Archvi dell'anno: 2015

L’infinita, non richiesta, recensione SPOILER di Star Wars VII – Il Risveglio della Forza

Ho acceso il mio alberello a tema Star Wars, con tanto di lucine blu spada laser, mi sono messa accanto il mio pupazzetto di Darth Vader, e sono pronta per il compito improbo: spiegare, a un’ora dalla fine della visione, cosa ne penso di Star Wars – The Force Awakens.
Il compito è improbo perché non mi è del tutto chiaro cosa non abbia funzionato, cosa abbia progressivamente spento lo scimmione col quale sono entrata in sala, e che, lo devo confessare, ha ululato soddisfatto per tutti i primi quaranta minuti. È che è difficile per me anche dire perché la trilogia classica mi piaccia così tanto, perché la trovi così terribilmente potente. Comunque.
Iniziamo col dire che nel complesso è un bel film. Siamo da tutt’altre parti che i famigerati Episodi I, II e III. Innanzitutto la gente recita, e battute che hanno un senso. Inoltre, nessuno sta seduto le ore a discettare di argomenti di cui frega una ceppa a nessuno. L’aderenza all’universo classico è veramente assoluta: guardarsi questo Episodio VII significa fare un balzo indietro di quasi quarant’anni. Tutto è come allora: le musiche, le atmosfere, gli oggetti di scena. La filologia è così spinta che il film è farcito di pupazzoni che sono e vogliono sembrare pupazzoni. In certe scene pare che gli effetti speciali non abbiano fatto passi avanti rispetto a A New Hope. Intendiamoci: non è brutto. È solo un po’ hipster in certi punti. Però è bello ritrovare lo sporco, rivedere gli interni laccati e tirati a lucido di un qualsiasi incrociatore imperiale – ops, del Primo Ordine, i caccia x-wing, il Millennium Falcon e via così. Onore al merito di chi ha saputo riportarli in vita uguali a se stessi, ma facendoli sembrare comunque adeguati ai tempi moderni. L’aria, insomma, è quella giusta, l’atmosfera è Star Wars al 100%, c’è tutto quello che ho sentito mancare negli Episodi I, II e III. Anche i personaggi nuovi sono belli; Rey, che ve lo dico a fare, io ci vado a nozze coi personaggi come Rey, e vedere finalmente una donna che mena con la spada laser è per me una goduria per gli occhi (no, le Jedi che finiscono tristemente massacrate in Episode III non contano). Su Finn avevo tantissime remore, dai trailer l’avevo classificato come “quello basito che suda” e invece è una gran bella sorpresa, un personaggio che dà molto al film, e veramente un classico dell’universo di Star Wars. Visivamente, poi, il film è splendido; la scena con cui ci viene presentata Rey mi ha fatto scendere i brividi per le braccia, e per l’aspetto visivo e per la musica fantastica. Le scene di battaglia tra astronavi, per altro, sono veramente tra le migliori che abbia mai visto. C’è una lunga scena che vede protagonista il Millennium Falcon che mi ha stampato un sorriso ebete sulla faccia, una cosa che non mi capitava da Pacific Rim.
Quindi, uno dice, tutto bene? No, purtroppo, e da qui in poi probabilmente diventerò nebulosa, perché dall’analisi ragionata di cosa va e cosa non va si passa alle sensazioni (a parte un’eccezione, che scoprirete presto). Verso il quarantesimo minuto, d’improvviso, ho iniziato a sentirmi stanca, e questo non è mai un buon segno. Nonostante la trama filasse, non guardavo con entusiasmo alla prospettiva di un’altra ora e passa. Non lo so perché. Forse è semplicemente che, se hai visto i film classici, se li hai amati, passata l’esaltazione per il ritrovare tutto così identico a ciò che hai amato, inizi a renderti conto che Episode VII non è la trilogia classica, e mai lo sarà. Pur nella citazione di tante piccole cose che rimandano a ciò che è stato, pur nella filologia, manca davvero l’anima, la potenza che ha reso Star Wars così pervasivo, così persistente nell’immaginario collettivo.
Innanzitutto, la mistica della Forza praticamente non c’è. A parte un paio di accenni, tutto è giocato su un piano molto più terra terra di gente che si mena a spadate o si spara coi blaster. Ok, questa dimensione c’era anche nella trilogia classica, ma, di fianco, c’era Obi Wan, c’era Darth Vader, c’era Luke. Loro, si capiva, conducevano un’altra battaglia, più grande, ed era quella che attraversava per davvero tutti e tre i film creando una trama orizzontale. Qua la Forza è un accessorio, e con essa va via tutto quell’aspetto mistico che tanto ha contribuito alla potenza dell’universo di Star Wars. E poi viene la nota dolente vera, almeno per me, l’elemento nel quadro che stona: non c’è un cattivo. Abbiamo Snoke, ok, col nome più brutto della Galassia e un aspetto che boh…mi lascia perplessa. Ma, giustamente, sta molto sullo sfondo, probabilmente ne sapremo di più nei prossimi film. Chi resta? Kylo Ren, che, poverello, si ritrova schiacciato dal peso di dover sostenere tutto l’aspetto “malvagità” del film, col carico da novanta dovuto al continuo confronto con Darth Vader. Perché, ahò, non è che sono fissata io: si veste come Darth Vader, parla con la maschera di Darth Vader, è evidente che ci si richiami. E il confronto è impietoso.
Ok, non si poteva rifare Vader. È giusto non rifare Vader. Ma allora evita di creare un personaggio che metaforicamente e praticamente (“finirò quel che tu hai iniziato”) ne raccoglie il testimone, o almeno non farmelo così ossessionato da Vader, così graficamente simile. Perché così mi chiedi di fare un continuo confronto.
