E poi la stella si spegne

Era un sacco di tempo che non mi prendeva il blues post-natalizio. Da ragazzina era tipo un must del rientro a scuola; pianto e stridore di denti ogni volta che dovevamo mettere via albero e presepe. Per un lungo periodo, quando ancora lavoravo in Università o all’Osservatorio, lo facevo fare a mia madre quando io non c’ero, così non mi deprimevo. Ma siccome poi si cresce, e magari prima o poi si riesce a diventare persone vagamente equilibrate, o magari almeno si esce dall’adolescenza, la cosa passa. E invece adesso mi affaccio alla finestra, sotto questo vento caldo che odio, e scruto Rocca di Papa. E stasera la stella accesa sul paese non c’è. Natale è passato, e io ho già imbustato tutto.
Via l’albero e le decorazioni, via il presepe. Via i dolci, che la regola autoimposta dai tempi della dieta è semplice e implacabile: mangi quel che vuoi i giorni di festa, ma dopo basta, dopo si torna al regime dietetico solito. A parte il pan di zenzero a colazione. Quest’anno ne ho fatto in quantità industriali, e mi durerà fino a Pasqua, credo.
La casa sembra un po’ più vuota, il camino un po’ meno caldo. Il cammino, da qui in avanti, mi appare un lento scivolare verso quell’estate che tollero ogni anno di meno, nonostante l’essermene venuta quassù in collina, nonostante le vacanze.
È che il Natale è un tempo sospeso, quello per eccellenza. Amo tutto quello che gli altri odiano: le luci, anche quelle pacchiane, in mezzo alla strada, i parenti, i regali, le mille occasioni di festa. Mi piace il ruolino di marcia gastronomico: oggi faccio il pan di zenzero, domani il pangiallo, dopodomani i macarons. E l’odore del glühwein, e il fantasticare sul menù e gli addobbi di capodanno, e le infinite occasioni che mi creo per fare qualcosa di creativo, anche se poi mi stanco da matti, e poi giaccio sul divano dicendo che no, mai più, e invece il giorno dopo sono in pista di nuovo, con mille idee.
Ma il problema coi tempi sospesi è uscirne fuori. Rallentare, quando è necessario, e tornare alla solita routine. Non sono brava col cambiamento, neppure con quello piccolo piccolo. E allora finisce che l’abbrivio mi porta via, e faccio i conti col modo in cui è fatta la mia testa, mai equilibrata a sufficienza, mai capace di star dietro al mondo e alle sue regole, ma sempre proiettata da qualche altra parte, in genere dentro di me. E allora viene il 7 gennaio, e sto sul divano cercando di non far cadere l’occhio lì a sinistra, dove stamattina c’era l’albero, e adesso non c’è più niente, e mi commuovo persino vedendo Il Mio Grasso Grosso Matrimonio Greco.
Natale è passato, ed è stato bel Natale. Sono successe cose inaspettate e belle, sono riuscita a fare tutto quel che volevo, un Natale da manuale. Forse per questo mi viene difficile, oggi, tirarmene fuori. O forse è solo che sono andata a mille per due settimane, la testa piena di progetti, le mani sempre indaffarate a fare qualcosa, e so sempre cosa succede, dopo: che la testa rallenta, l’umore si abbassa, e viene il momento down. Una routine alla quale, quanto meno, ormai sono ben abituata. Ci ho costruito su una carriera letteraria, in fin dei conti.
Forse è tempo sospeso anche questo: quel cuscinetto di apatia che serve per riprendere il ritmo solito, da domani. I libri, le presentazioni, tutto il resto. Oggi invece c’è il divano, la coperta, e quella malinconia che col tempo ho imparato a non temere più. Quando arriva, faccia quel che vuole. Domani è un altro giorno.

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