Archivi del giorno: 12 agosto 2014

È stato già detto tutto

Spesso sento Radio2, e c’è questa rubrica, all’interno del programma SuperMax, che si intitola proprio così, È stato già detto tutto. Il titolo mi è venuto in mente stamattina, quando ho aperto i social network sulla notizia che immagino sia giunta già a tutti voi: la morte di Robin Williams.
È universalmente noto che “quando muore uno famoso” (Zerocalcare cit.) il web dà più o meno il peggio di sé. A me la dinamica classica è arrivata addosso stile tsunami, investendomi in dieci minuti netti con tutte le reazioni possibili della rete quando si commenta una notizia del genere.
Il cordoglio, lo stupore, quindi la frase sdolcinata (“insegna agli angeli a…”). Poi la reazioni: il cinismo, la battuta fuori luogo, e l’immancabile “Ogni giorno muoiono un sacco di cani/gatti/bambini/inserireminoranzaepiacere e non gliene frega niente a nessuno”. In sequenza, lo sdegno per il cinismo, lo sdegno per il commento sdolcinato, quindi il flame.
E lì ho capito che, appunto, era stato detto tutto. Chiunque si inserisse nella discussione a quel punto non poteva che finire catalogato in una di quelle dinamiche che ho su esposto, senza possibilità di produrre una voce altra, di esprimere una forma di cordoglio diversa. L’unica alternativa, tacere. Che è poi quello che ho fatto fin più o meno a metà mattina (eh sì che ero dispiaciuta, c’ero rimasta male…), quando poi mi sono distratta e ho postato sull’argomento.
E quindi niente. Ho capito d’improvviso che internet non c’ha dato libertà di parola, tutt’altro. Ha aumentato a dismisura il rumore di fondo, mostrando a noi stessi la banalità montante del 99% dei commenti che facciamo riguardo all’argomento X. Ha infilato la nostra frase smart e commovente in un mare di altre frasi smart e commoventi identiche, togliendole qualsiasi significato. È che tutti parlano, e quindi è come se non parlasse nessuno. Ogni parola perde di senso quando affonda nel rumore bianco. Alla fine non conta neppure più per cosa quella parola è stata spesa, perché ogni sentimento, ogni discussione, in rete poi finisce per scatenare un flame di qualche genere, per polarizzare il pubblico: di qua con quelli degli angeli, di là con quelli che “ma era un tossico”.
So che la riflessione apparirà vagamente fascista. Non è che stia invocando la censura, o lamentando l’ampia libertà di parola che vige sulla rete. È solo che forse ogni tanto occorrerebbe riflettere su quel che si dice, prima di dirlo. Altrimenti il senso si perde. Se vogliamo che questo mare di informazioni abbia un significato, che ne esca, come un distillato di un succo pregiato, qualcosa che valga la pena conservare, o anche solo leggere, occorrerebbe ripensare la nostra presenza online, e smetterla di seguire il riflesso pavloviano del commento in libertà. Che anch’io pratico, eh? Non è che voglia tirarmi fuori dal mucchio. Infatti non mi sono sottratta al social-epitaffio. Però tutta questa quantità mi spaventa. È che non riesco neppure più a capire come si colga la qualità. Ma forse sono io ad essere inutilmente idiosincratica con la rete, e la guardo sempre da un punto di vista preconcetto.

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