Per altro, me lo copri con una maschera. E ok. Peccato che sia una maschera il cui unico scopo sia quello di richiamare Vader. Infatti, a metà film, vediamo la sua faccia. In questi giorni pre-visione mi sono fatta duemila pippe su Kylo Ren, chi fosse, perché non ne vedessimo il volto, e a un certo punto mi ero convinta che fosse Luke, che mancava infatti dal cartellone del film. Perché una maschera questo fa: se non mi fai vedere un volto, evidentemente quello è significativo, cela un elemento importante di trama. E invece no. Sotto c’è il figlio segreto di Snape e Lady Gaga. Avremmo potuto vederlo in faccia da principio. Ma forse la maschera allude a qualcos’altro, forse, come quella di Darth Vader, serve ad aumentare il terrore che incute un male senza volto. Ancora no, perché, ripeto, Kylo si toglie la maschera a metà film. È, a tutti gli effetti, un poser, un Vader-wanna-be che non può far altro, appunto che tentare senza riuscirci di essere come uno dei cattivi più iconici della storia della cinematografia. La sceneggiatura stessa ci sbatte in faccia questo elemento, perché l’ossessione per Vader è una caratteristica fondante del personaggio. Ma non è che se me lo dici, mi strizzi l’occhio in un gioco metacinematografico (siamo tutti come Kylo, ossessionati da Darth Vader, e io sceneggiatore so di non poter fare un cattivo all’altezza di Anakin, così ti faccio uno che vorrebbe esserlo ma sa di non poterci riuscire) cambia l’essenza delle cose: avrò sempre come cattivo un’imitazione.
Ma questo non sarebbe neppure un grosso problema. È che Kylo, boh, semplicemente non è Il Male. E in una saga che ha il suo fulcro nel costante equilibrio tra Lato Oscuro e Lato Chiaro, tra Bene e Male, è un problema. Kylo è un poveretto viziato e mal addestrato che si comporta da poveretto viziato e mal addestrato. Non si capisce perché nel Primo Ordine qualcuno dovrebbe aver paura di lui: perché c’ha gli scatti d’ira? E capirai. Anche Snoke, perché se lo tira dietro? Per i suoi poteri. Tipo? A parte la spada laser seghettata, che in effetti è un bel guardare. Io non percepisco neppure il Lato Oscuro, in lui. Proprio il Male non c’è. C’è la sofferenza, il non sapere dove si vuole andare, l’adolescenza, ecco. Ma non c’è altro.
Un paio di trovate belle, a suo riguardo, ci sono: il fatto che sia tentato dal Lato Chiaro (tutto l’opposto del nonno e di Luke), e anche l’idea che debba uccidere il padre, per quanto vecchia come il cucco, è buona. E la suddetta scena di morte è anche girata bene, anche se tirata un po’ per le lunghe, visto che per un’ora buona Han va in giro con scritto in fronte “devo morire per completare l’addestramento di quel pirla di mio figlio”. La carezza di Han, il suo volo nel vuoto…tutto molto bello. Ma non ha la potenza del “No, I am your father”, non ha la forza del combattimento tra Luke e Anakin in The Return od the Jedi, non ha la potenza archetipica di Luke che decapita Vader, solo per scoprire sotto il casco il suo volto. E non vi so dire perché, ma è così. E questo mi porta al giudizio finale.
Non posso dire che sia un brutto film, e lo andrò a rivedere in lingua originale. Probabilmente non si poteva fare di meglio, ed è questa la cosa triste. Che Star Wars ha dato tutto ciò che poteva nei tre episodi classici, almeno in termini di capacità di forgiare l’immaginario collettivo, di colpire bene, e a fondo, nelle nostre paure e nei nostri sogni più riposti. Quel che si può fare, ora, è solo vivere di quel po’ di braci rimaste sotto la cenere, e fare quanto di meglio possibile con un materiale che tutto sommato la fiammata l’ha già fatta. Almeno con la trilogia nuova si poteva dire che erano brutti film, mal girati e mal recitati, mal scritti, anche. Qui no. È tutto fatto bene. E non sono neppure d’accordo coi molti che dicono che è un reboot di A New Hope. Sì, ci sono somiglianze, ma non le ho trovate fastidiose, a parte forse la Morte Nera 3, che in effetti qualcosa di nuovo potevano inventarsi. È proprio che non c’è l’epica, non c’è la magia. È un bel film, che fa passare due belle ore, con bei personaggi, dialoghi a volte anche brillanti, azione e quel che volete. È Star Wars, sì, lo è, è fedele allo spirito. Ma al tempo stesso lo tradisce. Perché quella cosa lì è già stata fatta, e molto bene, e non si può ripetere. È il solito, vecchio discorso: l’impossibilità di trovare la formula magica del capolavoro, di capire perché un film sì e un’altro no. Riprendi tutti gli elementi, ti pare di aver ripetuto identica la formula, e invece no.
A me questa cosa ha fatto un po’ di tristezza. Ma forse significa solo che la trilogia classica sarà sempre là, perfetta nella sua evidente imperfezione, nelle sue magagne e nelle sue mancanze, ma anche nella sua stupefacente capacità di intrattenere, di appassionare, commuovere, far sognare. Questo…questo è un film nostalgico, che parla di un mondo andato. È bello, ma alla fine della giornata vuoi solo rivedere Luke appeso nel vuoto, che urla “no!” mentre suo padre gli dice “search your feeling, you know it to be true”.
Comunque, andatevelo a vedere perché vale la pena, anche solo per quelle due scene che mi hanno emozionata, o per lo splendido combattimento finale nella neve. Tutto sommato, nel 2017 saremo ancora qua ad aspettare Episode VIII e a chiudere i social per due giorni per non incappare in spoiler.

