Archivi del mese: maggio 2017

E a sorpresa…

Ve l’avevo detto, per cui, eccola qua: la copertina di Pandora 3 – L’Erede di Gavri’el.
Secondo me è fighissima, ma aspetto vostri commenti :) .
Vi annuncio anche che il 5 Giugno farò una diretta su Facebook: vi leggerò il prologo del libro e poi risponderò a qualche vostra domanda. Tutto per festeggiare in po’ l’uscita del libro, che, vi ricordo, sarà il 6 Giugno.
Bon, buona giornata e ci si becca sui social!

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Me, Filomena Grimaldi e Samantha Cristoforetti @ Mare di Libri

Allora, vi avevo detto che vi avrei fornito dettagli sulla mia partecipazione a Mare di Libri, ed eccoli finalmente qua. Chi mi segue sui social lo sa già, visto che la notizia è stata data ieri, ma repetita iuvant :) . En passant, per chi non lo sapesse, Mare di Libri è un bellissimo festival della letteratura per ragazzi organizzato dai ragazzi che si tiene a inizio estate in quel di Rimini.
Venerdì 16 Giugno, ore 11.30, al Teatro degli Atti, potrete prendere tre piccioni con una fava, che è pure meglio di quanto prometta il proverbio :P . A parlare di ragazze e scienza, infatti, ci saremo io, Filomena Grimaldi e Samantha Cristoforetti. Io sono ovviamente onoratissima e non vedo l’ora, e spero sarete in tanti a condividere con noi questa chiacchierata :) .
Il giorno successivo, sabato 17 Giugno, ore 9.00, potrete fare colazione con me al Caffé Teatro, per farci due chiacciere in scioltezza.
Ora, per tutti i dettagli su prenotazioni, prezzi e altro vi rimando al sito del festival.
Così, tanto per aggiungere un filo di hype, vi dico che questa settimana posterò anche la copertina di Pandora 3 – L’Erede di Gavri’el, quindi, restate sintonizzati ;) .

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Mare di Libri e Pandora 3

Come promesso, ecco qualche notizia in più sui miei spostamenti e su Pandora 3. Iniziamo coi primi, che so essere quelli che vi interessano di più :P .
Come già accennato sui social, anche quest’anno sarò a Mare di Libri, a Rimini. Nello specifico ci saranno due eventi, uno la mattina del 16 giugno, e l’altro la mattina del giorno successivo, il 17 giugno. Non posso ancora darvi ulteriori dettagli, perché sono in via di definizione, ma arriveranno presto.
Vabbè, dai, allora ci vediamo a Rimini per chi vorrà, e…
Ok, “amo scherzato” come si dice dalle parti mie :) . Habemus datam per l’uscita di Pandora 3: lo troverete in libreria dal 6 giugno. Lo so, mi ci è voluto un po’, ma qua la vecchia si fa sentire, e i ritmi lavorativi non sono più quelli di una volta :P . Habemus titulum, pure: L’Erede di Gavri’el. Per la copertina, che esiste da un bel po’ ed è fighissima, dovete aspettare settimana prossima :) .
Bon, tutto qua. Segnatevi il 6/6, data satanica come si addice a un libro sugli Angeli della Morte, e ci si rivede presto, live e in libreria :) .

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I Guardiani della Galassia vol.2

