Altered Carbon. Anche meno.

Ho finito di vedere Altered Carbon. Trattasi di serie Netflix tratta da un libro che ho molto amato (ma che ho letto un milione di anni fa circa, quindi non chiedetemi troppo della trama che non ricordo); in Italia si chiama Bay City e ve lo consiglio moltissimo. Questo per dire che partivo abbastanza carica a pallettoni, anche se avevo anche beccato qua e là pareri non proprio entusiasti.
Vabbè, dalla premessa avrete che capito che per quanto mi riguarda non ci siamo. Non ci siamo per una serie di cose che ho messo a fuoco abbastanza bene, e per tutta un’altra serie che attengono invece alle sensazioni. Non so quindi se sarò chiara a sufficienza da spiegare perché Altered Carbon è in linea di massima un ni, che però scantona al no per alcune ragioni laterali. Proviamoci, comunque, dai.
Dal lato dei sì si può mettere in blocco tutto il comparto tecnico: la colonna sonora è perfetta, credo anzi la comprerò, la fotografia magnifica, la regia salda. Casca l’asino giusto nelle coreografie dei duelli, confuse e francamente brutte, con robe che risultano palesemente finte e gente che fa piroette a caso. Esempio, il tizio che correndo fa una sforbiciata in aria per saltare una bicicletta che non stava sul suo percorso. Ma un po’ tutte le volte che si menano è tutto un po’ meh. Il dramma è che il problema peggiora col tempo, con gli ultimi duelli peggiori dei primi. Forse si sarà licenziato il coreografo, chissà.
Piuttosto anonima anche l’ambientazione. Futuro distopico cyberpunk quadratico medio, come ne abbiamo visti a pacchi: un po’ Nathan Never, un po’ Blade Runner, un po’ Cowboby Bebop. Un minimo di sforzo in più per immaginarsi un futuro meno trito sarebbe stato gradito. Spiccano ovviamente l’idea delle pile corticali, che viene sparata dal libro, ed è il fulcro di tutto, e Poe, l’AI/hotel del mio cuore, che appena l’ho visto l’ho amato, è il peggior spreco di personaggio della storia della fantascienza, e adesso voglio lo spin off, qui e ora, datemelo e nessuno si farà male. E con questo, abbiamo più o meno esaurito i lati di eccellenza. Rimane il resto, che è penosamente medio.
Vagamente arruffata la trama, anche se, va detto, è ben condotta, senza eccessive pigrizie di sceneggiatura e facendo tornare tutto di un gran bene alla fine. Però è un casino. Alla linearità della trama hard boiled del libro – ed era quello, il bello, un hard boiled di fantascienza – si sostituisce un casino di trame e sottotrame che spesso interessano poco. Si divaga di continuo, le scene vengono allungate oltre il dicibile, si sprecano inutili flashback per ribadire l’ovvio, e tutto si trascina così, lasciando allo spettatore l’impressione che ogni volta rimanga fuori fuoco la parte davvero interessante. La trama dell’indagine sull’omicidio di Bancroft, all’inizio, per dire, o la tipa blaxploitation-like alla fine, che promette orge di sangue che manco in Tarantino, e poi si limita a due minuti di menare girati male. Vabbè. Ma, voglio dire, uno alla fine a un ritmo un po’ lento può anche passarci sopra. Se ci fossero tipo dei personaggi che non sono etichette semoventi e una trattazione delle tematiche della serie portata avanti col minimo sindacale di approfondimento. No. Entrambi non pervenuti.
I personaggi sono più o meno tutti stereotipati. Che, anche qui, non è un problema: tanti bei topoi narrativi, le migliori opere pop hanno personaggi visti e rivisti ma reinterpretati alla luce di una visione originale, o semplicemente scritti da dio. Per restare in ambito, vedi alla voce Cowboy Bebop. Ma qui niente, tutta gente così che magari dice anche cose, ma in modo terribilmente didascalico. Il duro Kovacs che però, porello, è solo ferito dalla vita; la sorella pazza che vuole solo il fratello indietro; i ricconi stronzi dediti alle peggio perversioni; i ribelli fighi e treccinati (e sempre ben truccati, ragazzi, pure in mezzo alla jungla, che il make up è importante) idealisti e tanto buoni. Tutto così, buttato in faccia un tanto al chilo, col dispendio minimo di energie.
Anche la spettacolare premessa della serie – l’anima ormai per davvero svincolata dal corpo, perché grazie alle pile corticali tutta la tua essenza viene salvata su pennino USB, e quindi può essere travasata ad libitum in altri corpi – viene banalizzata nel più trito “who wants to live forever?”: ma nessuno, ovviamente, perché i limiti, l’umano, che senso ha la vita senza la morte, e via di banalità in banalità.
