Archivi del mese: dicembre 2017

Star Wars VIII – The Last Jedi o Film a Metà

Come due anni fa, quando la Forza si risvegliò, l’alberello di Natale a tema Star Wars è acceso, e io sono pronta a recensire. Nonostante la mia (intollerabile) mancanza di piani per andarmelo a vedere, ieri sera mi sono imbucata allo spettacolo delle 18.30, e ho visto The Last Jedi, che secondo me è L’Ultimo Jedi, ma la distribuzione dice di no, so’ di più, sarà.
A differenza di due anni fa, stavolta ho molto più chiaro cosa penso di questo film, ma sarà comunque lunga. Non c’è nessun vero spoiler, ma accenni piuttosto vaghi alla trama.
Comunque, facciamola breve prima di scendere nel dettaglio: se il film fosse stato tutto come la prima ora e mezza, non starei probabilmente neppure più a scrivere. Avrei archiviato la pratica sequel di Star Wars come una roba che non ha sostanzialmente più molto da dire, se non ciurlare in un manico del quale non è rimasto poi molto. Se invece fosse stato tutto come l’ultima ora, adesso sarei qua a gridare al capolavoro. Perché, sì, il film è drammaticamente diviso in due un po’ in tutto: regia, ritmo, densità di eventi, potenza visiva e della rappresentazione. Il risultato viene portato a casa alla fine solo perché l’ultima ora è meravigliosa, e, incredibilmente, riesce a tirare fuori dal pastrocchio generale un’unità tematica complessiva davvero miracolosa. Vi giuro, sembra che a un certo punto il regista sia entrato in una stanza con dentro riuniti tutti i produttori, li abbia falciati a colpi di AK 47 e abbia urlato sui corpi caldi “E mo si fa come dico io!!”. Proprio con questa moderazione, che è poi la cifra dell’ultima famosa ora.
Per certi versi, sembra che il film abbia fatto propria la lezione di Games of Thrones: voi sapete che, con tutto l’amore del mondo per un prodotto d’eccellenza sotto tanti aspetti, io alla fine penso che sette stagioni della serie siano servite solo a far crescere i draghi di Daenerys e che l’azione comincia davvero all’ultimo minuto dell’ultimo episodio della stagione sette. Ecco. La prima ora e mezza di Star Wars VIII serve a perdere tempo. Sembra che qualcuno gli abbia ordinato di fare due ore e mezza di film, pena la morte, e quindi gli sceneggiatori si siano messi là a pensare come allungare la broda. Quindi vai di lentissimi inseguimenti navali, in cui inseguitore e inseguito, per motivi imperscrutabili, vanno esattamente alla stessa velocità. Meno male che in mezzo ci sono due notevoli combattimenti che non riescono a battere l’irraggiungibile macello dell’inizio dell’Episodio III, ma tengono botta. Poi ci sono piani di combattimento basati sul semplice fatto che nella Resistenza la gente non si parla, perché no gnegnegne, ma che comunque servono solo e letteralmente a perdere tempo, e soprattutto Rei che si fa mille pippe sull’isola delle monache-pesce insieme a uno scorbuticissimo Luke, con tanto di citazione alla scena seminale della caverna de L’Impero Colpisce Ancora, ça va sans dir molto meno potente.
Non che sia un brutto guardare, eh? C’è anche un colpo di scena o giù di lì, però relativamente telefonato. Ma tutto è sostanzialmente piatto e anche già visto. Ed è stato lì che mi sono detta una cosa che avevo già tirato fuori per The Force Awakens: Star Wars non ha più molto da dire, se non fare infinite variazioni su temi già noti, aggiungendoci giusto qualche pezzo in computer graphics in più e tante bestioline carine (voglio un porg, ora).