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Cucina senza glutine: biscotti di pan di zenzero

So che ho un po’ disertato questa rubrica, ma è che ho proprio disertato la cucina, in questo periodo. Ora però siamo nel pieno della triade: mio compleanno, compleanno di Irene e Natale, per cui il forno è tornato in azione. E, niente, ho fatto un nuovo esperimento, che è andato a buon fine, e quindi voglio parlarvene, in caso ci sia là fuori qualcuno che abbia lottato coi miei stessi problemi.
Io adoro il pan di zenzero. So che non si tratta di una tradizione della nostra cultura, forse l’ho assimilato quando stavo in Germania (dieci anni fa esatti, sob…) e a Natale si trovava ovunque, ma adesso per me non è Natale se non faccio i biscotti al pan di zenzero. Sono piuttosto esigente sul gusto; mi piace con un’esatta proporzione tra le varie spezie, e un marcato sapore di miele. La ricetta che mi è sempre piaciuta è questa qua.
Poi però è arrivata la celiachia, e la farina di grano tenero è uscita dalla mia cucina. Lo scorso anno, santa innocenza, ho provato semplicemente a replicare quella ricetta sostituendo la farina 00 con il preparato per dolci Shär. Ecco, non lo fate perché non funziona. Il sapore è ottimo, nulla da dire, per certi versi migliore di quello della ricetta col glutine, ma la consistenza è pessima: in forno i biscotti si sono praticamente sciolti, e ho trovato problemi a non finire per realizzare il dolce dell’anno, un alberello decorato con la pasta di zucchero, che, con fatica immane, ho dovuto ritagliare a mano dai biscotti sfornati, che avevano la forma di una pozza di qualcosa sciolto dal calore.
Ho provato un’altra ricetta da un blog dedicato alla cucina senza glutine; la consistenza era perfetta, ma il sapore era quello della farina mescolata con qualche spezia. Una roba difficile da mandar giù.
Così sono tornata al mio fido Giallo Zafferano, ma con una modifica; qualche tempo fa ho comprato la gomma di guar. Per i neofiti, si tratta di un addensante; serve a dare compattezza agli impasti e ad addensare creme e altre preparazioni. Sapevo che sono molto usati per la cucina celiaca, perché il grosso problema degli impasti di questo tipo è che senza glutine sono farinosi e “non stanno insieme”. Il glutine infatti crea la famosa maglia glutinica che fa crescere il pane, e in generale tiene insieme la pasta.
Insomma, ho usato la ricetta di Giallo Zafferano aggiungendo 7 gr di gomma di guar (in generale ci vogliono 10 gr di gomma di guar per 500 gr di farina).
Il risultato ve lo faccio vedere in foto perché mi ha davvero stupita: innanzitutto, dopo un anno e mezzo di cucina senza glutine, ho ottenuto il mio primo impasto che si stacca da solo dalle pareti della planetaria. Una roba che, vi giuro, ero commossa.
Fatti i biscotti, li ho infornati. E, meraviglia, non si sciolgono! Mantengono la forma! Gli unici che si sono gonfiati un po’ troppo sono stati quelli messi sulla carta da forno appoggiata alla leccarda. Ne ho fatti altri mettendoli su quei tappetini di silicone che si vendono nei negozi di pasticceria, e sono venuti perfetti, come vedete in foto.
Insomma, per me questa è la soluzione per fare biscotti di pan di zenzero buoni a vedersi e mangiarsi. A Natale proverò a fare lo stesso alberello dello scorso anno e faremo il test definitivo. Ho intenzione di provare la gomma di guar anche sul pane. Al momento sono abbastanza soddisfatta di come mi viene, ma l’impasto è appiccicosissimo e molto difficile da lavorare. Se la gomma mi può aiutare a renderlo meno odioso da lavar via dalla planetaria sarebbe un bel passo avanti.
Bon, spero di essere stata utile a qualcuno che si è trovato di fronte ai miei stessi problemi. Fare dolci senza glutine è molto frustrante, per questo sono contenta quando qualcosa mi riesce esattamente come lo volevo.
En passant, vi ricordo ancora che venerdì 11 Dicembre, alle 20.30, sarò all’Osservatorio Astronomico di Roma, in Via Frascati 33, Monte Porzio Catone, a parlarvi delle ultime notizie in ambito astrofisico. Per prenotazioni, andate qua.

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Dove Va a Finire il Cielo all’Osservatorio di Roma

Spesso mi avete chiesto di fare eventi a Roma; ebbene, il momento è giunto! :P
Dunque, per chi vuole l’11 Dicembre, alle ore 20.30 sarò all’Osservatorio Astronomico di Roma a Monte Porzio Catone per una serata tutta dedicata alla divulgazione: sarà infatti anche aperto il parco dell’Osservatorio, con osservazioni al telescopio e la visita ai musei. Io, per parte mia, parlerò un po’ delle ultime notizie nell’ambito dell’astronomia, quelle che non sono riuscita a infilare in Dove Va a Finire il Cielo perché sono arrivate dopo la chiusura del libro.
Per partecipare occorre prenotarsi qua. Per me si tratta di una serata speciale, perché è all’Osservatorio di Roma che mi sono laureata e dottorata, e spesso ci lavoro ancora. Già ci ero tornata in passato per due eventi divulgativi, ma questa volta presento Dove Va a Finire il Cielo più o meno dove è nato. Per questo mi farebbe davvero piacere che veniste :) .
Insomma, vi aspetto tutti l’11 Dicembre!

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DonnaModernaTalk, i cento anni della relatività e la tv

Breve aggiornamento sul eventi del futuro prossimo.
Giovedì 19 Novembre, ore 18.00, parteciperò al DonnaModernaTalk sul tema Donne e Lavoro, al Bou Tek Space, a Milano. Sarà una cosa aperta al pubblico, e verrà anche trasmessa in streaming. Io sarò anche la prima a parlare, ma, se vedete il programma, c’è un sacco di bella gente che parla :) . Insomma, se potete, sintonizzatevi o venite direttamente a fare il tifo :P
Questa domenica, inoltre, è uscito un mio articolo sui cento anni della Relatività Generale di Einstein, con una breve spiegazione di cosa sia, perché è importante e perché non va d’accordo con la meccanica quantistica. Sono due pagine, ma ci ho messo due giorni. Non sembra, ma scrivere divulgazione è una roba abbastanza complicata :) . L’articolo lo trovate qua, ma se volete lo trovate anche incollato qua sotto.
Infine, sarò ospite a Geo, la trasmissione di RaiTre, il 23 Novembre. Insomma, Dove Va a Finire il Cielo continua il suo percorso, e io con lui; spero mi seguirete anche voi :) .
A giovedì per chi ci sarà!

