Archivi del mese: febbraio 2018

Devilman Crybaby

Ho letto Devilman credo una volta sola, la bellezza di diciassette anni fa. Ma lo ricordo come fosse ieri.
È un fumetto cui sono particolarmente legata per almeno due ragioni: la prima è che è stato uno dei primi manga che abbia mai letto, credo il secondo in assoluto dopo Ken il Guerriero, e poi perché a farmelo leggere fu mio marito. Era d’estate, ricordo i tre volumi, col titolo in rosso sulla copertina del tutto nera, la carta lucida, e quel tratto violento, grottesco, disturbante, che non ho mai più dimenticato. Per certi versi Devilman è quasi un’opera sperimentale, estrema sia nel tratto che nella trama, assolutamente devastante dal punto di vista emotivo.
Qualche sera fa ho chiesto online un consiglio su cosa guardarmi su Netflix, e così qualcuno mi ha ricordato l’uscita di Devilman Crybaby. Ora, io non ho mai visto il cartone animato storico tratto da Devilman, e forse, ma non ricordo bene, ho visto uno dei due OAV. Conoscendo il materiale di partenza, non speravo in una riduzione decente, ma il trailer sembrava bello e allora ho deciso di guardarlo. E sono rimasta folgorata.
Un po’ di contesto: Devilman è un fumetto seminale di Go Nagai, il papà dei robottoni. Dire quanto sia stata una pietra miliare dei manga è persino difficile, visto che ha influenzato una marea di cose, non ultimo Berserk, il mio manga preferito, che ha un debito fortissimo ed esplicito nei confronti di quest’opera. Devilman, ancora in corso di pubblicazione in Giappone, ebbe una riduzione a cartoni animati, quella con quella sigla clamorosa che i più vecchi tra voi ricorderanno, ma non aveva molto a che fare con la trama del manga, e sterzava decisamente verso i territori del supereroistico. Ora, Netflix ha prodotto una nuova riduzione in 10 episodi. Una sola stagione che esaurisce completamente la trama del manga.
Ora, io non so nemmeno da dove partire. Posso cominciare col dire che trasporre una storia da un medium all’altro è sempre operazione difficilissima, che in rarissimi casi funziona per davvero. Ecco, questo Devilman Crybaby è il case study della trasposizione perfetta. Dentro ci si ritrova tutta l’angoscia, il terrore e il delirio del manga. L’atmosfera è esattamente la stessa, e quel che ti lascia addosso, alla fine, è lo stesso senso di sgomento. Al contempo, però, la storia, che ha pur sempre quarant’anni, anche se certe cose sembrano scritte ieri ispirandosi alla cronaca, è stata aggiornata al presente, ma in modo assolutamente efficacissimo. Perché io non ho mai creduto che una buona trasposizione sia quella pedissequa, che segue il fumetto incollata alla pagina. Ne abbiamo avuto un esempio – Watchmen di Rodriguez – e non mi ha fatto un bell’effetto: voglio dire, se devi rifare il fumetto tavola per tavola, letteralmente, perché cambiare di medium? Dov’è il valore aggiunto?
Ecco, gli autori di Crybaby si sono letti con evidente attenzione il manga, e l’hanno capito, che è l’unica cosa che conta. Hanno capito i personaggi, la storia, il messaggio, per usare una brutta parola. E a quelli la fedeltà è totale. Assieme a parte del tratto.
Ora, confesso che appena iniziato il primo episodio, sono rimasta abbastanza scioccata. Il character design e il tratto in generale spiazza: assolutamente stilizzato, con disegni al limite dell’infantile, e una tavolozza di colori che non prevede sfumature né ombre. Sembrano disegni per bambini. Poi però appaiono i demoni, e sono identici a quelli di Nagai. C’è lo stesso tratto grottesco, spaventoso, ruvido. Devilman stesso, che nelle vesti di Akira è abbastanza distante da quello del fumetto, sembra uscito direttamente dalla penna del suo creatore. E questo fa tutta la differenza del mondo. Perché l’orrore di Nagai si basa proprio sul grottesco, sull’aspetto assolutamente disumano, incongruo dei demoni, creature costituite da un patchwork di membra disgiunte, incollate quasi a caso. E in questo senso anche il tratto così semplice, la tavolozza di colori così scarna serve a stare incollata alla trama, che è poi quel che conta davvero.
Per il resto, gran scrittura e gran colonna sonora, e ve lo sta dicendo una che non ama la techno. Ma ci sta, ancora, ci sta tutta. Voglio dire, è un prodotto curatissimo, e si vede, in cui ogni elemento ha la sua spiegazione, e che soprattutto non ha paura, esattamente come il manga. Va fino in fondo, senza risparmiare niente allo spettatore, proprio come il manga non risparmiava niente al lettore. È un viaggio non tanto nell’orrore del mondo dei demoni, ma di quello degli umani, nell’orrore che la nostra specie è in grado di evocare su se stessa quando si rinuncia a capire l’altro, e lo si riduce a un mero nemico. E non c’è nulla di più attuale di questo, ora e qui, nel nostro mondo che sta cadendo preda di sentimenti che speravamo di aver seppellito insieme ai milioni di morti che hanno causato. E invece sono ancora qua, con noi, nascosti neppure così a fondo nei nostri cuori, pronti a tornare fuori.
Ora, io non so se consigliarvelo. Non è cosa che possa piacere a tutti, e ci vuole stomaco, un sacco di stomaco per sopportare la lenta discesa agli inferi di questi dieci episodi. E non tanto per il tasso di splatter – ovviamente altissimo – o il sesso, o quel che volete, quanto per la difficoltà emotiva nel veder dispiegato davanti a noi il nostro destino, se cediamo ai nostri istinti peggiori. Il mondo di Devilman è il nostro mondo, ma bisogna vederlo coi nostri occhi, seguirlo fino alla sua inevitabile distruzione, se vogliamo cambiarlo. Per cui, se non vi fa paura un viaggio nel lato peggiore dell’umanità, se non avete paura a guardare in fondo a quell’abisso, che, lo sappiamo, ci guarda di rimando, Devilman Crybaby è un’opera enorme, principalmente perché enorme è il manga da cui è tratto, ma anche per la sua straordinaria capacità di mettere in scena il fumetto senza compromessi, mettendone chiaramente in luce lo spirito e la potenza. Unica noticina: nel finale viene lasciata all’interpretazione dello spettatore un elemento fondante del manga. Per carità, non siamo scemi e capiamo, ma, per una volta, lo spiegone finale del manga ci stava, e chiariva meglio il senso della storia.
Comunque, a voi la scelta. Pillola rossa o pillola blu?

