Le recensioni non richieste: Sherlock 4×02

Appena una settimana fa, avevo detto che un episodio di Sherlock andrebbe visto almeno un paio di volte, per poter cogliere tutti i riferimenti, i rimandi interni, le semplici strizzate d’occhio. Io questo secondo episodio della quarta stagione l’ho visto una volta sola, e pure spezzato in due parti, in due sere differenti. E intendo rivedermela, per bene, in un’unica soluzione. Ma niente, quest’episodio mi ha così tanto fatto esplodere il cervello che non ce la faccio ad aspettare. Un po’ di tempo fa, in un’intervista Leo Ortolani parlò di quell’”invidia buona” che uno prova per le cose che davvero gli piacciono, e che lo induce a una sorta di rielaborazione della materia, alla produzione di qualcosa di simile, di ispirato, a quel che si è amato. Ecco, io, dopo la visione di quest’episodio, di invidia ne ho a paccate da una tonnellata l’una; vorrei essere capace di scrivere una roba bella un milionesimo di questa, ma manco tra dieci vite. Per cui, per non pensare che la settimana prossima fine dei giochi, e chissà quanto ci toccherà aspettare per nuovi episodi – o se ne vedremo mai, ahimè – recensione SPOILER, che senza dovrei essere così ellittica che non ci si capisce più niente.
Allora, eravamo rimasti che tutto il mondo di John e Sherlock se n’era andato a catafascio, che il primo non voleva più vedere il secondo, e che Mary aveva lasciato un simpaticissimo video post-mortem in cui chiedeva sibillinamente a Sherlock di salvare John, per poi mandarlo graziosamente a quel paese. E su quest’ultima frase ci eravamo fatti pippe mentali a non finire.
L’episodio comincia dal fondo del pozzo: John non sta per niente bene, va dalla miliardesima terapista a dire che le cose vanno malissimo, e malissimo ci vanno per davvero, visto che ha delle simpatiche visioni della moglie morta. Sherlock non se la passa meglio, visto che ha ripreso a farsi, non esce di casa e sembra annegare in un misto di solitudine, tristezza mortale e desiderio di autodistruzione. E mo? Era la grande domanda con cui finiva l’episodio precedente. E mo si rimettono insieme i pezzi, letteralmente.
Il montaggio di Sherlock è sempre stato molto sincopato e prezioso, ha sempre giocato su vari piani, con l’inserimento poi di quei fantastici inserti grafici che sono un po’ il marchio della serie. Ma stavolta si va davvero oltre, con questo giochetto. Tutto nella forma rimanda direttamente al contenuto, in un’unione perfetta tra stile e sostanza che non saprei come altro definire se non stato dell’arte. Il mondo di Sherlock è in pezzi, e così lo è la storia di questo The Lying Detective: si salta di continuo, presente e passato si fondono, realtà e finzione sfumano l’una nell’altra, e in certi momenti ci si sente quasi sperduti. E così come Culverton Smith gioca al gatto col topo con Sherlock, lo stesso fanno regia e sceneggiatura con lo spettatore. Innumerevoli le false piste, i risvolti di trama suggeriti e poi traditi, in un infinito gioco di specchi. E, certo, tutto è anche connesso alla dipendenza di Sherlock, ma non solo: è che sono saltati tutti i punti di riferimento, e questo lo spettatore deve sentirlo, prima ancora che vederlo messo in scena. Cito solo un paio di giochetti interni: la Aston Martin di Mrs. Hudson, chiaro riferimento a James Bond, la realtà/finzione di Faith. Nel primo caso, una delle critiche maggiori rivolte al primo episodio – ma qualcuno l’ha anche definito un pregio – era che sembrasse 007 più che Sherlock. Beh, la cosa era ovviamente voluta, e viene tirata fuori qui, tra l’altro alludendo ancora a un elemento di trama: quello Sherlock che è in grado quasi di prevedere il futuro, per come tesse la sua tela dando appuntamenti con settimane d’anticipo. A quanto pare, anche Gatiss e Moffatt conoscono così bene i loro fan da sapere prima di loro cosa penseranno. La seconda è l’ovvia conclusione, cui si arriva a metà episodio, che Faith sia una proiezione della mente sconvolta di Sherlock; tutto torna, no? John vede Mary, Sherlock vede Faith, che in effetti nessuno ha mai visto assieme a lui, che assomiglia solo vagamente alla vera figlia di Culverton. E infatti a più o meno dieci minuti dalla fine ci dicono che è proprio così, bravi, tutto vero: l’incontro tra Sherlock e Faith non è mai avvenuto. Senonché…Il grado di consapevolezza necessario per fare di questi giochetti è una cosa che fa letteralmente paura. Sarà una roba inglese, perché ho visto una tale capacità di tenere salde le redini della materia trattata solo in Rowling, l’unica capace di mettere un indizio nel libro 1 che poi diventerà di vitale importanza nel libro 7.
