Archvi dell'anno: 2015

Albenga Dreams + Sugarpulp Festival

Solito breve post di informazione. Questo week end (sì, vi sto avvisando tardi, ma qui come al solito è tutto un po’ un casino…) sarò ad Albenga (SV) per Albenga Dreams. Il mio evento è sabato 12 Settembre, ore 19.00, all’Auditorium San Carlo. Per tutti gli interessati/vicini, vi aspetto!
Già che ci sono, vi preavviso che il 27 Settembre, invece, sarò a Padova per la Sugarcon 2015. I miei eventi sono due: alle 12.00, al Caffé Pedrocchi, un incontro coi lettori, e alle 17.00, sempre al Caffé Pedrocchi, mi verrà conferito lo Sugarprize. Se mi volete vedere lusingata e onorata, venite :) . Ve lo dico con un certo anticipo perché ambo gli eventi sono gratuiti, ma serve la prenotazione, che potete fare sul sito del festival (o qui per i più pigri).
Bon, quindi ci vediamo il 12 o il 27!

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Una giornata nel Mondo Emerso

Chi mi segue qui o sui canali social ricorderà che da un annetto a questa parte un gruppo di ragazzi sta realizzando un corto ispirato alle Cronache del Mondo Emerso. Per le precedenti puntate, c’è questo post qui, con annessa intervista al regista Elia Rosa e all’attrice che interpreta Nihal, Erica Andreose. Invece per tutte le informazioni e per seguire il progetto c’è la pagina Facebook dedicata. Se ci andrete, vedrete che nelle ultime foto spunto anch’io…ebbene sì, questo fine settimana ho preso armi, bagagli e famiglia e sono andata sui Colli Euganei, dove sono di base Elia e Erica, e ho girato con loro l’ultima scena del corto. Così, en passant, era la scena 42, e l’abbiamo anche girata un anno esatto dopo la prima, Nihal sulla torre di Salazar. Per dire il destino :P .
Sapete che ho un passato (neppure lontanissimo…) da cosplayer. Sapete che la creatività è un elemento fondante della mia vita, che la esprimo in molti modi diversi, e che l’ammiro quando la vedo negli altri. E allora capite perché veramente, veramente non potevo fare a meno di partecipare a questa cosa.
È stata una giornata davvero mitica. A parte il divertimento di girare qualcosa, dopo l’esperimento del corto sulle scie chimiche (per i curiosi, qua), a parte quanto diavolo mi piace indossare il mantello (vi prego, cerchiamo un modo di farlo tornare un capo di moda e socialmente accettato :P ), è stato bellissimo far parte di un progetto che trasuda non solo passione, ma un sacco di talento da tutti i pori. Erica, Elia e i ragazzi sono giovani e non sono professionisti, ma coi mezzi che hanno sono stati in grado di realizzare una cosa fantastica. Lo si intuisce già dai trailer, ma io, come altri pochi fortunati, ho visto l’anteprima proiettata al Festival di Vinci di quest’anno, e vi assicuro che è una cosa davvero, davvero bella. Sono passati undici anni dalla pubblicazione di Nihal della Terra del Vento, ho vissuto nel Mondo Emerso per dieci anni, ci sono persone, tra cui Erica, che sono cresciute con quei libri. Non potevo non essere parte di quest’altro pezzettino di storia, che mi appartiene solo in minima parte, ma che è legato strettamente al mio percorso, e non solo a ciò che ho fatto come scrittrice, ma anche tutto sommato a ciò che sono, a ciò che mi piace. E poi vedere Oarf – non riesco a chiamarlo modellino perché è a grandezza naturale, e si muove! -, Salazar, la Rocca, le armi…la spada di Ido, col giuramento al Tiranno cancellato, proprio come nel libro, è stato per me è una cosa favolosa, difficile da spiegare. Non è stato solo il piacere di vedere il proprio immaginario riprodotto, e in modo così fedele, ma è stato soprattutto la possibilità di toccare con mano la forza delle storie, che avvicinano percorsi altrimenti lontani, che accomunano e permettono incontri straordinari. L’ho detto mille volte, ma le mie storie mi hanno permesso di raggiungere luoghi e realtà che altrimenti non avrei mai conosciuto. È una cosa che non sai, prima di sederti alla scrivania e scrivere; nebulosamente percepisci che non sono solo parole, ma non lo capisci davvero fino a quando quelle storie non arrivano ad altri, e iniziano il loro percorso nelle loro menti e nei loro cuori. Scrivere è un’attività solitaria; a volte si ha bisogno di uscire dal bozzolo e vedere l’effetto che quel che si ha scritto ha su chi legge. È per questo che sabato è stato così bello. E poi sui Colli Euganei non c’ero mai stata, ed è un posto davvero fantastico. Elia e Erica, santa pazienza, mi hanno scarrozzata un po’ in giro a vedere alcune location, tra cui una cascata meravigliosa in un fantastico bosco, il luogo in cui è stata girata la morte di Laio. Ed è stato anche molto bello che con me ci fosse la mia famiglia, che non sempre riesce a seguirmi. Vedere Irene che si divertiva e stava in groppa a Oarf è stata una cosa difficile da descrivere. Finora lei non è mai stata davvero coinvolta nel mio lavoro; è raro mi segua per presentazioni ed è troppo piccola per leggere i miei libri. Il fatto che ci fosse almeno in quest’occasione per me è stato davvero bello.
Sul mio Flickr trovate le foto che abbiamo fatto io e Giuliano, molte altre, soprattutto quelle della scena che abbiamo girato, le trovate sulla pagina Facebook del progetto. A volte le immagini possono raccontare più chiaramente certe sensazioni; con le storie me la cavo, ma quando devo parlare di cose più personali, sono decisamente scarsa :P .
Avrei voluto chiudere con un’immagine embletatica, ma l’uploader del sito non funge, grrr, per cui ve la linko e basta. È questa qua; l’ha scatta la madre di Erica mentre giravamo. Secondo me è significativa di questo lungo percorso. Non so se ho chiuso con Nihal, probabilmente no, ma sento che questo corto, e la giornata di sabato, hanno chiuso un certo percorso, mi hanno dato la dimensione del tempo passato e della strada macinata in questi anni. E di questo posso solo che ringraziare Elia e Erica.

Una giornata sui Colli Euganei, Mondo Emerso

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Il corto delle Cronache del Mondo Emerso: intervista a Elia Rosa e Erica Andreose

Molti di voi sapranno che, circa un anno fa, alcuni ragazzi hanno iniziato a realizzare un corto ispirato alle Cronache del Mondo Emerso. Chi di voi era al mio incontro di Lucca dello scorso anno forse si ricorda una ragazza vestita da Nihal che distribuiva dei volantini a forma di elsa della spada di Nihal con sopra l’indirizzo della loro pagina Facebook (questa qua).
Il progetto è andato avanti, e, sebbene resti una cosa fatta per passione tra amici, è diventata enorme, per lunghezza, per impegno, per capacità realizzative. Elia Rosa, il regista, e Erica Andreose, che interpreta Nihal e ha partecipato alla realizzazione di costumi e oggetti di scena, hanno filmato decine di scene, hanno realizzato modellini (tra cui uno, fantastico, di Oarf), armi, vestiti…E lo scorso luglio, a Vinci, per la Festa dell’Unicorno, hanno mostrato i primi venti muniti della loro opera. Io purtroppo non c’ero (è un periodo complicatissimo, lo scoprirete in autunno), però ho ugualmente visto l’anteprima. E mi ha appassionata e commossa; perché è una cosa che trasuda una passione sconfinata, ha una cura per il particolare che tradisce tutto l’amore che i ragazzi stanno profondendo in questo progetto, perché è bello, e pieno di talento, e più grande persino delle mie storie, e io sono onorata di aver dato il La a questa avventura. È bello, bello, bello, dico davvero, chiamarlo corto è anche riduttivo (anche tecnicamente; voglio dire, l’anteprima dura 20 minuti…).
Sono in contatto da un po’ con Elia, Erica e i ragazzi, seguo i loro progressi, cerco quando posso di fare pubblicità al loro progetto, nel mio piccolissimo cerco di aiutarli o quanto meno supportarli. E quindi, niente, siccome vedendo l’anteprima mi è venuta voglia di chiedere loro un po’ di cose, ho pensato di intervistarli per voi. Non sono un granché come giornalista, ma spero che le mie domande possano essere interessanti anche per voi. Vi invito ovviamente a visitare la loro pagina e a guardare il materiale che hanno prodotto.