Poi, lentamente, le cose iniziano a ingranare. Fino al botto. Il colpo di scena vero. Quello in cui Rian Johnson dice “sì, dai, vi ci ho fatto credere, ma ho scherzato: mo facciamo sul serio”. E da lì tutto decolla. Ma davvero. Innanzitutto compare una regia, con un’infilata di scene memorabili che hanno come unico problema che sono tipo ottanta in un’ora. Un tripudio per gli occhi di coattaggine allo stato puro, in cui chiunque, ma davvero chiunque, tira fuori le palle e va over the top, facendo cose che i nerd in genere vedono solo nei loro sogni più umidicci. Tipo c’è un duello che è praticamente speculare a quello (da me amatissimo) di Rey e Kylo nella neve che è una vera goduria per gli occhi (e c’è pure Myra :P ). C’è Luke che tra poco inizieranno a girare meme a pioggia con quello che fa. Ci sono anche delle scene evidentemente paracule, messe lì per fare fan service, ma messe così al posto giusto, fatte così bene, che, voglio dire, lo so che mi stai blandendo, ma in finale chissenefrega, dammene ancora! C’è il pianeta che gratti il sale e sotto c’è il sangue, quello lì dei trailer, in cui questa roba del rosso viene usata all’ennesima potenza, imbastendo tutto un sottotesto di destino e morte che levati. È epica, è il miglior aggiornamento possibile di Star Wars a questi tempi di passaggio che viviamo, è quel che tutta questa trilogia avrebbe dovuto essere nelle tre ore precedenti, dannazione. Quell’ultima ora là ci dice proprio questo: che viviamo in tempi senza più eroi, e quelli rimasti sono tristi, stanchi, e non sono per niente come ce li siamo immaginati. E che anche le cose in cui credevamo, la Forza e quella roba là, quando la vedi per davvero è tutta diversa da come te l’avevano raccontata. Viviamo la fine dell’innocenza, viviamo l’età adulta. Non possiamo più guardare a Star Wars come trent’anni fa, perché siamo cresciuti, e quel che abbiamo adesso per salvare il mondo è la summa di ciò che siamo: due ragazzini sperduti, che cercano il loro posto nel mondo, e che nel farlo fanno cose belle e cose terribili, e, come tutti i ragazzini, hanno poteri immensi, ma una testa da bambini. Ecco, questo è lo Star Wars del XXI secolo, che coglie lo spirito dei tempi, e lo trasfonde in un’epica contemporanea, nella quale possiamo specchiarci e riconoscerci, ma cui possiamo anche ancora credere, come credevamo nella favola di quasi quarant’anni fa.
Tra l’altro, Johnson fa operazione raffinatissima di svuotamento dall’interno dei topoi di Star Wars, una cosa che per certi versi è l’opposto delle strizzate d’occhio (Leo Ortolani®) di Abrams. Tutto sembra andare come già nei film precedenti: il guascone che però poi diventa buono, il cattivo che passa al lato chiaro all’ultimo istante, il maestro ucciso dall’allievo. E invece no. Invece a un certo punto sembra davvero che qualsiasi cosa possa succedere. This is not going to go the way you think, diceva Luke nel trailer, e alla fine, mannaggia a lui, è vero.
Ora, avrete capito che tutta questa parte qui mi ha esaltata. Ma. Ma il film nel suo complesso è davvero troppo discontinuo. Tra l’altro, la saga continua a fallire nel cercare di proporre un cattivo che non sia incarnazione del male assoluto ma che al contempo abbia delle motivazioni valide. Ora, non voglio dire che Kylo sia Anakin II la vendetta, ma, sebbene lo trovi un gran bel personaggio, che in questo film si sviluppa pienamente, secondo me sul lato delle motivazioni c’è ancora da lavorare. Sì quello che ci dicono, ma non basta. Spero nel prossimo film. Taciamo anche dei due personaggi più inutili della nuova saga, Snoke e Phasma. Quest’ultima io speravo venisse un po’ rivalutata in questo nuovo episodio, e invece niente: conta quanto il due di coppe con la briscola a bastoni. Il nulla pneumatico. Snoke si attesta su un’utilità leggermente superiore, ma resta una cosa difficile da decifrare, e soprattutto profondo quanto la pozzangherina che sta nel tempio Jedi dove Luke ha messo le tende.
Quel che porta a casa il risultato, comunque, è il fatto che il film nel suo complesso ha un senso. E il suo senso è che coi vecchi personaggi abbiamo chiuso. Ragazzi, sono andati, hanno dato il loro, ma non hanno più un ruolo da giocare in questa storia. La meravigliosa scena finale col bambino ce lo dice con chiarezza. E, come ha detto qualche mio amico su Facebook, bisogna uccidere i propri padri, a un certo punto, sennò si resta bambini per sempre. E questo film ci mette sopra la lapide.