Magistrale anche il modo in cui la vecchia vita ogni tanto torni a sprazzi: tutto il pezzo dalla psicoterapeuta, con l’arrivo di Mrs. Hudson, le scaramucce tra John e Sherlock, parlano della serie che abbiamo sempre amato, lo sono all’ennesima potenza. Sono quei meccanismi narrativi che ci hanno fatto innamorare anni fa, e che adesso sono tornati, raffinati, sublimati, oliati e funzionanti alla perfezione, meglio ancora che nel primo episodio.
Ma tutti sappiamo che è la quiete prima della tempesta, che ci sono tonnellate di questioni in sospeso tra John e Sherlock, che devono trovare il loro sfogo. Letteralmente. Se nell’episodio precedente avevo trovato la morte di Mary tutto sommato abbastanza scialbetta – non così per tutto il resto, che viene prima e dopo – qui le rese dei conti tra John e Sherlock sono roba veramente da strapparsi il cuore dal petto. It is what it is, e via a piangere come vitelli sull’abbraccio più straziante degli ultimi anni di televisione. E che ci vuoi fare, è così. It’s a magic trick, dicevo in una vecchia recensione, e ed è anche vecchio come il cucco, ma funziona alla grande.
A chi lamenta l’assenza di casi cervellotici, certo quello di Culvert Smith non lo è – io fino all’ultimo ero convinta che fosse qualcun altro quello che doveva ammazzare… – ma quello di Mary, cavoli se lo è. Il gusto per il bizzarro, così presente nei racconti di Doyle, sta tutto là: nel colpo di scena da feuilleton, nelle macchinazioni al limite dell’assurdo, nei continui capovolgimenti di trama. Perché un’altra cosa che adoro di Sherlock è il suo sapersi muovere perfettamente in bilico sul filo dell’implausibile e dell’assurdo. Pensateci: sta sempre là, sospeso. E ci sono i momenti in cui sembra cadere oltre, e la sospensione dell’incredulità sembra farci ciao con la mano. Ma non succede mai. Sempre tutto torna, sempre finiamo catturati da trame improbabili, e persino ripetizione di stilemi (voglio dire, Sherlock doveva riprendersi John già nel primo episodio della terza stagione…). Perché non è tanto quel che dici, ma come lo dici. E il come è magistrale. Anche grazie a un parco attori che levati. Tra l’altro, pensateci, torniamo anche alla casella uno: era in A Study in Pink che John salvava Sherlock. È un ritorno alle origini, un richiamo al momento in cui tutto è cominciato. Ma tutto è diverso, lo sappiamo già.
Menzione d’onore per Siân Brooks e per chi la trucca: io, giuro, non l’avevo riconosciuta, in nessuna delle sue tre incarnazioni. Applausi a scena aperta per la Mrs. Hudson più cazzuta di sempre, e infine unica pecca, del tutto personale. Nel mio cuoricino, nessun cattivo raggiunge le vette di Moriarty, l’unico che davvero poteva battersela con Sherlock da pari. Ora, lo Smith di Toby Jones è un viscidone fantastico, tanto di cappello, ma impallidisce a fronte del vero tema di puntata, ossia la relazione Sherlock John (che è il tema di tutta la serie, ma in questo episodio lo è all’ennesima potenza). Moriarty è Moriarty, la sua grandezza è tale che la sua assenza ormai informa di sé la serie da due stagioni. Pensateci: è morto, ma lui c’è sempre. Evocato, temuto, è ancora in mezzo a noi, ci fa morire di paura e desiderio. Ora, io lo so che non tornerà; finora c’è stata una certa adesione al canone di Doyle, e là Moriarty è morto e basta, stop. Tra l’altro, due resurrezioni per una sola serie forse sono un po’ troppo. Ma io darei qualsiasi cosa per rivederlo in azione, davvero. È stato grazie a lui che mi sono davvero appassionata a Sherlock, perché è stato The Great Game a colpirmi davvero al cuore (lui, e Martin Freeman che adoro :P ). E niente, ridatecelo, vi prego: non faremo domande, ridatecelo e basta.
Bon, che dire. Ci sono ricascata con tutte le scarpe. In tempi recenti, da quando cioè non sono più una ragazzina, Sherlock è l’unica serie televisiva che riesce davvero a ossessionarmi, ma sul serio. Ci vivo dentro. E mi piange il cuore a sapere che settimana prossima stop. Mi toccherà rivedermi tutto tutto. E adesso mi metterò a scrivere le mie cose miserelle dopo essermi vista un po’ po’ di pezzo di televisione da novanta, che mi fa sentire la più sfigata delle narratrici, ma, voglio dire, ognuno lavora con gli strumenti che ha, e un po’ dell’esaltazione di questa visione mi accompagnerà nei miei racconti, e forse li renderà un po’ migliori. La staffetta continua.

Ah, scusate, il cliffhanger. Vabbè, ma tanto non ci crede nessuno che hanno sparato a John, no? :P

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