Archivi del mese: agosto 2014

Acqua fredda

Sono stata nominata all’Ice Bucket Challange, solo che domani mattina parto, e dove vado non avrò abbondanza di secchi di acqua fredda da tirarmi in testa. Posso al massimo garantirvi una doccia gelata, che farò in privato :P . Intanto, ho fatto una donazione all’AISLA, e vi invito a fare altrettanto. Bastano cinque minuti, i metodi sono tanti, sarà pure una goccia nell’oceano, ma l’oceano è pur fatto di gocce.
Poiché io non sono disponibile, ho chiamato una vecchia amica a tirarsi la secchia d’acqua gelata in mia vece. Spero vi piaccia.

Nihal si svegliò che l’alba non era ancora sorta. Sennar non era altro che un fagotto di coperte, dall’altro lato del letto. Tarik, dopo una notte piuttosto travagliata, si era addormentato qualche ora prima. Lo sentiva respirare pesantemente, nell’altra stanza, ancora profondamente assopito.
Si alzò piano, coi movimenti felpati che la guerra le aveva insegnato. Pensò che fosse bello che qualcosa che aveva appreso nel sangue, le fosse utile ora in tempi di pace. Poggiò i piedi nudi sul legno del pavimento, quindi si avviò verso l’uscio.
Aprì la porta lentamente. Fuori era tutto bianco. Il bosco, appena al di là del piccolo orto davanti a casa sua, era immerso in un silenzio irreale. La neve, durante la notte, aveva coperto ogni cosa.
Non ebbe paura a mettere i piedi sul manto gelato, e non mise sulle spalle il mantello. Uscì avvolta nella canotta di tela grezza nella quale dormiva, e il freddo la punse immediatamente la pelle. Lo accolse come un amico, e se ne sentì quasi corroborata. Tutto, in lei, funzionava meglio, d’inverno.
Andò al pozzo, e tirò su la carrucola con gesti lenti. Il secchio salì scricchiolando, con un suono, che in tutto quel silenzio, sembrava quasi sacrilego. Lo issò sul bordo, ci si specchiò dentro. Colse il riflesso di un volto ancora gonfio di sonno, i capelli blu spettinati, e le orecchie a punta che facevano capolino dalla zazzerra. Quel che non smetteva mai di stupirla era l’espressione tranquilla che aveva dipinto in volto. Era stata confusa, smarrita, per così tanto tempo, che non le sembrava possibile di aver finalmente trovato il suo posto nel mondo.
Prese il secchio, andò sul retro. I piedi erano arrossati, non sentiva più il contatto tra le piante e il suolo. Rimase immobile, col secchio in mano. Quel che stava per fare poteva sembrare un gesto senza senso, ma altrove, lo sentiva, avrebbe significato qualcosa. In fin dei conti, ogni cosa è vacua, volatile, fino a quando ognuno di noi non vi attribuisce un significato ulteriore. Era questo che aveva appreso durante il suo viaggio.
Alzò piano il secchio sopra la testa, pensò a quanto a lungo si fosse sentita un’anima imprigionata in un corpo fin troppo libero. Eppure, c’era al mondo chi viveva una condizione diametralmente opposta: una mente senza confini, intrappolata in un corpo che non rispondeva più. Per lei, che così a lungo aveva contato soprattutto sul suo corpo, che in battaglia annullava ogni pensiero e rendeva la sua mente una tabula rasa in cui il dolore non aveva più cittadinanza, era qualcosa di difficile persino da immaginare. Per questo, vuotò piano il secchio sulla testa, lasciò che l’acqua scivolasse sulla spalle e la schiena, e giù, lungo le gambe e fino ai piedi, e gelasse piano al contatto con l’aria fredda. Per lunghi istanti il corpo si spense, ogni percezione si dissolse nel freddo glaciale, nel torpore di muscoli e ossa che per alcuni, oltre il cielo del Mondo Emerso, era condizione permanente. Ma quando aprì gli occhi, tremante, si accorse di non essersi mai sentita così viva.

