Archvi dell'anno: 2019

Il mio viaggio in Cile, spiegato (Il Post cit.)

Il 2004 è stato un anno fondamentale della mia vita. Più io meno tutto quello che sono e faccio oggi, è nato allora. Nel 2004 è uscito Nihal della Terra del Vento, il mio primo libro, nel 2004 ho fatto la mia prima presentazione in assoluto, al Salone del Libro di Torino, nel 2004 mi sono laureata. E, nel 2004, il mio fidanzato di allora, marito adesso, andò per tre mesi in Cile.
Stavamo facendo entrambi la tesi di laurea, entrambi su argomenti della fisica stellare, e gli venne proposta l’opportunità di andare a fare una parte del lavoro a Santiago, ove c’è uno dei due quartier generali dell’ESO (European Southern Observatory), l’ente che gestisce i telescopi europei che si trovano nell’emisfero sud. Infatti, in Cile c’è uno dei deserti più secchi al mondo, il deserto di Atacama. È uno dei posti migliori per le osservazioni astronomiche, e per l’assenza di luci artificiali, e per il fatto che non ci piove praticamente mai, quindi in un anno le notti buone per fare osservazione sono tantissime. Per questa ragione, ad Atacama ci sono due siti osservativi: La Silla e Paranal. E insomma, Giuliano sarebbe andato a Santiago e ci sarebbe rimasto tre mesi.
Io ho paura di volare. Non so come è cominciata. Da ragazzina, prima di prendere il mio primo aereo, non vedevo l’ora di volare. Gli aerei mi affascinavano, volevo viaggiare, sognavo di prenderne prima o poi uno. Solo che già al primo volo iniziai a impanicarmi, e da lì in poi sono sempre stata sulle montagne russe: a volte volare non mi dà particolare problemi, altre inizio a star male da giorni, a volte mesi prima, piango al decollo, sono piena d’ansia. E spesso questa paura è transitiva. Ricordo che mi angosciava tantissimo l’idea che Giuliano dovesse sorvolare l’oceano, e mentre lui era in viaggio io contavo le ore, sentendomi una canzone che stava in un album che gli avevo regalato prima di partire, la splendida Cristoforo Colombo di Guccini.
Ma quel che era peggio, ovviamente, era stare lontani, per di più con sei ore di fuso di mezzo. Alla prima videochiamata piansi tutto il tempo. Ricordo che molti mi dicevano di raggiungerlo là una quindicina di giorni prima del suo ritorno, e vederci un po’ del Cile assieme. Ma io avevo problemi a volare un paio d’ore in compagnia, figurarsi quattordici, e tutte da sola.
Non fu un bel periodo, insomma. Successero cose: io andai al Salone del Libro, lui a La Silla. Mi telefonò mentre lì era notte, il giorno del nostro anniversario (per inciso, mi regalò una spada, una vera), e mi raccontò meraviglie di quel luogo incredibilmente buio, in cui il cielo era qualcosa di completamente diverso da quel che è qua in Europa, e la Via Lattea proiettava ombra nelle notti senza luna.
Il Cile, per quindici anni, per me è stato questo: quel luogo lontanissimo che si era mangiato Giuliano per tre mesi, in cui erano più frequenti i terremoti che le piogge, e in cui c’era il cielo notturno più bello del mondo.
Poi, più o meno un anno fa, scopriamo che in Cile nel 2019 ci sarà un eclissi di Sole, e che si vedrà proprio da La Silla (le eclissi di Sole si vedono solo in piccole porzioni del globo, perché sono causati dal frapporsi della Luna tra la Terra e la nostra stella, e l’ombra del nostro satellite è piccola). Organizzeranno un evento all’osservatorio. E decidiamo di andarci. Salto di un anno, domani parto.
Vi ho raccontato tutta questa lunga pippa per cercare di spiegare perché questa per me non è una vacanza, ma un viaggio dal portato simbolico fortissimo. Ho messo piede fuori dall’Europa una volta sola, quando andai da sola per un paio di giorni negli Emirati Arabi. Anche quella fu un’avventura vera, tanto che a lungo ho conservato la targhetta d’imbarco del mio bagaglio. Non ho mai volato così a lungo, non ho mai visto un’eclissi totale di Sole, non ho mai visto quel cielo, in cui la Via Lattea proietta ombra e si vedono a occhio nudo le Nubi di Magellano, due galassie satelliti della nostra.
Ho passato otto mesi a chiedermi se ce l’avrei fatta. Se sarei riuscita a volare così a lungo, se il jet lag avrebbe fatto sbarellare il mio precario equilibrio mentale facendomi uscire definitamente di brocca, a cercare di immaginare un posto così lontano in cui non credevo sarei mai stata, della sui esistenza, persino, una parte di me dubita. Guardavo il mappamondo e mi domandavo come fosse possibile che io potessi arrivare fin là, a quella striscia di terra inchiodata tra le Ande e l’Oceano Pacifico. La terra di Alliende e di Neruda, che conoscevo solo dai romanzi, e dai racconti degli amici astronomi che c’erano stati.
Adesso, a un po’ più di 24 ore dalla partenza, tutto questo non ha più senso né importanza. Sono una persona così piena di paure, che ho dovuto imparare a forzare sempre e comunque i miei limiti, per fare quel che agli altri sembra normale, e per me è sempre gigantesco. Ma se non avessi questa testa, forse non vivrei così a mille, riuscendo a farmi devastare di continuo dalle emozioni, in modo che ogni cosa, anche la più banale, diventa per me fantastica, meravigliosa, enorme. Voglio riprendermi questo Cile, che d’ora in avanti non sarà più quel lembo di terra infinitamente distante legato a ricordi tristi, ma il primo passo verso un mondo più ampio. Perché di qui a breve, spero un anno, voglio andare in Giappone, e poi chissà dove, magari in Africa, magari in Nuova Zelanda.
Credo ci si leggerà, non so se qui o solo altrove; ho in progetto un articolo sulla cosa, che se tutto va bene leggerete tra una settimana. Andremo a Santiago, e poi i dintorni de La Serena, La Silla, e Paranal. Poi, qualche giorno a Valparaiso, e si torna indietro. Un viaggio per lo più astronomico, ma con l’aggiunta della realizzazione di un mio sogno di bambina: ho sempre voluto vedere il deserto. Nelle mie fantasie era il Sahara, ma sarà Atacama, uno dei posti più desolati al mondo. È in questi luoghi dove l’uomo è ospite sgradito, dove alla fine persino la vita fatica tantissimo a trovare una via, che io mi ricarico dalle brutture del mondo.
Le valige sono pronte, io, più pronta di così, lo so, non lo sarò mai. Non resta che partire.