devilman crybaby opening from kazerean on Vimeo.

1 Tags: , ,

Guillermo è vivo e lotta con noi

Tanti anni fa, non ricordo esattamente quanti, qualcuno mi disse di vedermi assolutamente Il Labirinto del Fauno, che era una cosa splendida. Io avevo tipo visto il primo Hellboy dello stesso regista, e mi era piaciuto, ma la cosa non mi aveva spinto a vedere altre cose sue. Accettai il consiglio, vidi il film e ne rimasi letteralmente folgorata. Il Labirinto del Fauno divenne il mio film fantasy preferito, e Guillermo Del Toro una specie di mio regista feticcio.
Questa bella storia d’amore cinematografico subì una battuta d’arresto un paio di anni fa, quando mi vidi Crimson Peak, uno dei suoi film più recenti. Bellissimo dal punto di vista meramente visivo, l’avevo trovato davvero sciapo da quello della storia e dei personaggi. Mancava qualcosa, e questo in genere è un bruttissimo segno. Doveva essere una storia di amore malato, ma finiva per essere una roba melensa e fuori fuoco. Da allora, vivevo nel terrore di vedere altro di suo.
Quando si è iniziato a parlare de La Forma dell’Acqua, ho seguito le fasi produttive da lontano, e con un certo grado di scetticismo. Non avevo voglia di farmi deludere di nuovo. Quando però è arrivato il Leone d’Oro, ho iniziato a crederci. Quando tonnellate di persone hanno iniziato a dire che era bellissimo, qualcuno scomodando anche Il Labirinto del Fauno, ho deciso che era ora di affrontare la paura e andare a cinema a vedere se Guillermo era ancora vivo e lottava in mezzo a noi. Quando al cinema della mia città ho visto che davano uno spettacolo in lingua originale, ieri sera, sono andata (sì, in queste cose sono un’orrida hipster).
Ora, io ieri sera, alle 24.00 di una giornata piuttosto pesante, avrei già voluto sedermi qua davanti a scrivere queste recensione, ancora avvolta dal profumo di questo film fantastico, ma ero troppo stanca, e allora lo faccio adesso. Perché la mia domanda ha trovato risposta, e sì, Guillermo è ancora tra noi, con tutta la sua forza visiva, ma anche, e soprattutto, con la sua straordinaria capacità di raccontare fiabe, una capacità che non condivide con nessun altro in ambito cinematografico.
Avete presente quei film che torni a casa e te li senti addosso? Che restano con te nei gesti e nei pensieri? La Forma dell’Acqua è quel tipo di film.
Parte con una scena onirica iniziale da brividi, una cosa meravigliosa, anche per come è stata girata (no, non è sott’acqua), e poi, lo ammetto, si siede un po’. Non è un film che ti acchiappa da subito, si costruisce lentamente, esattamente come il rapporto tra Elisa e la creatura. Devi entrarci dentro, e lo fai inesorabilmente. Ne vieni pian piano catturato, prima dall’aspetto meramente visivo, che è la firma di Del Toro, che riconosceresti ovunque, poi da quello della storia. Una storia assolutamente seminale, se vogliamo banale, e qui mi fanno abbastanza ridere le accuse di plagio perché, ragazzi, non c’è topos del racconto della storia d’amore à la bella e la bestia che non venga evocato. Se questo film è un plagio, lo è La Bella e la Bestia, lo è qualsiasi cosa sia stata raccontata sull’argomento amore tra umano e non a partire da Amore e Psiche, e probabilmente anche prima. Ma, nella sua semplicità, è raccontata con una tale sicurezza, una tale solidità dell’impianto generale, che uno non può fare a meno di sentirsi profondamente coinvolto da quel che vede. E non voglio star qui a dire sempre le stesse cose, ma fa piacere vedere che una buona scrittura a livello di sviluppo di trama è ancora possibile, che personaggi solidi, semplici, ma coi quali è facilissimo empatizzare, possono ancora essere scritti, senza per questo cadere nella banalità o nella retorica. Una capacità che quando la mette in campo Del Toro sembra una roba facilissima; poi vedi certi altri prodotti, e ti rendi conto che invece facile non è, che è un’arte, e che si sta perdendo.