Il ragazzo che mi piaceva alle superiori un’estate mi regalò una cartolina. Allora ancora si usava. E poiché lui sapeva della mia passione per la fisica, sopra c’era il faccione di Albert Einstein e la sua citazione probabilmente più famosa: «L’immaginazione è più importante della conoscenza». Einstein è uno dei personaggi storici cui vengono messe in bocca più citazioni fasulle. Ma questa è vera. E del resto tutto torna, se si pensa che il giovane Albert, a sedici anni, iniziò a fantasticare su cosa dovesse vedere una persona a cavallo di un raggio di luce: se avesse avuto una torcia in mano, avrebbe visto il fascio luminoso precederlo oppure no?
Forse iniziò da lì, da quel pensiero ozioso, il viaggio che poi l’avrebbe condotto, nel 1915, a formulare la sua teoria più famosa, quella che ha rivoluzionato il nostro modo di intendere l’Universo: la teoria della relatività generale, di cui quest’anno, a novembre, ricorre il centenario.Per capire come Einstein l’abbia formulata, occorre fare qualche passo indietro.
La fisica di fine 800 era già stata rivoluzionata da qualcuno, quel Maxwell delle famose equazioni, che aveva dimostrato che luce, elettricità e magnetismo erano diverse espressioni di uno stesso fenomeno fisico. C’era però un ma. Le leggi di Maxwell indicavano che la velocità della luce fosse costante, cosa che andava contro il senso comune. Per dirla con semplicità: se sono su un treno che va a velocità v, e mi muovo da una carrozza all’altra con velocità V, per un osservatore fermo in stazione la mia velocità complessiva sarà v+V. Ebbene, questo non valeva per la luce. Se il nostro omino sul treno avesse una torcia, secondo le leggi di Maxwell tanto lui che la persona ferma in stazione vedrebbero il raggio di luce muoversi alla velocità c=300.00 km/s.
Per risolvere l’apparente paradosso erano state proposte varie soluzioni, tra cui l’idea che la luce si propagasse all’interno di un mezzo misterioso chiamato etere, che tutti cercavano, ma nessuno era in grado di trovare. L’esperimento più famoso fu quello di Michelson e Morley, che cercarono di misurare eventuali variazioni della velocità della luce dovute al moto di rivoluzione della Terra intorno al Sole; l’idea era che, ruotando intorno al Sole, la Terra si muovesse anche rispetto all’etere. Ma non trovarono nulla.
Fu proprio Einstein che nel 1905 risolse brillantemente il problema. Partì dall’assunto che la velocità della luce fosse uguale sempre, indipendentemente dal moto dell’osservatore (in termini tecnici si dice che è invariante in ogni sistema di riferimento, a patto che sia inerziale, ossia la velocità abbia sempre la stessa direzione e lo stesso valore nel tempo); questo, assieme al postulato che anche le leggi dell’ottica e dell’elettromagnetismo non cambiassero al cambiare di sistema di riferimento, lo portò alla formulazione della relatività ristretta, che già era portatrice di un bel po’ di strane implicazioni. Ad esempio, dai calcoli veniva fuori che se il nostro omino sul treno misurasse la lunghezza di una sbarra, e lo stesso facesse l’uomo in stazione, le due misure sarebbero state diverse: a patto che le velocità in gioco fossero prossime a quella della luce, le lunghezze si contraevano col moto. E non era tutto: anche le misure di tempo non erano più assolute. Per l’uomo sul treno, il tempo scorreva più lentamente. La teoria ripensava completamente il modo di intendere lo spazio e il tempo: non esistevano più come grandezze assolute, tutto dipendeva dalla velocità del moto. Inoltre, spazio e tempo erano un’unica entità quadridimensionale, lo spazio-tempo, che costituiva il tessuto del nostro Universo.
Ma questa, appunto, era la relatività speciale, ossia valida solo per i sistemi di riferimento inerziali. E se mi trovassi in un ascensore in caduta libera, in cui la velocità aumenta al ritmo dell’accelerazione di gravità g=9.81 m/s^2 (in questo caso, il valore della velocità aumenta col tempo)? O se mi trovassi in una macchina che sta curvando (e qui è la direzione della velocità che varia)?Fu partendo da queste domande che Einstein, grazie all’aiuto del matematico Grossmann, che lo introdusse al calcolo tensoriale, elaborò la teoria della relatività generale, ossia valida in qualsiasi sistema di riferimento.
Le cose vanno così: le masse sono in grado di curvare lo spazio-tempo, esattamente come un peso sferico, poggiato su un tappeto elastico, lo deforma. Senza il peso, la via più breve per andare da un punto A ad un punto B è una retta. Col peso che curva il telo, l’unico modo per andare da A a B restando vincolati al telo è seguirne la curvatura. Ed è esattamente quel che accade nel nostro Universo: la Terra gira attorno al Sole perché il Sole curva lo spazio-tempo, e dunque la Terra non può che seguire questa curvatura. È questo il senso della famosa frase del fisico statunitense Wheeler «la materia dice allo spazio come curvarsi, lo spazio dice alla materia come muoversi».
Può sembrare solo un altro modo di spiegare la forza di gravità: in fin dei conti, al netto di tutto, sia che la diciamo come Newton che come Einstein, la Terra gira intorno al Sole. Ma solo la relatività generale riesce a spiegare alcuni fenomeni: come lo spostamento secolare del perielio di Mercurio, o le lenti gravitazionali, quegli sbaffi che certe volte si vedono nelle immagini di galassie lontane. Si tratta di fotoni provenienti da galassie che si trovano dietro altre più massicce e che, secondo Newton, non dovremmo essere in grado di vedere: e invece i fotoni seguono lo spazio curvato dalle galassie massicce e arrivano fino a noi. Oggi persino i Gps che si trovano nelle nostre macchine funzionano grazie alla relatività generale.
La relatività è una delle teorie che più profondamente ha cambiato il nostro modo di pensare l’Universo, e forse proprio per questo ha avuto così tanta presa sul grande pubblico. I suoi infiniti, straordinari paradossi, il fatto che il tempo, che in noi esseri umani è legato a una dimensione quasi esclusivamente psicologica, non sia assoluto, ma relativo, tutto questo ci affascina, ci induce a un ripensamento delle nostre certezze, che poi è uno dei compiti della Scienza. Inoltre, è una delle teorie meglio testate e che più è stata in grado di predire fatti sperimentali.
Eppure, è nata in qualche modo incompleta. Perché non va d’accordo con un’altra, grande teoria che ha cambiato il nostro modo di pensare, ugualmente piena di paradossi e, al tempo stesso, testata innumerevoli volte sul campo: la meccanica quantistica. Al momento non c’è un modello la cui correttezza sia provata dai fatti per descrivere in modo relativistico il mondo delle particelle subatomiche, il regno della meccanica quantistica. Tecnicamente, si ottengono equazioni prive di significato fisico. Da un punto di vista più intuitivo, il problema è che è difficile descrivere in termini di curvatura dello spazio-tempo un posto in cui le particelle si creano e si distruggono continuamente, increspando il tessuto dell’Universo di continuo, così come la meccanica quantistica ci dice accada a livello delle particelle subatomiche. È questa la nuova frontiera, che da decenni i fisici teorici stanno cercando di indagare. Al momento, una soluzione non c’è, solo tante teorie: quella delle stringhe, quella della gravità quantistica a loop. Tutte perfette dal punto di vista matematico, tutte desolatamente prive di conferme sperimentali, almeno finora.
E così la relatività generale mantiene intatto il suo fascino; quello di una teoria elaborata sostanzialmente da un sol uomo, per altro la cui vita strettamente s’intreccia ai grandi eventi del 900 (pensiamo già solo alla bomba atomica), capace di capovolgere il nostro modo di guardare alle cose. Un ultimo appunto: gira voce nel mondo scientifico che siano state finalmente trovate le onde gravitazionali, le minuscole increspature dello spazio-tempo predette da Einstein, cercate per decenni e mai viste. Sarebbe l’ultimo, grande colpo, per altro nel centenario della teoria: l’ultimo regalo di una mente straordinaria cui tanto dobbiamo in termini di conoscenza, dell’Universo e forse anche di noi stessi.