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Stavolta ve tocca: Fenomenologia di Liberato

Questo post, al solito, non giungerà nuovo a chi mi segue sui social. Di Liberato parlo spesso da un annetto a questa parte, ma adesso ho fatto il salto di qualità, perché sabato scorso ho deciso di andarlo a sentire dal vivo. Considerando che praticamente tutti i concerti cui sono andata sono stati dei Muse, band che seguo da sedici anni secchi, e che ‘st’onore fin qui valutavo di concederlo solo a Lady Gaga, che però, mannaggia a lei, a sud della linea gotica non ci scende, capirete che la situazione si è fatta seria. L’idea di partorire uno dei miei deliranti pipponi stile Piccolo Recensore su Liberato mi girava in testa da un po’ e lo – spoiler – spettacolare concerto di sabato mi ha dato solo l’ultima spinta. Quindi niente, avvisati, sarà lunga e farneticante. Se pensate di farcela comunque, allacciate le cinture :) .
Due parole due su chi – o cosa – sia Liberato, per chi non lo avesse incrociato sul suo percorso. Diciamo che è un cantante, ma forse è più corretto dire progetto, di musica che io personalmente ho un po’ di difficoltà a inquadrare. Lo scoprii in un articolo che parlava di trap, ma sarebbe riduttivo dire che è un trapper. Punti salienti del tutto: l’anonimato, il fatto che la sua musica sia sempre accompagnata da video, tutti dello stesso autore, Francesco Lettieri, e la lingua, il napoletano. Per darvi un’idea, vi invito a guardarvi la serie Capri Rendez-vous: sono cinque video, uno per canzone, che raccontano un’unica storia. Quello che vi ho linkato è solo il primo, guardateveli tutti.
Io l’ho conosciuto quando queste cinque canzoni, che poi hanno composto assieme alle altre il suo primo disco, non erano ancora uscite. Sfogliavo quell’articolo che era un po’ “la trap for dummies”, zompando da un video e l’altro di gente il cui nome all’epoca non mi diceva molto (e pensare che poi mi sarei comprata il disco di Achille Lauro…ma questa è un’altra storia) e rimasi folgorata – proprio così, folgorata – dal video di questo tizio misterioso. Mi piaceva la musica, mi piaceva il modo in cui era veramente inscindibile da quel che vedevo a schermo, mi piaceva quella voce morbidissima. Così, mi andai a recuperare su Youtube, perché si trovava all’epoca solo là, tutta la sua produzione. E niente, mi piaceva. Era distante da quanto sentivo, era distante persino anagraficamente, con tutti quei pischelli che si prendevano e si lasciavano, ma c’era dentro qualcosa in cui mi riconoscevo. E ho iniziato ad ascoltarlo a nastro, perché l’unica dimensione con cui riesco a fruire qualcosa che amo è l’ossessione: che siano libri, fumetti, serie televisive o musica, se mi piace diventano l’unica cosa. Poi, un paio di mesi fa, dopo un silenzio lunghissimo, Liberato torna con quelle cinque nuove canzoni, e un disco che compare su Spotify. E che non ti vuoi fare l’abbonamento a Spotify solo per Liberato? Ovviamente no. Quando ho saputo che sarebbe venuto a Roma, un po’ sono stata indecisa: a Giuliano non piace, sarei dovuta andare da sola, per di più a vedere uno che in realtà non si sa chi sia, per cui è come se venisse un po’ meno il concetto stesso di concerto. Ma il biglietto costava poco, mi era giunta voce che la location – all’inizio avvolta nel mistero – era vicino a casa, mi è bastato trovare un’amica disposta a venire con me e voilà. E quindi, eccoci qua.
Prima di parlare del concerto, pippone su perché e cosa mi piaccia di Liberato. Occorre partire con una premessa biografica. Il mio cognome non mente, e come probabilmente saprete, io sono di origine campana. Mezzo sannita e mezzo irpina. Il campano, nelle sue varie declinazioni, è per me la lingua dell’infanzia, in un certo qual modo addirittura la lingua madre. Mentre saprei leggervi senza problemi una poesia di Salvatore Di Giacomo mantenendo una buona dizione – e cantarvi ovviamente a squarciagola tutto il repertorio di Liberato – oggi avrei problemi a parlarvi in collese, la variante dialettale campana che parlo meglio. Ma da ragazzina parlavo con un chiaro accento campano, e ancora oggi, a dizione, la maggior parte delle cose che devo correggere non mi vengono dal romano, ma dal campano. Le o strette dopo le u, le e chiuse dopo le i…tutto ciò che mi viene dalle mie feste comandate sdraiata sulla poltrona di mia nonna, a Benevento, dalle lunghe estati al paese, dai giochi coi miei cugini. È la lingua parlata, in due varianti sottilmente diverse, dai miei genitori dentro casa. Il campano per me è quella cosa là che se ne sta da qualche parte in fondo al mio cuore, assieme alla mia infanzia, e Napoli un posto mezzo mitico, dove i miei si sono baciati per la prima volta e dove ha studiato la quasi totalità della mia famiglia. Vedo il Vesuvio, e mi sento incongruamente a casa. A volte mi sento un’emigrante senza una terra natale. Comunque, vi dico tutto questo perché probabilmente è anche da qua che nasce la mia passione per Liberato, che parla una lingua che tocca corde molto profonde, in me. E non si può negare che l’aspetto Napoli sia fondamentale, in Liberato. I video sono tutti ambientati in quell’immaginario, a volte sposando in modo pedissequo quello più stereotipato (la serie ambientata a Capri), a volte invece decidendo per uno sguardo più laterale (tutte le prime canzoni), con una Napoli meno da cartolina, più contemporanea, ma che attinge comunque a delle radici tradizionali che ormai affondano nel mito. E la cosa non si limita ai video. I testi di Liberato sono praticamente un patchwork di citazioni più o meno evidenti di canzoni napoletane classiche (che mi sparavo da bambina, sempre per tornare a quella roba là delle radici…), assieme a modi di dire che sono riconoscibili come napoletani pure da chi a Napoli non c’è mai stato. C’è un continuo, insistito riferimento alla napoletanità così come percepita fuori, allo stereotipo di Napoli, se vogliamo. E al Napoli squadra, altro grande topos dell’essere napoletani; Liberato annuncia di essere arrivato a Roma su Instagram con questa foto qua (che per me, da sola, basta a farmelo amare per sempre :P ), senza contare il verso cambiato nella versione del disco di Gaiola Portafortuna perché sia uguale a un pezzo di un inno calcistico. Per altro, sui social, dove pure ha una presenza veramente episodica, scrive solo e sempre in napoletano; c’è pure una surreale intervista a Rolling Stone tutta così. Chevvelodicoaffà, pure al concerto non ha detto una cosa che non fosse una in dialetto. E a questo punto voi direte: ma quindi è male. Voglio dire, uno che aderisce a uno stereotipo, che decide di seguirlo così…Ecco, no. Il miracolo di Liberato, la ragione che probabilmente me lo fa amare così tanto, sta tutta qua: la consapevolezza estrema, paurosa, di sapere a che gioco si sta giocando. Sì, Liberato acchiappa tutto quanto in giro si pensa quando si dice Napoli (tranne la camorra e tutta quella roba là, che a lui non interessa, perché non è quello il campionato cui ha deciso di giocare): l’amore passionale (“je te voglio bene assaje”, che è una roba molto più profonda, più intensa e intraducibile di “ti amo”), il Vesuvio, la Capri da cartolina, con tanto di amore tra il pescatore e l’attricetta francese, come manco nei peggiori spot di Dolce&Gabbana. Prende tutta questa roba e te la sbatte in faccia con un candore e una sfacciataggine che ti fanno capire immediatamente che non può essere vero. E infatti è un gioco, una strizzata d’occhio. Il discorso tra Liberato e il suo pubblico è un discorso di complicità, tra gente scafata che sa che tutta quella roba là è finta; ma pur nella sua finzione, ha una potenza che nessuno può negare. Dalla distanza di cento e più anni, la canzone napoletana tradizionale ci continua a parlare con una forza che solo certa musica popolare possiede, e non è un caso. È a quel nucleo che Liberato attinge, dichiarandoti fin da subito che è, appunto, un gioco: perché è tutto sul filo del paradossale e del cattivo gusto, ma sotto appunto c’è un cuore pulsante, che, chissà come, lui riesce a raggiungere. Aggiornandolo, ok, certo: con la sua musica elettronica e piena di campionature, in cui – e ogni volta che ci penso mi esplode la testa – a un certo punto c’è un putipù, che, per chi non lo sapesse, è ‘sta roba qua, quanto di più lontano dalla dance e dai club che uno possa immaginare. Una musica per sottrazione, fatta di frasi brevi e insistite, con su quella voce che, scusate se insisto, a me fa impazzire. Pur senza essere ‘sto granché da un punto di vista dell’estensione o della potenza. Ma è la voce che ci vuole su quella musica. E Liberato stesso è un gioco: nessuno sa si chi sia, tutti si arrovellano, e, sì, ragazzi, la voce è spiccicata a quella di Livio Cori, ma anche chissenefrega. Che Liberato esista, che non esista…conta? No. Quel che conta è che non si sappia. È vitale per il progetto, che non si sappia: perché Liberato deve essere invisibile, incarnazione stessa del tipo di napoletanità, e di musica, che vuole interpretare. Un fantasma, ‘nu munaciello, come dice giustamente Gianni Valentino in Io Non Sono Liberato, di cui vi ho parlato in una delle ultime puntate di Terza Pagina. L’anonimato è parte del gioco: se vuoi sapere chi è, significa che non vuoi stare alle regole.
Mi rendo conto che forse è tutto un po’ nebuloso, e allora vi faccio un esempio: Capri Rendez-Vous. Liberato e Lettieri – ripeto, per me Liberato è un progetto, per cui ha senso parlare del tutto, perché è anche qui il suo fascino, e quindi del complesso delle persone che ci lavorano – prendono Capri, e ci sbattono dentro tutto l’armamentario: la giovine attrice, i faraglioni, il pescatore. In questo nucleo da cartolina, di video in video iniziano a inserire elementi perturbanti: gli anni passano, i destini dei due amanti si separano. Per carità, sempre in un’ottica “classica”: lui si mette a fare il carabiniere, si fa una famiglia, lei segue la consueta parabola dell’attrice che “va truvann’ coccosa” che non sa che è, e quindi alcol, disperazione, autodistruzione. Ma Capri lentamente cambia, non è più quella della cartolina: niente più faraglioni, solo un palco di legno in mezzo a una piazza vuota. Il resto sono vicoli deserti. Fino al video di Niente, che è un capolavoro. Non è neppure un video: sono foto. Foto di Capri vera: i turisti grassi e fuori controllo, la città che non esiste se non come rappresentazione nella testa di un americano in bermuda che scende da un traghetto, e poi lei: l’attrice, Marie, devastata dagli anni eppure bella di quella bellezza sbattuta di chi ha vissuto, nel bene e nel male. Il cimitero, la tomba. Niente. Sipario. La prima volta che vidi la serie, sbagliai, e iniziai con Niente. E sapete che c’è? Funziona uguale. Capri Rendez-vous è un cerchio, un triste, sconsolato inno alla fugacità di una vita che spesso ci scorre tra le dita così, come la sabbia. E te lo dicono pure all’inizio, mentre il regista parla con Marie, e le chiede di non cambiare e non invecchiare mai. Questo è Liberato: la nuova vita infusa in quelle storie vecchie e stravecchie, che tu dici, sì, ma che palle, e invece se circolano ancora in mezzo a noi un motivo c’è. E basta che arriva uno che trova la chiave per riproportele, e tu ti innamori si nuovo. Quel qualcuno, è Liberato.
Poi, per carità, niente di nuovo sotto il sole. Queste cose le hanno fatte in mille prima di lui: uno dei primi è stato Pino Daniele, per dire. Ma non è che Liberato abbia l’atteggiamento di chi ha reinventato la ruota: lui lo sa da dove viene, e lo sa dove va, è questo il bello. E al concerto di sabato, per modici 20 euro avevi otto ore secche di musica, perché, a partire dalle 16.00, al Rock in Roma hanno contato altri sette artisti, alcuni della scena napoletana. Se non è pagare i propri debiti questo, io non so cosa lo sia.
Poi, ok, qualcuno dirà è tutta una roba commerciale, un progetto fatto per vedere scarpe e magliette. Beh, benvenuti nel sistema capitalistico: e chi l’avrebbe mai detto che con la musica ci si fanno i soldi…
Bon, fin qua, il delirio su cosa amo di Liberato. Adesso parte il pippone concerto. Vi lascio due righe per andare a far pipì e prendervi uno snack, o fuggire se vi ho già stesi :P
FINE PRIMO TEMPO