Sembrerebbe dunque un ottimo ponte lanciato verso il futuro. Solo che in questo futuro ci sta Jar Jar Abrams, regista dell’episodio conclusivo, che nei franchise c’ha il terrore di produrre idee originali, e che è stato la rovina del nuovo Star Trek, tanto è vero che appena si è sciacquato è venuto fuori quel bel prodottino che è Beyond. Abrams è derivativo alla morte, non vedo come possa dare una chiusura a questa storia che non sia il rigiramento di frittata de Il Ritorno dello Jedi. Qua invece le cose sono enormemente più complesse, e Kylo Ren mi sta a tanto così da diventare personaggio memorabile, ma se te me lo riporti a casella zero, e mi diventa Anakin Reloaded, ecco, è la fine.
Per cui, boh. Vorrei essere speranzosa per il futuro, ma non ci riesco. Vorrei andarmelo già a rivedere, ovvio, magari in inglese. Mi tengo questa mezza buona storia, e mi accontento così. Comunque, è la cosa migliore prodotta su Star Wars da Il Ritorno dello Jedi, e vale la pena andarlo a vedere. Per cui, andate, che la Forza è viva e lotta con noi.

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C’è Spazio per Rat-Man

Visto che l’ultimo post su questo blog si occupava tra le altre cose di comunicazione della scienza, mi sembra giunto il momento di parlare un po’ di C’è Spazio per Tutti. Mi rendo conto che l’ho fatto sedimentare, visto che l’ho letto un mese fa, ma a volte va così.
Un po’ di contesto per chi non sapesse di cosa si parla. Nell’aprile di quest’anno, l’ASI, l’Agenzia Spaziale Italiana, in collaborazione con la Panini, ha annunciato una graphic novel di Leo Ortolani con protagonista Rat-Man e ambientata sulla ISS, la Stazione Spaziale Internazionale, che è un laboratorio scientifico dove si fanno esperimenti in micro-gravità che viaggia 400 km sopra le nostre teste, in orbita intorno alla Terra. Il fumetto ha come protagonista anche Paolo Nespoli, che a luglio di quest’anno è tornato sulla ISS per la sua terza missione.
Al fumetto è stata legata anche un’altra iniziativa: Nespoli ha infatti portato in orbita con sé sulla ISS il “trailer” di C’è Spazio per Tutti, ossia un fumettino di una ventina di pagine che fungeva da anteprima per la graphic novel, e la copertina definitiva del volume (bellissima pure lei, per altro). È stato il primo fumetto a volare nello spazio, e infatti è aperta una richiesta per il suo inserimento nel Guinness dei Primati. Nespoli ha fatto un po’ di video dalla ISS – uno più figo dell’altro, per inciso – in cui parla del fumetto. Che poi è stato pubblicato a novembre, e presentato a Lucca.
Come avrete notato, dal tono didattico-divulgativo ho sbracato lentamente verso quello fan-girlistico, sostanzialmente per due ragioni: il fumetto è splendido (e Ortolani è tra i miei fumettisti preferiti) e ho trovato tutta l’operazione assolutamente perfetta in termini di divulgazione.
Per tanto tempo lo spazio ha affascinato i ragazzini di tutto il mondo, tanto che “da grande voglio fare l’astronauta” era diventata una cosa quasi proverbiale. Poi, un po’ per via del fatto che, conquistata la Luna, la spinta propulsiva che aveva mosso l’esplorazione spaziale si è esaurita, e i protagonisti di quell’epoca, USA e URSS, hanno smesso di buttarci su soldi e continuare l’impresa, un po’ per la crisi delle figure d’autorità, e di conseguenza anche della scienza, l’entusiasmo è scemato. Oggi, quando parli di ISS, più che altro devi passare il tempo a rispondere a domande tipo “ma perché buttiamo soldi per andare nello spazio?”. Per tacere dei complottisti che dicono che gli astronauti sono tutti attori infilati in un set e che la ISS non esiste. Non sogniamo più l’esplorazione. Peggio: non ne capiamo più il senso.
La NASA e tutte le altre agenzie spaziali, ESA e ASI in testa, hanno capito rapidamente il rischio insito in questa disaffezione, e sono corse ai ripari. Penso di non essere l’unica ad aver notato che gli astronauti sono sempre più anche dei bravi comunicatori, oltre che – ovviamente, direi – scienziati, tecnici e pure gente straordinaria (io non riuscirei a farmi sparare verso il blu in una cosa come la Soyuz, né riuscirei a stare manco cinque minuti in un ambiente come quello della ISS, purtroppo…). Chi segue i canali social connessi (fatelo!) si ritrova ogni giorno un contenuto divertente e piacevole diverso: esperimenti con l’acqua, gente che canta Space Oddity, o si fa una pizza. Senza contare tutti i contenuti più prettamente scientifici.
