Archivi del mese: luglio 2015

Un viaggio nel tempo di dieci anni: Muse@Rock in Rome

Il post sarà bipartito, e quindi, mi duole dirlo, un po’ lungo. La prima parte sarà dedicata al concerto in sé, la seconda all’organizzazione, che, in quanto a dis-orgnanizzazione, merita un capitolo a parte. Potete leggerne una sola o tutte e due, a seconda dei gusti. Preferirei francamente leggeste anche l’odissea cui Rock in Rome ci ha costretti finito l’evento.
Anyway, si comincia, e…enjoy!

Il concerto
Ero un po’ in dubbio se partecipare a questo concerto. La questione principale riguardava la location: io non amo la folla. Un paio di volte, ciaccata da tutti i lati in mezzo a una piazza, mi sono sentita male, e non mi andava di mettermi di nuovo in una situazione che mi facesse venire l’ansia. A Capannelle avevo già sentito Daniele Silvestri, Caparezza e Latte e i suoi Derivati, ma nessuno di loro immaginavo facesse i numeri dei Muse, e quindi temevo l’effetto calca. Era anche il quinto loro concerto che andavo a sentire, per cui per qualche ora sono stata indecisa. Alla fine, mi sono detta che non avevo voglia di darla vinta alla mia paura, così ho preso i biglietti e amen. Ecco, devo dire che ho fatto veramente, veramente bene a farlo.
Sono state dette svariate cose riguardo questo concerto: che non c’è stato spettacolo perché il palco era troppo semplice, che è durato troppo poco. Sulla seconda, questione di gusti, ma per me zompare e urlare per un’ora e mezza a più di trenta gradi è andata più che bene. Non sono una gran fan dei concerti infiniti, due ore per me sono il limite, e quindi non mi lamento. Per il palco, ricordo distintamente chi si lamentava che all’Olimpico, nel 2013, avevano perso l’anima, perché era tutto spettacolo e niente arrosto…beh, qua era solo musica, 90 minuti di musica praticamente senza interruzione, se non un paio di “ciao Roma” d’ordinanza. Poi dipende sempre dal perché vai a un concerto: io vado a ballare, cantare e godermi della buona musica. Se c’è dello spettacolo bene, ma va benissimo anche senza. E stavolta sono stata decisamente soddisfatta.
Seguo i Muse ormai da dodici anni. Li scoprii nel 2003, quando Giuliano era in Cile per la tesi, un momento decisamente particolare della mia vita. Mi hanno accompagnata in tanti momenti importanti, hanno contribuito a fare di me la persona che sono, hanno persino influenzato la mia scrittura. Per me questo concerto è stato così straordinario, più ancora di quelli precedenti, perché la scaletta era una roba fatta per noi: per noi che gli stiamo appresso da anni, che li abbiamo seguiti in tutte le loro evoluzioni, magari a volte col sopracciglio un po’ alzato, ma tutto sommato amandoli sempre. Tanti pezzi da Absolution, il loro lavoro che amo di più, tra cui un’Apocalypse Please che, in platea, avremo cantato in quattro, mentre gli altri avevano la faccia a punto interrogativo, e poi Origin of Simmetry, con una scontata Plug In Baby, ma anche una stupefacente Citizien Erased, con tanto di pianoforte a coda. E poi le canzoni nuove, che spaccano, poco da dire, con Reapers che è una roba difficile persino da descrivere, e sulla quale Matt ha fatto il coatto suonando l’assolo con la chitarra sulla schiena (e senza toppare una nota…), The Handler potente e meravigliosa, e Mercy che fa il suo sporco lavoro nonostante non sia proprio un pezzo memorabile. Matt ha piazzato degli urli qua e là che io non sentivo da anni, tutti e tre sono stati impeccabili. Breve, sì, ma intenso. E intanto, io mi sono fatta il mio trip mentale lungo dieci anni; Plug In Baby e i primi mesi, stupefatti, in cui li avevo appena scoperti; Hysteria e Times is Running Out e quell’estate strana e solitaria nella quale riempirono il vuoto di un’assenza; Starlight, che ascoltai a tutto volume mentre stavo sulla prua della nave del mio viaggio di nozze, e quel verso disperato “Our hopes and expectations, black holes and revelations” che descrive così bene i nostri vent’anni e quel che la mia generazione è ancora; e poi Knights od Cydonia, i cui versi sono finiti in bocca a Ido, durante la sua ultima battaglia. Mi sono ricordata perché li amo, perché sono dodici anni che mi sparo le loro canzoni, perché ogni volta che le note di Drones si spengono, io rimetto su tutto da capo da Dead Inside.
Mi rendo conto che tutto questo vale per me, che mi sono fatta la post adolescenza con loro, che sono una fan e lo sarò sempre. Per tutti gli altri, quelli col cellulare in mano per tre quarti di concerto, e che su Citizen Erased si guardavano perplessi, probabilmente no. Ma non ho mai detto che avrei fatto una recensione obiettiva: lo sanno tutti che ognuno dei tre libri de Le Guerre del Mondo Emerso comincia con una loro citazione, e allora che altro aspettarsi da me?
Due unici appunti: non capisco perché, se sul biglietto c’è scritto che si comincia alle 21.00, poi la prima nota parte alle 22.00. Faceva caldo, e star lì inchiodati nel silenzio per un’ora non è granché piacevole. Magari c’è una ragione per cui si fa così, ma io non riesco a immaginare quale.
La seconda è che, nonostante non sia un’amante dei volumi spaccatimpani, devo dire che il volume era davvero basso. Riuscivo a sentirmi cantare, e in cinque concerti loro che ho seguito non era mai successo. Considerando che uno era all’Arena di Verona, credo possiate immaginare quanto basso fosse il volume. Per altro, il gruppo spalla aveva suonato molto più alto. Nulla da dire sull’equalizzazione, il suono era di una nitidezza impressionante, si sentiva tutto alla grande, ma a me piace sentire la musica che batte sotto lo stomaco, i bassi che mi attraversano dai piedi alla testa, e non era così. Stavo piuttosto indietro, d’accordo, ma alla mia destra e alla mia sinistra c’erano due file di casse, spente, immagino. Vabbeh, mi rifarò quando partirà sul serio il tour di Drones.