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Il Cielo finisce in libreria

Oggi esce il mio ventiduesimo libro. Uno dovrebbe essersi abituato, e invece ogni volta c’è una ragione diversa per cui sembra tutto nuovo. In questo caso la ragione è che il libro in questione, Dove Va a Finire il Cielo, è la mia prima incursione nella saggistica.
Ne ho già parlato tanto, sia nei miei incontri pubblici che qua sopra, ma, per i più distratti, faccio un riassunto: si tratta del mio primo libro di divulgazione scientifica, astronomica, per la precisione. L’idea mi girava in testa da tanto tempo, ma solo adesso le cose si sono messe in maniera tale da farmi credere fosse il momento giusto per farlo davvero.
Non sono nuova alla divulgazione: qui sopra ho tenuto per un po’ una rubrica che si chiamava Astronomica (se cercate nell’archivio sotto questo tag dovreste trovare tutti i post), e ho lavorato per tre anni come divulgatrice all’Osservatorio Astronomico di Roma. Ma non avevo mai scritto un libro intero al riguardo. È stata una cosa nuova, difficile e faticosa, ma anche divertente e appassionante. È difficile spiegare perché, ma parlare di scienza mi piace. Farà parte della mia tendenza alla narrazione, che si esprime in tanti in modi: mi rende (a volte insopportabilmente) logorroica, mi fa scrivere i miei libri di narrativa, e infine mi fa raccontare persino l’Universo come fosse un posto pieno di storie.
In ogni caso, anche quest’avventura è giunta al suo compimento e da oggi il libro è completamente vostro. Io, al solito, non riuscirò neppure più a leggerlo, perché poi vorrei cambiare questo, quest’altro, aggiungere la tal cosa e levare la tal altra. Spero vi piaccia, spero vi divertiate, spero soprattutto ci troviate dentro quella passione che mi spinse, tanti anni fa, a decidere di studiare la fisica e l’astrofisica. Non perché dobbiate fare tutti i fisici :P , ma perché l’Universo è un posto meraviglioso, la vita breve, i nostri cervelli minuscoli al confronto del posto in cui viviamo, e allora val la pena spendere un po’ del proprio tempo a contemplare e capire un po’ di questa bellezza.
Per eventi et similia, al solito, controllate questo sito e i miei canali social. Vi posso dire che questo sabato ci sarà una mia intervista su Tuttolibri, l’inserto de La Stampa, e domenica un mio pezzo sulla Relatività Generale, della quale decorre quest’anno (e questo mese) il centenario, su Il Giornale.
Per il resto, spero vogliate seguirmi anche in quest’avventura un po’ diversa dal solito.

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Post-eventum

Sono sul treno che da Lucca mi sta riportando (lentamente e con molte fermate) a casa. Sicché, anche questa Lucca, la mia undicesima, è finita. Ieri, mentre tornavo sola soletta all’albergo, e tagliavo il braccialetto che si indossa per tutti i giorni della manifestazione, sentivo quella tipica malinconia post-eventum, quel misto di tristezza, solitudine, e desiderio di ricominciare tutto da capo. Assieme, ovviamente, alla devastante stanchezza dell’ultimo giorno, che poi, fatalmente, si ripercuote anche sul giorno successivo. Ci vorrebbero quattro giorni di riposo dopo, per riprendersi.
L’ho detto brevemente su Twitter, lo ridico qua: Lucca per me resta un evento unico, e spiegarla a chi non c’è mai venuto, e magari non appartiene neppure al mondo che lì si incontra e si celebra, è anche difficile. Immaginate una sospensione del mondo reale lunga quattro giorni, in cui ognuno è libero di esprimersi come vuole, in cui una delle più belle città d’Italia viene leteralmente invasa da una folla multicolore, di ogni età, composta da gente di tutti i tipi, riunita dalla passione per la cultura pop. È qualcosa di straordinario, è il Nerdvana, la casa di tutti noi che con la fantasia ci conviviamo tutti i giorni, spesso letteralmente (come me) ci viviamo. Ci sono cose che possono succedere solo a Lucca, tipo che 400.000 persone in una città che ne conta 90.000 non causino alcun tipo di incidente, non scatenino risse e accoltellamenti, si dispongano in file ordinate e si godano una manifestazione culturale. Tipo vedere un cosplayer vestito da Ghost Rider, bellissimo e spaventoso, che spinge un passeggino. O ricevere un complimento che si ricorderà per tutta la vita da un grandissimo scrittore.
Ecco. Lucca è quel luogo in cui avvengono cose straordinarie, in cui ti ricarichi per continuare, per il resto dell’anno, a nutrire le tue ossessione in solitudine, nel tuo studio, mentre scrivi, in cui la cultura è una cosa bella, che unisce e non divide, una cosa gioiosa e appassionante.
A me, di cose belle, quest’anno ne sono successe molte. Dall’incontro con tutti voi, alla bella presentazione di Dove Va a Finire il Cielo, alla cena con i cosplayer del Mondo Emerso, a quelle con colleghi e amici, alla splendida tavola rotonda con Matteo Strukul, Herbie Brennan, Alwyn Hamilton e Pierdomenico Baccalario. Ma, sono certa non me ne vorranno tutte le splendide persone che ho incontrato, reincontrato e conosciuto quest’anno, la cosa più bella che mi sia capitata è un’altra. Si tratta della prima del corto ispirato alle Cronache del Mondo Emerso e realizzato da Elia Rosa, Erica Andreose, e i loro amici. È stata una cosa emozionante e bellissima, difficile da esprimere a parole. Un film vero, fatto da professionisti, con un regista, un produttore, degli sceneggiatori e un cast che fanno questo di mestiere, ti dà la perfezione tecnica, e ti fa salire le vendite del libro. Ma la passione che trasuda da un prodotto fatto da fan, la cura per il dettaglio, l’amore per personaggi e ambientazioni, quella non la puoi trovare da nessuna altra parte. Il corto è bello, è pieno di cose straordinarie, è un prodotto pieno di talento, e per me rappresenta un atto d’amore verso le mie storie. Ecco, questa per me è stata una soddisfazione straordinaria. È stato bellissimo vedere quanta passione, quanta fatica, ma anche quanto divertimento le mie storie sono state in grado di stimolare. Non voglio dire che nulla di questo ci sarebbe stato senza Nihal & co.; il talento di Elia e Erica si sarebbe di sicuro espresso su altro, anche senza di me. Ma sono contenta che in un mondo pieno di storie fantastiche, più belle delle mie, loro abbiano scelto proprio le Cronache per fare questa cosa straordinaria.
Me ne torno a casa con una valigia che pesa quasi quanto me. La cosa più preziosa che porto con me sono i ricordi di tutte le cose fantastiche che ho vissuto in questi tre giorni, e un piccolo cofanetto di plastica, con sopra una ragazza dai corti capelli blu e le orecchie a punta, vista di spalle.
Io ho il DVD, ma questo non significa che anche voi non possiate vedere il corto. Da domenica mattina, è disponibile per tutti su YouTube. Io ve lo incollo qua sotto. Buona visione.

