Archivi del mese: giugno 2015

Recensionin non richieste: Jurassic World

Ne ho parlato male da quando è venuto fuori il rumor che l’avrebbero fatto. E che senso c’ha, già c’era Jurassic Park 3 che faceva schifo e pure il 2 non è che fosse un capolavoro, e il dinosauro geneticamente modificato no…e poi niente, non ho saputo resistere al richiamo del dinosauro. È una roba atavica e pavloviana, dove ce n’è uno, io vado. E poi volevo anche un po’ staccare dalla routine scatolone, pulizia, ordine impostomi dal trasloco.
Tagliamo subito la testa al toro: non è il film del secolo, non è neppure vagamente paragonabile a Jurassic Park, che per me resta un film seminale, ma si fa vedere. La prima parte è più noiosa, ma la seconda, in cui parte l’azione vera e propria, assai più godibile. La parte finale è da applausi nel suo essere completamente fuori misura ed esagerata.
Quindi tutto ok?
Mah. È un filmetto, questa è la verità. Un filmetto che ha dalla sua la consapevolezza di esserlo; te lo sbatte in faccia ogni cinque minuti che è tutto uno scherzo, che non lo devi prendere sul serio, che Jurassic Park era tutta un’altra cosa, viviamo in un’epoca di disincanto e manco i dinosauri ci stupiscono più. Apprezzo l’umiltà del regista, che quanto meno manco ci prova ad avvicinarsi all’epigono della serie, ma, nonostante tutta questa consapevolezza, un filmetto resta.
È che i dinosauri da soli non bastano. Li devi saper filmare. La paura la devi saper costruire. Non c’è stata una volta, nelle due ore di film, in cui ho realmente percepito quanto grandi fossero i dinosauri, perché nessuno te lo fa realmente vedere. Mi viene in mente Pacific Rim, in cui invece tutto è giocato sul senso di piccolezza che devi provare di fronte a Jaeger e Kaiju. Questi sembrano esseri di lamiera e acciaio veri, di carne e ossa concrete, mentre i dinosauri di Jurassic World sono e restano pupazzoni in CG. Altro problema, la paura. Jurassic Park faceva paura per davvero. L’avrò visto almeno dieci volte, ma probabilmente molte di più, e ogni volta l’arrivo del T. Rex mi terrorizza. Qua ho fatto un solo salto sulla poltrona, e una sola scena mi ha davvero spaventata. Perché i personaggi sono i primi a non aver paura. Non ce n’è uno che urli con la convinzione di una Lex, per dire. Tutti più che altro basiti.
Mi si dirà: non ha senso andare a vedere un film del genere e fare confronti con Jurassic Park. E invece no: è Jurassic World stesso che ti impone di continuo il confronto, perché i rimandi al primo film sono letteralmente infiniti. L’amministratrice del parco veste di bianco, come Hammond, e nel parco ci sono in visita i suoi due nipoti. I due ragazzini a un certo punto vanno perduti, e li devono cercare. Ci sono scene più o meno ricalcate dal primo film, e Easter Egg come se piovesse, dall’apparizione dell’omino del DNA in uno dei filmati di introduzione, alla porta del parco originale. È la “via J.J.” al rinnovo del franchise, perché è esattamente quello che ha fatto J.J. Abrams con Star Trek: strizzate d’occhio ai fan della prima ora come se piovesse, e, quando possibile, rielaborazione dei topoi dei film classici, a volte di interi snodi di trama. A un certo punto compaiono pure i lens flare che ad Abrams tanto piacciono. Ma davvero questo è l’unico modo per inserirsi con qualcosa di nuovo all’interno di un frachise già ben collaudato e andato in vacca da un certo punto in poi? Non lo so. So solo che tutto questo post-modernismo dopo un po’ stufa. Perché io al cinema vorrei andarci anche per essere stupita, non solo per sentirmi dire che ormai è stato già detto tutto e possiamo solo rielaborare.
Comunque, ripeto, il film diverte. Ok i buchi di trama, ok i comportamenti implausibili dei personaggi (o delle aziende: il piano di evacuazione di una roba come Jurassic World è “scendi dall’attrazione e torna a piedi al resort”? Macchedavero???), ma alla fine è sempre bello vedere dei lucertoloni giganteschi menarsi tra loro e mangiare qualche umano (spoiler: pochi, a fronte delle dimensioni del buffet). Ma Jurassic Park è molto lontano.
Ultima nota: la morale. Che sta a metà tra “se non figli la tua vita non ha senso” e “gli OGM fanno male alla salute”. Sono messaggi decisamente opinabili di per sé, ma soprattutto chi l’ha richiesta una morale in un film del genere? Con personaggi, per altro, di carta velina. E ancora mi viene in mente Pacific Rim, orgogliosamente privo di un qualsiasi tipo di messaggio, senza un vero cattivo, e solo con tanta, tanta distruzione. A Hollywood devono esserselo visto con scarsa attenzione, quel film, o oggi l’intrattenimento lo farebbero meglio.
In conclusione, non lo consiglierei, ma neppure lo sconsiglierei. È buono per staccare la spina al cervello per un paio d’ore, e a volte c’è bisogno anche di questo.