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SECONDO TEMPO
Il concerto. Avevo giurato che non avrei messo mai più piede al Rock in Roma dopo che per il concerto dei Muse ci avevo messo tre ore tre a riemergere dal parcheggio. Nessun artista vale un sequestro di persona. Però, che ci volete fare, avevo voglia – e pure bisogno, stante lo stato di agitazione pre-partenza per il Cile che mi attanaglia da un mese – di sentire Liberato, e sono andata. Sono riuscita a uscire dal parcheggio in quaranta minuti, quindi, dai, c’è stato un miglioramento.
Non mi aspettavo molto. Il prezzo del biglietto era popolare, Liberato ha all’attivo un solo disco che conta undici canzoni. Non avevo idea come avrebbe fatto a fare un concerto di un’ora e mezza. Però ero curiosa. Innanzitutto di come sarebbe stato risolto il problema anonimato. Fin qui, a quanto pare nei locali gli ha fatto la fotografia quello della puntata 8×03 di Game of Thrones, e ha risolto così. Ma in un posto grande come Capannelle come fai?
Comincia, e resto perplessa, perché ci sono le luci sparatissime. Vengono da tre grossi pannelli led, due laterali e uno letteralmente sovrapposto al palco, che si alza e si abbassa a seconda. E dove sta Liberato, o chi per lui? Dietro il pannello. Incappucciato as usual, ovviamente. Insieme ad altri due tizi incappucciati come lui. Così è tutto in controluce. Liberato 1 – gente che vuole sapere chi è 0.
Il concerto è stato praticamente un dj set di un’ora e mezza privo di qualsiasi soluzione di continuità: le canzoni si scioglievano l’una nell’altra, tra l’altro arrangiate alla grande, per cui avevi sempre quei due minuti lì in cui stavi ad arrovellarti se stava per partire Guaglio’ o Oi Mari’; c’è stato pure posto per una Stand By Me, che si è sciolta in Gaiola versione pre-disco, quindi quella più movimentata, e una Tammurriata Nera – di cui non ricordavo il testo, e i miei avi sono rigirati nei sacelli… – prima di Nunn’a voglio ‘ncuntrà. Versione invece lenta per Intostreet. E io ovviamente ho ballato e urlato per un’ora e mezza, anche se gli ultimi venti minuti i miei quarant’anni mi hanno ricordato che non sono più la pischella che perdeva l’udito a un orecchio andandosi a sentire i Muse al Palalottomatica. Ma stare fermi era impossibile. Menzione d’onorissimo per lo spettacolo di luci: non solo proprio le luci in sé, ma i pannelli di cui vi parlavo, accesi da una serie di animazioni spettacolari, giocate quasi completamente sul nero, bianco e rosso, con tocchi di altri colori qua e là. Una roba a suo modo raffinata, ma anche efficacissima. Perché anche nel live torna uno degli aspetti che più amo di Liberato: l’essere un progetto multimediale e completo dentro, in cui ci sono due miliardi di cosa che si mescolano e sono imprescindibili l’una dall’altra. Così come quando te lo ascolti nel chiuso della tua stanza i video sono una parte importante della fruizione, nel live lo sono le luci, i colori, e quel sipario tra te e lui, che segna la distanza tra il pubblico che salta e il fantasma che lo fa ballare, quella carne che serve a ospitare la cosa più importante: la musica.
Credo sia uno dei concerti più belli in cui sia mai stata, per altro con un rapporto qualità prezzo tendente e infinito: pensavo di andarmi a vedere un ragazzino appena arrivato in un mondo più grande, e mi sono trovata davanti a un progetto raffinato e curato in modo maniacale. E lo dimostra il fatto che il pubblico fosse davvero eterogeneo: gente della mia età, ragazzini, chi stava lì a maturare dieci pagine di pippe esistenziali su quella musica, come me, e chi invece era là solo a ballare e scuotere la testa. Non devi sapere chi è Liberato, per godertelo. Eravamo in tre, sabato sera, e una di noi non conosceva il progetto: sono bastate due canzoni perché si appassionasse, ed è uscita soddisfatta ed essendosi divertita tanto quanto noi che siamo fan. Queste non sono cose che si improvvisano: questo è frutto di un ragionamento, e di un grande talento, ovvio.
Ultima nota. È stato bello sentire 25000 persone cantare napoletano: ok, c’erano tanti oriundi saliti a Roma per l’occasione, ma c’erano anche tanti romani, che cantavano a squarciagola “so’ rimasto sott”a botta ‘mpressiunato” con il loro accento, ed era bellissimo. Per un’ora e mezza, è stato come se le due parti di me, quella nata a Roma, che parla come Carlo Verdone, e quella che si sente comunque campana, si fossero ritrovate in unità.
Insomma, è stato bellissimo. Sono entrata carica di tensione, con la testa come al solito in tilt, piena di così tanti pensieri da non riuscire a contenerli tutti. Per un’ora e mezza la testa mi si è svuotata: ho saltato, sudato, urlato, sentito la musica battermi sotto lo sterno. È stato bello. E sì, come ho letto da qualche parte, anch’io ho avuto la sensazione di aver visto qualcosa di importante, qualcosa che è qui per restare. Libera’, m’ê mannat’ ‘a fore.