Col consueto ritardo che mi contraddistingue, sono andata a vedere I Guardiani della Galassia Vol. 2, più o meno quando tutti l’hanno già visto e già si sono espressi. Almeno l’ho visto al cinema e non a casa, dai. Anyway, quello che c’era da dire è stato probabilmente già detto tutto, e la mia recensione non aggiungerà molto al tutto, ma vabbè, ho il vizio. Qualche spoiler, ma pochi.
Allora, come più o meno a tutti, il primo mi era molto piaciuto. È diventato rapidamente il mio prototipo di film di supereroi (sotto Jeeg Robot che gioca in un campionato a parte, per quel che mi riguarda). Come tutti, ne avevo apprezzato soprattutto l’aria cazzona. Sono film di supereroi, dio mio, prendiamola con un po’ di ironia! Soprattutto divertiamoci, che cavolo. Il primo lo faceva con un parterre di personaggi interessanti e ottimamente assortiti, con un bel tono giocoso, e un sacco di azione.
Sul secondo il dubbio era: riusciranno a ripetere la formula, o prenderanno la via dell’”evoluzione dei personaggi”, del “è tutto più adulto”, “è tutto più dark” che nel fantastico ha fatto più danni della peste nera? Ni.
Cominciamo benissimo, con la prima ora che l’unica cosa che le puoi dire è che sembra un prolungamento del primo film. Ma, voglio dire, cosa c’è da lamentarsi se poi i personaggi funzionano e la storia gira? Sembra tutto perfetto. Le dinamiche tra i Nostri sono già rodate, non dobbiamo assortire il gruppo, per cui i personaggi e le situazioni si esprimono alla loro massima potenzialità: ok, qualche battuta scatologica può sembrare un po’ scema, ma ci sta, dai, ci sta.
Va tutto più o meno benissimo, con una confortevolissima aria di casa, fin verso all’arrivo sul pianeta di Ego. Là, improvvisamente, gli sceneggiatori realizzano una cosa: porca zozza, la trama non basta. Non ci fai quelle due ore e mezza di film sotto le quali non sei nessuno (perché???? Quando ero ragazzina i film duravano un’ora e mezza, ed era perfetto). Quindi che ci mettiamo in mezzo? La Morale attaccata con lo sputo. Quindi: leviamo tutto quanto fa funzionare il franchise, ossia l’autoironia e il divertimento, e mettiamoci tutta quella roba sulla famiglia che agli americani piace tanto. E gente che parla. Per un’ora. In cui tu vorresti vedere il procione che spara. Giuliano l’ha descritto così il film a un collega: io devo andare a vedere il procione che spara. Ok, il procione un po’ spara, ma smette presto. I nostri non stanno più insieme (altra grandissima vaccata, dato che è l’alchimia tra tutti e quattro che fa funzionare tutto, non certo la scialba storia d’amore tra Gamora e Starlord), e l’azione o qualsiasi altra cosa latitano su ambo i fronti: tra Groot e Rocket, ma pure tra tutti gli altri. Scene e scene sul pianeta inutili, perché ribadiscono quanto lo spettatore ha capito appena compare il padre di Starlord: gatta ci cova, e al minuto 1 dell’arrivo sul pianeta uno già sa che finirà male. Sorvolo sulla sciattezza di far finire Gamora in una caverna per farle scoprire la verità: persino io so che non si fa. Ma non sorvolo su alcune scene che veramente gridano vendetta al cospetto di dio, tipo Starlord che gioca a palla col padre, che io ho sperato fino all’ultimo, con veemenza, che finisse in presa per i fondelli. No. È tutto vero. Il grande topos della famiglia del Sogno Americano: il padre che gioca a baseball col figliolo. Mio. Dio. Sorvolo anche sul cattivo, scialbo, ogni tanto onnipotente ogni tanto no, non si capisce bene in base a quali regole, e pure abbastanza confuso in certe sue scelte. Però, vabbè, diciamo che in un film del genere il cattivo non è proprio la cosa più importante. Più o meno.
