubblica 146. Ci vediamo!

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Quindici anni

1998, credo. Roma, estate.
Sono in giro con due mie amiche al centro. Ho una gonna di lino beige lunga al polpaccio e l’adorata canottiera nera coi brillantini che ho ancora (sì, ho dei vestiti feticcio). Non sono ancora rasata, ho i capelli più o meno a caschetto. Non so quanto peso, ho già smesso di usare la bilancia da un po’.
Sono ragionevolmente rilassata e contenta, è estate e sono in giro con le amiche, va tutto bene.
Ad un certo punto, un tizio poco più grande di me, in macchina, accosta, tira giù il finestrino, e mi fa: “Ahò, lo zoo e da quella parte”. Ride e sgomma via.

2014. Roma, estate.
Sono di ritorno da una presentazione, e sono in compagnia di amici. Ho i capelli rasati blu, un camicetta nera a dire il vero un po’ invereconda sulla scollatura e una minigonna nera. Ho i tacchi nonostante i sanpietrini, e le ghette di pizzo nero al polpaccio che ho preso dall’Inghilterra (siccome le adoro, pubblicità: le trovate qua). Siamo in una gelateria. Dopo una serie di scherzi col gelataio, in cui io prometto che la prossima volta comprerò il gelato lì (stavolta non l’ho preso per le solite pippe sul peso) e gli dico che mi riconoscerà dal capello, lui butta là che mi riconoscerà per altro che non sia il blu sulla testa, anche se è sposato e padre di famiglia. Esco dalla gelateria e morta là.

Non so esattamente perché vi racconti questa cosa. Un po’ è di sicuro la rivincita delle cozze: non sono mai stata bella, non credo di esserlo neppure ora, ma a quanto pare a diciotto anni ero un cesso e a trentatré mi fanno i complimenti. Ma soprattutto è che in questi quindici anni che separano i due eventi ho capito una cosa, una cosa che credo mi sarebbe stata utile capire quando ero ancora una ragazzina: che bello, brutto sono parole un po’ senza senso. Si può passare dall’una all’altra in un battito di ciglia. A parte il peso, che è l’unica reale differenza tra le me stessa del 1998 (ma ancora non pesavo 68 kg, comunque, non credo avessi addosso più di un sei chili più di ora), non sono cambiata da allora. È cambiato tutto il contorno. È cambiato che ad un certo punto della mia vita ho deciso di assomigliare più all’immagine mentale che avevo di me stessa. È cambiato che volevo star bene nella mia carne, che non avevo più intenzione di vergognarmi a mettermi una maglietta attillata, che volevo essere come mi percepivo nella mia testa. E questo è bastato a far di me, agli occhi degli altri, una persona diversa. L’ho già detto, ho trentatré anni e finalmente ho un avatar di cui non mi vergogno, e in cui mi ritrovo perfettamente. E questo credo si percepisca. Non ho più problemi a truccarmi, anzi, ne ho fatto un’ulteriore espressione di creatività (non avete idea di quanta roba cerchi di sperimentare con ombretti et similia), non ho problemi a mettermi una gonna corta, o ad andare in giro coi capelli blu, o con le ghette. Sono io, e non ne ho vergogna. Ed è questa sicurezza che mi rende forse più interessante.
Per il resto, intendiamoci, l’aspetto fisico non mi ha mai né ostacolata né aiutata. Ho conosciuto mio marito che ero piuttosto pienotta, camminavo curva e vestivo solo con jeans e magliette, e lui s’è innamorato di me per questo. Le tette mi hanno persino ostacolata in un esame, con una professoressa che era gentile coi ragazzi e un po’ più acidella con le ragazze (ma mi mise comunque 30). Ho sempre puntato su altro, ed è con altro che ho guadagnato quel che ho: la faccia tosta, la fantasia, una certa capacità (acquisita, perché da piccola ero un disastro) nei rapporti sociali. Perché allora ad un certo punto ho voluto cambiare il mio aspetto? Per star bene con me stessa, e basta. Per non sentirmi sempre il brutto anatroccolo in mezzo alle mie amiche, che mi scelgo sempre bellissime :P . Per sentirmi bene, ancora, nella mia pelle.
Il senso di questo sproloquio? Se non vi piace qualcosa in voi, cambiatelo. Si può fare. Non vi risolverà la vita, non la cambierà dall’oggi al domani, ma se vi fa sentire a disagio, forse vale la pena di cambiare. Ma fatelo soprattutto per voi. Tanto, se non state bene con voi, conterà poco essere “belli”, qualsiasi cosa significhi. Ci dobbiamo assomigliare, dobbiamo essere come vogliamo, che desideriamo essere grassi, magri, muscolosi o mingherlini, strani o uguali a tutti gli altri. Basta che sia quel che vogliamo. La verità è che la sicurezza in noi stessi è tutto.

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