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Terza Pagina, Festival Passepartout, Mare di Libri

Dovrebbe essere un post di servizio, per parlarvi dei miei prossimi spostamenti, ma temo diventerà invece un po’ lungo.
Partiamo dalla fine, ossia da ieri sera: è andata in onda l’ultima puntata di questa stagione di Terza Pagina, di cui sono conduttrice. Per vederla, potete seguire questo link.
Ormai è un anno che ho iniziato quest’avventura, completamente nuova per me, e d’improvviso mi rendo conto di quanto la mia vita si sia adeguata a questo nuovo ruolo. Lentamente, essere conduttrice di Terza Pagina è entrato a far parte un po’ di quel che sono, tra le altre decine e decine di cose. Così, lunedì sarà strano non andare alla riunione, non pensare a nuovi argomenti da proporre, non cercare la notizia scientifica d’apertura o segnarsi un articolo interessante sul giornale. Giovedì non dovrò più tenermelo libero per studiare il copione, e la sera non dovrò più preparare lo zaino con dentro tutto quel che mi serve per il venerdì, da orecchini, unghie e scarpe, alla carta d’identità e la patente.
Già mi manca un po’, come mi mancano tutte le fantastiche persone con cui ho lavorato in questi mesi, che pure vedrò da qui all’estate. Ma è tutto un po’ diverso.
Che dire. Grazie un sacco per averci seguiti, spero che tutto questo non finisca qua e ci si possa rivedere a settembre. Intanto, qui trovate tutte le puntate di questa stagione.

Domani, mi potete leggere su La Lettura del Corriere della Sera. C’è un mio pezzo a corredo di un racconto più ampio di Teresa Ciabatti sul mondo del cosplay. Chi mi segue sui social, forse collegherà questa cosa con una battuta di qualche giorno fa. È una cosa cui tengo perché, sebbene io non possa più definirmi cosplayer, il cosplay resta parte della mia vita. Frequento cosplayer, c’è gente che ho conosciuto grazie al cosplay, e continuo ogni tanto a realizzare costumi e accessori. Conta poco che siano brutti e raccogliticci, non è mai stato quello l’importante. Ma tutto questo lo leggerete domani, se vorrete :) .

Mercoledì 5 giugno, parteciperò al Festival Passepartout, a Asti. L’appuntamento è alle 21.00 nel cortile della Biblioteca Astense Giorgio Faletti; vi parlerò un po’ del nostro rapporto con la luna, a cavallo tra mito, religione, letteratura e scienza.

Il 16 giugno, invece, sarò a Mare di Libri, a Rimini. Due gli appuntamenti: alle ore 14.30, Palazzo Guidi, Cappella Petrangolini, vi leggo uno dei miei racconti preferiti. Non mio. Per sapere quale, occorre venire :P . Alle ore 21.30, invece, al Teatro degli Atti, parteciperò all’evento di chiusura del festival. Mentre per il primo, non occorre prenotazione e si può entrare fino a esaurimento posti (che son 40), questo secondo evento è a pagamento, e occorre prenotare sul sito del festival.

Ci sarà nel mezzo un’altra cosa, ma stiamo definendo i dettagli, e ve la dirò quando sarà tutto più chiaro. Per il resto, si torna a settembre; luglio e agosto me li prendo di vacanza, che sento di averne bisogno. Ma immagino ci sentiremo, perché andrò in Cile per l’eclissi di sole, e figurarsi se non ne scriverò tantissimo e non farò un mare di foto :P .
A presto!

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GoT 8×05 o ci volevano altre quattro stagioni per fare bene tutto questo