Ciao Erica ed Elia! Dunque, vorrei cominciare proprio dal principio: come avete conosciuto Le Cronache e come è maturata in voi la decisione di farne un corto?

-Elia: Dopo aver conosciuto Erica circa 2 anni fa, mi sono buttato ,seguendo i suoi consigli, nel mondo della lettura, che fino a quel momento comprendeva solo manga.
Dopo la lettura di qualche libricino decisi di affrontare un librone ben più sostanzioso, “Cronache del Mondo Emerso”, sempre consigliatomi da Erica.
Rimasi incantato sin dalle prime pagine! Riuscivo ad immaginare ogni frase che leggevo con inquadrature cinematografiche, leggevo e immaginavo la scena come se stessi guardando un film! Non mi era successo nelle precedenti letture, ma in questo sì! E accadeva sempre più di frequente…avevo scene complete nella mia mente e mi dispiaceva da morire non poter vederle in un film come “Il Signore degli anelli”, perché questo libro merita davvero di essere un colossal cinematografico.
Dunque un pomeriggio, dopo aver letto qualche capitolo verso la fine del libro (mi mancava ancor un po’ per concluderlo ma avevo già le idee chiare) chiesi ad Erica, buttandola sul ridere:” quando finisco il libro giriamo un video sulle cronache? E tu fai Nihal”…lei era di spalle e si girò stupita :” sul serio?” e io “si! Facciamo un cortometraggio dai”. In quel momento sapevamo entrambi che era un’idea folle e che sarebbe andata in fumo ancor prima di iniziare a fare qualcosa…invece no, ci siamo dati da fare, ci abbiamo creduto e abbiamo lavorato sodo per non mollare! E ora siamo qui a distanza di un anno, quasi giunti al completamento di questo immenso lavoro.

-Erica: Io ho conosciuto le Cronache molti anni fa, in quinta elementare la mia migliore amica mi ha consigliato di leggerle e mi sono immediatamente innamorata della saga che mi ha accompagnato per tutte le medie e mi accompagna ancora! È stata la prima saga che mi ha avvicinato al fantasy e Nihal è un personaggio che mi ha aiutato molto nella crescita, non mi ha mai abbandonato.
Ho consigliato la saga a Elia e anche lui ne è rimasto entusiasta, tanto da propormi la creazione di un cortometraggio, un’idea che non potei assolutamente rifiutare!

Perché avete scelto proprio le Cronache, e non un altro libro, o anche solo un’altra mia saga?

-Elia: E’ stato per puro caso, appunto perché è stato uno delle mie prime letture; prima avevo letto Joyland, Misery di Stephen King, e Colpa delle stelle di John Green. Magari se non lo avessi letto non mi sarei mai cimentato in un’impresa simile.

-Erica: Personalmente penso che le Cronache siano imbattibili come saga fantasy italiana e altri romanzi sarebbero stati più complessi o meno conosciuti.
Le Cronache hanno una buonissima storia sia dal punto di vista fantasy che sotto l’aspetto di crescita del personaggio e inoltre questa trilogia ha una forte armata di fans che avrebbero seguito il progetto e ci avrebbero aiutato molto nella realizzazione del corto.

Vi eravate mai cimentati in qualcosa di simile, come regista e come attrice, o è il vostro esordio assoluto?

-Elia: Ho sempre adorato il cinema ma diciamo che ero più concentrato sulla mia altra grande passione: i fumetti.
Ho sempre passato la mia vita a disegnare e poco prima di lavorare al corto avevo finito un intero volume di un fumetto da me ideato. Ma tra un fumetto e l’altro avevo sempre le mie pazze ispirazioni da regista e ogni tanto giravo qualche cavolata, tipo piccoli trailer (con il cellulare) di cose senza senso, oppure replicavo il più fedelmente possibile i trailer dei 2 film di Spiderman usciti in questi anni (sono un fanatico di Spiderman ), sempre supplicando/costringendo i miei amici ad aiutarmi con le scene, gli stessi amici che sono presenti in questo cortometraggio … sono sempre al mio fianco e assecondano le mie idee pazze!

-Erica: Elia aveva già sperimentato l’esperienza di regia con altri videoclip per il web e io l’ho affiancato nella realizzazione di un trailer come attrice.
Ma il Corto è stata davvero una sfida ad alti livelli, quindi possiamo considerarla la nostra prima vera prova di filmato serio.
Io ho sempre recitato nei laboratori teatrali scolastici ma non ho mai studiato presso scuole o corsi specializzati e soprattutto non avevo mai provato a recitare di fronte ad una videocamera, che è un’esperienza molto diversa dal teatro.

Erica, vieni dal mondo del cosplay? E se sì, come hai cominciato, e che personaggi hai realizzato?

-Erica: Si sono una cosplayer ma nulla di impegnativo. Mi piace realizzare qualche personaggio per mia pura soddisfazione personale. Ho iniziato nel 2011 grazie ad una mia cara amica che mi ha convinta a partecipare a un’esibizione di coppia con lei ad una gara cosplay e come primo approccio è stato davvero fortunato (la nostra esibizione ha vinto) e super divertente! Ho realizzato Gumi Megpoid dei Vocaloid in tre versioni, Sherlock della BBC e Amy Pound di Doctor Who.

Come avete elaborato la sceneggiatura e lo storyboard? È stato un lavoro di gruppo?

-Elia: Erica ed io abbiamo discusso a lungo su cosa raccontare effettivamente della storia.
Era ovvio che non potevamo ricreare ogni scena dall’inizio alla fine perché sarebbe stato un lavoro davvero immenso e ci avrebbe portato via anni, perciò pensammo di riassumere la storia di Nihal per momenti fondamentali.
Ci serviva un sistema per raccontare in modo rapido e preciso la sua vita dall’inizio alla fine, ed è per questo che abbiamo pensato di rendere tutto un flash back facendo partire il cortometraggio da un momento molto drammatico della storia per far rivivere a Nihal ciò che l’ha portata a quel momento.

-Erica: Tutto il lavoro riguardante le inquadrature è stato realizzato da Elia che ha sempre avuto una visione chiara delle scene che voleva girare, ha disegnato tutti gli storboyard; talvolta l’ho aiutato o gli ho proposto qualche nuova idea. Poi nel momento effettivo delle riprese si apportavano delle modifiche a seconda delle location o di come veniva la scena. Il resto del gruppo è stato fondamentale moltissime volte perché si accorgevano di molti errori che io ed Elia non potevamo notare durante la ripresa e ci hanno anche fornito molti spunti interessanti per la realizzazione di nuove inquadrature.

E per quel che riguarda il cast, come l’avete scelto?