L’organizzazione
So di arrivare con due anni di ritardo, perché la gente si lamenta del Rock in Rome almeno dal 2013, ma repetita iuvant, visto che in due anni nessuno è riuscito a risolvere i problemi strutturali di questa manifestazione.
Un paio di coordinate per chi non è di Roma: il Rock in Rome si tiene all’Ippodromo di Capannelle, che non è servito da metro, e che si trova lungo una delle consolari, le vie di origine romana che ancora oggi regolano il traffico della città, nello specifico l’Appia. Si trova un po’ fuori città, ma comunque entro l’anello del Raccordo Anulare. Di spazio, in teoria, ce n’è in abbondanza, sia per parcheggiare sia per gli eventi. Voglio dire, è un ippodromo…Quando andai a vedere Caparezza, nel 2012, se non erro, il problema era il posto in cui era stato posizionato il palco: praticamente in una strettoia, davanti alla zona dell’ippodromo con le gradinate. Sarà largo una trentina di metri a dir tanto, probabilmente anche meno. Eravamo 10000 persone e vabbeh, si resisteva. Stavolta ci hanno messi in uno spazio più largo, ma ugualmente non adatto a contenere 35000 persone. Intendiamoci, dove stavo io si stava piuttosto bene, ho saltato come una pazza senza uccidere nessuno, ma non mi sembrava l’arena giusta per un gruppo come i Muse, che all’Olimpico aveva fatto 60000 presenze.
Il palco distava in linea d’aria un 500 metri da dove avevamo parcheggiato. Si sono trasformati in un chilometro e mezzo di camminata a piedi lungo transenne farcite di cumuli di immondizia lasciata da chi aveva fatto la fila la mattina. Ora, lasciare pulito il posto in cui si tiene un concerto è responsabilità degli spettatori, ma se non mi metti neppure mezzo cestino da qualche parte io non posso certo ingoiare le bottigliette di plastica…Comunque, fin qui più o meno tutto bene, anche se sarebbe stato saggio prevedere più di un’entrata per gli spettatori. La tragedia è stata il deflusso, che pure certi giornali raccontano come sereno e allegro. Bisogna solo ringraziare la pazienza e l’educazione del pubblico se non è finita a mazzate.
Finito il concerto, ci hanno fatto rifare il chilometro e mezzo di camminata inutile, indirizzandoci di nuovo verso un’unica uscita, col risultato che s’è fatta la calca. Invece di star lì a spingerci con gli altri, io e i miei amici abbiamo preferito aspettare che la fila smaltisse un po’. Dopo 20 minuti in cui la situazione non era cambiata, ci siamo rassegnati al pigia pigia. Con ulteriore colpo di genio da parte degli organizzatori, il deflusso della gente aveva un passaggio obbligato per il villaggio del Rpck in Rome, ossia la zona in cui si mangia. A parte che mi hanno detto meraviglie anche di quel posto là (tre file da fare: una per farsi cambiare i soldi in token, l’unica moneta che circola là in mezzo, l’altra per ordinare, la terza per prendere da mangiare) c’era un casino assurdo tra chi voleva uscire, chi doveva prendere pulman e treni, e chi doveva mangiare.