Comunque. Poi i gruppi si ricongiungono, parte un po’ d’azione, e lo spirito si risolleva, ma purtroppo non del tutto. Non so esattamente cosa manchi, o piuttosto cosa ci sia di troppo, nella tirata finale. È probabilmente solo troppo lunga. Ma a un certo punto la mente vaga. L’avevo letto in qualche recensione, non ricordo quale: arriva il momento in cui uno si distrae e pensa ai fatti suoi. Ed è vero. Arrivata a un certo punto ho iniziato a pensare ai prossimi sviluppi della storia di Myra e a cosa volevo cambiare/mettere. Così. Mentre i Nostri lottavano per la salvezza dell’Universo, niente meno. Ed è un peccato, perché poi c’è anche una certa intensità nelle scene finali, e quelle meritavano un’adesione dello spettatore più profonda di quella che ho provato io, abbastanza scarsa. È che, ancora una volta, la morale sulla famiglia pare veramente appiccicata con lo sputo.
Non lo so, sembrano due sceneggiature diverse cucite insieme: una che tutto sommato funziona, divertente e divertita. L’altra pesa, pesa di una pesezza che non è tanto nei contenuti (la solita tirata sull’amicizia e la famiglia, e capirai…), quanto nella prosopopea con la quale ti viene sbattuta in faccia, un tanto al chilo, persino con una certa supponenza. Non dico che non dovessero mettercela, anzi; ma andava inserita nel contesto, nella cialtronaggine generale del tutto. Così è solo irritante.
Ora. Non è che non mi sia piaciuto. La prima ora non dico che mi ha entusiasmata, ma mi ha divertita un sacco. E comunque resta sopra gli altri cinecomics della Marvel; solo che la distanza da questi ultimi si è ridotta. Invece di tirare su tutto il resto della compagnia verso lo spirito dei primi Guardiani, hanno tirato giù i Guardiani verso tutto il resto. Eh sì che roba come Doctor Strange – che non è un capolavoro, intendiamoci, ma diverte parecchio, soprattutto nella spettacolare scena finale, che quanto meno è veramente, veramente originale da un punto di vista visivo – mi aveva fatto ben sperare. E invece no. A noi il divertimento non piace; deve sempre venire il momento della serietà. Come tutte le commedie americane, e tante italiane: il primo tempo che ti ammazzi di risate, poi dopo no, dopo ci devi mettere il maledetto sentimento, un minimo di serietà sindacale, e inevitabilmente va tutto in vacca.
Spiace. Si conferma una cosa che già pensavo: il primo film è stato un po’ un caso, frutto del fatto che si portavano su schermo personaggi tutto sommato secondari del canone, e per questo ci si è permessi di osare un po’ di più. Adesso che i Guardiani funzionano, tocca fare sul serio. Farli diventare come tutti gli altri. E vabbè, dai, fa niente. Spero di rivedere in futuro la tipa dorata: era una delle cose più fighe del film. Ah, e almeno un paio delle scene extra sono davvero carine. Però, niente, speravo meglio.