-Elia: Non è stato molto difficile, non avevamo molte alternative poiché non avevamo soldi per fare un casting, ma solo occhioni dolci per convincere i nostri amici a darci una mano :P .
Mio fratello era la persona più scontata da utilizzare, lui è la mia cavia (poverino…), subisce perennemente tutti i miei esperimenti e si sottopone controvoglia alla realizzazione delle mie idee. Per convincerlo è bastato dirgli che lui avrebbe interpretato un cavaliere (Fen) e che avrebbe indossato un armatura d’oro! (lui AMA le armature :P )
Soana invece è interpretata dalla sua ragazza, Laura, che è stata scelta per la sua incredibile somiglianza all’illustrazione del personaggio! Era perfetta!
Stessa cosa vale per Laio. Riccardo era l’ideale, un ragazzino dall’aria dolce con i capelli biondi ricci, in più ha interpretato magnificamente il fammin.
Livon non è stato facile; visto che sono io il più grande tra i miei amici, avevo solo scelte più giovani di me per fare il padre di Nihal, perciò decidemmo di costringere Jacopo a farsi truccare per invecchiarlo di circa una quarantina d’anni.

-Erica: Diciamo che è nato man mano che scrivavamo gli storyboard; quando sceglievamo quali personaggi inserire nel corto andavamo alla ricerca fra i nostri amici di coloro che assomigliavano maggiormente al personaggio.
Fortunamente tutti i nostri amici sono pazzi almeno quanto noi e ci hanno supportato e seguito in questa avventura sopportando molte fatiche!
Alcuni personaggi sono riusciti davvero divinamente, è il caso per esempio di Ido che è stato interpretato magnificamente da Luca Crivellaro, con le sue doti recitative è riuscito a ricreare la piena essenza del personaggio in poche scene.

Come avete scelto le location? Qual è la vostra preferita?

-Elia: La mia location preferita è Fonte Regina a Torreglia, dove abbiamo girato la scena di Phos. Mi è subito sembrato il luogo ideale dove Nihal poteva concentrarsi e trovare la comunione con la natura.

-Erica: Pensiamo che le location siano uno dei nostri punti di forza, i meravigliosi luoghi dei Colli Euganei ci hanno fornito un personale Mondo Emerso da far vedere.
Abbiamo passato un mesetto buono in macchina alla ricerca dei vari luoghi che ci interessavano, quindi li abbiamo catalogati e divisi per scene e funzioni.
È stato molto interessante scoprire paesaggi davvero magici vicini a noi che non avevamo mai visitato!
La mia location preferita è le Cascate Schivanoia a Teolo, dove abbiamo girato la morte di Laio: un posto incantevole con un’atmosfera davvero unica!

Immagino che gli effetti speciali abbiano rappresentato una grossa sfida: qual è stata la cosa più difficile da realizzare?

-Elia: E’ stato senza dubbio il salone del Tiranno per la scena di apertura! Sono stato settimane al computer per rendere al meglio quella scena che dura solo 2 minuti. Ho anche dovuto sacrificare più di un’inquadratura perché era troppo complesso creare il fotomontaggio per via della telecamera in movimento. La difficoltà stava nel fatto che l’intera scena è stata girata con lo schermo verde! Non c’è nulla di reale in quella scena, oltre Nihal e al Tiranno.
Per creare il salone abbiamo usato un modellino in legno apribile nel quale potevo entrare con la telecamera per poter riprendere il paesaggio da ogni angolazione.
La difficoltà maggiore stava nel riuscire a fotografare il salone con l’angolazione identica alle inquadrature fatte mesi prima. Se le foto non avevano una perfetta angolazione, il fotomontaggio al computer sarebbe uscito male e con una prospettiva sballata. È stato davvero tutto un lavoro di prospettiva e luci per camuffare gli errori e la finzione dell’ambiente, ma il risultato finale per noi è qualcosa di impressionante e siamo davvero soddisfatti, visto e considerato che fino a pochi mesi fa io nemmeno sapevo usare un programma di effetti speciali!

E per quel che riguarda costumi e armi?

-Elia: Tutte le Armi realizzate per il cortometraggio le ho realizzate io in legno, tranne una che l’ha costruita mio fratello (la spada di Fen), ricordo ancora che le prime due armi che ho realizzato sono state la spada di Nihal e il pugnale di Sennar, all’insaputa di Erica :P , perché volevo regalargliele al suo compleanno. Infatti giorni prima stavamo parlando del cortometraggio (non avevamo ancora iniziato a disegnare gli storyboard) e io la prendevo in giro guardando le illustrazioni delle armi e dicendole :“mamma mia, guarda che dettagli le spade… ma secondo te riusciremo a farle? Sono difficili eh….mi sa che non ce la facciamo” (ma in realtà erano già pronte da giorni).

Per i costumi, la maggior parte sono stati creati con stracci o stoffe vecchie o comunque con cose che già avevamo in casa e molti non sono nemmeno cuciti ma sono incollati con la colla a caldo.
Ovviamente abbiamo curato molto di più i costumi dei personaggi principali, soprattutto quello di Nihal. Per i costumi più importanti ci siamo affidati alle mani più che capaci della mamma di Erica :P , la tenuta da battaglia di Nihal penso sia un’opera d’arte! È meravigliosa.

-Erica: Il drago sicuramente è stato la sfida più grande ma anche l’armatura di Fen e il Fammin sono stati molto impegnativi come realizzazioni perché ci hanno preso molto tempo.

Invece la scena più difficile da girare, per Elia, e da interpretare, per Erica?

-Elia: credo che la scena più difficile sia stata quella in cui Nihal cavalca il drago mentre vola.
Era inverno ed era freddo anche se eravamo chiusi in u. capannone. Avevo bisogno di molte persone per girare quella scena: qualcuno che muovesse il drago, due persone che muovessero il mantello di Nihal per simulare il vento e qualcuno che sparasse aria compressa in faccia ad Erica per farle muovere i capelli!
Abbiamo girato penso per due ore, ed Erica, oltre a soffrire per la scomodità di stare seduta sul dorso spinato di Oarf soffriva molto il freddo poiché indossava il costume di Nihal e continuava a prendersi raffiche di vendo gelido in faccia (non ho idea di quanto mi abbai odiato in quel momento).

-Erica: Per me è stata più difficile da recitare la morte di Fen, volevo renderla al meglio ma non sapevo neanche io che movimenti o espressioni fare per rendere vero il dolore di Nihal.
Alla fine ho improvvisato e tutto sommato quando la riguardo mi piace, invece ci sono altre scene che pensavo di aver recitato molto bene ma quando le riguardo sento di non averle fatte al meglio.

E la scena preferita, per entrambi?

-Elia: A mio parere le scene più riuscite sono quelle con Ido, per la luce, per le interpretazione, per le inquadrature. Nel lavoro completo sono risultate veramente cinematografiche e personalmente le adoro da morire! Ma adoro anche la scena della morte di Fen, perché è molto drammatica e mio fratello sembrava realmente morto! Abbiamo scelto noi di farlo restare con gli occhi semi aperti e non chiusi del tutto, per far si che quel momento fosse ancora più duro e triste per chi guarda.

-Erica: La mia scena preferita è quella girata con Ido durante l’addestramento, è venuta davvero bene a mio parere! Visivamente penso verrà benissimo la scena della neve perché ha dei colori e un’atmosfera unica che la rende uno dei pezzi forti del video anche se è solo un frammento.

Qual è stata la cosa più emozionante di questo progetto?

-Elia: Sicuramente conoscere te e il fatto che tu ci sostenga e segua il progetto :P . Poi è stato molto emozionante assistere in prima persona alla reazione dei fan all’anteprima del cortometraggio alla Festa dell’Unicorno! Eravamo terrorizzati ed agitati, non prevedevamo la reazione degli spettatori, ma siamo rimasti sbalorditi dagli applausi e dai complimenti ricevuti, è stato davvero inaspettato e ha ripagato tutti gli sforzi fatti per creare questo cortometraggio!

