Le recensioni non richieste: Drones

Vi stavate preoccupando, eh? È uscito il nuovo album dei Muse e qua niente, silenzio completo…c’avevate sperato, confessatelo. Che a questo giro niente deliri, niente recensioni canzone per canzone…e invece, al terzo ascolto, mentre scendevo in macchina a ritirare i lampadari che dovevano essere pronti tre settimana e fa e invece nisba, ho pensato: di quest’album tocca fare una recensione. Ed eccola qua.
Dunque. In teoria questo doveva essere l’album del ritorno al rock puro, à la Origin of Simmetry e Showbiz. Via l’elettronica, via i coretti dei Queen, spazio ai riff e alle chitarre. Il problema è che sono almeno tre album che si parla di questo ritorno alle origini, e ancora non se n’è vista traccia. Quel che Matt dice circa le sue canzoni è sempre da prendere con le pinze. Inoltre, ne è passata di acqua sotto i ponti, dai primi due dischi, e non si può certo cancellare con un colpo di spugna tutta l’evoluzione musicale che c’è stata nel mezzo. Per cui no, non è un ritorno al rock. L’elettronica qua e là c’è ancora, i maledetti coretti dei Queen pure, ma indubbiamente rispetto a Resistence e The 2nd Law è un album più snello, più puro e tutto sommato anche più compatto. Ora uso una parola che non credevo avrei mai rispolverato per i Muse: è un album più sobrio. Roba come United States of Eurasia, o Survival qui non le troverete. Se ne scorge traccia in alcuni pezzi, ma tutto quanto di barocco ed eccessivo ci fosse stato in quei pezzi è stato pulito, rimosso, per arrivare all’essenza del riff: è un album di riff e assoli, è un album di pezzi di bravura, persino. Questa è al contempo una buona e una cattiva notizia: soprattutto con The 2nd Law i Muse erano arrivati pericolosamente vicini al grottesco, e stavano flirtando un po’ troppo pesantemente col cattivo gusto. Ma l’aspetto scarno dei pezzi di Drones, davvero per lo più incentrati su batteria, chitarra e basso, vuol dire anche un addio quasi totale alla cosa che mi aveva fatto amare Bellamy e soci: la commistione con la musica classica, e, in un ultima analisi, i tappeti di violini e pianoforte. Il pianoforte è praticamente scomparso, e fa solo una breve comparsata in The Globalist. I violini pure sono dati quasi per dispersi. In questo senso, sì, sembra un po’ Showbiz, anche in certi echi vagamente americaneggianti. Ma, che ci vuoi fare, questa è la loro evoluzione, questo è quel che vogliono fare ora, e io rispetto profondamente gli artisti che seguono una propria strada, cercando di non farsi influenzare troppo dal pubblico. I testi rivelano chiaramente che questo è quel che Matt voleva fare, l’adesione viscerale dell’interprrtazione delle canzoni tradisce che questa è roba loro, la roba che amano, e allora alzo le mani: è giusto così.
Ma mi è piaciuto o no? Dunque, siamo lontani da Absolution, che per me resta il loro capolavoro, e anche Resistence non è proprio dietro l’angolo. Però è un bel disco, compatto, e che soprattutto cresce: c’erano delle cose che al primo ascolto mi avevano lasciata perplessa, ma adesso mi ritrovo a farci headbanging su, e ogni ascolto lascia la voglia di ricominciare. L’ho già sentito quattro volte, e lo risentirò ancora. Non sono più il gruppo che mi folgorò undici anni fa, ma è anche giusto che sia così, e non è probabilmente il loro disco capolavoro, ma è un bel lavoro, solido, e tutto sommato non vedo l’ora di andarli a sentire di nuovo il 18 luglio. Nota di merito al booklet, senza neppure una loro foto, ma con delle illustrazioni meravigliose.
Adesso, breve recensione pezzo pezzo

Dead Inside: Undisclosed Desires 2.0. All’inizio non mi convinceva per niente, ma tutto sommato non è affatto male. È il consueto anello di congiunzione coi dischi precedenti, quello presente in tutti gli album dei Muse. Uno li potrebbe mettere in fila, i sette dischi, e sentirseli come un’opera unica.

Psycho: l’originalità non è il suo forte, ma il riff è bello e potente, ed è un pezzo che urla Muse da tutti i pori. È l’inizio della trasformazione che attraversa tutto il disco, e che li condurrà, verso la fine, su lidi lontanissimi da quelli a loro usuali. È una canzone da urlare ai concerti, e in questo fa il suo sporco lavoro egregiamente. Your aaaaaaaaaaaaaass belongs to me nooooooooowwww…

Mercy: pure qua, Starlight reprise. Una cosa tutto sommato abbastanza usuale per i loro canoni, una canzoncina un po’ più orecchiabile, ma che passa via senza lasciare troppo il segno. Non è brutta, è uno di quei pezzi che ti cresce dentro dopo ogni ascolto, ma non credo che li ricorderemo per cose del genere.