Non nomino nessuno in particolare. Chiunque se la senta, si faccia la doccia gelata, o semplicemente condivida questo racconto, o i filmati dei partecipanti. A tutti, però, chiedo di fare un salto sul sito dell’AISLA. Grazie.

16 Tags: , ,

Festival delle Storie

Immagino che per molti, oggi sia l’inizio del nuovo anno o giù di lì. In linea di massima anche per me l’anno inizia da queste parti (in verità più a settembre, sono legata ai ritmi della scuola), solo che da un paio di anni mi sono scombinata i bioritmi. Innanzitutto vado in vacanza prima, e poi in genere faccio una settimana in montagna a inizio settembre. In sintesi, per me questo è un lunedì qualunque di una settimana lavorativa qualsiasi. Tutta questa pappardella per giustificare il fatto che oggi il mio post è meramente informativo :P . Vi ricordo che domani martedì 26 agosto, ore 21.00, potremo incontrarci a Villa Latina (FR), in Piazza Umberto I. Partecipo infatti al Festival delle Storie.
Tutto qua. Ritorno a Nashira4 e all’editing di NICDAP, che mi attendono :) .

9 Tags: ,

C’era una volta…e pare alla fine ci sia ancora

L’ultima volta che ho parlato di Once Upon a Time non l’ho fatto in termini esattamente entusiastici; in fin dei conti, venivo da una ventina di puntate di frustrazione pura, tra noia, personaggi incoerenti e artifici di trama a dir poco artificiosi, se mi passate il gioco di parole. Comunque, dopo la decisione di fare tabula rasa sostanzialmente delle ultime due stagioni della serie, ho comunque proseguito nella visione, e devo dire che alla fine avevano ragione quelli tra voi che mi hanno consigliato di insistere. Gli autori alla fine sono stati in grado di salvare la terza stagione di OUAT.
Intendiamoci: ormai l’idea davvero bella e che aveva reso la prima stagione così godibile (personaggi delle fiabe, immemori della loro vera identità, bloccati nel nostro mondo) ha esaurito la sua forza propulsiva, e non poteva essere altrimenti. Non puoi tirare troppo a lungo questa storia dell’”è vero o è tutto frutto della mente disturbata di un ragazzino?”, né potevi tenere tutta questa gente bloccata lì a Storybrook senza memoria. Per forza di cose, OUAT ha dovuto modificarsi, e, nel farlo, ha perso parte della sua forza. Per altro, non è facile produrre cattivi della forza e profondità di Rumplestilskin o di una Regina, tanto più quando questi due sono ancora vivi e vegeti. Però, la seconda parte della terza stagione di OUAT riesce lo stesso ad essere godibile. Zelena non è proprio il cattivo più figo dell’universo, e le sue ragioni sono un po’ così (invidiare la vita miserabile di Regina? Ammazza, alte ambizioni, proprio…), ma l’attrice la recita con una certa convizione, e tutto sommato funziona. I personaggi non fanno cose completamente out of character come nella serie precedente, sembra si sia anche trovata una via soddisfacente per mostrarci una Regina “buona ma non troppo” (a parte il finale di stagione). Anche Rumple segue la sua parabola, quel che fa con Belle e la daga apre interessanti scenari per il futuro, e infine Hook ha smesso di essere così irritante, anzi mi sta simpatico e tifo per lui ed Emma, anche se, quanto ad utilità, purtroppo siamo ancora intorno allo zero o giù di lì. Altro problema, la sottigliezza non è esattamente la dote principale degli sceneggiatori: per dire, la doppia puntata finale ha scritto un po’ dappertutto, a grandi caratteri al neon “EMMA DEVE CAPIRE CHE IL SUO DESTINO È A STORYBROOK”. Un po’ più di delicatezza sarebbe gradita.
Ombre piuttosto cupe si allungano invece sulla prossima stagione, per quanto mi riguarda: non ho apprezzato il film dal quale è tratto il nuovo personaggio (e, immagino, ipotetico prossimo cattivo di stagione), e spero profondamente che non mi facciano tornare Regina cattiva, perché è una cosa che abbiamo visto due miliardi di volte e vorremmo passare oltre.
Comunque, in sintesi, onore al merito degli autori, che sono riusciti a dare nuova linfa ad un progetto che iniziavo a credere fosse ormai bollito. Sono stati coraggiosi, e la scommessa ha pagato. E io mi vedrò anche la prossima stagione.