Comunque, riusciamo ad avviarci verso il parcheggio. Che è immerso nell’oscurità più totale, e non ha indicazioni di nessun genere. Gli ausiliari del parcheggio che ci hanno aiutati a trovare posto all’arrivo si sono dileguati. C’è gente che credo abbia ritrovato al macchina domenica mattina, perché alle due ancora c’era gente che vagava senza avere la più pallida idea di dove si trovasse. Una volta saliti in macchina, impossibile identificare un percorso per l’uscita: zero indicazioni, zero persone cui chiedere, e soprattutto un’unica uscita. Sì, avete capito: un concerto con 35000 presenze, per cui direi almeno 5000 macchine, e un’uscita solo sull’Appia, in una zona per altro farcita di locali, in cui quindi c’è traffico già normalmente. Siamo entrati in macchina, davanti a noi una fila chilometrica diretta verso il nulla, e immobile. E la prima ora se n’è andata così, al buio, in macchina, senza avere idea di dove andare. Ho seriamente creduto che avrei dovuto dormire a Capannelle.
A un certo punto Giuliano e un mio amico sono andati a comprare dell’acqua; ci hanno messo sui venti minuti, e in quel tempo hanno visto uscire dal parcheggio solo un autobus. Sì, perché c’era il servizio navetta, che s’è incastrato ovviamente nell’ingorgo cosmico, governato da due ragazzi e due vigili che di fronte alle rimostranze, pure troppo pacate, della gente hanno parlato di “normale deflusso”. A Roma è normale stare un’ora fermi in un parcheggio al buio, all’una di notte, senza sapere dove devi andare.
Comunque, dopo un’ora, e non si capisce perché non prima, finalmente qualcuno apre un cancello dietro il nostro parcheggio, e i deflussi diventano due. Solo che, in assenza di indicazioni o percorsi chiari per uscire, ci fiondiamo tutti in ordine sparso verso il cancello. Risultato: due ore per guadagnare Via di Capannelle e finalmente uscire dal casino. Al netto, tre ore per uscire da un parcheggio, a fronte di un’ora e mezza di musica. Tralasciamo poi che l’uscita pedonale coincideva con quella della macchine, aumentando il casino, o le dosi industriali di polvere che ci siamo dovuti respirare, perché Capanelle è pur sempre un ippodromo.
Ora, se non sai organizzare, se non puoi pagare la gente che ti trasforma un prato in un parcheggio, non li fare gli eventi. Certo, uno un po’ di calca per uscire la mette in conto; quando andai a sentirli al Palalottomatica, nel 2005, feci una mezz’ora di traffico, e va bene, nessuno pretende che si vuoti un parcheggio in due minuti. Ma tre ore è fuori dalla grazia di dio. Una ragazza che è venuta ieri a sentire la mia presentazione ha aspettato quattro ore un taxi. O si cambia location, o si fanno le cose per bene, perché così non è soltanto frustrante, rischia anche di essere pericoloso, e 60 euro per i biglietti sono davvero tanti. Per parte mia, non credo tornerò più al Rock in Rome: meglio aspettare qualche mese e andarsi a vedere i concerti in posti in cui le cose sono più tranquille, e francamente, non consiglio neppure a voi di andarci, se non a guardare concerti che non registrino più di 10000 presenze.

