Il mio viaggio in Cile, spiegato (Il Post cit.)

Il 2004 è stato un anno fondamentale della mia vita. Più io meno tutto quello che sono e faccio oggi, è nato allora. Nel 2004 è uscito Nihal della Terra del Vento, il mio primo libro, nel 2004 ho fatto la mia prima presentazione in assoluto, al Salone del Libro di Torino, nel 2004 mi sono laureata. E, nel 2004, il mio fidanzato di allora, marito adesso, andò per tre mesi in Cile.
Stavamo facendo entrambi la tesi di laurea, entrambi su argomenti della fisica stellare, e gli venne proposta l’opportunità di andare a fare una parte del lavoro a Santiago, ove c’è uno dei due quartier generali dell’ESO (European Southern Observatory), l’ente che gestisce i telescopi europei che si trovano nell’emisfero sud. Infatti, in Cile c’è uno dei deserti più secchi al mondo, il deserto di Atacama. È uno dei posti migliori per le osservazioni astronomiche, e per l’assenza di luci artificiali, e per il fatto che non ci piove praticamente mai, quindi in un anno le notti buone per fare osservazione sono tantissime. Per questa ragione, ad Atacama ci sono due siti osservativi: La Silla e Paranal. E insomma, Giuliano sarebbe andato a Santiago e ci sarebbe rimasto tre mesi.
Io ho paura di volare. Non so come è cominciata. Da ragazzina, prima di prendere il mio primo aereo, non vedevo l’ora di volare. Gli aerei mi affascinavano, volevo viaggiare, sognavo di prenderne prima o poi uno. Solo che già al primo volo iniziai a impanicarmi, e da lì in poi sono sempre stata sulle montagne russe: a volte volare non mi dà particolare problemi, altre inizio a star male da giorni, a volte mesi prima, piango al decollo, sono piena d’ansia. E spesso questa paura è transitiva. Ricordo che mi angosciava tantissimo l’idea che Giuliano dovesse sorvolare l’oceano, e mentre lui era in viaggio io contavo le ore, sentendomi una canzone che stava in un album che gli avevo regalato prima di partire, la splendida Cristoforo Colombo di Guccini.
Ma quel che era peggio, ovviamente, era stare lontani, per di più con sei ore di fuso di mezzo. Alla prima videochiamata piansi tutto il tempo. Ricordo che molti mi dicevano di raggiungerlo là una quindicina di giorni prima del suo ritorno, e vederci un po’ del Cile assieme. Ma io avevo problemi a volare un paio d’ore in compagnia, figurarsi quattordici, e tutte da sola.
Non fu un bel periodo, insomma. Successero cose: io andai al Salone del Libro, lui a La Silla. Mi telefonò mentre lì era notte, il giorno del nostro anniversario (per inciso, mi regalò una spada, una vera), e mi raccontò meraviglie di quel luogo incredibilmente buio, in cui il cielo era qualcosa di completamente diverso da quel che è qua in Europa, e la Via Lattea proiettava ombra nelle notti senza luna.
Il Cile, per quindici anni, per me è stato questo: quel luogo lontanissimo che si era mangiato Giuliano per tre mesi, in cui erano più frequenti i terremoti che le piogge, e in cui c’era il cielo notturno più bello del mondo.
Poi, più o meno un anno fa, scopriamo che in Cile nel 2019 ci sarà un eclissi di Sole, e che si vedrà proprio da La Silla (le eclissi di Sole si vedono solo in piccole porzioni del globo, perché sono causati dal frapporsi della Luna tra la Terra e la nostra stella, e l’ombra del nostro satellite è piccola). Organizzeranno un evento all’osservatorio. E decidiamo di andarci. Salto di un anno, domani parto.