5 Tags: , ,

Di nuovo sedici anni

Era il Natale del 1996, e, come al solito, io ero a Benevento. Nella libreria di mio cugino, all’epoca il mio spacciatore di contenuti pop, vidi un fumetto che mi incuriosì: si trattava di storie di Paperinik che non erano contenute in un Topolino, e nemmeno in un albo apposito tipo Paperino e testate mensili del genere. No, era un fumetto dal formato americano, ma con dentro storie di Paperinik, o PK, come recitava il titolo della serie. Mio cugino me ne parlò bene, io mi lessi i tre numeri usciti fino a quel momento, e decisi che l’avrei seguito da quel momento in avanti. In seguito recuperai anche i numeri che mi mancavano, e adesso vanto una collezione completa (due, considerando che anche mio marito ne ha una).
Non ne ho mai parlato molto, ma PK è stato importante per la mia formazione come autrice. Nihal ha molto di Xadhooom, l’aliena amica di PK che, guarda un po’, è l’ultima rimasta della sua razza ed è molto incazzata per questo. PK mi piaceva moltissimo, mi piacevano i disegni, l’inusuale divisione delle tavole, le sceneggiature sempre curate, profonde, divertenti e piene di riflessioni. Per tutta l’adolescenza fu il mio fumetto preferito.
Seguii anche i successivi sviluppi: la seconda serie, che però, con l’assenza di Uno, l’intelligenza artificiale spalla di PK, aveva secondo me perso un sacco, e la terza, che era sostanzialmente un reboot, non mi piacque per niente e mollai dopo pochi numeri.
Comunque, mi spiacque da morire quando finì la prima stagione, assistetti con dolore a quella che mi sembrava la decadenza della serie, e ho sempre pensato che mi sarebbe piaciuto leggere nuove storie. Il desiderio si è concretizzato quest’estate. Per quattro numeri Topolino ha ospitato una storia inedita di PK, Potere e Potenza, che si inserisce sostanzialmente dopo la fine della seconda stagione, e ignorando la terza.
Online credo sia stato detto tutto su questa storia, che s’è conclusa ormai da qualche tempo, e so perfettamente di arrivare decisamente in ritardo, ma la cosa ha dovuto un po’ decantare in me.
Che dire. Potere e Potenza è puro PK, il meglio di PK. Ottima sceneggiatura, c’è Uno (per me, lo ammetto, la cosa più importante), o, per meglio dire, qualcosa che ci somiglia molto, i disegni sono fantastici, il tono maturo dei bei tempi, e praticamente una carrellata di tutti i personaggi che abbiamo amato negli anni in cui PK è uscito. Ed è proprio qui che casca l’asino. Il problema di Potere e Potenza è che sembra tanto un’operazione nostalgia. È un omaggio a chi ha amato PK, con così tanti riferimenti ai cinquantuno numeri della prima serie (Trauma!) che mi sono domandata come facesse un neofita a capirci qualcosa. Non riesce però ad andare oltre. Ci mostra quel che è stato, ma lo fa senza realmente portare avanti un discorso nuovo. Sì, il finale aperto, sì gli Evroniani che sono tornati…ma tutto rimane chiuso su un “guarda com’eravamo belli vent’anni fa” che non riesce ad aggiungere nulla di nuovo.