-Erica: Vederlo crescere piano piano, vedere l’idea diventare realtà e capire di aver fatto qualcosa di importante quando guardandoci alla spalle vediamo molti fans che ci seguono e ci supportano.
Per me è stato un vero sogno avere l’approvazione di Licia e il suo supporto costante!
I momenti più emozionanti li ho vissuti in fiera quando le persone venivano ad abbracciarci dicendo che ci seguono sempre sul web oppure quando genitori o adulti ci stringevano la mano per complimentarsi e spronarci a continuare su questa strada.

Domanda classica di chiusura: progetti futuri? E lo rifareste, o vi siete pentiti? :P

-Elia: Personalmente io vorrei tuffarmi in un’avventura diversa da questa nei progetti futuri. Abbiamo esplorato un mondo con le Cronache, vorrei esplorarne altri lavorando a qualcosa di diverso! Io amerei realizzare la versione cinematografica di uno dei fumetti che ho creato in questi anni e dopo aver fatto questo corto credo che potrei cimentarmi in qualcosa anche di più complesso :) . Adoro le sfide e adoro sfidare me stesso.
Se domani mattina mi svegliassi e mi ritrovassi ad un anno fa quando ancora progettavo questo video, non credo avrei la forza per rifare tutto daccapo. Mi piacerebbe, ma non lo rifarei. È stato un anno davvero duro e abbiamo sacrificato moltissimo del nostro tempo libero e di quello dei nostri amici per lavorare al cortometraggio, ma non sono e non sarò mai pentito di aver speso il mio tempo dietro a un progetto del genere. Perché mi ha permesso di dare veramente sfogo alla mia creatività e alla mia immaginazione, alla mia voglia di fare e alla mia passione. Vedendo i risultati ottenuti sono davvero orgoglioso di me stesso e dei mie amici. Perché un progetto del genere sarebbe una sfida per chiunque, e noi siamo solo un gruppo di amici senza nessuna competenza in materia, ma ce l’abbiamo fatta e speriamo di ispirare altri pazzi come noi a cimentarsi in sfide così grandi.

-Erica: Progetti futuri ce ne sono tanti, faremo una scelta e ci cimenteremo in una nuova avventura, vorremmo un po’ cambiare registro in modo da conoscer anche altre tipologie di trame e di filmati.
Sicuramente non spariremo!
Il Corto delle Cronache è stata una sfida bellissima che ci porta ogni giorno grandi soddisfazioni ma sarebbe una bugia dire che non ci sono stati momenti in cui eravamo ad un passo dal gettare la spugna.
La vera sfida è stata andare avanti nonostante tutti gli imprevisti e i momenti di sconforto, però è stato molto utile come crescita e ci ha portato innumerevoli gioie, quindi si lo rifarei!

Bon, tutto qua. Vi invito ancora a visitare la pagine del progetto. Io cercherò di dare conto di ogni sviluppo e dello stato di avanzamento della cosa. E poi, magari, di una bella proiezione pubblica :) .

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Un viaggio nel tempo di dieci anni: Muse@Rock in Rome

Il post sarà bipartito, e quindi, mi duole dirlo, un po’ lungo. La prima parte sarà dedicata al concerto in sé, la seconda all’organizzazione, che, in quanto a dis-orgnanizzazione, merita un capitolo a parte. Potete leggerne una sola o tutte e due, a seconda dei gusti. Preferirei francamente leggeste anche l’odissea cui Rock in Rome ci ha costretti finito l’evento.
Anyway, si comincia, e…enjoy!

Il concerto
Ero un po’ in dubbio se partecipare a questo concerto. La questione principale riguardava la location: io non amo la folla. Un paio di volte, ciaccata da tutti i lati in mezzo a una piazza, mi sono sentita male, e non mi andava di mettermi di nuovo in una situazione che mi facesse venire l’ansia. A Capannelle avevo già sentito Daniele Silvestri, Caparezza e Latte e i suoi Derivati, ma nessuno di loro immaginavo facesse i numeri dei Muse, e quindi temevo l’effetto calca. Era anche il quinto loro concerto che andavo a sentire, per cui per qualche ora sono stata indecisa. Alla fine, mi sono detta che non avevo voglia di darla vinta alla mia paura, così ho preso i biglietti e amen. Ecco, devo dire che ho fatto veramente, veramente bene a farlo.
Sono state dette svariate cose riguardo questo concerto: che non c’è stato spettacolo perché il palco era troppo semplice, che è durato troppo poco. Sulla seconda, questione di gusti, ma per me zompare e urlare per un’ora e mezza a più di trenta gradi è andata più che bene. Non sono una gran fan dei concerti infiniti, due ore per me sono il limite, e quindi non mi lamento. Per il palco, ricordo distintamente chi si lamentava che all’Olimpico, nel 2013, avevano perso l’anima, perché era tutto spettacolo e niente arrosto…beh, qua era solo musica, 90 minuti di musica praticamente senza interruzione, se non un paio di “ciao Roma” d’ordinanza. Poi dipende sempre dal perché vai a un concerto: io vado a ballare, cantare e godermi della buona musica. Se c’è dello spettacolo bene, ma va benissimo anche senza. E stavolta sono stata decisamente soddisfatta.
Seguo i Muse ormai da dodici anni. Li scoprii nel 2003, quando Giuliano era in Cile per la tesi, un momento decisamente particolare della mia vita. Mi hanno accompagnata in tanti momenti importanti, hanno contribuito a fare di me la persona che sono, hanno persino influenzato la mia scrittura. Per me questo concerto è stato così straordinario, più ancora di quelli precedenti, perché la scaletta era una roba fatta per noi: per noi che gli stiamo appresso da anni, che li abbiamo seguiti in tutte le loro evoluzioni, magari a volte col sopracciglio un po’ alzato, ma tutto sommato amandoli sempre. Tanti pezzi da Absolution, il loro lavoro che amo di più, tra cui un’Apocalypse Please che, in platea, avremo cantato in quattro, mentre gli altri avevano la faccia a punto interrogativo, e poi Origin of Simmetry, con una scontata Plug In Baby, ma anche una stupefacente Citizien Erased, con tanto di pianoforte a coda. E poi le canzoni nuove, che spaccano, poco da dire, con Reapers che è una roba difficile persino da descrivere, e sulla quale Matt ha fatto il coatto suonando l’assolo con la chitarra sulla schiena (e senza toppare una nota…), The Handler potente e meravigliosa, e Mercy che fa il suo sporco lavoro nonostante non sia proprio un pezzo memorabile. Matt ha piazzato degli urli qua e là che io non sentivo da anni, tutti e tre sono stati impeccabili. Breve, sì, ma intenso. E intanto, io mi sono fatta il mio trip mentale lungo dieci anni; Plug In Baby e i primi mesi, stupefatti, in cui li avevo appena scoperti; Hysteria e Times is Running Out e quell’estate strana e solitaria nella quale riempirono il vuoto di un’assenza; Starlight, che ascoltai a tutto volume mentre stavo sulla prua della nave del mio viaggio di nozze, e quel verso disperato “Our hopes and expectations, black holes and revelations” che descrive così bene i nostri vent’anni e quel che la mia generazione è ancora; e poi Knights od Cydonia, i cui versi sono finiti in bocca a Ido, durante la sua ultima battaglia. Mi sono ricordata perché li amo, perché sono dodici anni che mi sparo le loro canzoni, perché ogni volta che le note di Drones si spengono, io rimetto su tutto da capo da Dead Inside.
Mi rendo conto che tutto questo vale per me, che mi sono fatta la post adolescenza con loro, che sono una fan e lo sarò sempre. Per tutti gli altri, quelli col cellulare in mano per tre quarti di concerto, e che su Citizen Erased si guardavano perplessi, probabilmente no. Ma non ho mai detto che avrei fatto una recensione obiettiva: lo sanno tutti che ognuno dei tre libri de Le Guerre del Mondo Emerso comincia con una loro citazione, e allora che altro aspettarsi da me?
Due unici appunti: non capisco perché, se sul biglietto c’è scritto che si comincia alle 21.00, poi la prima nota parte alle 22.00. Faceva caldo, e star lì inchiodati nel silenzio per un’ora non è granché piacevole. Magari c’è una ragione per cui si fa così, ma io non riesco a immaginare quale.
La seconda è che, nonostante non sia un’amante dei volumi spaccatimpani, devo dire che il volume era davvero basso. Riuscivo a sentirmi cantare, e in cinque concerti loro che ho seguito non era mai successo. Considerando che uno era all’Arena di Verona, credo possiate immaginare quanto basso fosse il volume. Per altro, il gruppo spalla aveva suonato molto più alto. Nulla da dire sull’equalizzazione, il suono era di una nitidezza impressionante, si sentiva tutto alla grande, ma a me piace sentire la musica che batte sotto lo stomaco, i bassi che mi attraversano dai piedi alla testa, e non era così. Stavo piuttosto indietro, d’accordo, ma alla mia destra e alla mia sinistra c’erano due file di casse, spente, immagino. Vabbeh, mi rifarò quando partirà sul serio il tour di Drones.