Vi ho raccontato tutta questa lunga pippa per cercare di spiegare perché questa per me non è una vacanza, ma un viaggio dal portato simbolico fortissimo. Ho messo piede fuori dall’Europa una volta sola, quando andai da sola per un paio di giorni negli Emirati Arabi. Anche quella fu un’avventura vera, tanto che a lungo ho conservato la targhetta d’imbarco del mio bagaglio. Non ho mai volato così a lungo, non ho mai visto un’eclissi totale di Sole, non ho mai visto quel cielo, in cui la Via Lattea proietta ombra e si vedono a occhio nudo le Nubi di Magellano, due galassie satelliti della nostra.
Ho passato otto mesi a chiedermi se ce l’avrei fatta. Se sarei riuscita a volare così a lungo, se il jet lag avrebbe fatto sbarellare il mio precario equilibrio mentale facendomi uscire definitamente di brocca, a cercare di immaginare un posto così lontano in cui non credevo sarei mai stata, della sui esistenza, persino, una parte di me dubita. Guardavo il mappamondo e mi domandavo come fosse possibile che io potessi arrivare fin là, a quella striscia di terra inchiodata tra le Ande e l’Oceano Pacifico. La terra di Alliende e di Neruda, che conoscevo solo dai romanzi, e dai racconti degli amici astronomi che c’erano stati.
Adesso, a un po’ più di 24 ore dalla partenza, tutto questo non ha più senso né importanza. Sono una persona così piena di paure, che ho dovuto imparare a forzare sempre e comunque i miei limiti, per fare quel che agli altri sembra normale, e per me è sempre gigantesco. Ma se non avessi questa testa, forse non vivrei così a mille, riuscendo a farmi devastare di continuo dalle emozioni, in modo che ogni cosa, anche la più banale, diventa per me fantastica, meravigliosa, enorme. Voglio riprendermi questo Cile, che d’ora in avanti non sarà più quel lembo di terra infinitamente distante legato a ricordi tristi, ma il primo passo verso un mondo più ampio. Perché di qui a breve, spero un anno, voglio andare in Giappone, e poi chissà dove, magari in Africa, magari in Nuova Zelanda.
Credo ci si leggerà, non so se qui o solo altrove; ho in progetto un articolo sulla cosa, che se tutto va bene leggerete tra una settimana. Andremo a Santiago, e poi i dintorni de La Serena, La Silla, e Paranal. Poi, qualche giorno a Valparaiso, e si torna indietro. Un viaggio per lo più astronomico, ma con l’aggiunta della realizzazione di un mio sogno di bambina: ho sempre voluto vedere il deserto. Nelle mie fantasie era il Sahara, ma sarà Atacama, uno dei posti più desolati al mondo. È in questi luoghi dove l’uomo è ospite sgradito, dove alla fine persino la vita fatica tantissimo a trovare una via, che io mi ricarico dalle brutture del mondo.
Le valige sono pronte, io, più pronta di così, lo so, non lo sarò mai. Non resta che partire.

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2 risposte a Il mio viaggio in Cile, spiegato (Il Post cit.)

  1. Stella Chiaravalloti scrive:

    Cara Licia, tu sei la Sofia dei tuoi libri: ha paura di volare e per lei gli aerei sono dei tubetti di dentifricio, ma dentro ha un drago, il più maestoso e forte di tutti; tu hai le ali della fantasia che ti permettono di fare tutto ciò che vuoi,hai tantissimi lettori che ti sostengono in questo viaggio. Perché cosa sarebbe un mondo senza te, Licia? Senza la tua fantasia e i tuoi libri pieni anche di saggi insegnamenti? Chi sarei io senza di te, che tramite i tuoi libri mi ha insegnato a leggere, a scrivere e mi hai donato tantissima fantasia senza la quale non sarei come sono, oggi. Grazie mille Licia e buon divertimento I <3 U

  2. Carlo scrive:

    Riuscire a superare le proprie paure e non farsi bloccare non è da tutti.. in bocca al lupo.
    Vedere quei luoghi, quel cielo, un eclissi… vorrei essere con voi, ma è il “vostro” viaggio, non voglio disturbare :-)
    Aspetto l’articolo però, e perché no: il prossimo libro, che sarà “diverso”.

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