Lo so. Se ti piaceva PKNA degli anni ’90 perché ti lamenti che questo non ha elementi di novità? Non lo so. Perché mi aspettavo un nuovo inizio, probabilmente, un punto da cui ripartire, e una storia che avesse qualche implicazioni più profonda che fare una carrellata dei bei tempi che furono. La mia parte nostalgica, per carità, ne esce ovviamente soddisfatta. Il tutto però mi sembra sancire ancor più nettamente che quei tempi lì sono finiti. Infatti, a quel che ne so, non esiste alcun reale progetto di rimandare in edicola un albro dedicato all’universo di PKNA (e capisco anche perché, per carità), ed eventuali storie future, legate al gradimento di questa, usciranno su Topolino. E qui c’è un altra fonte di perplessità. Topolino, che non compravo da un fracco di anni, resta un bel fumetto. Solo che i toni generali delle storie non c’entrano un piffero con le atmosfere di PK. Per grafica, tematiche e sceneggiatura Potere e Potenza su Topolino fa l’effetto di un’astronave atterrata nel Colosseo. Non vedo come il lettore medio di Topolino possa godersi una storia così differente dal mood generale del fumetto. Per altro, all’epoca PKNA era proprio un tentativo di aprire i prodotti Disney ad un pubblico più adulto, e in effetti i lettori erano adolescenti o poco più. Non che Topolino non possa essere letto dagli adulti, ma è un fumetto ideato per un pubblico più giovane che, come tutte le opere per ragazzi ben fatte, si può godere anche un adulto.
Vabbeh. In ogni caso, meglio così che niente. Ha fatto comunque piacere rivedere PK in azione, assieme a tutto il suo mondo incredibilmente complesso e articolato. Come non sentirsi riscaldare il cuore al rivedere il Razziatore, Odin Eidolon, e il mitico Angus Fangus. C’è pure Camera 9…In fin dei conti, per qualcosa che vada oltre l’omaggio ai tempi andati, ci sono i cinquantuno numeri della testata originale, che in effetti Giuliano si sta rileggendo, e che, con ogni probabilità, rileggerò anch’io a breve.
Ma, confesso, non riesco ad abbandonare la speranza che un giorno PKNA possa tornare in edicola con quel formato dei tempi andati, e con tante storie nuove. Una parte di me sa che probabilmente non è possibile, perché sono passati vent’anni, ma un’altra piuttosto resistente, si rifiuta di crescere, e si ostina a restare sedicenne per sempre.