L’organizzazione
So di arrivare con due anni di ritardo, perché la gente si lamenta del Rock in Rome almeno dal 2013, ma repetita iuvant, visto che in due anni nessuno è riuscito a risolvere i problemi strutturali di questa manifestazione.
Un paio di coordinate per chi non è di Roma: il Rock in Rome si tiene all’Ippodromo di Capannelle, che non è servito da metro, e che si trova lungo una delle consolari, le vie di origine romana che ancora oggi regolano il traffico della città, nello specifico l’Appia. Si trova un po’ fuori città, ma comunque entro l’anello del Raccordo Anulare. Di spazio, in teoria, ce n’è in abbondanza, sia per parcheggiare sia per gli eventi. Voglio dire, è un ippodromo…Quando andai a vedere Caparezza, nel 2012, se non erro, il problema era il posto in cui era stato posizionato il palco: praticamente in una strettoia, davanti alla zona dell’ippodromo con le gradinate. Sarà largo una trentina di metri a dir tanto, probabilmente anche meno. Eravamo 10000 persone e vabbeh, si resisteva. Stavolta ci hanno messi in uno spazio più largo, ma ugualmente non adatto a contenere 35000 persone. Intendiamoci, dove stavo io si stava piuttosto bene, ho saltato come una pazza senza uccidere nessuno, ma non mi sembrava l’arena giusta per un gruppo come i Muse, che all’Olimpico aveva fatto 60000 presenze.
Il palco distava in linea d’aria un 500 metri da dove avevamo parcheggiato. Si sono trasformati in un chilometro e mezzo di camminata a piedi lungo transenne farcite di cumuli di immondizia lasciata da chi aveva fatto la fila la mattina. Ora, lasciare pulito il posto in cui si tiene un concerto è responsabilità degli spettatori, ma se non mi metti neppure mezzo cestino da qualche parte io non posso certo ingoiare le bottigliette di plastica…Comunque, fin qui più o meno tutto bene, anche se sarebbe stato saggio prevedere più di un’entrata per gli spettatori. La tragedia è stata il deflusso, che pure certi giornali raccontano come sereno e allegro. Bisogna solo ringraziare la pazienza e l’educazione del pubblico se non è finita a mazzate.
Finito il concerto, ci hanno fatto rifare il chilometro e mezzo di camminata inutile, indirizzandoci di nuovo verso un’unica uscita, col risultato che s’è fatta la calca. Invece di star lì a spingerci con gli altri, io e i miei amici abbiamo preferito aspettare che la fila smaltisse un po’. Dopo 20 minuti in cui la situazione non era cambiata, ci siamo rassegnati al pigia pigia. Con ulteriore colpo di genio da parte degli organizzatori, il deflusso della gente aveva un passaggio obbligato per il villaggio del Rpck in Rome, ossia la zona in cui si mangia. A parte che mi hanno detto meraviglie anche di quel posto là (tre file da fare: una per farsi cambiare i soldi in token, l’unica moneta che circola là in mezzo, l’altra per ordinare, la terza per prendere da mangiare) c’era un casino assurdo tra chi voleva uscire, chi doveva prendere pulman e treni, e chi doveva mangiare.
Comunque, riusciamo ad avviarci verso il parcheggio. Che è immerso nell’oscurità più totale, e non ha indicazioni di nessun genere. Gli ausiliari del parcheggio che ci hanno aiutati a trovare posto all’arrivo si sono dileguati. C’è gente che credo abbia ritrovato al macchina domenica mattina, perché alle due ancora c’era gente che vagava senza avere la più pallida idea di dove si trovasse. Una volta saliti in macchina, impossibile identificare un percorso per l’uscita: zero indicazioni, zero persone cui chiedere, e soprattutto un’unica uscita. Sì, avete capito: un concerto con 35000 presenze, per cui direi almeno 5000 macchine, e un’uscita solo sull’Appia, in una zona per altro farcita di locali, in cui quindi c’è traffico già normalmente. Siamo entrati in macchina, davanti a noi una fila chilometrica diretta verso il nulla, e immobile. E la prima ora se n’è andata così, al buio, in macchina, senza avere idea di dove andare. Ho seriamente creduto che avrei dovuto dormire a Capannelle.
A un certo punto Giuliano e un mio amico sono andati a comprare dell’acqua; ci hanno messo sui venti minuti, e in quel tempo hanno visto uscire dal parcheggio solo un autobus. Sì, perché c’era il servizio navetta, che s’è incastrato ovviamente nell’ingorgo cosmico, governato da due ragazzi e due vigili che di fronte alle rimostranze, pure troppo pacate, della gente hanno parlato di “normale deflusso”. A Roma è normale stare un’ora fermi in un parcheggio al buio, all’una di notte, senza sapere dove devi andare.
Comunque, dopo un’ora, e non si capisce perché non prima, finalmente qualcuno apre un cancello dietro il nostro parcheggio, e i deflussi diventano due. Solo che, in assenza di indicazioni o percorsi chiari per uscire, ci fiondiamo tutti in ordine sparso verso il cancello. Risultato: due ore per guadagnare Via di Capannelle e finalmente uscire dal casino. Al netto, tre ore per uscire da un parcheggio, a fronte di un’ora e mezza di musica. Tralasciamo poi che l’uscita pedonale coincideva con quella della macchine, aumentando il casino, o le dosi industriali di polvere che ci siamo dovuti respirare, perché Capanelle è pur sempre un ippodromo.
Ora, se non sai organizzare, se non puoi pagare la gente che ti trasforma un prato in un parcheggio, non li fare gli eventi. Certo, uno un po’ di calca per uscire la mette in conto; quando andai a sentirli al Palalottomatica, nel 2005, feci una mezz’ora di traffico, e va bene, nessuno pretende che si vuoti un parcheggio in due minuti. Ma tre ore è fuori dalla grazia di dio. Una ragazza che è venuta ieri a sentire la mia presentazione ha aspettato quattro ore un taxi. O si cambia location, o si fanno le cose per bene, perché così non è soltanto frustrante, rischia anche di essere pericoloso, e 60 euro per i biglietti sono davvero tanti. Per parte mia, non credo tornerò più al Rock in Rome: meglio aspettare qualche mese e andarsi a vedere i concerti in posti in cui le cose sono più tranquille, e francamente, non consiglio neppure a voi di andarci, se non a guardare concerti che non registrino più di 10000 presenze.

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Roma!