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La mia Lucca

E quindi, ci siamo: è arrivata Lucca. Ho la pagina Facebook intasata da gente che è già partita o partirà , perché per noi Lucca è questo: una sospensione del mondo reale lunga quattro giorni.
Ve li ho ripetuti fino allo sfinimento, ma so che c’è parecchia gente che ancora non sa nulla, e quindi ve li dico di nuovo: i miei appuntamenti.
La presentazione di Dove Va a Finire il Cielo sarà il 31 ottobre, ore 14.00, all’Auditorium S. Romano; con me ci sarà Divier Nelli. A quest’evento seguirà anche la firma copie. Inoltre, sarà disponibile in anteprima il sedicesimo col terzo capitolo del libro da me autografato. Ne ho firmati 2000 in meno di 48 ore, prendeteveli che sennò hodato via un polso invano.
Il 1 novembre, invece, ore 11.00, sarò all’Auditorium S. Romano con Matteo Strukul, Herbie Brennan e Alwyn Hamilton a parlare di eroine coi contro-attributi. Modera l’evento Pierdomenico Baccalario. Anche questo evento sarà seguito da firma copie.
Infine, il 30 ottobre, ore 18.15, all’Auditorium S. Girolamo sarà proiettato in anteprima il corto ispirato alle Cronache del Mondo Emerso realizzato da Elia Rosa ed Erica Andreose. Io porto i fazzoletti, ve lo dico :P . Sarò infatti presente, e sarò in cosplay. A questo evento NON seguirà la firma copie (io, comunque, gli autografi di Elia ed Erica ce li ho già sul poster del corto :P ).
Per chi non fosse a Lucca, il 30 novembre, ore 17.30, potrete ascoltarmi a Caterpillar, trasmissione di RadioDue che io personalmente adoro. Ci si sentirà anche su Fantasy OnAir, altra trasmissione cui sono molto legata, il 1 novembre, ore 15.30.
È tutto. Buona fiera a chi va, buona vita a chi resta :) , e grazie in anticipo a tutti quelli che verranno a incontrarmi!

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Dove va a finire il cielo? Per ora, a Milano e Lucca

Sì, mi divertono questi scontatissimi giochi di parole :P .
Comunque, questa è una settimana molto importante, per me, perché comincia la promozione di Dove Va a Finire il Cielo, il mio libro divulgativo su astri et similia. In effetti vi avevo già annunciato tutti gli eventi, ma reperita iuvant.
Questo week end sarò a Milano, per Book City. Gli appuntamenti sono due: venerdì 23 Ottobre, ore 15.00, allo Spazio Ex Ansaldo sarò con Cristiano Militello e Federico Buffa per “Carta Vince…sfogliando una vita”, un incontro sull’importanza dei libri nelle nostre vite.
Domenica 25 Ottobre, invece, ore 13.00, sarò al Museo della Scienza e della Tecnologia Leonardo Da Vinci con Stefano Moriggi e Umberto Guidoni per parlare di cielo, spazio e stelle.
Sabato 24 Ottobre, infine, ore 16.30, sarò alla Libreria Ubik di Voghera.
Fin qui, Book City e annessi.
Il week end successivo, lietamente ricordato come “il week end dei Morti”, sarò a Lucca Comics & Games; sono anche miracolosamente apparsa sul programma ufficiale della fiera!
Dunque, il 30 Ottobre, ore 18.15, appuntamento all’Auditorium San Girolamo per la proiezione in anteprima del corto fan made realizzato da Elia Rosa e Erica Andreose e ispirato alle Cronache del Mondo Emerso. Ci sarò anch’io, ed è mia intenzione esserci in cosplay ;) .
Il 31 Ottobre, alle ore 14.00, all’Auditorium San Romano, parleremo invece di Dove Va a Finire il Cielo con Divier Nelli e Alessandro Stanchi.
Infine, il 1 Novembre, alle ore 11.00, all’Auditorium San Romano, parteciperò a una tavola rotonda sulle eroine fantasy con Herbie Brennan, Matteo Strukul e Alwyn Hamilton.
Dunque, per me questo è un momento importante: volevo fare questo libro divulgativo da anni, l’ho fatto con grande passione e anche una discreta fatica per essere accurata, semplice e divertente, per cui il vostro supporto e la vostra presenza in questi incontri mi farebbe enorme piacere. Insomma, siateci ;) .
Ci vediamo!