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Le recensioni non richieste: Drones

Vi stavate preoccupando, eh? È uscito il nuovo album dei Muse e qua niente, silenzio completo…c’avevate sperato, confessatelo. Che a questo giro niente deliri, niente recensioni canzone per canzone…e invece, al terzo ascolto, mentre scendevo in macchina a ritirare i lampadari che dovevano essere pronti tre settimana e fa e invece nisba, ho pensato: di quest’album tocca fare una recensione. Ed eccola qua.
Dunque. In teoria questo doveva essere l’album del ritorno al rock puro, à la Origin of Simmetry e Showbiz. Via l’elettronica, via i coretti dei Queen, spazio ai riff e alle chitarre. Il problema è che sono almeno tre album che si parla di questo ritorno alle origini, e ancora non se n’è vista traccia. Quel che Matt dice circa le sue canzoni è sempre da prendere con le pinze. Inoltre, ne è passata di acqua sotto i ponti, dai primi due dischi, e non si può certo cancellare con un colpo di spugna tutta l’evoluzione musicale che c’è stata nel mezzo. Per cui no, non è un ritorno al rock. L’elettronica qua e là c’è ancora, i maledetti coretti dei Queen pure, ma indubbiamente rispetto a Resistence e The 2nd Law è un album più snello, più puro e tutto sommato anche più compatto. Ora uso una parola che non credevo avrei mai rispolverato per i Muse: è un album più sobrio. Roba come United States of Eurasia, o Survival qui non le troverete. Se ne scorge traccia in alcuni pezzi, ma tutto quanto di barocco ed eccessivo ci fosse stato in quei pezzi è stato pulito, rimosso, per arrivare all’essenza del riff: è un album di riff e assoli, è un album di pezzi di bravura, persino. Questa è al contempo una buona e una cattiva notizia: soprattutto con The 2nd Law i Muse erano arrivati pericolosamente vicini al grottesco, e stavano flirtando un po’ troppo pesantemente col cattivo gusto. Ma l’aspetto scarno dei pezzi di Drones, davvero per lo più incentrati su batteria, chitarra e basso, vuol dire anche un addio quasi totale alla cosa che mi aveva fatto amare Bellamy e soci: la commistione con la musica classica, e, in un ultima analisi, i tappeti di violini e pianoforte. Il pianoforte è praticamente scomparso, e fa solo una breve comparsata in The Globalist. I violini pure sono dati quasi per dispersi. In questo senso, sì, sembra un po’ Showbiz, anche in certi echi vagamente americaneggianti. Ma, che ci vuoi fare, questa è la loro evoluzione, questo è quel che vogliono fare ora, e io rispetto profondamente gli artisti che seguono una propria strada, cercando di non farsi influenzare troppo dal pubblico. I testi rivelano chiaramente che questo è quel che Matt voleva fare, l’adesione viscerale dell’interprrtazione delle canzoni tradisce che questa è roba loro, la roba che amano, e allora alzo le mani: è giusto così.
Ma mi è piaciuto o no? Dunque, siamo lontani da Absolution, che per me resta il loro capolavoro, e anche Resistence non è proprio dietro l’angolo. Però è un bel disco, compatto, e che soprattutto cresce: c’erano delle cose che al primo ascolto mi avevano lasciata perplessa, ma adesso mi ritrovo a farci headbanging su, e ogni ascolto lascia la voglia di ricominciare. L’ho già sentito quattro volte, e lo risentirò ancora. Non sono più il gruppo che mi folgorò undici anni fa, ma è anche giusto che sia così, e non è probabilmente il loro disco capolavoro, ma è un bel lavoro, solido, e tutto sommato non vedo l’ora di andarli a sentire di nuovo il 18 luglio. Nota di merito al booklet, senza neppure una loro foto, ma con delle illustrazioni meravigliose.
Adesso, breve recensione pezzo pezzo