Per tutti quelli che si lamentavano del mio latitare sul territorio natale, domenica 19 luglio sarò nel cortile di San Pietro in Vincoli, a Roma, ore 20.15, a parlare dei miei libri con David Frati di Mangialibri. Alla faccia del nemo propheta in patria :P .
Vi si aspetta, tanto più che per ragioni imperscrutabili, non è che mi si inviti tantissimo a Roma…

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Banditeci tutti

Forse avrete letto questa notizia: in sintensi, uno dei primi atti del nuovo sindaco di Venezia è stato quello di stilare una lista di libri per bambini da bandire da asili e scuole. Il perché è che essi propaganderebbero la famigerata “teoria gender”, insegnando ai bambini cose terribili e sovversive tipo che esistono pure famiglie con un solo genitore, o due papà, o due mamme, che non è che se sei nata con una vagina tu non possa, che so, amare il calcio, o voler fare il meccanico.
Ora, questa roba è sbagliata, profondamente, per due ragioni. La prima è strettamente legata all’oggetto del contendere, ossia la “teoria gender”. Che non esiste. Non c’è nessuno che insegni a scuola ai bambini a masturbarsi (come se ce ne fosse bisogno, per altro, visto che l’esplorazione del proprio corpo è una delle prime cose che fanno i bambini piccoli), né che dica loro che non ci sono differenze tra maschi e femmine. La “teoria gender” sta solo nella testa di chi non vuole accettare la propria sessualità e si auspica un futuro con le donne chiuse dentro casa e gli uomini che le menano quando disobbediscono. Quindi, bandire dei libri perché “propagandano la teoria gender” non ha senso. Per inciso, gli studi di genere (gender studies, in inglese), che esistono, questi sì, si occupano soltanto di indagare il significato culturale del genere, ossia cosa ogni cultura abbia attribuito ai termini “uomo” e “donna”. Sostanzialmente, la ragione per cui le nostre nonne dovevano starsene chiuse dentro casa a curare la prole, e noi possiamo accedere, più o meno liberamente, al mondo del lavoro. Perché mentre col pene e la vagina ci nasci, non nasci “femmina che cerca la tenerezza”, come diceva un’orrida pubblicità di pannolini qualche settimana fa; piuttosto è la società che vuole importi un modello di femminile e di maschile, che ha poco a che fare col tuo sesso biologico.
La seconda ragione per cui questa roba del bandire i libri è sbagliata è che i libri non si bandiscono. Mai. Sugli scaffali delle librerie posso trovare il Mein Kampf, ed è giusto che ci sia e che lo possa leggere. Perché le idee non si combattono mettendole a tacere, ma argomentandoci contro (sì, sono contraria ai reati d’opinione). La storia di ciò che siamo passa attraverso tutte le idee che abbiamo prodotto, anche le più terribili, e i libri le veicolano. Silenziarne alcune significa togliere pezzi alla nostra storia, in ultima analisi toglierle significato. Per questo i libri non si bandiscono. Pensi che dentro ci siano cose che non condividi? Scrivi un altro libro e confuta quello che non ti piace. Democrazia, la parola più abusata dei nostri tempi, è pure questo.
Per queste ragioni ho aderito all’appello promosso da Andrea Valente e Matteo Corradini: bandite pure i miei di libri. Nei quali, per inciso, c’è un intero popolo per il quale non ha alcuna importanza che tu ti accoppi con uno del tuo sesso o sesso diverso, e persino una storia d’amore tra due uomini. O tutti o nessuno: banditeci tutti, belli e brutti, buoni e cattivi, e godetevi il vostro mondo dominato dal pensiero unico, e orfano di storie. Vediamo se vi piace.
Periodicamente ci tocca ristabilire l’ovvio, qualche anno fa toccò pure al mio amico Sandrone Dazieri, e vedere gente che vuole bruciare i libri, dimenticandosi la fine che fece l’ultimo che ebbe la stessa idea, e quanto orrore causò prima di spararsi. Ecco, ci siamo stufati, ma parecchio. Vi facciamo portare avanti col lavoro: ci autobandiamo, tanto prima o poi tocca a tutti.
Per chiunque volesse aderire, qui il testo della lettera che spediremo al sindaco di Venezia.

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Il mio posto

Da ragazzina andai ad Amalfi. Mi piacque moltissimo, ma la prima cosa che notai era che tutto là sembrava ridursi alla scogliera e al mare. Non c’era altro che potessi vedere, se non l’orizzonte sul Tirreno e la montagna dietro di te. Il resto del mondo avrebbe potuto benissimo non esistere. Pensai che fosse bellissimo, ma mi diede anche un certo senso di claustrofobia. Mancava un punto di fuga, e pensai che non avrei mai potuto vivere in un posto così. Quasi venti anni dopo, in un posto quasi così ci vivo eccome.
Dalla mia nuova casa non si vede Roma. La vista della Capitale è una delle cose più ambite ai Castelli, ma a me non manca particolarmente. C’è un punto particolare, quando si sale da Roma ai Castelli, indipendentemente dalla strada che si prende, in cui valichi il cerchio di monti che delimita i crateri di questo antico vulcano, e d’improvviso sai che sei dentro. Tutto quello che esula dal grande cerchio formatosi 360 000 anni fa smette di esistere. La prospettiva si riduce all’anello di monti, alla valle ivi racchiusa, al Tuscolo e a Monte Cavo.
La mattina apro la finestra, e sono scorci di questo cerchio che vedo. L’aria spesso è frizzante, e per una volta il fatto che ci sia il sole non mi dà fastidio. Quando vado al mercato, Monte Cavo si staglia piano davanti a me: il monte di Giove Laziale, sacro ai romani e a chissà quanti altri prima di loro, uno degli ultimi crateri del Vulcano Laziale a essere stati attivi. E tutto sembra ridursi a questo cono sventrato, e poi ricostruito, e ancora sventrato, nella complessa storia geologica di questo luogo.
Qualche giorno fa ci siamo svegliati con un forte temporale. I tuoni riempivano la valle, la pioggia batteva violenta sul tetto. Nel dormiveglia, ho avuto la netta sensazione che fuori dalle mura di casa non ci fosse nulla. E non avevo paura. Piuttosto, ero contenta. Nessun senso di claustrofobia, nessun desiderio di fuga: ero in utero morbido, un uovo che mi proteggeva e scaldava mentre fuori la natura si scatenava.
Forse è perché d’improvviso mi sembra di trovarmi esattamente dove dovrei essere. È una sensazione che non provavo da dieci anni, dai tre mesi incredibili a Monaco di Baviera, la mia patria spirituale. Non credevo avrei mai trovato un posto in cui potessi sentirmi a casa come lì. E ora, quasi dieci anni esatti dopo, a una decina di chilometri dalla città nella quale sono rimasta bloccata per trentanquattro anni, scopro un luogo cui sento di poter appartenere, in cui mi sento a posto. Sono sempre stata convinta che a se stessi non si sfugge, e che il luogo in cui si vive conta alla fine poco. Scopro che non è vero, che guardare dalla finestra uno scorcio di colline e boschi, di piccoli borghi e laghi vulcanici la differenza la fa. E ho paura. Perché la soddisfazione non ha mai fatto granché parte della mia vita. Sono tipo da emozioni improvvise, nel bene e nel male, e adesso scopro la quiete calma di vivere in un luogo che si ama. Non ci sono abituata. Sono stata così tanti anni senza bellezza fuori dalle mura di casa mia da essermi assuefatta a vivere in posti che in fin dei conti non amo. Sì, mi manca la mia vecchia casa, per quel che ci ho vissuto dentro, così come mi mancano tutte le tane della mia vita. Ma qui è diverso. Qui è il mio posto.
Mi chiedo se sia solo un’innamoramento passeggero, se mi stancherò delle colazioni in giardino, delle nuvole che scendono sui crinali di Monte Cavo, delle mucche che pascolano la sera o delle notti al telescopio in giardino. Ma d’improvviso non ha più molta importanza. Conta che io sia qui e ora, là dove avrei dovuto essere molto, molto tempo fa.

