Archivi del mese: dicembre 2015

L’infinita, non richiesta, recensione SPOILER di Star Wars VII – Il Risveglio della Forza

Ho acceso il mio alberello a tema Star Wars, con tanto di lucine blu spada laser, mi sono messa accanto il mio pupazzetto di Darth Vader, e sono pronta per il compito improbo: spiegare, a un’ora dalla fine della visione, cosa ne penso di Star Wars – The Force Awakens.
Il compito è improbo perché non mi è del tutto chiaro cosa non abbia funzionato, cosa abbia progressivamente spento lo scimmione col quale sono entrata in sala, e che, lo devo confessare, ha ululato soddisfatto per tutti i primi quaranta minuti. È che è difficile per me anche dire perché la trilogia classica mi piaccia così tanto, perché la trovi così terribilmente potente. Comunque.
Iniziamo col dire che nel complesso è un bel film. Siamo da tutt’altre parti che i famigerati Episodi I, II e III. Innanzitutto la gente recita, e battute che hanno un senso. Inoltre, nessuno sta seduto le ore a discettare di argomenti di cui frega una ceppa a nessuno. L’aderenza all’universo classico è veramente assoluta: guardarsi questo Episodio VII significa fare un balzo indietro di quasi quarant’anni. Tutto è come allora: le musiche, le atmosfere, gli oggetti di scena. La filologia è così spinta che il film è farcito di pupazzoni che sono e vogliono sembrare pupazzoni. In certe scene pare che gli effetti speciali non abbiano fatto passi avanti rispetto a A New Hope. Intendiamoci: non è brutto. È solo un po’ hipster in certi punti. Però è bello ritrovare lo sporco, rivedere gli interni laccati e tirati a lucido di un qualsiasi incrociatore imperiale – ops, del Primo Ordine, i caccia x-wing, il Millennium Falcon e via così. Onore al merito di chi ha saputo riportarli in vita uguali a se stessi, ma facendoli sembrare comunque adeguati ai tempi moderni. L’aria, insomma, è quella giusta, l’atmosfera è Star Wars al 100%, c’è tutto quello che ho sentito mancare negli Episodi I, II e III. Anche i personaggi nuovi sono belli; Rey, che ve lo dico a fare, io ci vado a nozze coi personaggi come Rey, e vedere finalmente una donna che mena con la spada laser è per me una goduria per gli occhi (no, le Jedi che finiscono tristemente massacrate in Episode III non contano). Su Finn avevo tantissime remore, dai trailer l’avevo classificato come “quello basito che suda” e invece è una gran bella sorpresa, un personaggio che dà molto al film, e veramente un classico dell’universo di Star Wars. Visivamente, poi, il film è splendido; la scena con cui ci viene presentata Rey mi ha fatto scendere i brividi per le braccia, e per l’aspetto visivo e per la musica fantastica. Le scene di battaglia tra astronavi, per altro, sono veramente tra le migliori che abbia mai visto. C’è una lunga scena che vede protagonista il Millennium Falcon che mi ha stampato un sorriso ebete sulla faccia, una cosa che non mi capitava da Pacific Rim.
Quindi, uno dice, tutto bene? No, purtroppo, e da qui in poi probabilmente diventerò nebulosa, perché dall’analisi ragionata di cosa va e cosa non va si passa alle sensazioni (a parte un’eccezione, che scoprirete presto). Verso il quarantesimo minuto, d’improvviso, ho iniziato a sentirmi stanca, e questo non è mai un buon segno. Nonostante la trama filasse, non guardavo con entusiasmo alla prospettiva di un’altra ora e passa. Non lo so perché. Forse è semplicemente che, se hai visto i film classici, se li hai amati, passata l’esaltazione per il ritrovare tutto così identico a ciò che hai amato, inizi a renderti conto che Episode VII non è la trilogia classica, e mai lo sarà. Pur nella citazione di tante piccole cose che rimandano a ciò che è stato, pur nella filologia, manca davvero l’anima, la potenza che ha reso Star Wars così pervasivo, così persistente nell’immaginario collettivo.