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Roma!

Per tutti quelli che si lamentavano del mio latitare sul territorio natale, domenica 19 luglio sarò nel cortile di San Pietro in Vincoli, a Roma, ore 20.15, a parlare dei miei libri con David Frati di Mangialibri. Alla faccia del nemo propheta in patria :P .
Vi si aspetta, tanto più che per ragioni imperscrutabili, non è che mi si inviti tantissimo a Roma…

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Banditeci tutti

Forse avrete letto questa notizia: in sintensi, uno dei primi atti del nuovo sindaco di Venezia è stato quello di stilare una lista di libri per bambini da bandire da asili e scuole. Il perché è che essi propaganderebbero la famigerata “teoria gender”, insegnando ai bambini cose terribili e sovversive tipo che esistono pure famiglie con un solo genitore, o due papà, o due mamme, che non è che se sei nata con una vagina tu non possa, che so, amare il calcio, o voler fare il meccanico.
Ora, questa roba è sbagliata, profondamente, per due ragioni. La prima è strettamente legata all’oggetto del contendere, ossia la “teoria gender”. Che non esiste. Non c’è nessuno che insegni a scuola ai bambini a masturbarsi (come se ce ne fosse bisogno, per altro, visto che l’esplorazione del proprio corpo è una delle prime cose che fanno i bambini piccoli), né che dica loro che non ci sono differenze tra maschi e femmine. La “teoria gender” sta solo nella testa di chi non vuole accettare la propria sessualità e si auspica un futuro con le donne chiuse dentro casa e gli uomini che le menano quando disobbediscono. Quindi, bandire dei libri perché “propagandano la teoria gender” non ha senso. Per inciso, gli studi di genere (gender studies, in inglese), che esistono, questi sì, si occupano soltanto di indagare il significato culturale del genere, ossia cosa ogni cultura abbia attribuito ai termini “uomo” e “donna”. Sostanzialmente, la ragione per cui le nostre nonne dovevano starsene chiuse dentro casa a curare la prole, e noi possiamo accedere, più o meno liberamente, al mondo del lavoro. Perché mentre col pene e la vagina ci nasci, non nasci “femmina che cerca la tenerezza”, come diceva un’orrida pubblicità di pannolini qualche settimana fa; piuttosto è la società che vuole importi un modello di femminile e di maschile, che ha poco a che fare col tuo sesso biologico.
La seconda ragione per cui questa roba del bandire i libri è sbagliata è che i libri non si bandiscono. Mai. Sugli scaffali delle librerie posso trovare il Mein Kampf, ed è giusto che ci sia e che lo possa leggere. Perché le idee non si combattono mettendole a tacere, ma argomentandoci contro (sì, sono contraria ai reati d’opinione). La storia di ciò che siamo passa attraverso tutte le idee che abbiamo prodotto, anche le più terribili, e i libri le veicolano. Silenziarne alcune significa togliere pezzi alla nostra storia, in ultima analisi toglierle significato. Per questo i libri non si bandiscono. Pensi che dentro ci siano cose che non condividi? Scrivi un altro libro e confuta quello che non ti piace. Democrazia, la parola più abusata dei nostri tempi, è pure questo.
Per queste ragioni ho aderito all’appello promosso da Andrea Valente e Matteo Corradini: bandite pure i miei di libri. Nei quali, per inciso, c’è un intero popolo per il quale non ha alcuna importanza che tu ti accoppi con uno del tuo sesso o sesso diverso, e persino una storia d’amore tra due uomini. O tutti o nessuno: banditeci tutti, belli e brutti, buoni e cattivi, e godetevi il vostro mondo dominato dal pensiero unico, e orfano di storie. Vediamo se vi piace.
Periodicamente ci tocca ristabilire l’ovvio, qualche anno fa toccò pure al mio amico Sandrone Dazieri, e vedere gente che vuole bruciare i libri, dimenticandosi la fine che fece l’ultimo che ebbe la stessa idea, e quanto orrore causò prima di spararsi. Ecco, ci siamo stufati, ma parecchio. Vi facciamo portare avanti col lavoro: ci autobandiamo, tanto prima o poi tocca a tutti.
Per chiunque volesse aderire, qui il testo della lettera che spediremo al sindaco di Venezia.