Ultima volta che leggerete di Game of Thrones da queste parti; la prossima recensione sarà altrove :) , stay tuned.
Bon, penultimo episodio molto discusso di una stagione a sua volta controversa. Io dove mi pongo nello spettro che va da “ommioddio niente di tutto ciò ha senso” a “è tutto ovvio, siete voi che non capite, è un capolavoro”? Nel mezzo, as usual. Via col parere; al solito, SPOILER in ogni dove.
La critica principale all’episodio è: Daenerys non è così. Daenerys fa una cosa incomprensibile e out of character. Ecco, io non credo sia proprio così. La follia dei Targaryen è uno dei primi temi che vengono presentati nella serie, e tutti sono sempre un po’ intimoriti da Daenerys, che ha tre draghi e uno storico sulle malattie mentali non proprio immacolato. Di cose crudeli, per altro, ne ha fatte un bel po’ nella sua vita, ed è sempre stata in bilico tra la semplice inflessibilità e l’esercizio del potere un po’ fine a se stesso. Quindi, il suo “cambiamento” non viene fuori dal nulla, e anzi era stato ampiamente preannunciato, soprattutto in questa ultima stagione. Possiamo discutere che dar fuoco a una città che si è arresa, così, sia in effetti un gesto un po’ esagerato anche per una che col fuoco non ci va leggera, ma che dovesse finire così era abbastanza scontato. Sì, la liberatrice di schiavi e quel che volete, ma era sempre stato chiaro che a Daenerys interessava solo il trono. Tutto il resto era strumento, tutto il resto era ipocrisia di chi non voleva accettare che il castello si conquista sempre calpestando pile di cadaveri (Grifis in Berserk ce lo spiega molto chiaramente). Tutto bene, quindi? No, perché comunque lo svelamento della reale pasta di cui è fatta Daenerys l’ho trovato comunque meccanico e poco fluido. L’unico arco del personaggio che abbia un senso è quello della prima stagione: Dany passa da bambolina soggetta ai capricci del fratello prima e del marito poi a donna consapevole di sé e di ciò che vuole. Tutto chiaro, tutto anche bello. Poi, da lì in poi, il delirio. Daenerys vuole il trono, e ha anche gli strumenti per prenderselo, ma i draghi sono giovani, devono crescere, e allora è abbastanza evidente che gli sceneggiatori hanno il problema di farle fare cose nel frattempo. Quindi via di lunghissime pippe esistenziali sull’imparare a fare la regina, strazianti discussioni su come usare la forza, se usarla e quanto, rapimenti e passaggi nel fuoco. Tutto per cosa? Il personaggio non si è mosso di mezza virgola, narrativamente parlando, dalla fine della prima stagione. Anzi, adesso regredisce, e torna pischelletta con problemi d’affetto, un po’ quel che era all’inizio. Io capisco che creare uno sviluppo dei personaggi coerenti su otto stagioni, quando all’inizio non sai neppure quanto durerà la serie, sia pressoché impossibile. È il grande limite della narrativa seriale, che solo pochissimi prodotti sono riusciti a superare, e forse mai con reale successo. Dany è sempre stata un punto interrogativo, sospesa tra l’essere la salvatrice e le potenzialità per diventare una villain; questo l’ha depotenziata, l’ha resa più sfocata. E il risultato è che molti hanno visto questa svolta come qualcosa di incongruo. Invece, per me, è solo raccontato maluccio. Per motivi per lo più indipendenti dalla volontà degli autori, però.
Per il resto, che dire? Tutto molto bello visivamente. Alcune scene con Drogon sono straordinarie, da brividi, e anche se l’assedio rimane nel solco ormai immutabile della narrazione di queste cose, tracciato la bellezza di quasi venti anni fa da Peter Jackson (l’avete pensato anche voi, a momenti, di trovarvi a Minas Tirith?), è un bel guardare. Piccolo appunto: ho trovato sommamente ipocrita mostrare la guerra come qualcosa di terribile solo ora, quando serve a fini di sceneggiatura che lo spettatore non empatizzi più con Daenerys. Ce lo sottolineano con l’evidenziatore che è stronza: ricompaiono il sangue, il gore, a fiumi, grandi assenti delle ultime stagioni. Ci piazzano anche la mamma e la figlia per farci vedere che gran cattivona è diventata Daenerys. Ma, ragazzi, gli innocenti sono sempre morti, sempre, che a falcidiarli fossero i buoni o i cattivi. GoT è una storia di re e regine, e la gente comune è sempre expendable, non ce l’hanno mai fatta vedere che schiattava, se non, appunto, per sottolineare la cattiveria di certi personaggi. Ma il potere e il suo esercizio sono più complessi di così, la guerra è più complessa di così. E da un prodotto che tutti osannano per la sua profondità e il suo realismo, io un minimo di approfondimento al riguardo me lo aspetto. Invece no. Arya che cucina due tizi per darli da mangiare al loro padre è ok, perché quelli erano stronzi e meritavano la morte, Daenerys che dà fuoco a una città no, perché quelli sono tutti innocenti. Vabbè.
Ho apprezzato invece l’umanizzazione di Cersei e Jaime, che alla fine ti dispiace anche che schiattino, anche se ho trovato un po’ incongruo far fare a Cersei l’ennesima inversione a U, da donna disperata pronta a tutto a cretina che non capisco come poteva pensare di vincere la guerra. A tal proposito, bello che nella puntata precedente gli scorpioni fossero tipo l’arma definitiva e adesso Drogon improvvisamente sa scendere in picchiata, aggirare le navi e bruciarle da dietro. Altra soluzione di trama pigra e brutta vedersi.
Premio inutilità a Arya, che si fa da nord a sud per ammazzare finalmente qualcuno della sua lista, e, alla prima avvisaglia di casino, si gira e se ne va. La sua unica utilità è stata quella di permettere la realizzazione di una serie di pregevoli piani sequenza. Non mi dilungo sul duello tra i Clegane che confesso l’argomento non mi è mai interessato.
Detto questo, episodio bellissimo a vedersi, ma per il resto sulla media di stagione. Gli autori continuano a muoversi indecisi tra il fan service (Cersei e Jaime, che, per inciso, rende la storia d’amore di dieci minuti tra quest’ultimo e Brianne completamente inutile, oppure Sandor e Gregor) e la volontà di stupire a tutti i costi (la battaglia che si supponeva finale spostata al penultimo episodio, Daenerys che fa la pazza). Ci voleva più coraggio, più polso autoriale, e, soprattutto, più tempo. Compattare tutto in sei episodi infiniti è stato un errore. Un errore inevitabile, almeno dal punto di vista degli autori. Non è stata certo loro la decisione di chiudere così, non decidono loro né i tempi né le risorse per la realizzazione della serie. Forse, con i limiti che avevano, meglio non si poteva fare. E questo, ripeto, apre un’ampia pagina sui limiti di questo tipo di narrazione, che magari affronterò più avanti.
Resta l’ultima episodio. Le possibilità sono sostanzialmente due: Daenerys sbraca tutti e finisce con la tirannia che vince, Daenerys viene brasata da Jon, e qualcun altro si prenderà il trono. Che, per altro, credo non esista più, quindi boh. Vedremo lunedì prossimo :) .

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Il Padre di tutti i Pareri non Richiesti: recensione di GoT8x04