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Le news

Sicché è giunto il giorno di darvi la notizia. È incredibile che ancora nessuno l’abbia trovata in giro, perché è pieno di indizi, a volte di rivelazioni palesi. Solo che nessuno ci ha pensato. Tutti lì a concentrarsi su Pandora2, la nuova saga, una roba fuori serie nuova…e invece no. Ho fatto una cosa diversa, con la quale non mi ero mai cimentata prima. Proprio perché è una cosa diversa, non ve ne ho parlato, se non con accenni laterali e oscuri che, per fortuna – che cacchio, non posso essere sempre l’ultima a dare gli annunci delle mie cose :P – nessuno ha colto.
Vabbeh, dai, bando alla ciance, scopriamo il telo: ho fatto un libro con la mia foto dietro! Ci credete? Dopo quasi dodici anni di onorata carriera, c’ho anch’io il libro con la quarta occupata dal mio bel faccione. E in una foto che mi piace! Incredibile! Eh, lo so, siete scioccati. Anch’io. En passant, il libro è questo:

Dove Va a Finire il Cielo

Colpo di scena! Il mitologico progetto di cui nessuno sapeva niente è questo. Ho scritto un libro divulgativo. Lo volevo fare da tipo dieci anni, credo, e immagino si fosse percepito da certe discussioni sulla mia pagina Facebook, o dai post che ho fatto qua sopra sotto il capello Astronomica, ma alla fine solo adesso l’Universo si è disposto in modo tale da permettermelo.
Ora, per è una roba enorme: è un genere nel quale praticamente non mi sono mai cimentata, in un mondo, quello della divulgazione, che ho frequentato per tre anni, ma che non ho più praticato assiduamente da almeno sette. E poi qui non parlo di mondi inventati da me, che quindi nessuno può conoscere meglio di me: no, parlo del nostro Universo, e là fuori è pieno di gente che ne sa più di me. Comunque. Ho cercato di fare una cosa divertente, io almeno mi sono divertita molto a scriverlo. Qua e là ho cercato di spiegare cosa fa uno scienziato (attingendo a torbidi aneddoti della mia vita…), perché, non so voi, ma io prima di farlo avevo idee al riguardo nebulose e confuse, tipo di gente col camice e le pettinature sbarazzine. Ma prima di tutto, ho cercato di farvi divertire con le cose pazze, bellissime, incredibili che popolano il nostro cielo. Speriamo di esserci riusciti.
Il libro esce il 10 novembre, ma ci sarà un’anteprima per BookCity e per Lucca Comics & Games. E qui veniamo alla seconda parte delle rivelazioni. Tra fine ottobre e inizio novembre farò un po’ di cosette.
Innanzitutto, appunto, sarò presente a BookCity, a Milano, per due eventi: il 23 Ottobre, nello spazio Ex-Ansaldo, ore 15.00, presenterò Dove Va a Finire il Cielo con Cristiano Militello e Federico Buffa. Il 25 Ottobre, invece, ore 13.00, sarò al Museo Nazionale della Scienza Leonardo Da Vinci per presentare il libro con Stefano Moriggi e Umberto Guidoni, che immagino non debba presentarvi :P .
Anche a Lucca si parlerà di stelle: nello specifico presenterò Dove Va a Finire il Cielo il 31 Ottobre, ore 14.00, all’Auditorium San Romano assieme a Divier Nelli. Dopo la presentazione seguirà firma copie.
Ora, lasciado per un attimo da parte Dove Va a Finire il Cielo, a Lucca avrò altri due incontri: domenica 1 Novembre, ore 10.30, all’Auditorium San Romano, parteciperò a una tavola rotonda con Matteo Strukul, Herbie Brennan e Alwyn Hamilton; quest’ultima è un’esordiente che ha scritto un libro fantasy che sto leggendo in questo periodo, Rebel – Il Deserto in Fiamme, che mi sta piacendo davvero parecchio. Seguirà firma copie.
Per chiudere, la chicca conservata per ultima: venerdì 30 Ottobre, ore 18.00, all’Auditorium San Girolamo, ci sarà la proiezione pubblica del corto ispirato alle Cronache e realizzato da Erica Andreose e Elia Rosa. Ci sarò anch’io – non mancherei per nulla al mondo :P – e vi aspetto numerosi!
Donc, per ora, tutto qua. Al solito, restate sintonizzati per eventuali aggiornamenti.

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The Martian, lo spottone per la NASA e per la scienza di cui avevamo bisogno