Dead Inside: Undisclosed Desires 2.0. All’inizio non mi convinceva per niente, ma tutto sommato non è affatto male. È il consueto anello di congiunzione coi dischi precedenti, quello presente in tutti gli album dei Muse. Uno li potrebbe mettere in fila, i sette dischi, e sentirseli come un’opera unica.

Psycho: l’originalità non è il suo forte, ma il riff è bello e potente, ed è un pezzo che urla Muse da tutti i pori. È l’inizio della trasformazione che attraversa tutto il disco, e che li condurrà, verso la fine, su lidi lontanissimi da quelli a loro usuali. È una canzone da urlare ai concerti, e in questo fa il suo sporco lavoro egregiamente. Your aaaaaaaaaaaaaass belongs to me nooooooooowwww…

Mercy: pure qua, Starlight reprise. Una cosa tutto sommato abbastanza usuale per i loro canoni, una canzoncina un po’ più orecchiabile, ma che passa via senza lasciare troppo il segno. Non è brutta, è uno di quei pezzi che ti cresce dentro dopo ogni ascolto, ma non credo che li ricorderemo per cose del genere.

Reapers: le cose qua si fanno serie, e ci si avvia alla parte centrale dell’album, la più forte e convincente. Un pezzo che parte fortissimo, virtuosistico, giocato tutto sugli assolo, potente, insapettato e anche poco lineare. Cambia continuamente direzione, è inatteso, complesso. Una roba davvero, davvero bella.

The Handler: vabbeh, qui davvero potrei stare a parlare per ore. I Muse che mi piacciono; se ce li avessi incantenati nel sottoscala li costringerei a scrivere solo roba così :P . Oscura, potente, basata su un riff incredibilmente orecchiabile, al tempo stesso disperata, lenta…ricorda Fury, il mio pezzo preferito di tutti i loro. Per me, il capolavoro dell’album, la cosa che ricorderò di tutto il disco anche fra dieci anni. Ma, mi rendo conto, è una cosa di gusti personali.

Defector: uhm…innanzitutto tornano i maledetti coretti dei Queen, che erano bellissimi nella musica dei Queen, ma nella loro li ho sempre sopportati pochissimo. A spaccare spacca, ma il tema è un po’ troppo allegrotto per i miei gusti. Questa svolta ottimista che hanno preso in questo disco mi lascia un po’ perplessa: suonata da loro mi sembra quasi falsa, autoimposta. La canzone si salva però per l’assolo da sturbo: che gli vuoi dire, applausi.

Revolt: l’episodio più debole dell’album. Il ritornello è una roba davvero incongrua: non so neppure bene come definirlo, sembra un inno di qualche genere, di quelli brutti, però. Torna, come nel pezzo precedente, un ottismo che davvero non mi riesce di associare alla loro musica. Per altro qui non c’è nulla che riscatti il pezzo; l’assolo è carino, ma messo su un tema che a me non convince. Niente, preferisco dimenticarmela.

Aftermath: allora, è una cosa davvero insolita per loro, lontana dai Muse come li definiamo e conosciamo, ma è splendida. Una ballata straziante, magnificamente interpretata dalla voce di Matt, forse il ritornello è appena appena meno convincente della magnifica strofa, ma è un pezzo che non sfigura accanto ai suoi epigoni passati: penso a Unintended, Blackout e tutte le splendide ballate che ci hanno regalato in passato. Gran bel pezzo.