Vabbè, dai, un po’ ci ho preso gusto, per cui, fin quando ne avrò voglia, continuo: il padre di tutti i pareri non richiesti, la recensione della 8×04 di GoT :P .
Ovviamente, SPOILER.
Un po’ di tempo fa, non molto, pubblicai un parere su GoT che condividevo molto, questo qua. Commentai anche dicendo che ormai GoT era diventata una serie fantasy classica. Ecco, a neppure un mese di distanza, lo sviluppo successivo della serie mi fa fare inversione a U. Magari prima della fine cambierò idea ancora altre novanta volte :P .
Se mi conoscete un minimo, avrete capito che questa puntata ha dentro per me una pietra dello scandalo: la morte di Rhaegar. E siamo a due. Daenerys è stata sette stagioni con tre draghi pressoché inutilizzati, a parte qualche “dracarys” ben piazzato, e adesso, nel giro di cinque episodi, ne ha persi due. Prevedo che prima della fine, forse direttamente nel prossimo episodio, ci dirà addio pure Drogon.
Non che ci sia nulla di male, in linea di principio. È una guerra, ci sono delle perdite, ognuno si gioca le sue carte in modo da infliggere danni al nemico. Per Cersei, aver ragione dei draghi di Daenerys è questione di vita o di morte. Il problema è a che cosa siano serviti fin qui questi draghi. Già nella battaglia precedente, ne ho discusso qua, sono stati trattati dagli sceneggiatori come una specie di McGuffin di lusso, buono per scene d’impatto, ma che non influiscono mai realmente sulla trama, né hanno un senso tattico vero. Sono stati in volo per 70 minuti perché in realtà gli sceneggiatori non sapevano che farci.
La storia si ripete ora. I draghi di Daenerys, per come sono stati presentati, sono un po’ la bomba atomica di Westeros. Infatti, il dibattito intorno al loro uso è identico: sono un’arma terribile, da usare a scopo deterrente. Appena li abbiamo visti entrare in scena, alla fine della prima stagione, sapevamo che, quando fossero cresciuti, Daenerys li avrebbe usati con successo per prendere il trono. E questo è un problema. Quindi, gli sceneggiatori devono toglierli di mezzo, o è ovvio che Cersei non ha mezza possibilità di vincere, e chi vuole assistere a un massacro indiscriminato di cui si conosce già l’esito?
Qui però c’è un grosso problema di fondo. Non puoi introdurre qualcosa di così potente, e poi togliertelo dai piedi perché, ehi, ragazzi, è troppo forte, ci distrugge l’intreccio. Per altro senza che questo elemento di trama abbia mai fatto la differenza, se non una volta sola, più o meno. Tra l’altro, non è che Cersei stia dando prova di chissà quali fini doti strategiche che giustifichino la sua attuale posizione di predominanza su Daenerys. È solo che nell’altro schieramente non hanno una chiara strategia, hanno un’arma che non sanno come usare e in ultima analisi sono molto più interessati a combattersi tra loro che far le scarpe a lei. Per altro, come fa notare giustamente il Doc Manhattan, nella scena finale della puntata Cersei poteva scatenare gli arcieri e far secchi in un solo colpo Tyrion e Daenerys assieme a ciò che resta degli Immacolati, dando una svolta alla guerra. Invece no, meglio ammazzare Missandei così, a uffa.
Ma il problema è ancora più ampio di così. Gli sceneggiatori, a inizio serie, si sono trovati tra le mani un materiale di partenza sul quale non potevano intervenire: il mondo includeva in particolare alcuni elementi light fantasy, tra cui i White Walkers e i draghi. Ma quello che li interessava di più era l’intrigo. Il sense of wonder, l’epica, e tante altre caratteristiche fondative del fantasy giocano un ruolo nullo in GoT, che è più che altro un thriller politico. Rapidamente, questi elementi sono diventati un ingombro. I White Walkers imbattibili, i draghi potentissimi si sono dimostrati immediatamente pericolosi per lo sviluppo dell’intreccio. Non a caso Daenerys è stata tenuta ben lontana da Westeros così a lungo, e i White Walkers dietro il muro. Al momento della resa dei conti, quando la trama doveva per forza di cose convergere verso un finale, la necessità di aver ragione di questi elementi rapidamente e senza influire troppo sulla trama principale è diventata vitale. Ed ecco che assistiamo all’annichilimento dell’esercito dei morti con una coltellata ben piazzata e a draghi sterminati così, a caso.
GoT non è fantasy. A GoT il fantasy, anzi, fa pure un po’ schifo, coi suoi personaggi predestinati, la magia, il mistero, le creature fantastiche. Non è questo che ci interessa. E allora via. Ma, ripeto, allora non me li mettere proprio. Facciamo una cosa ambientata in un mondo a caso, senza draghi, senza streghe che partoriscono ombre e senza ‘sta roba qua. Funziona uguale. E io non mi faccio un fegato grosso così vedendo draghi massacrati come fossero cavalli.
Ve lo dico: se GoT è l’unico fantasy che seguite e amate, non vi piace il fantasy. Vi piace GoT. Che del fantasy è parente alla lontana. Non c’è niente di male, ma lasciateci soli coi nostri draghi, i nostri mondi incantati, e le nostre stupide magie.
Per il resto, che dire. La prima mezz’ora di puntata, a parte fan service piuttosto smaccato, non aggiunge niente. Scene di addio tirate oltre i limiti del sopportabile, gente che beve e fa battute argute, che potrebbe essere la tag line di serie. Lo diceva anche Tyrion quando era ancora un personaggio interessante: bevo e so cose.
Il resto è broccolo Jon che si dimostra uno Stark ad honorem, Cersei che fa Cersei e Jaime che dopo aver soddisfatto i fan va a grandi falcate verso il suo inevitabile destino. Le distanze non esistono più, gente va e viene da nord a sud come se ci fosse in mezzo il teletrasporto, l’impossibilità di capire quanto tempo stia passando è ormai endemica e segreti mortali ci mettono dieci minuti di screen time a diventare dominio pubblico.
L’arco di Daenerys non mi è chiarissimo: pare sia il jolly, che, a seconda dei casi, puoi giocarti come cattivo o come buono, senza però lineari ragioni di sviluppo psicologico, tranne che i Targaryen sono tutti un po’ matti, si sa.
GoT è imprevedibile, sì. Tanto che io comincio a sperare vinca Cersei, così passa il messaggio che il potere lo vuole e lo può mantenere solo chi è davvero stronzo. Sarebbe un sano e bello spot per l’anarchia. Ma non mi pare un’imprevedibilità che abbia le radici in ciò che è avvenuto prima. È che ci serve così, e allora cambiamo.
Resta al solito l’apparato ben realizzato, le interpretazioni, tutto ciò che GoT ha costruito fin qua e la curiosità di sapere come finisce. Alla fine gli stessi elementi che mi hanno trascinata senza troppo entusiasmo fin qua. Vedremo settimana prossima :) .

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Salone del Libro di Torino + Milano

Nonostante qui da me stamattina facessero 5° e si vedesse il fiato, è maggio, e questo, per noi umili lavoratori dell’industria culturale, significa una cosa sola: Salone del Libro di Torino.
Quest’anno ci sarò, ma sotto mentite spoglie, perché presento due fumetti :P . Ma bando alle ciance, che gli appuntamenti sono tanti, con tanto di coda milanese.
Si comincia sabato 11 maggio, allo stand Tunué, con una firma copie dalle 11.00 alle 13.00. Con me ci sarà anche la disegnatrice Arianna Rea. Altra firma copie nel pomeriggio, dalle 15.00 alle 16.00.
Alle 16.30 ci si sposta allo stand del CNR; qui vi firmerò le copie di Comics&Science – The Stellar Issue, il fumetto sull’evoluzione stellare in chiave mitologico-supereroistica di cui ho scritto storia e testi. E per sabato, è tutto.
Domenica 12 maggio, ci comincia sempre allo stand Tunué con due firme copie: 11.00-13.00 e 15.00-17.00, sempre assieme ad Arianna Rea.
Nel mezzo, ci spostiamo quindi tutti in Arena Bookstock, alle 13.30 io e Arianna parteciperemo a un contest organizzato in collaborazione con Lucca Comics&Games. È un quiz con partecipazione del pubblico a tema Monster Allergy, quindi studiate: io ho già iniziato :P .
Infine, alle ore 17.00, allo stand di Lucca Comics&Games, incontro sempre su Monster Allergy. Per il Salone, è tutto.
Il giorno seguente, a Milano, io e Arianna saremo alla Mondadori Duomo, ore 18.30, a parlarvi de Il Filo di Arianna.
Per ora è tutto, ma sono in ballo altre cosine, che vi dirò appena saranno tutte definite. Nel frattempo, venite a Torino, venite a Milano, che poi, dopo metà giugno, tra Cile e mare, in giro mi si vedrà poco :P .

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Monster Allergy 34 @Mondadori Via Cola di Rienzo, il 4 Maggio alle 18.00

È una giornata bigissima, in quel di Roma. Niente gita fuori porta…fa pure freddo…per cui direi che il modo migliore per passarla è venire alla Mondadori Cola di Rienzo, alle 18.00, a parlare un po’ di Monster Allergy 34 – Il Filo di Arianna! Ci saremo io, Francesco Artibani, Katja Centomo e Arianna Rea: tutta la squadra al completo, insomma!
Vi si attende ;)

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La Madre di Tutte le Recensioni non Richieste: GoT 8×03