Ecco, C’è Spazio per Tutti si innesta, perfettamente, in questo filone, e fa un passo avanti. Dentro ci trovate una storia solida e bella (non che se ne dubitasse, eh?), e anche una serie di tavole francamente splendide a guardarsi, che ti parlano con incredibile efficacia della grandezza del cosmo, e della dimensione epica dell’impresa che l’uomo compie ogni volta che stacca i piedi da terra e va verso lo spazio. Ma non solo. C’è il senso dell’impresa spaziale, il suo racconto tra il comico e l’epico, la nostra disillusione, e, al tempo stesso, il nostro bisogno di sognare ancora. C’è tutto quello io credo una buona storia, e ancora più una storia di divulgazione, debba fare.
Il racconto dell’esplorazione spaziale è puntuale, precisa e documentata, ma soprattutto molto divertente, punteggiato di quell’umorismo folgorante che noi lettori di Ortolani conosciamo bene. C’è la vita sulla ISS, la spiegazione di cos’è, della microgravità (che, purtroppo, certe volte manco i libri di testo sanno cos’è…). C’è Rat-Man, che è un po’ il nostro alter-ego, e ci fa sentire meno in imbarazzo a porci anche domande sceme, perché lui sarà invariabilmente più scemo di noi. E poi c’è il Sogno. Soprattutto c’è il Sogno. Quello che la conquista spaziale è stata per tanti anni, e adesso non è più. C’è ciò che abbiamo desiderato, e adesso non siamo più in grado neppure di sperare. C’è cosa eravamo, e cosa siamo. E c’è un ponte verso il futuro. C’è il sense of wonder, che della ricerca, sia scientifica che di esplorazione, è la molla, e che credo sia la prima cosa che la scienza deve essere in grado di comunicare.
Il rischio, quando si fa un progetto del genere, è il didascalismo. Mi metto là, e veicolo un tot di informazioni, che però si mangiano la storia, e finiscono per essere fredde e poco efficaci. Ma se tu ti rivolgi a un autore vero, quel rischio non esiste più. In C’è Spazio per Tutti i vari piani di lettura – quello divulgativo, quello narrativo, quello di senso – sono amalgamati l’uno all’altro senza soluzione di continuità, si fondono, e non sai più giustamente ove finisca uno e inizi l’altro. È un racconto che gronda passione da ogni nuvola: per l’attenzione con cui l’esperienza spaziale, passata, presente e futura, è ricostruita, ma anche per come il senso di quest’avventura viene indagato. Tocca là dove la ferita è aperta, verso questo senso di disaffezione e disincanto che è la cifra dei nostri tempi, e, invece di piangersi addosso, propone una soluzione. E allora, a un certo punto, non può che partire anche la commozione. Menzione d’onore, per altro, alle battute sui complottismi di vario segno, che io ho trovato tra le più belle ed efficaci. Non ve le sto a citare perché vi farei un torto: fa parte del piacere della lettura scoprirle una a una.
Ora, io mi sono concentrata sull’aspetto divulgativo, probabilmente un po’ per deformazione professionale, ma ovviamente non è che C’è Spazio per Tutti sui una roba solo per gli impallinati di conquista dello spazio. È prima di tutto una bella storia che può appassionare chiunque, anche chi non sa cos’è la forza di gravità. Alla fine della lettura, si sarà divertito un bel po’, e avrà pure imparato qualcosa, e forse cambierà anche punto di vista sulla questione dell’esplorazione spaziale.
Insomma, ad avercene sempre di più di cose come questa, che riescono a fare divulgazione, e al tempo stesso cogliere lo Zeitgeist e condensarlo più di 200 pagine di divertimento, commozione, passione. È la strada giusta da intraprendere, il modo migliore per cercare di avvicinare quei due lembi della società che si sono separati io non so più neppure dire quando, e riportare un po’ di fiducia, e perché no di speranza, nei confronti della nostra capacità di compiere imprese meravigliose grazie a quella roba lì che abbiamo tra le orecchie, e che ci ha portati così lontani da quando eravamo solo scimmie che sognavano le stelle.

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