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Perché sono una scrittrice sadica e resterò tale

Un po’ di contesto. Come tutti gli anni, in occasione dell’anniversario della Battaglia di Howgwarts la Rowling ha chiesto scusa su Twitter per la morte di uno dei suoi personaggi, Piton, per la cronaca. Io ho colto la palla al balzo per il tweet che incollo qua sotto

Il tweet, che ha avuto un discreto successo, ha aperto una lunga discussione su Facebook, che, se volete, trovate qua.
Visto che questa storia dei personaggi ammazzati sembra interessare i lettori, ho pensato di farci un post per chiarire meglio la mia posizione. Ci saranno spoiler sui miei libri più vecchi.
Partiamo dal fatto che uno, prima di raccontare storie, le fruisce. Io di storie ho praticamente sempre vissuto; me ne hanno raccontate prestissimo, e prestissimo ho iniziato a raccontarne io. E ho capito abbastanza rapidamente una cosa: che io da una storia voglio il coinvolgimento totale. Io voglio entrare nel mondo che mi viene raccontato, e lì dentro viverci per il tempo della lettura, o della visione. Voglio provare quel che provano i personaggi, appassionarmi a loro, vivere le loro vite. E voglio piangere, se la storia lo richiede, o ridere, a seconda dei casi. Ma provare emozioni forti. Voglio una storia che, per il tempo della lettura o della visione, si sostituisca al mio mondo. Credo che una buona storia questo debba fare. Tra l’altro, un po’ di tempo fa lessi che una ricerca di neurologia ha scoperto che leggere una certa cosa attiva i medesimi circuiti neuronali che viverla in prima persona; insomma, le storie fungono da simulazioni per il nostro cervello, che attraverso i personaggi vive, stando al sicuro al di qua della pagina, cose che nella realtà non potrebbe, o non desidererebbe, vivere davvero. È sostanzialmente la spiegazione di una cosa che avevano capito già gli antichi greci, ossia la catarsi. Io vivo su carta o sullo schermo passioni intense, ed esco modificato da quest’esperienza, senza però averne patito davvero le conseguenze: così posso vedere Edipo che uccide il padre e sposa la madre, sentirmi coinvolto dalle sue emozioni, vivere letteralmente con lui questa esperienza, senza però ammazzare nessuno e senza compiere incesto.
Le storie che mi sono rimaste più nel cuore sono spesso quelle più intense, in cui ho provato forti emozioni: ho pianto tutte le mie lacrime guardando Una Tomba per le Lucciole, e, nonostante questi pianti, è il film d’animazione più bello che abbia mai visto. Stessa storia per Il Labirinto del Fauno, sul cui finale in genere mi sciolgo. Ma è meraviglioso proprio per questo, proprio per il suo finale straziante. O, che ne so, l’addio tra Watson e Sherlock alla fine della seconda stagione di Sherlock, o l’ultimo incontro tra Ettore e Andromaca nell’Iliade (che è stato il primo libro che mi ha fatta piangere), o, per restare a cose recenti, il finale senza speranza di Bruciare Tutto, che però è l’unico possibile, e illumina di una luce tetra tutto il resto.
Tutte le mie scelte come scrittrice sono figlie di questi sentimenti che mi hanno segnata da ragazzina e continuano a segnarmi ora. Io voglio questo per il mio lettore: che le mie storie lo colpiscano duro e a fondo, e restino con lui a lungo. Non mi interessa divertirlo per un’ora, e poi via, a fare altro, dimenticando tutto quello che ha letto. No, io voglio fare parte di lui, voglio ossessionarlo mentre legge, e lasciargli qualcosa che non dimenticherà. Che poi io ci riesca, è un altro paio di maniche. Ma è il mio intento.
Per ottenere questa cosa, ovviamente mi abbandono ai trucchi più beceri, che vanno bene fino a quando sono coerenti con le premesse delle mie storie e finché funzionano. Le morti sono picchi emotivi forti, che avvincono il lettore, a patto che siano preparate, e abbiano un senso. Per cui, io non mi faccio scrupoli a uccidere un personaggio, se la storia lo vuole. Succederanno cose che non vi piaceranno, per dire, in Pandora3, ma vi giuro che la storia le esigeva, e non poteva andare altrimenti. “Siamo il prodotto delle nostre storie dei nostri errori”, cantano gli Otto Ohm in Cupo: è vero per le persone, è vero per i personaggi.
In tanti, su Facebook mi hanno detto della morte di Laio. Lo so, è una cosa straziante. Voleva essere straziante. È stata scritta per esserlo. E io mi sentivo come voi quando l’avete letta, quando l’ho scritta; e quando la vedo sul corto di Erica ed Elia la sento con forza, come allora: il dramma, il dolore, l’inevitabilità. E ne sono soddisfatta. Era una cosa che doveva succedere, era giusto che succedesse: a quel punto della storia il viaggio di Nihal e Sennar era un cammino che si avviava verso gli abissi della disperazione. Nihal doveva arrivare alla fine stremata, nuda e sola; e per questo Laio doveva morire. Perché era una rete di protezione, perché era un puro che non poteva sopravvivere nel mondo del Tiranno. E credo di avergli anche dato una morte degna di lui e di ciò che ha significato per la storia, giunta alla fine di un percorso narrativo chiuso. Ha fatto quel che doveva, ha compiuto la sua evoluzione, è uscito di scena al meglio.
Sulla parete del mio studio, alle mie spalle, c’è una carta da parati con scritta la morte di Ido. È una delle poche cose che ho scritto che rileggo sentendomene soddisfatta. Mi piace e mi commuove anche dopo tanti anni, perché è venuta esattamente come volevo. È la giusta conclusione per un personaggio che è stato con me tantissimo, sei libri.
Ora, anche per me scrivere certe cose non è facile. La Saga del Dominio inizia con una scena piuttosto forte, tra le più crude della mia produzione, non tanto per la quantità di sangue, ma per l’impietosità con cui mi sono imposta di scriverla, senza sconti, perché il mondo di Myra è un mondo di gelo e sangue e il lettore ci deve finire catapultato dentro, esattamente come ci finisce catapultata lei. E mi sono sentita anche un po’ a disagio, mentre la scrivevo, ed era giusto così. Scrivere

“Si domanda perché: perché è successo tutto questo, perché a lei? Lei e Fadi non hanno mai fatto del male a nessuno, e quella terra era loro, secondo gli uomini e secondo Ajel, il dio dei Biaswadi. Forse l’unica risposta è proprio questa: aveva tutto, e non doveva. È stata punita perché aveva l’affetto di suo padre e la sicurezza di una casa. Ha peccato perché è stata felice, e la felicità è un lusso pericoloso. Non era per quello che i Primi erano stati spazzati via dalla faccia del mondo?”