So che non dovrei. Non dopo anni passati a far la brava e cercare di non infilarmi in grosse polemiche. Ma niente, una vocina dentro di me mi spinge…spingitori di blogger inutili…e insomma, per amor di flame, La Madre delle Recensioni non Richieste: Game of Thrones 8×03.
Disclaimer: è la mia opinione, non supportata da particolari conoscenze tecniche che le diano un qualche valore, e ammetto che sono generalmente sempre un po’ prevenuta nei confronti di GoT, anche perché è tangenziale al genere che piace a me, nel senso che ci si avvicina quel tanto che basta a darmi false speranze, ma poi è tutt’altro. Quindi, i pochi che mi leggono non mi saltino al collo.
Ovviamente, SPOILER. TANTISSIMI SPOILER.
Allora, è un episodio polarizzante: o ti è piaciuto tantissimo, e hai gridato al capolavoro, o ti ha fatto schifo, e sei deluso. Il che, in linea di massima, segna già chiaramente l’importanza del prodotto. Solo le cose che lasciano un segno si amano o si odiano: tutte le altre, te le dimentichi contestualmente alla visione, e questa qui rimarrà, è indubbio.
Io però, nella scala, dove mi colloco? A metà, direi. Forse avevo eccessive aspettative, forse sono una persona dai gusti piuttosto dozzinali in ambito televisivo, forse il mio televisore non era semplicemente all’altezza, ma niente, a parte un paio di cose che dirò, mi ha davvero impressionata, o profondamente coinvolta, in The Long Night.
Sulla questione del buio, che tiene banco da quando la puntata è stata trasmessa, sorry, ma anch’io l’ho trovata poco riuscita: sì, capisco l’idea di rendere tutto oscuro, perché la notte è buia e piena di terrore, sì, lo spettatore non deve capire nulla, esattamente come i personaggi, e aspettarsi qualsiasi cosa da questo buio, tutto vero, tutto bello. Ma se io ho passato 60 minuti a cercare di ignorare quella voce che nel retro della testa mi sussurrava “ma adesso che sta succedendo? Ma quello lì chi è? Ma è schiattato Caio o è un altro?” forse l’immersione non ti è riuscita proprio al top. E non è solo questione di fotografia livida. È proprio come è girato l’assedio che fa sì che la confusione regni sovrana, anche quando ci si vede benissimo. Io capisco che una produzione televisiva non sarebbe mai stata in grado di girare una cosa del genere, con un tale contenuto di effetti speciali, con la luce del giorno, e vabbè, ma non fatecela passare per una raffinata scelta artistica. Avevate un problema, comprensibilissimo, e avete cercato di risolverlo come fanno tutti, anche questo comprensibilissimo, ma non vi è venuto proprio benissimo, ecco. Se poi, come sospetto, tutto sarebbe stato più chiaro sul tv ultimo modello, che dire, scusa se i miei soldi quest’anno me li sono spesi in altro e non nel cercare di riuscire a contare al buio i peli della barba di Jon con un televisore da mille mila euro. Che poi la puntata l’ho vista su Sky sul televisore di casa, ma non ti abbastava comunque (cit.).
Altro gran problema, le cose che succedono perché devono succedere. Forse Martin ha dei piani chiari per Melisandre, ma gli sceneggiatori no, e così la rossa con lifting incorporato diventa tout court un deus ex machina che ti svolta la trama quando necessario. Compare dal nulla, come dal nulla era comparsa per resuscitare Jon, fa solo lo stretto indispensabile: accende i falcetti dei Dothraki, nell’unica scena che mi abbia davvero dato i brividi, accende la trincea, tutte cose per la verità abbastanza inutili, e infine suggerisce il finale ad Arya, finale che solo io non avevo colto, perché in effetti ce lo sottolineano con l’evidenziatore – occhi azzurri, capito? AZZURRI – perché sono rimbambita. Certo, la giustificazione la possiamo trovare anche qua: è il Signore della Luce che agisce per vie imperscrutabili. Sempre però a favore di sceneggiatura, mi raccomando.
Stesso problema per i draghi, sia di Daenerys che del Night King. È un problema che chiunque faccia fantasy, e più ancora chi lo porta sullo schermo, conosce: come cacchio li usi i draghi in battaglia? Sono potenti, inceneriscono la gente in mezzo secondo, potenzialmente uccidono l’intreccio. E gli sceneggiatori lo sanno bene, visto che hanno fatto l’impossibile per toglierne uno a Daenerys la scorsa stagione e darlo al Night King. A un certo punto ho seriamente pensato che tutta questa battaglia sarebbe servita solo ad accoppare i draghi a Dany e così riequilibrare il prossimo scontro con Cersei. Per fortuna hanno preferito accopparle tutto l’esercito e via. Comunque. Oltre a questo, c’è la questione del combattimento: due formiche sul dorso di due cani come le fai combattere? Perché questo sono Jon e il Night King sui draghi. Sono problemi che capisco benissimo, con cui mi scontro di continuo anch’io. Ebbene, la soluzione è: usiamo i draghi per i dieci minuti finali e via. Nel frattempo, perdono tempo. Il Night King ci mette una vita ad arrivare a Winterfell, Jon e Daenerys passano la battaglia a girare in tondo in mezzo alla tempesta, senza capire cosa fare. Nessuno usa i draghi per niente se non quando costretto: tre fiatelle a inizio battaglia, poi arriva la nebbia e ciao. Diciamo che anche qua ci si poteva inventare qualcosa di più convincente.
Anche il passaggio dagli spazi aperti a quelli chiusi appare confuso e tutto sommato pretestuoso: d’improvviso, i nostri sono tutti stipati dentro, non è ben chiaro perché. Non a combattere. Girano per i corridoi in scene Jurassic Park like. Non è chiarissimo cosa sia successo nel frattempo.
Sorvolo sulle questioni circa le strategie scelte dai Nostri per l’assedio perché, tutto sommato, secondo me lasciano il tempo che trovano: finché fai succedere cose che mi piacciono e mi appassionano, io me ne frego della verosimiglianza. E quindi amen che i Dothraki siano utili quanto il due di bastoni con la briscola a spade, e che tu abbia deciso scientemente di ammazzarli tutti al minuto 1; la scena iniziale delle fiaccole che si spengono è potentissima, e mi ha dato i brividi, per cui sto.
Ma veniamo al vero problema, per me, un problema che, lo ammetto, nasce solo dalle aspettative sbagliate che ho sempre avuto su GoT.
Ricordo che quando lessi il prologo de Il Trono di Spade, in cui compaiono i White Walkers, mi esaltai: avevo trovato il fantasy definitivo. Erano poche pagine di una potenza straordinaria, che facevano appello a tutto quanto di oscuro, primordiale e incontrollabile c’è al mondo, e che comunicavano un senso di orrore supremo. L’inverno stava arrivando, e la sua notte infinita avrebbe portato con sé tutto ciò che temiamo: orrori senza volto che nessuno di noi sarebbe stato in grado di arrestare.
Ora, sono scema, ma non fino al punto di non aver capito, venti pagine dopo, che in realtà Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco non erano quello, bensì un romanzo basato soprattutto sulla costruzione di solidi personaggi e infinite beghe politiche intorno a questo maledetto trono. Un sottogenere che sapevo perfettamente non essere proprio my cup of tea. Infatti mollai la saga al primo libro, anche se Martin aveva provato a fregarmi mettendo in chiusura i draghi. Ma i White Walkers continuavano a essere evocati, e allora prima o poi sarebbero usciti fuori davvero. Così iniziai a seguire la serie televisiva.
Pensateci, i White Walkers sono una presenza costante. Non tanto in termini di screen time, quanto come pericolo evocato, immaginato, negato o temuto. Compaiono poco, in scene gelate e misteriose; fanno cose che non capiamo, sono terribili e oscuri. Ci spiegano poi anche come sono nati, ma questo non intacca l’aura di orrore che si portano dietro. Pensate al simbolo di pezzi di cadaveri che lasciano dietro di sé nella 8×01, all’orrore che quella scena genera. Molti ci dicono che è quello Il Nemico. Hanno costruito un intero muro per tenerli lontani, si favoleggia di queste infinite notti in cui faranno strage dei viventi, al loro confronto il trono sembra solo un gingillo, ed è su queso argomento che fa leva Jon per raccattare un esercito che lo aiuti a fermarli. Tutta la trama di Jon, al di là del classico viaggio dell’eroe, è basata sul difendere Westeros dai morti, e guadagnare autorevolezza sufficiente per riuscire a farlo.
Ecco, di sicuro sbagliavo, ma ammetterete che sbagliavo per una ragione a credere che la guerra contro di loro sarebbe stata importante.
Quando finalmente arriva il loro momento, tutto viene risolto in dieci minuti alla fine della precedente stagione e questi 80 minuti di assedio. L’orrore che viene dal nord, l’esercito che in alcun modo può essere sconfitto, il misterioso Night King, bastano ottanta minuti per levarseli dalle scatole. Quella che speravo sarebbe stata la Grande Guerra per il futuro di Westeros e non solo è un impiccio sul cammino verso il trono di Daenerys e Jon. E basta la lama di Arya. Sì, il pugnale di Bran e tutto quel che volete, la circolarità della trama, oddio tutto torna al principio, bravi, bene, 10+, ma basta il pugnale di Arya. Con un trucchetto anche abbastanza banale. Fuori da Winterfell manco si saranno accorti che è successo qualcosa. Se ne riparla, al massimo, al prossimo inverno.
Ora, io so che non poteva andare altrimenti. Quando l’inverno arriva alla penultima stagione, e ti mancano sei episodi alla fine, è ovvio che per gli scontri che durino più di un’ora e mezza non ci sarà spazio. La cosa è stata resa ancor più chiara dal fatto che questa battaglia fosse nella puntata tre di sei. Era persino giusto che andasse così. Ma io non posso fare a meno di restare delusa. Perché la trama ha alluso ad altro.
Guardate, mi sembra Lost all over again: anche lì sembrava che il mostro di fumo chissà cosa fosse, anche lì ti avevano tenuto attaccato al televisore con la promessa di cose mirabolanti. Poi bastava una fucilata di Kate, e per il resto, scusaci, sei tu che non hai capito Lost: l’isola è solo la scenografia, quel che conta sono i legami tra i personaggi. Vai col limbo sincretico.
Anche qui: scusa, Licia, ma sei tu che non hai capito niente. I White Walkers sono un nemico tra tanti, il boss di fine livello è Cersei, e, comunque, quel che conta sono i personaggi e i loro legami. E via Arya che tromba con Gendry, Sansa e Tyrion che, dai, ce n’è.
Mi spiace. Mi spiace tantissimo. Dalla lotta tra vivi e morti si potevano tirare fuori altri sette libri. Poteva venirne fuori un survival horror fantasy da sturbo. Ma non era questo che interessava a Martin, e men che meno agli sceneggiatori. E sono perfettamente nel loro diritto, ovvio. È una scelta poetica legittima, giusta. Ma mi spiace quando certe idee così potenti vengono buttate via. Non le usare, allora. Facciamo che oltre il muro ci sono i Wildlings e basta. Funziona lo stesso.
Per il resto, in tema di assedio e con un quarto del budget di GoT, ho trovato infinite volte più efficace e potente l’assedio di Parigi di Vikings, ultima cosa davvero bella vista in quella serie; teso come una spada, pieno di colpi di scena, e con tre parole in croce pure lui. E girato di giorno, per di più. Ma so di avere gusti rozzi, e GoT è un prodotto con ambizioni ben più alte di Vikings, e molto più raffinato negli esiti realizzativi. Quindi, probabilmente è sfuggito qualcosa a me.
Non sono rimasta neppure particolarmente colpita dalla colonna sonora, se non per l’ultimo brano, ma anche quello solo per la parte iniziale. Ho un debole per le musiche incongrue per certe scene. Ha sempre apprezzato Djawadi, la sua musica è sempre stata per nulla banale, e capace di aggiungere qualcosa alle scene. Ricordo l’esaltazione per i draghi che volano sul Mare Stretto, con quel tema tellurico, che ti parla di forze ancestrali, indomabili come i draghi di Daenerys. Ecco, anche lui ormai si è adeguato alla colonna sonora quadratica media di un fantasy. Temi tutto sommato dimenticabili, che ci siano o meno è tutto uguale. Peccato, perché erano una parte importante della bellezza di GoT.
Ma il vero problema, l’avrete capito dall’entità di questi deliri, è che in realtà a me questa puntata non ha coinvolto. È questo il punto focale di ogni cosa. Se mi avesse appassionata, se mi avesse tirata dentro il ritmo narrativo, tutti questi discorsi sarebbero stati inutili. Alla fine della fiera, per me, quando usufruisco di un qualsiasi prodotto di intrattenimento, questa è l’unica cosa che conta: hai sostituito la mia realtà con la tua per il tempo in cui ti ho visto/letto/sentito? Se sì, vale tutto. Altrimenti, troverò duemila difetti anche dove non ce ne sono.
Bon, è tutto. È davvero la madre di tutte le recensioni non richieste, sia perché è delirante, sia perché in verità tutte queste cose le avevo già dette sui social durante le discussioni di queste ore. Ma tant’è, sono logorroica e mi piace parlare :) .