The Globalist: se The Handler è il mio pezzo preferito, questo è Il Capolavoro dell’album. Cambia così tante volte nei suoi dieci minuti, pur mantenendo coerenza interna, che è difficile persino spiegarlo. Ballata, pezzo più rock, Morricone e Leone all’inizio, il pianoforte…c’è tutto. Se volete capire cosa siano stati i Muse, e cosa siano ora, questo è il pezzo da ascoltare. Con tanta santa pazienza, perché sono nove minuti e passa di musica. Un mio amico mi ha detto che non la sentiremo mai a un concerto, e probabilmente è vero, ma chissene. Ce la spareremo quando vorremo al buio, sdraiati a terra, nelle nostre stanzette, quando avremo bisogno di staccare da noi stessi. E poi c’è il pianoforte.

Drones: questa qui, secondo me, ha fatto incazzare molta gente. È quel che resta della grandiosità, dei barocchisimi dei Muse, quelli per i quali tanta gente non li ha mai sopportati, per cui si accusava Matt di essere uno tronfio e pieno di sé. Quattro minuti di pezzo corale di un compositore rinascimentale in cui Matt fa tutte le voci. Pensatela come vi pare, a me ha fatto impazzire. È una cosa bella, la giusta chiosa ad un disco in cui la musica corale aveva già iniziato a fare capolino nei pezzi precedenti, per certi versi un pezzo quasi ironico che ribalta tutto: il rock, la speranza dei pezzi centrali…forse siamo tutti già morti e non lo sappiamo.

P.S.
C’entra niente, ma, per chi volesse, sabato 20 Giugno partecipo a Bookineri, una chiacchierata sulla scienza, come se ne parla, e dei suoi legami con la letteratura a Frascati, presso la Piazza del Mercato alle ore 21.30. Qui tutte le informazioni. Vi aspetto!

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Cucina senza glutine: torta al limone

Come ormai sanno anche i sassi, sono impegnata in un epico trasloco che dopo 34 anni mi ha portata via da Roma. Adesso abito ai Castelli, che, per i non romani, è non una zona collinare di origine vulcanica a sud della città. Avessi saputo prima che bastava venire qua per avere un clima più umano, mi sarei stabilita alla stazione di Frascati fino alla pubblicazione del mio primo best seller, e alla maturazione, dunque, di quel minimo di gruzzolo che mi avrebbe permesso di prendermi un monolocale qua. Comunque, sto divagando. Il trasloco è caduto proprio nei dintorni del compleanno di Giuliano, e non ho voluto privare tutta la famiglia di una torta, così questo dolce è stata la mia prima produzione pasticcera nella nuova casa. Cucina della taverna promossa a pieni voti, ma sto ancora divagando.
Dunque, in generale cucinare gli impasti celiaci è una tragedia: l’assenza di glutine fa sì che abbiano scarsissima coesione, e dunque si rompano molto facilmente. Non è un gran problema per pane e pizza, ma ad esempio per le chiacchiere o la pasta fatta in casa, che richiedono sfoglie molto sottili, è una tragedia. Mi dicono che usando qualche addensante vada meglio, ma ancora non ci ho provato. Inoltre, gli impasti sono appiccicosissimi, e toglierli dalle mani è un’impresa. Questo fa sì che non sia possibile, per impasti consistenti, adattare le ricette col glutine usando la farina che ne è priva. Semplicemente, non funziona.
Il problema, invece, non si pone per le torte, che hanno impasti fluidi. Da quando ho scoperto questo segreto Jedi, ho ricominciato a fare torte con piacere. Una delle mie preferite è questa torta al limone, che è superbuona per davvero. L’impasto è molto profumato e la crema è deliziosa. La facevo prima di iniziare a cucinare senza glutine, la faccio adesso, perché è una delle nostre torte preferite. Inoltre, le farine senza glutine la rendono sofficissima, perché hanno alte percentuali di amidi. Insomma, è una goduria. E per farle senza glutine basta solo usare farine permesse; io uso il Mix Dolci della Shär, ed è venuta ottima.
Questa volta ho anche apportato una piccola modifica; siccome avevo dei lime avanzati dalla key lime pie dell’ultima puntata della rubrica, li ho sostituiti ai limoni nell’impasto. Così, mi è venuta una torta al lime con crema al limone. Devo dire che la differenza rispetto alla versione classica decisamente non è sostanziale, ma era buona, quindi si può fare.
Di torte in verità ne ho fatte due; la prima l’ho rovinata come una scema. In pratica, siccome stavo usando il forno nuovo, mi è venuto il dubbio che non fosse cotta a sufficienza. Non avevo però stecchini di legno per pungerla, così ho usato un coltello. Ecco, non fatelo. Mai. La torta s’è letteralmente afflosciata. Era ancora buona, visto che una coppia di miei amici s’è mangiata mezza teglia, ma era orrenda.
Comunque, il risultato finale è la torta che vede qui sotto in foto. Sì, è orrenda, vi sfido a capire di cosa si tratti. La pasta di zucchero è anch’essa senza glutine, comprata dal mio negozio di cake design di fiducia, così come il colorante dorato. Io non avevo l’acool, così l’ho diluito con l’acqua. Ecco, no. Piuttosto, usatelo in polvere e mettetelo sulla torta con un pennello a punta larga. L’effetto è molto migliore. Non ho una foto dell’interno, perché in quei giorni ero ancor più esaurita che adesso e mi sono dimenticata, ma non ne ho riportato a casa neppure un pezzetto, qualcuno ha fatto il bis, quindi direi che è stata apprezzata. Buon appetito!