non è stato facile, perché è una roba così connessa a ciò che sono, alla mia vita, alle mie paure, che è come farsi una foto nuda e metterla giù sui social. Però ci voleva, e l’ho fatto. Per dirvi che capisco come vi sentite, ma le storie devono essere così, altrimenti tanto vale fare altro, invece che leggere.
Comunque, sto divagando. Una morte ha senso se è preparata, dicevo: ammazzare una guardia che passa un minuto nella storia non è lo stesso che ammazzare un personaggio che ha un arco narrativo di sei libri. È ovvio che se vuoi colpire il lettore, devi dargli ragioni di interessarsi al personaggio che morirà. Inoltre, la morte deve avere un senso narrativo. La storia lo vuole.
Qualche anno fa venne chiesto a me e Sandrone Dazieri di scrivere il trattamento (la storia, sostanzialmente) di una serie televisiva. Ci mettemmo al lavoro, buttammo giù il tutto, ma qualcosa non tornava. Mancava un pezzo, la storia non scorreva come avrebbe dovuto. E poi ho capito: un personaggio, che arrivava fino alla fine, doveva morire. Era scritto nel suo DNA, nel modo in cui l’avevamo costruito, nelle cose che faceva. Doveva morire. E infatti, una volta che l’abbiamo ucciso, la storia ha iniziato a filare come un treno.
E veniamo al casus belli. Nihal. Io non chiedo scusa per la morte di nessun personaggio. Tutte quelle morti sono servite a darvi storie migliori: sono avvenute là dove dovevano, e come dovevano svolgersi, anche quelle che vi hanno fatti incazzare di più. Il fatto stesso che vi abbiano fatti incazzare per me significa che ho fatto un buon lavoro. Nihal no. Nihal non muore perché ci sia una ragione narrativa; la storia, semmai, voleva che morisse alla fine delle Cronache, ma io all’epoca ero una giovane Padawan, e mi faceva tristezza lasciare Sennar da solo, così il libro finisce come voi tutti sapete. Sopravvissuta alle Cronache, per morire avrebbe avuto bisogno di un’altra storia. Invece è successa una cosa; mentre scrivevo le Guerre, un po’ tutti volevano che continuassi a parlare di Nihal. Ma io non potevo. Nella mia testa Nihal aveva detto tutto quello che doveva, e avevo voglia di raccontare altri personaggi. Nella mia scrittura i mondi sopravvivono, mentre i personaggi raramente superano le saghe, e se lo fanno è in ruoli tutto sommato minori, non da protagonisti. Ma tutti mi chiedevano di Nihal. Ho iniziato a sentirla come una presenza così ingombrante che ho deciso di farla morire. Fuori scena, senza troppe spiegazioni. Io avevo bisogno di andare avanti, e lei me lo impediva.
Ecco. Non c’era alcuna ragione narrativa per cui Nihal dovesse morire. Non c’era una storia che esigeva la sua morte, e se ci fosse stata, non era comunque quella che stavo raccontando. È stata una cosa gratuita, che non è servita a niente. Vedi alla voce del vocabolario morte inutile.
Di quanto questa cosa fosse malnata me ne sono accorta quando ho scritto Le Storie Perdute; erano passati degli anni e mi sentivo pronta a riprenderla in mano senza patemi d’animo, svincolata ormai dal suo dominio su di me. E ho dovuto raccontare di nuovo la sua morte. Una tragedia. Avendola sempre fatta raccontare da altri, era come quelle cose lì che mi scrivo in scaletta quando progetto un libro, e poi quando inizio davvero a scriverle mi accorgo che non tornano: i personaggi non possono essere in quel luogo in quel momento, sì, ma quello non può fare questo perché la motivazione non è abbastanza forte…robe così. Non mi tornava. Mi ha fatta incazzare così tanto che adesso neppure ricordo quale fosse il problema (i problemi li dimentico sempre, una volta risolti, così, la volta successiva, devo sempre ricominciare da capo…), ma c’erano delle cose che non tornavano sulla sua scelta di morire per Sennar e Tarik. Dovetti fare i salti mortali per rendere plausibile un sacrificio del genere, e farlo sembrare una cosa naturale. È l’unica morte di cui mi pento, perché non vi ho fatto un buon servizio, facendola avvenire così. A volte nelle interviste mi chiedono se, come scrittrice per ragazzi, sento la responsabilità di scrivere per un pubblico giovane: l’unica responsabilità che sento è scrivere cose che voglio e devo scrivere, e farlo bene, in modo da darvi una buona storia. Il resto è superfluo.
Ecco, tutto qua. Spero di avervi un po’ chiarito come funziona la mia testa. Specifico che è il mio modo di vedere le storie; come scrittrice sono un tipo piuttosto solitario, e confesso che non ho mai parlato di queste cose coi colleghi, i pochi che conosco. Sono sicura che altri la penseranno in un modo diverso. Ma io faccio scrittura pop, ambisco a fare scrittura pop, e questo è il mio modo di intendere un buon racconto.

