Compagne di viaggio

Essere ansiosi è come vivere in una stanza buia, in cui non vedi niente. Nella stanza non accade nulla di male, in verità, ma tu sai, hai l’assoluta certezza che intorno a te è pieno di minacce. Non puoi vederle, non puoi sapere da dove colpiranno, eppure le senti tutte intorno a te. Non ci sono appigli nella stanza, per quanti tu ne cerchi, non c’è qualcosa che ti faccia orientare. C’è solo la paura, che diventa lentamente il modo con cui ti rapporti al mondo.
L’unica cosa che ti sembra possa difenderti dalle minacce invisibili è il controllo. Devi avere tutto sotto controllo. Anche l’incontrollabile. Quel che è fuori di te, certo, ma anche e soprattutto quel che è dentro: sentimenti, emozioni, pensieri. Ognuno ha il suo modo: le compulsioni, i rituali. Per me è l’ossessione. Se ci penso abbastanza, non farà male. Se sarò in grado di prevedere ogni possibilità, ogni evenienza, non succederà nulla di male. La cosa richiede un certo grado di sofferenza, e io lo so, ma è sempre meglio quella che la spaventosa immensità del vuoto oscuro che c’è intorno, della minaccia invisibile, dalla quale non so difendermi.
Ogni cosa diventa benzina per l’ossessione. Una riflessione filosofica, un pensiero ozioso, una notizia che ti spaventa, una decisione importante, magari anche bella, che devi prendere. Cose positive e cose negative finiscono tutte insieme, e inizia il ruminare ossessivo, continuo, su ciò che potrebbe accadere se, o se non. L’illusione è sempre la stessa: se ci pensi a sufficienza, terrai fuori il male. Ma è appunto un’illusione. Che ti aiuta a tenere a bada il caos, a cercare di mostrarti il mondo come meno spaventoso, ma pur sempre un’illusione. E quasi mai le cose migliorano, così. Piuttosto, giorno dopo giorno l’ossessione si mangia un altro pezzettino di te.
Una volta, tanti anni fa, vidi un film bellissimo, su uno malato per davvero, non come me. Si chiamava Senza Pelle, e parlava di un ragazzo con una malattia mentale, non ricordo quale. Ma ricordo la metafora, bellissima: quel ragazzo era come non avesse pelle, e tutto il mondo lo colpiva con un’intensità che lui non era in grado di sopportare, e che gli altri non potevano capire. A volte mi sento così. Con uno strato di epidermide in meno. La gente normale riesce a tenere a bada la spaventosa grandezza e bellezza del mondo, perché ha questo scudo che la protegge. A me lo scudo funziona così così, e vedo tutto nella sua immensità. È come una musica troppo intensa, un paesaggio dai colori troppo vividi, una poesia troppo straziante. Ed è bello e tremendo al tempo stesso. Vivi intensamente, percepisci cose che gli altri probabilmente non sono in grado di cogliere. Ma fa anche paura. Perché come puoi contenere tutto questo e non perderti, come puoi fartene attraversare senza rimanere segnato per sempre?
Con gli anni ti ci abitui. Fa parte di te. Accetti quel che è, e le cose, per certi versi, poi vanno meglio. Non si sconfigge mai davvero un demone; si impara a conviverci, piuttosto. E ti dici una cosa. Che nella sfiga di avere un cervello che funziona così, la natura, dio o chi per lui ti ha dato qualcosa per salvarti. Scrivere. Se fossi stata una persona normale, con uno sguardo normale sul mondo, non avrei scritto neppure una riga. E invece sono così, che ha i suoi pro e i suoi contro, e nonostante tutto sono riuscita a farmi una vita soddisfacente e bella, che, in tutta franchezza, non cambierei con nessun’altra al mondo. E scrivo. Che è un altro modo per mettere ordine nel caos. Solo che fa meno male, funziona di più, e ti connette col mondo, mentre la paura piano ti isola e ti chiude in te stesso.
Per cui tante cose mi hanno salvata, in questi anni. Persone, soprattutto, ma loro riguardano la mia dimensione privata. Ma c’è stata anche la scrittura, che è invece il volto col quale mi presento a voi. E io la devo ringraziare, perché senza sarei rimasta un po’ più al buio, e un po’ più sola.

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Una risposta a Compagne di viaggio

  1. Alessandro Chemini scrive:

    Credo che l’ansia che è quasi sempre associata alla consapevolezza (mirabile in questo H.P.Lovecraft e la sua silver key) sia la reale spinta evolutiva che frena lo sviluppo dell’intelligenza umana in termini biologici

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