Ieri sono andata a vedere The Martian al cinema. Io e Giuliano siamo venuti a conoscenza della sua esistenza tramite l’ASI; innanzitutto, hanno fatto là la prima, insieme a Samantha Cristoforetti, e poi sapevamo che i produttori avevano chiesto consulenza alla NASA. E quindi, siamo andati, animati dalla segreta speranza che si trattasse di un film di fantascienza con un minimo di plausibilità scientifica. Ora, io non lo so se tutto quello che succede in quasi due ore e mezza sia fisicamente possibile (secondo me qualcosa no), ma il film m’è proprio piaciuto, e trovo che sia una cosa originale e davvero ben fatta. Da qui in poi, SPOILER minori.
Innanzitutto, è la cosa più distante dall’americanata spaziale tipica. Che io apprezzo anche, eh? Armageddon l’ho visto un paio di volte, Indipendence Day mi diverte moltissimo. Però i film americani sullo spazio sono tutti così: drammoni familiari a palate, imprese ai limiti della fisica, tragggggedie…anche Interstellar è così, pensateci. Lì l’esplorazione è una roba assolutamente laterale, perché il vero fulcro del film sono i rapporti tra il protagonista e sua figlia. Comunque, The Martian non è così. The Martian è misuratissimo, e non prende scorciatoie emotive. Sappiamo che il nostro protagonista, abbandonato da solo su Marte, ha una famiglia, ma non la vediamo mai. Vediamo di striscio che è molto legato al capitano della sua spedizione, ma è una roba che non è particolarmente influente ai fini della trama. I suoi rapporti con chi è sulla Terra sono sostanzialmente taciuti. No, il dramma è tutto incentrato sul suo essere, da solo, dove nessun uomo è mai giunto prima. Il coinvolgimento sta tutto là: non vuoi che Mark torni a Terra e sopravviva perché la figlia, il padre, l’amante…no. Vuoi che torni perché è un tipo in gamba, con una capoccia così, che non si arrende. E stop. Stessa misura per quel che riguarda gli altri personaggi: i suoi compagni di missione sono persone misurate, che prima di fare la mattata (ben distante da qualsiasi altra mattata da film fantascientifico USA) si siedono intorno a un tavolo, valutano pro e contro e votano a maggioranza. Non c’è nessun capo della NASA stronzo che fa cose brutte perché è cattivo: c’è gente che prende delle decisioni, a volte condivise dal resto del team, a volte no, ma lo fa con precise ragioni, ben aderente al proprio ruolo. Nessuno dei personaggi ci viene mostrato per altro se non il suo ruolo: il capo della NASA fa cosa da capo della NASA, lo vediamo solo nella NASA, e non sappiamo nulla di lui come persona, gli astronauti sono astronauti punto (ok, con le foto delle famiglie lontane attaccate al muro, ma quelo vorrei pure vedere mancasse), e così tutti gli altri. È un film asciutto, sobrio, dritto come una spada, che vuole mostrarci una sola cosa: l’eterna lotta dell’uomo per la sopravvivenza. E qual è la sua arma in questa lotta? L’intelletto. Fine. Non c’è un vero cattivo; il cattivo, al massimo, è il cosmo, che, come dice Mark alla fine, “non collabora”. E quindi non è neppure un vero cattivo: è che la natura, semplicemente, c’è con o senza di noi. In questo senso sono straordinarie le immagini in cui Mark vaga da solo per Marte: la bellezza sconvolgente di un pianeta in cui non c’è vita, in cui la bellezza è solo sabbia, roccia e vento. E lui sta là, in un posto che per cinque miliardi di anni è stato senza di lui, e, dopo la sua partenza, continuerà ad essere senza di lui. Ma non siamo soli in questa vertiginosa bellezza: perché abbiamo un cervello.
La vera protagonista di questo film non è Mark, non è la NASA: la protagonista è la scienza. E questo al netto di eventuali vaccate sparate qua e là, che non mancheranno, ma che non inficiano il senso generale del film. Mark ce la fa perché sa. Sa far crescere le piante, sa inventarsi un modo per comunicare, conosce la natura e le sue leggi, e per questo sopravvive. E, dietro di lui, ci sono tutte le menti migliori del pianeta, che si mettono là a cercare di salvargli la vita, in tutti i modi possibili e immagibili. Non c’è l’eroe che risolve la situazione da solo; ci sono ore e ore di lavoro, giorni di calcoli, gente che si spreme le meningi e trova la soluzione. Perché la grande notizia è che, al di là di tutti i complottismi, della vigliaccheria di chi non ci crede, in quattrocento anni siamo riusciti a capire cose inimmaginabili sull’Universo: abbiamo sconfitto malattie, creato cose che ci allungano la vita e ce la semplificano, abbiamo mandato gli uomini sulla Luna e tonnellate di sonde in giro per il Sistema Solare, e quando manderemo l’uomo su Marte alla fine saremo anche capaci di riprendercelo.
Ora, è una visione positivista dell’esistenza. Sono le sorti magnifiche e progressive, una visione filosofica che ha fatto il suo tempo. E, certo, la tecnologia ha un lato oscuro, la scienza è solo uno strumento, e tutto quel che volete. Ma viviamo in un periodo in cui la gente è seriamente convinta che l’allunaggio del 1969 l’ha girato Kubrik a Hollywood, che se vaccini tuo figlio poi ti diventa autistico (e invece finisce per morire di morbillo), che occorre fare la dieta alcalina per curasi dal cancro, o basta bere succo di aloe. E in un mondo così, in cui c’è gente che tira forte per riportarci nel medioevo, ben venga The Martian, che vuole solo ricordarci che a volte sappiamo fare cose straordinarie, e che, se le abbiamo fatte, è perché abbiamo quel chilo e mezzo di materia grigia nella scatola cranica.
Voi direte: vabbeh, che palle, ma pare una lezione di fisica di quelle noiose. No. È un film divertente, Mark è divertente, quel che fa è divertente, e c’è anche tensione a pacchi, solo che non è quella cui siamo abituati di solito: è la tensione che provi quando stai lì a cercare di scervellarti per risolvere un enigma. E poi è visivamente meraviglioso: ci sono immagini di Marte spettacolari, che ti fanno venire voglia di andarci. E abbiamo bisogno di questa voglia, perché nessuno capisce più a che serva andare nello spazio, esplorare il Sistema Solare (spoiler: a vivere meglio sulla Terra, e, incidentalmente, a capire pure le cose per loro stesse, perché l’uomo è curioso per natura, e la conoscenza è una di quelle cose lì che ci distingue dagli animali).
Ok, alla fine c’è una cessione alla spettacolarizzazione. Ok, fin da principio senti che Mark si salverà, ma non è un problema, il film non vuole farti credere che non sarà così. Perché l’elemento che ti spinge ad andare avanti nella visione è capire come farà, senza acqua, senza aria, e con cibo bastante per sei mesi.
Ecco, io ve lo consiglio un sacco. È anche un film di un livello di nerdaggine assoluto: sono riusciti a infilare una citazione del Signore degli Anelli in un film con Sean Bean, voglio dire…Ma anche per le soluzioni trovate per i vari problemi (che so, l’uso del codice ASCII), e per il fatto che, alla fine della fiera, è un nerd a salvare capre e cavoli.
Pensate che l’Universo sia un posto pieno di meraviglia e che vale la pena esplorarlo? Vi incantano la natura e i suoi meccanismi? Siete dei nerd? Per una volta volete non sentirvi soli a pensarla così? Andate a cinema che non ve ne pentirete. Non pensate tutte queste cose? Andateci e capirete perché tanti bambini sognano di fare gli astronauti, e perché tanta gente decide di intraprendere una carriera scientifica nonostante le paghe da fame, il precariato e il disprezzo della società.
Vi lascerei con una citazione, se solo la trovassi. Ve la dico a spanne, perché vale la pena: in un momento particolarmente drammatico, Mark chiede al suo capitano di andare a parlare coi suoi genitori in caso morisse. E quel che deve dire loro è che lui ama il suo lavoro, e che è morto per qualcosa di incredibilmente grande, di straordinario. Perché, aggiungo io, la conoscenza non è una roba che si fa per sé, ma per tutti.

P.S.
Il titolo del post non è assolutamente sarcastico. Sono serissima.

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