Innanzitutto, la mistica della Forza praticamente non c’è. A parte un paio di accenni, tutto è giocato su un piano molto più terra terra di gente che si mena a spadate o si spara coi blaster. Ok, questa dimensione c’era anche nella trilogia classica, ma, di fianco, c’era Obi Wan, c’era Darth Vader, c’era Luke. Loro, si capiva, conducevano un’altra battaglia, più grande, ed era quella che attraversava per davvero tutti e tre i film creando una trama orizzontale. Qua la Forza è un accessorio, e con essa va via tutto quell’aspetto mistico che tanto ha contribuito alla potenza dell’universo di Star Wars. E poi viene la nota dolente vera, almeno per me, l’elemento nel quadro che stona: non c’è un cattivo. Abbiamo Snoke, ok, col nome più brutto della Galassia e un aspetto che boh…mi lascia perplessa. Ma, giustamente, sta molto sullo sfondo, probabilmente ne sapremo di più nei prossimi film. Chi resta? Kylo Ren, che, poverello, si ritrova schiacciato dal peso di dover sostenere tutto l’aspetto “malvagità” del film, col carico da novanta dovuto al continuo confronto con Darth Vader. Perché, ahò, non è che sono fissata io: si veste come Darth Vader, parla con la maschera di Darth Vader, è evidente che ci si richiami. E il confronto è impietoso.
Ok, non si poteva rifare Vader. È giusto non rifare Vader. Ma allora evita di creare un personaggio che metaforicamente e praticamente (“finirò quel che tu hai iniziato”) ne raccoglie il testimone, o almeno non farmelo così ossessionato da Vader, così graficamente simile. Perché così mi chiedi di fare un continuo confronto.
Per altro, me lo copri con una maschera. E ok. Peccato che sia una maschera il cui unico scopo sia quello di richiamare Vader. Infatti, a metà film, vediamo la sua faccia. In questi giorni pre-visione mi sono fatta duemila pippe su Kylo Ren, chi fosse, perché non ne vedessimo il volto, e a un certo punto mi ero convinta che fosse Luke, che mancava infatti dal cartellone del film. Perché una maschera questo fa: se non mi fai vedere un volto, evidentemente quello è significativo, cela un elemento importante di trama. E invece no. Sotto c’è il figlio segreto di Snape e Lady Gaga. Avremmo potuto vederlo in faccia da principio. Ma forse la maschera allude a qualcos’altro, forse, come quella di Darth Vader, serve ad aumentare il terrore che incute un male senza volto. Ancora no, perché, ripeto, Kylo si toglie la maschera a metà film. È, a tutti gli effetti, un poser, un Vader-wanna-be che non può far altro, appunto che tentare senza riuscirci di essere come uno dei cattivi più iconici della storia della cinematografia. La sceneggiatura stessa ci sbatte in faccia questo elemento, perché l’ossessione per Vader è una caratteristica fondante del personaggio. Ma non è che se me lo dici, mi strizzi l’occhio in un gioco metacinematografico (siamo tutti come Kylo, ossessionati da Darth Vader, e io sceneggiatore so di non poter fare un cattivo all’altezza di Anakin, così ti faccio uno che vorrebbe esserlo ma sa di non poterci riuscire) cambia l’essenza delle cose: avrò sempre come cattivo un’imitazione.