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Napoli Comicon 2019: gli appuntamenti

Nuntio vobis gaudium magnum: habemus schedulam Neapolis. In verità ce l’ho da un bel po’, ma ero impegnata a fare cose e vedere gente :P , e non ho avuto tempo di comunicarvela. Lo faccio adesso, così, in queste due settimane che ci separano da Napoli Comicon vi fate i vostri conti :P .
Cominciamo sabato 27 aprile; il primo appuntamento è alle 14.00 presso lo spazio Comicon, per una firma copie di un’ora. Quindi, alle 15.00 ci spostiamo allo stand Tunuè; si firma fino alle 17.00.
Il giorno successivo, domenica 28 aprile, dalle 11.00 alle 13.00 mi trovate a firmare cose allo stand Tunué, mentre alle 15.00, in Sala Andrea Pazienza io, Arianna Rea e Alessandro di Nocera presenteremo Monster Allergy 34 – Il Filo di Arianna. In tutti gli appuntamenti sarà presente anche Arianna Rea, che de Il Filo di Arianna è la disegnatrice.
Bon, direi che è tutto. Ci vediamo in quel di Napoli, e più in là vi comunicherò anche tutte le info sul Salone del Libro di Torino :) .

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The longest week

Dunque, è lunedì e io mi affaccio su una settimana che se ne esco viva forse, e dico forse, sarò anche in grado di volare fino a Santiago del Cile, quest’estate, senza cercare di buttarmi fuori dal finestrino a metà viaggio.
Sono in programma tre incontri tre per tutti i gusti, che vi vado or ora a riassumere.
Mercoledì 10 aprile sarò a Cava de’ Tirreni (SA); mi verrà conferito il Premio Novala, cosa che mi onora davvero moltissimo :) . L’appuntamento è alle ore 18.00 presso la Sala Museale di Santa Maria del Rifugio.
Giovedì 11 aprile, invece, torno a Roma, e partecipo al National Geographic Festival delle Scienze, all’Auditorium Parco della Musica. Alle ore 15.30, presso il Teatro Studio Borgna, presenteremo il nuovo numero di Comics&Science, The Stellar Issue, di cui ho scritto soggetto e testi. Saremo io, Andrea Plazzi, Roberto Natalini, Amedeo Balbi, Silver e Alessandro Micelli. Modera il tutto Marco Cattaneo. L’evento è gratuito, ma occorre prenotarsi qua. Per chi mi chiedeva dove reperire il fumetto, qui ci sono tutte le informazioni.
Venerdì 12 aprile, infine, sempre nel contesto del National Geographic Festival delle Scienze, ci vediamo alle 18.00 alla biblioteca del Museo Zoologico di Roma, insieme a Marco Casolino e Francesco Ongaro per parlare di scienziati che scrivono narrativa. Modera Giangiacomo Gandolfi.
Questo, per quel che riguarda la prossima settimana. Vi si ricorda sempre che ogni venerdì, ore 23.30, su Rai5 va in onda Terza Pagina, la trasmissione di cultura che conduco, in replica all’1.20 di sabato mattina su Rai3. Vi si ricorda pure che il 27 e 28 aprile sarò al Napoli Comicon, e che l’11 e il 12 maggio sarò al Salone del Libro di Torino.
Ci sono anche altri appuntamenti nel mezzo, ma ve li dirò meglio più avanti. Adesso concentriamoci su questa settimana di fuoco :P .
See you, space cowboy!

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