P.S.
Per la serie “recensioni non richieste”, nei prossimi giorni probabilmente vi ciuccerete la mia recensione di Drones, ultimo disco dei Muse. Spoiler: non è stato colpo di fulmine, ma lo sto sentendo a ripetizione.

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Cucina senza glutine: key lime pie e cheesecake

In questa famiglia si ama il cheesecake. Quello freddo, principalmente. Credo sia una questione di imprinting. Uno dei primi dolci che abbia mai preparato in vita mia è il preparato Cameo per torte fredde, sia quella con lo yogurt che quella col limone. Ho anche un trauma connesso alla suddetta torta: era tipo la prima settimana che vivevo da sola con Giuliano, e per non ricordo quale occasione volevo preparare una di quelle torte. Ebbene, non ci riuscii. Pianto e stridore di denti. Tutti sanno fare le torte pronte! Perché io no? Otto anni dopo, e miliardi di torte preparate, ormai non più in scatola, guardo con supponenza la me stessa in lacrime in cucina, davanti al preparato che non si monta: ne hai ancora da fare, di strada, giovane Padawan…
Comunque, giunta la celiachia in famiglia sembrava fosse ormai la fine dei giochi. No more biscotti Digestive, no more cheesecake, o la sua versione ancor più guduriosa, la key lime pie, che io adoro perché vivrei anche solo di latte condensato.
Siccome però farmene una ragione non è mai stato il mio forte, ho deciso che doveva esistere un succedaneo gluten-free dei biscotti Digestive. Gira che ti rigira, l’ho trovato: sono questi biscotti qui della Shär. A parte che sono buonissimi di per sé, e spesso li mangio anche io che celiaca non sono, sono adattassimi a fare la base burrosa dei cheesecake e della key lime pie. Il sapore è un po’ diverso, soprattutto per via di certi cereali tondi che ci sono dentro e che a volte non si sbriciolano del tutto, ma le proprietà generali li rendono molto adeguati al fondo delle torte: sono sbriciolosi quanto basta, cerealosi, e si legano molto ben col burro. Confesso di non essere invece ancora riuscita a risolvere il problema colla di pesce: in principio, la colla di pesce non contiene glutine, ma quella che uso di solito io non ha scritto esplicitamente “senza glutine”. Ho provato con una in polvere, ma, forse ho sbagliato qualcosa, non so, ma non ha funzionato per niente. Se qualcuno ha da suggerirmi qualche alternativa, me lo dica nei commenti, è molto ben accetta.
Vi posto ricetta e foto dell’ultima creazione del genere: è una key lime pie che ho fatto per una cena da amici. La ricetta, ovviamente deglutinizzata, è sempre di Giallo Zafferano (suggerimento: spremete i lime con lo spremitore automatico; prima di ritrovare il mio facevo a mano, e m’era venuto un bicipite che manco John Cena…). A breve farò anche una torta al limone per un compleanno, vi terrò aggiornati.

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