Ma questo non sarebbe neppure un grosso problema. È che Kylo, boh, semplicemente non è Il Male. E in una saga che ha il suo fulcro nel costante equilibrio tra Lato Oscuro e Lato Chiaro, tra Bene e Male, è un problema. Kylo è un poveretto viziato e mal addestrato che si comporta da poveretto viziato e mal addestrato. Non si capisce perché nel Primo Ordine qualcuno dovrebbe aver paura di lui: perché c’ha gli scatti d’ira? E capirai. Anche Snoke, perché se lo tira dietro? Per i suoi poteri. Tipo? A parte la spada laser seghettata, che in effetti è un bel guardare. Io non percepisco neppure il Lato Oscuro, in lui. Proprio il Male non c’è. C’è la sofferenza, il non sapere dove si vuole andare, l’adolescenza, ecco. Ma non c’è altro.
Un paio di trovate belle, a suo riguardo, ci sono: il fatto che sia tentato dal Lato Chiaro (tutto l’opposto del nonno e di Luke), e anche l’idea che debba uccidere il padre, per quanto vecchia come il cucco, è buona. E la suddetta scena di morte è anche girata bene, anche se tirata un po’ per le lunghe, visto che per un’ora buona Han va in giro con scritto in fronte “devo morire per completare l’addestramento di quel pirla di mio figlio”. La carezza di Han, il suo volo nel vuoto…tutto molto bello. Ma non ha la potenza del “No, I am your father”, non ha la forza del combattimento tra Luke e Anakin in The Return od the Jedi, non ha la potenza archetipica di Luke che decapita Vader, solo per scoprire sotto il casco il suo volto. E non vi so dire perché, ma è così. E questo mi porta al giudizio finale.
Non posso dire che sia un brutto film, e lo andrò a rivedere in lingua originale. Probabilmente non si poteva fare di meglio, ed è questa la cosa triste. Che Star Wars ha dato tutto ciò che poteva nei tre episodi classici, almeno in termini di capacità di forgiare l’immaginario collettivo, di colpire bene, e a fondo, nelle nostre paure e nei nostri sogni più riposti. Quel che si può fare, ora, è solo vivere di quel po’ di braci rimaste sotto la cenere, e fare quanto di meglio possibile con un materiale che tutto sommato la fiammata l’ha già fatta. Almeno con la trilogia nuova si poteva dire che erano brutti film, mal girati e mal recitati, mal scritti, anche. Qui no. È tutto fatto bene. E non sono neppure d’accordo coi molti che dicono che è un reboot di A New Hope. Sì, ci sono somiglianze, ma non le ho trovate fastidiose, a parte forse la Morte Nera 3, che in effetti qualcosa di nuovo potevano inventarsi. È proprio che non c’è l’epica, non c’è la magia. È un bel film, che fa passare due belle ore, con bei personaggi, dialoghi a volte anche brillanti, azione e quel che volete. È Star Wars, sì, lo è, è fedele allo spirito. Ma al tempo stesso lo tradisce. Perché quella cosa lì è già stata fatta, e molto bene, e non si può ripetere. È il solito, vecchio discorso: l’impossibilità di trovare la formula magica del capolavoro, di capire perché un film sì e un’altro no. Riprendi tutti gli elementi, ti pare di aver ripetuto identica la formula, e invece no.
A me questa cosa ha fatto un po’ di tristezza. Ma forse significa solo che la trilogia classica sarà sempre là, perfetta nella sua evidente imperfezione, nelle sue magagne e nelle sue mancanze, ma anche nella sua stupefacente capacità di intrattenere, di appassionare, commuovere, far sognare. Questo…questo è un film nostalgico, che parla di un mondo andato. È bello, ma alla fine della giornata vuoi solo rivedere Luke appeso nel vuoto, che urla “no!” mentre suo padre gli dice “search your feeling, you know it to be true”.
Comunque, andatevelo a vedere perché vale la pena, anche solo per quelle due scene che mi hanno emozionata, o per lo splendido combattimento finale nella neve. Tutto sommato, nel 2017 saremo ancora qua ad aspettare Episode VIII e a chiudere i social per due giorni per non incappare in spoiler.