3 Tags: , ,

È stato già detto tutto

Spesso sento Radio2, e c’è questa rubrica, all’interno del programma SuperMax, che si intitola proprio così, È stato già detto tutto. Il titolo mi è venuto in mente stamattina, quando ho aperto i social network sulla notizia che immagino sia giunta già a tutti voi: la morte di Robin Williams.
È universalmente noto che “quando muore uno famoso” (Zerocalcare cit.) il web dà più o meno il peggio di sé. A me la dinamica classica è arrivata addosso stile tsunami, investendomi in dieci minuti netti con tutte le reazioni possibili della rete quando si commenta una notizia del genere.
Il cordoglio, lo stupore, quindi la frase sdolcinata (“insegna agli angeli a…”). Poi la reazioni: il cinismo, la battuta fuori luogo, e l’immancabile “Ogni giorno muoiono un sacco di cani/gatti/bambini/inserireminoranzaepiacere e non gliene frega niente a nessuno”. In sequenza, lo sdegno per il cinismo, lo sdegno per il commento sdolcinato, quindi il flame.
E lì ho capito che, appunto, era stato detto tutto. Chiunque si inserisse nella discussione a quel punto non poteva che finire catalogato in una di quelle dinamiche che ho su esposto, senza possibilità di produrre una voce altra, di esprimere una forma di cordoglio diversa. L’unica alternativa, tacere. Che è poi quello che ho fatto fin più o meno a metà mattina (eh sì che ero dispiaciuta, c’ero rimasta male…), quando poi mi sono distratta e ho postato sull’argomento.
E quindi niente. Ho capito d’improvviso che internet non c’ha dato libertà di parola, tutt’altro. Ha aumentato a dismisura il rumore di fondo, mostrando a noi stessi la banalità montante del 99% dei commenti che facciamo riguardo all’argomento X. Ha infilato la nostra frase smart e commovente in un mare di altre frasi smart e commoventi identiche, togliendole qualsiasi significato. È che tutti parlano, e quindi è come se non parlasse nessuno. Ogni parola perde di senso quando affonda nel rumore bianco. Alla fine non conta neppure più per cosa quella parola è stata spesa, perché ogni sentimento, ogni discussione, in rete poi finisce per scatenare un flame di qualche genere, per polarizzare il pubblico: di qua con quelli degli angeli, di là con quelli che “ma era un tossico”.
So che la riflessione apparirà vagamente fascista. Non è che stia invocando la censura, o lamentando l’ampia libertà di parola che vige sulla rete. È solo che forse ogni tanto occorrerebbe riflettere su quel che si dice, prima di dirlo. Altrimenti il senso si perde. Se vogliamo che questo mare di informazioni abbia un significato, che ne esca, come un distillato di un succo pregiato, qualcosa che valga la pena conservare, o anche solo leggere, occorrerebbe ripensare la nostra presenza online, e smetterla di seguire il riflesso pavloviano del commento in libertà. Che anch’io pratico, eh? Non è che voglia tirarmi fuori dal mucchio. Infatti non mi sono sottratta al social-epitaffio. Però tutta questa quantità mi spaventa. È che non riesco neppure più a capire come si colga la qualità. Ma forse sono io ad essere inutilmente idiosincratica con la rete, e la guardo sempre da un punto di vista preconcetto.

11 Tags: ,

Di ritorno

Sicché, le mie vacanze sono finite. Più o meno, perché in realtà ne ho un altro pezzettino in previsione a settembre. La parte marittima, comunque, è finita. In verità non è andata proprio come volevo; dopo nemmeno dodici ore che ero arrivata, mi sono schiantata al suolo dall’altezza di un tacco 14 e mi sono procurata la solita distorsione. Tre giorni di riposo, cinque di stampelle, dieci di tutore. E comunque la caviglia è ancora gonfia e mi fa male. Metteteci anche l’estate più piovosa degli ultimi venti anni almeno, Irene che s’è presa la febbre e avrete il quadro completo. Chissà come, siamo riusciti comunque a divertirci, abbronzarci e farci un sacco di bagni a mare, ma si poteva fare di più. Per chi ha curiosità di vedere i posti in cui sono stata, qui ci sono le solite foto.
Comunque, mentre il resto d’Italia se ne va in vacanza, io torno operativa. Nel vuoto pneumatico di un qualsiasi agosto italiano. Nel senso che ho sempre la sensazione di esserci rimasta solo io a lavorare, ma vabbeh.
Intanto, un paio di notizie sui miei prossimi spostamenti.
Martedì 26 Agosto, ore 21.00, possiamo vederci in Piazza Umberto I, a Villa Latina (FR); partecipo al Festival delle Storie. Assieme a me per l’incontro, Adamo D’Agostino e Valerio Di Benedetto.
Domenica 7 Settembre, invece, ci vediamo al Festivaletteratura di Mantova. Gli appuntamenti sono due: ore 10.30, all’Archivio di Stato, parleremo un po’ di Pandora. Con me ci saranno anche Sandrone Dazieri e Luca Crovi, mentre alle 17.00 si parla con Francesco Piccolo e Stefano Jossa dell’eroe, presso il Tempio San Sebastiano. Per questi ultimi due eventi, prenotazioni e informazioni, vi rimando al sito del festival.
Bon, torno a provare a lavorare.
A presto!

9 Tags: , ,