Reapers: le cose qua si fanno serie, e ci si avvia alla parte centrale dell’album, la più forte e convincente. Un pezzo che parte fortissimo, virtuosistico, giocato tutto sugli assolo, potente, insapettato e anche poco lineare. Cambia continuamente direzione, è inatteso, complesso. Una roba davvero, davvero bella.

The Handler: vabbeh, qui davvero potrei stare a parlare per ore. I Muse che mi piacciono; se ce li avessi incantenati nel sottoscala li costringerei a scrivere solo roba così :P . Oscura, potente, basata su un riff incredibilmente orecchiabile, al tempo stesso disperata, lenta…ricorda Fury, il mio pezzo preferito di tutti i loro. Per me, il capolavoro dell’album, la cosa che ricorderò di tutto il disco anche fra dieci anni. Ma, mi rendo conto, è una cosa di gusti personali.

Defector: uhm…innanzitutto tornano i maledetti coretti dei Queen, che erano bellissimi nella musica dei Queen, ma nella loro li ho sempre sopportati pochissimo. A spaccare spacca, ma il tema è un po’ troppo allegrotto per i miei gusti. Questa svolta ottimista che hanno preso in questo disco mi lascia un po’ perplessa: suonata da loro mi sembra quasi falsa, autoimposta. La canzone si salva però per l’assolo da sturbo: che gli vuoi dire, applausi.

Revolt: l’episodio più debole dell’album. Il ritornello è una roba davvero incongrua: non so neppure bene come definirlo, sembra un inno di qualche genere, di quelli brutti, però. Torna, come nel pezzo precedente, un ottismo che davvero non mi riesce di associare alla loro musica. Per altro qui non c’è nulla che riscatti il pezzo; l’assolo è carino, ma messo su un tema che a me non convince. Niente, preferisco dimenticarmela.

Aftermath: allora, è una cosa davvero insolita per loro, lontana dai Muse come li definiamo e conosciamo, ma è splendida. Una ballata straziante, magnificamente interpretata dalla voce di Matt, forse il ritornello è appena appena meno convincente della magnifica strofa, ma è un pezzo che non sfigura accanto ai suoi epigoni passati: penso a Unintended, Blackout e tutte le splendide ballate che ci hanno regalato in passato. Gran bel pezzo.

The Globalist: se The Handler è il mio pezzo preferito, questo è Il Capolavoro dell’album. Cambia così tante volte nei suoi dieci minuti, pur mantenendo coerenza interna, che è difficile persino spiegarlo. Ballata, pezzo più rock, Morricone e Leone all’inizio, il pianoforte…c’è tutto. Se volete capire cosa siano stati i Muse, e cosa siano ora, questo è il pezzo da ascoltare. Con tanta santa pazienza, perché sono nove minuti e passa di musica. Un mio amico mi ha detto che non la sentiremo mai a un concerto, e probabilmente è vero, ma chissene. Ce la spareremo quando vorremo al buio, sdraiati a terra, nelle nostre stanzette, quando avremo bisogno di staccare da noi stessi. E poi c’è il pianoforte.

Drones: questa qui, secondo me, ha fatto incazzare molta gente. È quel che resta della grandiosità, dei barocchisimi dei Muse, quelli per i quali tanta gente non li ha mai sopportati, per cui si accusava Matt di essere uno tronfio e pieno di sé. Quattro minuti di pezzo corale di un compositore rinascimentale in cui Matt fa tutte le voci. Pensatela come vi pare, a me ha fatto impazzire. È una cosa bella, la giusta chiosa ad un disco in cui la musica corale aveva già iniziato a fare capolino nei pezzi precedenti, per certi versi un pezzo quasi ironico che ribalta tutto: il rock, la speranza dei pezzi centrali…forse siamo tutti già morti e non lo sappiamo.

P.S.
C’entra niente, ma, per chi volesse, sabato 20 Giugno partecipo a Bookineri, una chiacchierata sulla scienza, come se ne parla, e dei suoi legami con la letteratura a Frascati, presso la Piazza del Mercato alle ore 21.30. Qui tutte le informazioni. Vi aspetto!

2 Tags: , , , ,

2 risposte a Le recensioni non richieste: Drones

  1. Gaia scrive:

    Anche io sono una fan dei Muse..e ho aspettato con ansia questo album e questo ritorno al rock puro.
    Ma effettivamente c’é ancora tanta elettronica ..sicuramente lo stile è più “sporco”, graffiato.
    Un Album piacevole E forte, forse non potente quanto gli altri ma sempre un capolavoro di questa fantastica e unica band.
    Ciao Licia!
    Ps.grazie a nihal e le sue avventure è iniziato tutto ..La mia passione per il fantasy per la lettura e tutto ciò che ci gira attorno …ora mi ritrovo sommersa di libri e felice ogni volta che sfoglio le pagine di un nuovo capitolo …grazie Licia

  2. giulia scrive:

    licia ho una proposta, oltre a fare l’astrofisica e la scrittrice fantasy, perchè non fai anke la dj? io ti ci vedo :p ti adoro

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>