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Napoli, il pop, la salvezza del mondo

Sapete che ormai non scrivo più tanto qui sopra. In linea di massima, credo che l’epoca dei blog come il mio sia finita, per cui ritorno su questi lidi solo quando ho qualcosa che ho veramente voglia di dire, o per avvisarvi di spostamenti e cose varie. Oppure per commentare qualche evento. Ecco, oggi siamo nell’ultimo caso.
Come forse saprete, sono reduce dal Napoli Comicon. Non c’ero mai stata, per due ordini di ragioni: la prima è che fino a due anni fa non ero mai stata invitata (anche perché non faccio fumetti :P ), e l’anno scorso ho declinato per impegni vari. Quest’anno, quando mi hanno proposto di fare la giurata ai Premi Micheluzzi, ho detto di sì, e sono entrata nel vortice. Adesso che ci sono stata, mi domando perché non ci sono venuta prima.
A muovermi per i padiglioni della Fiera d’Oltremare ho ritrovato sensazioni antiche, che non provavo da un bel po’, da quando, ragazzina, camminavo un po’ intimorita, col mio primo cosplay addosso, tra i corridoi del fu Expocartoon, quello di diciassette anni fa, per intenderci. Ho ritrovato quella stessa atmosfera festosa del mio primo vero contatto col mondo dei nerd, lo stesso entusiasmo, la stessa voglia di fare comunità. I ragazzi stesi al sole sul prato, i cosplayer che si muovono impacciati, i gruppi che cantano canzoni di cartoni animati sul palco…la gente cui sento di appartenere, il mondo in cui sono entrata tardi, ma nel quale mi sento a mio agio, che chiamo casa. La mia gente, come ho intitolato una foto che ho postato su Twitter.
È stata davvero davvero una bella esperienza, e anche fare il giurato per i Premi Micheluzzi, che era la cosa che mi terrorizzava di più (dover confrontare le mie idee con gli altri giurati, essere consapevole di essere comunque una che vive ai margini del mondo del fumetto, e saperne dunque molto poco, rispetto ad altri giurati), è stata davvero una bella esperienza, che mi ha permesso di perorare la causa di autori che amo da tempo, e di altri che invece ho appena scoperto, ma di cui mi sono innamorata. È stata un’esperienza formativa, bella davvero, che mi ha arricchita di storie, e cosa c’è di meglio per uno scrittore che questo.
Grazie poi alle centinaia di persone che sono venute a far la fila per un autografo, che hanno speso un’ora del loro tempo per dirmi cosa le mie storie hanno significato per loro, o che mi hanno incontrata così, per caso, tra gli stand. Lo dico sempre, perché vale sempre la pena ripeterlo: il mio è un lavoro solitario, e a volte ci si perde del tutto nelle proprie storie. Vedere scritto in faccia a qualcuno cosa quei racconti hanno significato, l’effetto che i tuoi personaggi hanno avuto su di lui, che sia sulla sua sua vita, o anche solo su un’ora del suo tempo, è la benzina che permette poi di andare avanti, di chiudersi di nuovo in solitudine davanti al computer e scrivere, perchè ne hai bisogno e ti piace, certo, ma anche sapendo che poi qualcuno leggerà davvero.
Insomma, è stato bello, e ringrazio gli organizzatori per avermi permesso di partecipare a quest’esperienza, che spero sicuramente di ripetere in futuro.
Spendo le ultime parole per un discorso più generale: mi pare evidente che ormai la cultura passa di qua, da questi eventi che in molti continuano a snobbare, per quella cultura pop, di intrattenimento, che tanta gente considera vile solo perché diverte. L’ho detto anche questo tante volte, ma lo capisco sempre meglio ogni volta che vado a Lucca, o dappertutto la gente come me si riunisca a vivere l’immaginario altrui: la divisione tra Cultura Alta e bassa che per decenni ha attraversato la nostra società ha fatto sfaceli, ha creato quel baratro che fa sì che in Italia non legga praticamente più nessuno. Ma la resistenza c’è, si riunisce a Lucca, a Napoli, in Sicilia, in mille posti in Italia. Gliela vogliamo dare una mano, o li vogliamo lasciare da soli? Vogliamo riconoscere che forse un pezzetto di salvezza di questo paese passa da qui o no? A Tempo i Libri, per dire, se ne sono accorti. Speriamo in altre epifanie.
Alla prossima, Napoli, spero.

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