Ripeto, nessuna di queste tematiche ha un problema in sé. Mi vuoi dire che morire ha un senso nell’economia dell’esperienza umana, che anzi è un’esperienza imprescindibile per potersi definire esseri umani? Ok. Ma sviluppami il tema con un minimo di profondità, non con i cattivi cattivissimi che te lo dicono in faccia. Giuro, a un certo punto c’è una bonona da battaglia che, davanti a una platea di straricchi, dice più o meno testuali parole “so che questa cosa qui è proibita, ma noi siamo Meth, noi siamo sopra le regole, e quindi lo facciamo uguale”. Ma che davero davero?
Poi apprezzo il tentativo di fare una cosa pop, profondamente pop. Ma le cose così bisogna saperle fare. Se vuoi spingere sul pedale dell’eccesso, poi mi vai fino in fondo. Kovacs che si strappa il cuore dal petto, in un interrogatorio per altro di rara inutilità e e tirato così tanto per le lunghe da diventare una specie di tortura pure per lo spettatore, è semplicemente una trashata non supportata da tutta una serie di elementi di contorno che le avrebbero dato dignità. Chi di voi ha letto Bastard!! ricorderà l’effetto che faceva Dark Schneider che si apriva la cassa toracica; roba di un altro livello. La già citata tipa in latex dell’ultimo episodio, vagamente psicopatica e assetata di vendetta, è una bella idea. Peccato che poi la si metta in azione per pochissimi minuti, e faccia un po’ la figura del deus ex-machina (due volte, per di più).
E poi c’è Il Problema: la pesezza. Il mondo contemporaneo dell’intrattenimento è ammorbato da prodotti pop che si prendono incredibilmente sul serio. La pretenziosità regna sovrana, tutti sembra che stiano lì a insegnarti a campare, a svelarti profonde verità sull’umano. Ragazzi, è una serie televisiva, sono storie. Tu non stai lì a insegnare niente. Tu stai lì a divertire la gente, e, quando ti dice bene, a ossessionarne le visioni, a entrargli nel cuore e a restare con lei per sempre. Ma per farlo, non ti puoi mettere su un piedistallo. Devi stare in mezzo alla gente, al suo livello. Stai con loro, non sopra.
Intendiamoci, perché per me questo è un punto molto importante. Io non sto dicendo che il pop non abbia una sua altissima dignità. Lo pratico, voglio dire…e non sto dicendo che non possa veicolare contenuti, anche di peso. Quando è buon pop è l’espressione dello zetgeist, svela lo spettatore a se stesso, è l’espressione di un’intera cultura immortalata in un preciso momento storico. Quindi il pop è importante. Ma la prosopopea con cui certa gente lo pratica è la sua stessa negazione. È mero scimmiottamento della cultura alta. Si chiama pop perché è popolare, nessun autore che lo pratichi dovrebbe mai sentirsi altro che il prodotto di una certa società. Il suo merito sta nella sua capacità di coglierla e rappresentarla con efficacia. Stop.
Bay City era bello perché ti faceva riflettere appunto su quest’ossessione occidentale per il dualismo corpo-anima, indagava i rapporti tra le due entità quando queste vengono per davvero disgiunte, e lo faceva con una trama che divertiva, e un personaggio straordinario, la cui voce era divertente da ascoltare, le cui azioni erano appassionanti da seguire. Non ti voleva insegnare nulla. Ti voleva presentare il proprio punto di vista sulla vita.
Altered Carbon si apre quasi sempre con un pallossisimo pippone filosofico portato avanti dalla voce off screen del protagonista, che dall’alto della sua depressione, maturata in una vita densa di sfighe che manco uno iettatore di professione, ci cala dall’alto la Verità. Anche il messaggio di fondo ti viene sbattuto in faccia. Non è posto in termini dubitativi, non è proposto come suggerimento, no. Raga, se vuoi vivere per sempre sei uno stronzo che tra cento anni finirà a torturare coniglietti per il proprio piacere sessuale. Fine. Non c’è uno dei soli dei ricchi immortali che non sia scolpito ad accettate nel modello bastardo fatto e finito, non c’è ribelle (sì, i ribelli si chiamano Ribellione, così, secco, altro che ISIS, tigri tamil et similia) che non sia un guascone idealista amante dei bambini. Il trionfo del manicheismo spinto. Il peggior buonismo nascosto sotto una patina “realista” solo perché si pigliano a mazzate e ci sono quella decina di nudi frontali maschili e femminili. Grazie per la lezione, ma io voglio continuare a campare fino alla fine dell’Universo, se me ne viene data la possibilità.
E insomma, niente. Non sarebbe neppure tanto male, se non cercasse di essere quel che non è. Non sei un trattato di filosofia, non sei la mejo serie televisiva dei prossimi venti anni. Sei un prodotto qualsiasi che ha sprecato una buona idea in una rappresentazione scialba e priva di mordente. Stacce. E la prossima volta meno arroganza, grazie.
A parte Poe. Poe, ti amo, vienimi a gestire casa tipo Google Home. Anche coi mitra, ovviamente.

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