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Gavoi

Tornano i brevi post di servizio. Sono pur sempre ancora impelagata nell’infinita catalogazione della biblioteca di casa…comunque. Questo week end sarò a Gavoi, in provincia di Nuoro, per Isola delle Storie, il famoso festival. Sono davvero onorata di essere stata invitata, ne avevo sempre tanto sentito parlare e confesso che avevo una gran voglia di andarci :P .
Parteciperò a due eventi; il primo, venerdì 3 Luglio, ore 22.30, a Sant’Antiocru, presenterò Jeff VanderMeer, che in Italia ha appena pubblicato i primi due libri della Trilogia della Area X, ma in USA è una vera autorità del fantastico (e infatti io sono già in ansia, ma vabbeh, me la farò passare :P ). Il giorno dopo, sabato 4 Luglio, ci vediamo a Didova, Scuola Elementare, alle ore 18.00, per parlare invece dei miei mondi. Ulteriori informazioni, qua.
Bon, spero che chi di voi potrà mi verrà a fare una visita; ho uno splendido ricordo del mio tour sardo, spero di aggiungere un’altra bella esperienza al mazzo.
A questo week end!

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Recensionin non richieste: Jurassic World

Ne ho parlato male da quando è venuto fuori il rumor che l’avrebbero fatto. E che senso c’ha, già c’era Jurassic Park 3 che faceva schifo e pure il 2 non è che fosse un capolavoro, e il dinosauro geneticamente modificato no…e poi niente, non ho saputo resistere al richiamo del dinosauro. È una roba atavica e pavloviana, dove ce n’è uno, io vado. E poi volevo anche un po’ staccare dalla routine scatolone, pulizia, ordine impostomi dal trasloco.
Tagliamo subito la testa al toro: non è il film del secolo, non è neppure vagamente paragonabile a Jurassic Park, che per me resta un film seminale, ma si fa vedere. La prima parte è più noiosa, ma la seconda, in cui parte l’azione vera e propria, assai più godibile. La parte finale è da applausi nel suo essere completamente fuori misura ed esagerata.
Quindi tutto ok?
Mah. È un filmetto, questa è la verità. Un filmetto che ha dalla sua la consapevolezza di esserlo; te lo sbatte in faccia ogni cinque minuti che è tutto uno scherzo, che non lo devi prendere sul serio, che Jurassic Park era tutta un’altra cosa, viviamo in un’epoca di disincanto e manco i dinosauri ci stupiscono più. Apprezzo l’umiltà del regista, che quanto meno manco ci prova ad avvicinarsi all’epigono della serie, ma, nonostante tutta questa consapevolezza, un filmetto resta.
È che i dinosauri da soli non bastano. Li devi saper filmare. La paura la devi saper costruire. Non c’è stata una volta, nelle due ore di film, in cui ho realmente percepito quanto grandi fossero i dinosauri, perché nessuno te lo fa realmente vedere. Mi viene in mente Pacific Rim, in cui invece tutto è giocato sul senso di piccolezza che devi provare di fronte a Jaeger e Kaiju. Questi sembrano esseri di lamiera e acciaio veri, di carne e ossa concrete, mentre i dinosauri di Jurassic World sono e restano pupazzoni in CG. Altro problema, la paura. Jurassic Park faceva paura per davvero. L’avrò visto almeno dieci volte, ma probabilmente molte di più, e ogni volta l’arrivo del T. Rex mi terrorizza. Qua ho fatto un solo salto sulla poltrona, e una sola scena mi ha davvero spaventata. Perché i personaggi sono i primi a non aver paura. Non ce n’è uno che urli con la convinzione di una Lex, per dire. Tutti più che altro basiti.
Mi si dirà: non ha senso andare a vedere un film del genere e fare confronti con Jurassic Park. E invece no: è Jurassic World stesso che ti impone di continuo il confronto, perché i rimandi al primo film sono letteralmente infiniti. L’amministratrice del parco veste di bianco, come Hammond, e nel parco ci sono in visita i suoi due nipoti. I due ragazzini a un certo punto vanno perduti, e li devono cercare. Ci sono scene più o meno ricalcate dal primo film, e Easter Egg come se piovesse, dall’apparizione dell’omino del DNA in uno dei filmati di introduzione, alla porta del parco originale. È la “via J.J.” al rinnovo del franchise, perché è esattamente quello che ha fatto J.J. Abrams con Star Trek: strizzate d’occhio ai fan della prima ora come se piovesse, e, quando possibile, rielaborazione dei topoi dei film classici, a volte di interi snodi di trama. A un certo punto compaiono pure i lens flare che ad Abrams tanto piacciono. Ma davvero questo è l’unico modo per inserirsi con qualcosa di nuovo all’interno di un frachise già ben collaudato e andato in vacca da un certo punto in poi? Non lo so. So solo che tutto questo post-modernismo dopo un po’ stufa. Perché io al cinema vorrei andarci anche per essere stupita, non solo per sentirmi dire che ormai è stato già detto tutto e possiamo solo rielaborare.
Comunque, ripeto, il film diverte. Ok i buchi di trama, ok i comportamenti implausibili dei personaggi (o delle aziende: il piano di evacuazione di una roba come Jurassic World è “scendi dall’attrazione e torna a piedi al resort”? Macchedavero???), ma alla fine è sempre bello vedere dei lucertoloni giganteschi menarsi tra loro e mangiare qualche umano (spoiler: pochi, a fronte delle dimensioni del buffet). Ma Jurassic Park è molto lontano.
Ultima nota: la morale. Che sta a metà tra “se non figli la tua vita non ha senso” e “gli OGM fanno male alla salute”. Sono messaggi decisamente opinabili di per sé, ma soprattutto chi l’ha richiesta una morale in un film del genere? Con personaggi, per altro, di carta velina. E ancora mi viene in mente Pacific Rim, orgogliosamente privo di un qualsiasi tipo di messaggio, senza un vero cattivo, e solo con tanta, tanta distruzione. A Hollywood devono esserselo visto con scarsa attenzione, quel film, o oggi l’intrattenimento lo farebbero meglio.
In conclusione, non lo consiglierei, ma neppure lo sconsiglierei. È buono per staccare la spina al cervello per un paio d’ore, e a volte c’è bisogno anche di questo.

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Le recensioni non richieste: Drones