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Il mio posto

Da ragazzina andai ad Amalfi. Mi piacque moltissimo, ma la prima cosa che notai era che tutto là sembrava ridursi alla scogliera e al mare. Non c’era altro che potessi vedere, se non l’orizzonte sul Tirreno e la montagna dietro di te. Il resto del mondo avrebbe potuto benissimo non esistere. Pensai che fosse bellissimo, ma mi diede anche un certo senso di claustrofobia. Mancava un punto di fuga, e pensai che non avrei mai potuto vivere in un posto così. Quasi venti anni dopo, in un posto quasi così ci vivo eccome.
Dalla mia nuova casa non si vede Roma. La vista della Capitale è una delle cose più ambite ai Castelli, ma a me non manca particolarmente. C’è un punto particolare, quando si sale da Roma ai Castelli, indipendentemente dalla strada che si prende, in cui valichi il cerchio di monti che delimita i crateri di questo antico vulcano, e d’improvviso sai che sei dentro. Tutto quello che esula dal grande cerchio formatosi 360 000 anni fa smette di esistere. La prospettiva si riduce all’anello di monti, alla valle ivi racchiusa, al Tuscolo e a Monte Cavo.
La mattina apro la finestra, e sono scorci di questo cerchio che vedo. L’aria spesso è frizzante, e per una volta il fatto che ci sia il sole non mi dà fastidio. Quando vado al mercato, Monte Cavo si staglia piano davanti a me: il monte di Giove Laziale, sacro ai romani e a chissà quanti altri prima di loro, uno degli ultimi crateri del Vulcano Laziale a essere stati attivi. E tutto sembra ridursi a questo cono sventrato, e poi ricostruito, e ancora sventrato, nella complessa storia geologica di questo luogo.
Qualche giorno fa ci siamo svegliati con un forte temporale. I tuoni riempivano la valle, la pioggia batteva violenta sul tetto. Nel dormiveglia, ho avuto la netta sensazione che fuori dalle mura di casa non ci fosse nulla. E non avevo paura. Piuttosto, ero contenta. Nessun senso di claustrofobia, nessun desiderio di fuga: ero in utero morbido, un uovo che mi proteggeva e scaldava mentre fuori la natura si scatenava.
Forse è perché d’improvviso mi sembra di trovarmi esattamente dove dovrei essere. È una sensazione che non provavo da dieci anni, dai tre mesi incredibili a Monaco di Baviera, la mia patria spirituale. Non credevo avrei mai trovato un posto in cui potessi sentirmi a casa come lì. E ora, quasi dieci anni esatti dopo, a una decina di chilometri dalla città nella quale sono rimasta bloccata per trentanquattro anni, scopro un luogo cui sento di poter appartenere, in cui mi sento a posto. Sono sempre stata convinta che a se stessi non si sfugge, e che il luogo in cui si vive conta alla fine poco. Scopro che non è vero, che guardare dalla finestra uno scorcio di colline e boschi, di piccoli borghi e laghi vulcanici la differenza la fa. E ho paura. Perché la soddisfazione non ha mai fatto granché parte della mia vita. Sono tipo da emozioni improvvise, nel bene e nel male, e adesso scopro la quiete calma di vivere in un luogo che si ama. Non ci sono abituata. Sono stata così tanti anni senza bellezza fuori dalle mura di casa mia da essermi assuefatta a vivere in posti che in fin dei conti non amo. Sì, mi manca la mia vecchia casa, per quel che ci ho vissuto dentro, così come mi mancano tutte le tane della mia vita. Ma qui è diverso. Qui è il mio posto.
Mi chiedo se sia solo un’innamoramento passeggero, se mi stancherò delle colazioni in giardino, delle nuvole che scendono sui crinali di Monte Cavo, delle mucche che pascolano la sera o delle notti al telescopio in giardino. Ma d’improvviso non ha più molta importanza. Conta che io sia qui e ora, là dove avrei dovuto essere molto, molto tempo fa.

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Gavoi

Tornano i brevi post di servizio. Sono pur sempre ancora impelagata nell’infinita catalogazione della biblioteca di casa…comunque. Questo week end sarò a Gavoi, in provincia di Nuoro, per Isola delle Storie, il famoso festival. Sono davvero onorata di essere stata invitata, ne avevo sempre tanto sentito parlare e confesso che avevo una gran voglia di andarci :P .
Parteciperò a due eventi; il primo, venerdì 3 Luglio, ore 22.30, a Sant’Antiocru, presenterò Jeff VanderMeer, che in Italia ha appena pubblicato i primi due libri della Trilogia della Area X, ma in USA è una vera autorità del fantastico (e infatti io sono già in ansia, ma vabbeh, me la farò passare :P ). Il giorno dopo, sabato 4 Luglio, ci vediamo a Didova, Scuola Elementare, alle ore 18.00, per parlare invece dei miei mondi. Ulteriori informazioni, qua.
Bon, spero che chi di voi potrà mi verrà a fare una visita; ho uno splendido ricordo del mio tour sardo, spero di aggiungere un’altra bella esperienza al mazzo.
A questo week end!

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