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Cucina senza glutine: biscotti di pan di zenzero

So che ho un po’ disertato questa rubrica, ma è che ho proprio disertato la cucina, in questo periodo. Ora però siamo nel pieno della triade: mio compleanno, compleanno di Irene e Natale, per cui il forno è tornato in azione. E, niente, ho fatto un nuovo esperimento, che è andato a buon fine, e quindi voglio parlarvene, in caso ci sia là fuori qualcuno che abbia lottato coi miei stessi problemi.
Io adoro il pan di zenzero. So che non si tratta di una tradizione della nostra cultura, forse l’ho assimilato quando stavo in Germania (dieci anni fa esatti, sob…) e a Natale si trovava ovunque, ma adesso per me non è Natale se non faccio i biscotti al pan di zenzero. Sono piuttosto esigente sul gusto; mi piace con un’esatta proporzione tra le varie spezie, e un marcato sapore di miele. La ricetta che mi è sempre piaciuta è questa qua.
Poi però è arrivata la celiachia, e la farina di grano tenero è uscita dalla mia cucina. Lo scorso anno, santa innocenza, ho provato semplicemente a replicare quella ricetta sostituendo la farina 00 con il preparato per dolci Shär. Ecco, non lo fate perché non funziona. Il sapore è ottimo, nulla da dire, per certi versi migliore di quello della ricetta col glutine, ma la consistenza è pessima: in forno i biscotti si sono praticamente sciolti, e ho trovato problemi a non finire per realizzare il dolce dell’anno, un alberello decorato con la pasta di zucchero, che, con fatica immane, ho dovuto ritagliare a mano dai biscotti sfornati, che avevano la forma di una pozza di qualcosa sciolto dal calore.
Ho provato un’altra ricetta da un blog dedicato alla cucina senza glutine; la consistenza era perfetta, ma il sapore era quello della farina mescolata con qualche spezia. Una roba difficile da mandar giù.
Così sono tornata al mio fido Giallo Zafferano, ma con una modifica; qualche tempo fa ho comprato la gomma di guar. Per i neofiti, si tratta di un addensante; serve a dare compattezza agli impasti e ad addensare creme e altre preparazioni. Sapevo che sono molto usati per la cucina celiaca, perché il grosso problema degli impasti di questo tipo è che senza glutine sono farinosi e “non stanno insieme”. Il glutine infatti crea la famosa maglia glutinica che fa crescere il pane, e in generale tiene insieme la pasta.
Insomma, ho usato la ricetta di Giallo Zafferano aggiungendo 7 gr di gomma di guar (in generale ci vogliono 10 gr di gomma di guar per 500 gr di farina).
Il risultato ve lo faccio vedere in foto perché mi ha davvero stupita: innanzitutto, dopo un anno e mezzo di cucina senza glutine, ho ottenuto il mio primo impasto che si stacca da solo dalle pareti della planetaria. Una roba che, vi giuro, ero commossa.
Fatti i biscotti, li ho infornati. E, meraviglia, non si sciolgono! Mantengono la forma! Gli unici che si sono gonfiati un po’ troppo sono stati quelli messi sulla carta da forno appoggiata alla leccarda. Ne ho fatti altri mettendoli su quei tappetini di silicone che si vendono nei negozi di pasticceria, e sono venuti perfetti, come vedete in foto.
Insomma, per me questa è la soluzione per fare biscotti di pan di zenzero buoni a vedersi e mangiarsi. A Natale proverò a fare lo stesso alberello dello scorso anno e faremo il test definitivo. Ho intenzione di provare la gomma di guar anche sul pane. Al momento sono abbastanza soddisfatta di come mi viene, ma l’impasto è appiccicosissimo e molto difficile da lavorare. Se la gomma mi può aiutare a renderlo meno odioso da lavar via dalla planetaria sarebbe un bel passo avanti.
Bon, spero di essere stata utile a qualcuno che si è trovato di fronte ai miei stessi problemi. Fare dolci senza glutine è molto frustrante, per questo sono contenta quando qualcosa mi riesce esattamente come lo volevo.
En passant, vi ricordo ancora che venerdì 11 Dicembre, alle 20.30, sarò all’Osservatorio Astronomico di Roma, in Via Frascati 33, Monte Porzio Catone, a parlarvi delle ultime notizie in ambito astrofisico. Per prenotazioni, andate qua.

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Dove Va a Finire il Cielo all’Osservatorio di Roma

Spesso mi avete chiesto di fare eventi a Roma; ebbene, il momento è giunto! :P
Dunque, per chi vuole l’11 Dicembre, alle ore 20.30 sarò all’Osservatorio Astronomico di Roma a Monte Porzio Catone per una serata tutta dedicata alla divulgazione: sarà infatti anche aperto il parco dell’Osservatorio, con osservazioni al telescopio e la visita ai musei. Io, per parte mia, parlerò un po’ delle ultime notizie nell’ambito dell’astronomia, quelle che non sono riuscita a infilare in Dove Va a Finire il Cielo perché sono arrivate dopo la chiusura del libro.
Per partecipare occorre prenotarsi qua. Per me si tratta di una serata speciale, perché è all’Osservatorio di Roma che mi sono laureata e dottorata, e spesso ci lavoro ancora. Già ci ero tornata in passato per due eventi divulgativi, ma questa volta presento Dove Va a Finire il Cielo più o meno dove è nato. Per questo mi farebbe davvero piacere che veniste :) .
Insomma, vi aspetto tutti l’11 Dicembre!

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