Vi stavate preoccupando, eh? È uscito il nuovo album dei Muse e qua niente, silenzio completo…c’avevate sperato, confessatelo. Che a questo giro niente deliri, niente recensioni canzone per canzone…e invece, al terzo ascolto, mentre scendevo in macchina a ritirare i lampadari che dovevano essere pronti tre settimana e fa e invece nisba, ho pensato: di quest’album tocca fare una recensione. Ed eccola qua.
Dunque. In teoria questo doveva essere l’album del ritorno al rock puro, à la Origin of Simmetry e Showbiz. Via l’elettronica, via i coretti dei Queen, spazio ai riff e alle chitarre. Il problema è che sono almeno tre album che si parla di questo ritorno alle origini, e ancora non se n’è vista traccia. Quel che Matt dice circa le sue canzoni è sempre da prendere con le pinze. Inoltre, ne è passata di acqua sotto i ponti, dai primi due dischi, e non si può certo cancellare con un colpo di spugna tutta l’evoluzione musicale che c’è stata nel mezzo. Per cui no, non è un ritorno al rock. L’elettronica qua e là c’è ancora, i maledetti coretti dei Queen pure, ma indubbiamente rispetto a Resistence e The 2nd Law è un album più snello, più puro e tutto sommato anche più compatto. Ora uso una parola che non credevo avrei mai rispolverato per i Muse: è un album più sobrio. Roba come United States of Eurasia, o Survival qui non le troverete. Se ne scorge traccia in alcuni pezzi, ma tutto quanto di barocco ed eccessivo ci fosse stato in quei pezzi è stato pulito, rimosso, per arrivare all’essenza del riff: è un album di riff e assoli, è un album di pezzi di bravura, persino. Questa è al contempo una buona e una cattiva notizia: soprattutto con The 2nd Law i Muse erano arrivati pericolosamente vicini al grottesco, e stavano flirtando un po’ troppo pesantemente col cattivo gusto. Ma l’aspetto scarno dei pezzi di Drones, davvero per lo più incentrati su batteria, chitarra e basso, vuol dire anche un addio quasi totale alla cosa che mi aveva fatto amare Bellamy e soci: la commistione con la musica classica, e, in un ultima analisi, i tappeti di violini e pianoforte. Il pianoforte è praticamente scomparso, e fa solo una breve comparsata in The Globalist. I violini pure sono dati quasi per dispersi. In questo senso, sì, sembra un po’ Showbiz, anche in certi echi vagamente americaneggianti. Ma, che ci vuoi fare, questa è la loro evoluzione, questo è quel che vogliono fare ora, e io rispetto profondamente gli artisti che seguono una propria strada, cercando di non farsi influenzare troppo dal pubblico. I testi rivelano chiaramente che questo è quel che Matt voleva fare, l’adesione viscerale dell’interprrtazione delle canzoni tradisce che questa è roba loro, la roba che amano, e allora alzo le mani: è giusto così.
Ma mi è piaciuto o no? Dunque, siamo lontani da Absolution, che per me resta il loro capolavoro, e anche Resistence non è proprio dietro l’angolo. Però è un bel disco, compatto, e che soprattutto cresce: c’erano delle cose che al primo ascolto mi avevano lasciata perplessa, ma adesso mi ritrovo a farci headbanging su, e ogni ascolto lascia la voglia di ricominciare. L’ho già sentito quattro volte, e lo risentirò ancora. Non sono più il gruppo che mi folgorò undici anni fa, ma è anche giusto che sia così, e non è probabilmente il loro disco capolavoro, ma è un bel lavoro, solido, e tutto sommato non vedo l’ora di andarli a sentire di nuovo il 18 luglio. Nota di merito al booklet, senza neppure una loro foto, ma con delle illustrazioni meravigliose.
Adesso, breve recensione pezzo pezzo

Dead Inside: Undisclosed Desires 2.0. All’inizio non mi convinceva per niente, ma tutto sommato non è affatto male. È il consueto anello di congiunzione coi dischi precedenti, quello presente in tutti gli album dei Muse. Uno li potrebbe mettere in fila, i sette dischi, e sentirseli come un’opera unica.

Psycho: l’originalità non è il suo forte, ma il riff è bello e potente, ed è un pezzo che urla Muse da tutti i pori. È l’inizio della trasformazione che attraversa tutto il disco, e che li condurrà, verso la fine, su lidi lontanissimi da quelli a loro usuali. È una canzone da urlare ai concerti, e in questo fa il suo sporco lavoro egregiamente. Your aaaaaaaaaaaaaass belongs to me nooooooooowwww…

Mercy: pure qua, Starlight reprise. Una cosa tutto sommato abbastanza usuale per i loro canoni, una canzoncina un po’ più orecchiabile, ma che passa via senza lasciare troppo il segno. Non è brutta, è uno di quei pezzi che ti cresce dentro dopo ogni ascolto, ma non credo che li ricorderemo per cose del genere.

Reapers: le cose qua si fanno serie, e ci si avvia alla parte centrale dell’album, la più forte e convincente. Un pezzo che parte fortissimo, virtuosistico, giocato tutto sugli assolo, potente, insapettato e anche poco lineare. Cambia continuamente direzione, è inatteso, complesso. Una roba davvero, davvero bella.

The Handler: vabbeh, qui davvero potrei stare a parlare per ore. I Muse che mi piacciono; se ce li avessi incantenati nel sottoscala li costringerei a scrivere solo roba così :P . Oscura, potente, basata su un riff incredibilmente orecchiabile, al tempo stesso disperata, lenta…ricorda Fury, il mio pezzo preferito di tutti i loro. Per me, il capolavoro dell’album, la cosa che ricorderò di tutto il disco anche fra dieci anni. Ma, mi rendo conto, è una cosa di gusti personali.

Defector: uhm…innanzitutto tornano i maledetti coretti dei Queen, che erano bellissimi nella musica dei Queen, ma nella loro li ho sempre sopportati pochissimo. A spaccare spacca, ma il tema è un po’ troppo allegrotto per i miei gusti. Questa svolta ottimista che hanno preso in questo disco mi lascia un po’ perplessa: suonata da loro mi sembra quasi falsa, autoimposta. La canzone si salva però per l’assolo da sturbo: che gli vuoi dire, applausi.

Revolt: l’episodio più debole dell’album. Il ritornello è una roba davvero incongrua: non so neppure bene come definirlo, sembra un inno di qualche genere, di quelli brutti, però. Torna, come nel pezzo precedente, un ottismo che davvero non mi riesce di associare alla loro musica. Per altro qui non c’è nulla che riscatti il pezzo; l’assolo è carino, ma messo su un tema che a me non convince. Niente, preferisco dimenticarmela.

Aftermath: allora, è una cosa davvero insolita per loro, lontana dai Muse come li definiamo e conosciamo, ma è splendida. Una ballata straziante, magnificamente interpretata dalla voce di Matt, forse il ritornello è appena appena meno convincente della magnifica strofa, ma è un pezzo che non sfigura accanto ai suoi epigoni passati: penso a Unintended, Blackout e tutte le splendide ballate che ci hanno regalato in passato. Gran bel pezzo.

The Globalist: se The Handler è il mio pezzo preferito, questo è Il Capolavoro dell’album. Cambia così tante volte nei suoi dieci minuti, pur mantenendo coerenza interna, che è difficile persino spiegarlo. Ballata, pezzo più rock, Morricone e Leone all’inizio, il pianoforte…c’è tutto. Se volete capire cosa siano stati i Muse, e cosa siano ora, questo è il pezzo da ascoltare. Con tanta santa pazienza, perché sono nove minuti e passa di musica. Un mio amico mi ha detto che non la sentiremo mai a un concerto, e probabilmente è vero, ma chissene. Ce la spareremo quando vorremo al buio, sdraiati a terra, nelle nostre stanzette, quando avremo bisogno di staccare da noi stessi. E poi c’è il pianoforte.

Drones: questa qui, secondo me, ha fatto incazzare molta gente. È quel che resta della grandiosità, dei barocchisimi dei Muse, quelli per i quali tanta gente non li ha mai sopportati, per cui si accusava Matt di essere uno tronfio e pieno di sé. Quattro minuti di pezzo corale di un compositore rinascimentale in cui Matt fa tutte le voci. Pensatela come vi pare, a me ha fatto impazzire. È una cosa bella, la giusta chiosa ad un disco in cui la musica corale aveva già iniziato a fare capolino nei pezzi precedenti, per certi versi un pezzo quasi ironico che ribalta tutto: il rock, la speranza dei pezzi centrali…forse siamo tutti già morti e non lo sappiamo.

P.S.
C’entra niente, ma, per chi volesse, sabato 20 Giugno partecipo a Bookineri, una chiacchierata sulla scienza, come se ne parla, e dei suoi legami con la letteratura a Frascati, presso la Piazza del Mercato alle ore 21.30. Qui tutte le informazioni. Vi aspetto!

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