Le tematiche di Del Toro ci sono tutte, e io spesso ho sentito l’eco de Il Labirinto del Fauno, da questo punto di vista. È il suo prodotto che più si avvicina a quel capolavoro, e più affine al suo spirito, anche se quelle sono le ossessioni che Del Toro dispiega un po’ in tutto ciò che fa, ma qui sono più forti. La contrapposizione tra la fantasia, il desiderio di conoscenza, e la cieca ottusità di un potere che capisce solo se stesso, e distrugge qualsiasi altra cosa; il senso del meraviglioso, e di una natura splendida ma inconoscibile, e anche terribile nel suo essere bellissima. Perché Del Toro sembra essere l’unico che ha capito davvero le fiabe, e sa come raccontarle. Quelle vere, che da bambina leggevo in un libro trucissimo in cui i cattivi finivano regolarmente fatti a pezzi e bolliti nella pece, non le versioni edulcorate che i toccano oggi. E nelle fiabe il mostro può essere meraviglioso, ma al tempo stesso è anche terribile, brutale, perché tanto più grande di noi, e a un certo livello anche inconoscibile. Elisa e il mostro non sanno nulla l’uno dell’altra, e nulla sapranno fino alla fine, e lui è davvero un dio, infinitamente superiore alle miserie del mondo che cerca di normalizzarlo, incasellarlo, e capirlo, eppure si amano di un amore sconfinato. Sì, è un film d’amore, d’amore e morte, una fiaba nera, coi cattivi cattivi e i buoni buoni, e quel giusto grado di orrore. Come il fauno del film, che è terribile, e mostruoso, e chiede prove tremende a Ofelia, ma è tanto più umano, e meraviglioso, del terribile mondo di guerra e prevaricazione in cui la storia si svolge. La Forma dell’Acqua è un film anarchico, per certi versi, una condanna senza appello dell’american dream, in cui non c’è posto per chi è diverso, per chi cerca una felicità personale, differente da quella di plastica, preconfezionata, che il sistema ci ammannisce. E il potere è sempre ottuso, e non conosce altra via per comprendere che distruggere, annullare, devastare tutto quanto di bello esiste al mondo. Vi ci riconoscete? Io tanto, tantissimo.
Del Toro resta il cantore del mondo dei diversi, dei lasciati indietro, di chiunque non riesca a trovare il suo posto nel mondo. Di quelli che hanno alzato il velo della realtà, e hanno visto le meraviglie e i terrori che vi si nascondono sotto, e hanno saputo accettarli per ciò che sono, senza cercare di cambiarli, senza cercare di distruggerli. E, ripeto, è l’unico che sa farlo con questa efficacia, con questa profondità. Il cinema fantastico, per quel che mi riguarda, è vivo ormai solo in lui. In un mondo di gente che non è riuscita a staccarsi dal modello Il Signore degli Anelli, o che produce cloni di cloni di cloni di supereroi, lui ha una visione: che non è consolatoria, che non è edulcorata. È uno che scende nelle viscere dei nostri sogni, e le espone in tutto il loro lucido e impressionante splendore. E io lo amo, ancora e sempre, per questo.
Andatevelo a vedere. È un atto di resistenza contro un mondo grigio che cerca di farci tutti incolori.

0 Tags: , ,