Archvi dell'anno: 2020

Quando potrò di nuovo vedere il mare, e farmi una lunga nuotata in solitaria tra i pesci.
Quando potrò semplicemente nuotare, per il puro piacere di sentire il corpo che fende l’acqua preciso.
Quando potrò mettere di nuovo i tacchi, o un vestito che mi piace, per uscire.
Quando potrò di nuovo mettere piede su un aereo, e avere paura, e piangere al decollo, e poi atterrare e dirmi che ne valeva comunque la pena.
Quando potrò prendere un treno, infilarmi le cuffie nelle orecchie e lasciarmi soltanto trasportare dai binari e dalla musica, anche solo come le ultime volte, quando ero un po’ tesa e avevo paura anche lì.
Quando potrò muovermi nella folla isolandomi da tutto con la musica, sgusciando nella città come un pesce in un acquario, persa in un mondo mio, ma comunque intrecciato a quello di tutti gli altri.
Quando potrò guardare in faccia una persona con cui lavoro o che conosco senza mascherina o uno schermo di mezzo.
Quando potrò viaggiare per lavoro e incontrare gente che non conosco, lasciarmi stupire da quel che posso imparare da loro, tessere legami che forse finiranno in collaborazioni future, o in amicizie, o forse si esauriranno in una semplice serata piacevole.
Quando potrò mettere piede fuori da qui solo perché mi va, e ricominciare a passeggiare senza meta, col semplice gusto di farlo.
Quando riuscirò a uscire da questa scatola mentale, in cui tutto si somiglia e si ripete identico, in cui anche le idee, l’ispirazione, la voglia di fare, si rattrappiscono.
Quando smetterò di avere sempre paura.

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La Cura di Licia (sì, è una citazione)

La quarantena, in questa forma che abbiamo conosciuto fin qui, sta per finire. Lo so che dal 4 maggio, per noi comuni mortali, non cambierà pressoché nulla, ma non ha importanza: cambia la percezione delle cose. Il 4 maggio è una data simbolica. È l’inizio di quella “nuova normalità” che è diventato il nuovo mantra. Che somigli incredibilmente alla vecchia quarantena è un dettaglio.
È un po’ che mi interrogo su queste settimane chiusa in casa e su questo dopo misterioso di cui non sappiamo molto, in primis quanto durerà. E ho realizzato un paio di cose: che all’inizio l’ho presa malissimo, e non credo comunque di esserne fuori, perché io non ne sono mai fuori. Basta sempre poco per farmi uscire di brocca. Ma sono riuscita anche ad adattarmi più rapidamente di altra gente. vedo in giro fare discorsi che mi sarebbero appartenuti un paio di settimane fa, ora non più. Ora ho fatto la tana nel mondo pandemico e mi sono adattata. Fino al prossimo capovolgimento di cose, ovvio. Poi ho capito che questo tempo – che, se lo guardo adesso, mi sembra essere passato rapidissimo, quasi non fosse esistito affatto – l’ho passato a fare cose che non mi appartengono. Proprio come fosse stato una sospensione della mia vita solita, ho scritto pochissimo (al netto, solo questo), lavorato lo stretto indispensabile, e fatto cose che non avevo mai fatto, o fatto poco, prima. Ho letto tantissimo ad alta voce, che non è il mio mestiere, ovviamente. Ma mi piace, mi dà una mano a mettere ancora a posto la dizione, e allora lo faccio, perché sì, anche se leggo male, come si intitola la rubrica su Instagram. Ho fatto foto. Che non è il mio mestiere. Direi che è evidente dai risultati. Ma siccome non riuscivo a dire quel che sentivo con le parole – un fatto assolutamente inedito e terrificante per me, credetemi – potevo farlo con le immagini. Mi lamento spesso, di recente, di fare poche foto, di non cercare di crescere in quest’ambito, e stare chiusa in un posto che conosco benissimo mi è parso un buon modo per esercitarmi. E anche qui, chissene dei risultati.
Ma, soprattutto, ho tradotto. Ho tradotto tutto intero un libro, The Hollow Boy, terzo libro della saga di Lockwood & Co. di Jonathan Stroud che, come credo sia ormai noto urbi et orbi, è il mio scrittore fantasy preferito (lo sapete che ha partecipato ai Libri sul Comodino dell’ultima puntata di Terza Pagina? Sapevatelo! :P ). La saga di Lockwood l’adoro, in Italia sono stati tradotti solo i primi due volumi, The Hollow Boy è forse il mio preferito, e allora l’ho fatto. L’ho fatto perché da sempre avrei voluto tradurre. Ho avuto vaghe esperienza con la cosa, in passato. Già a scuola, tradurre dal latino mi dava un piacere strano. Perché io non volevo solo fare la versione: volevo scrivere una roba che avesse senso pure in italiano, non quelle cose tradotte male che non hanno né capo né coda. Era come risolvere un puzzle: non solo cercare le parole sul dizionario, ma cercare la parola giusta che rendesse il senso del testo, e al tempo stesso suonasse bene nel contesto. Riscrivere, forse, coi limiti del caso. Quel piacere lì, l’ho ritrovato quando ho iniziato a imparare meglio l’inglese. Col francese è un po’ più facile: la struttura della frase è quella, molto simili all’italiano, il puzzle è più semplice. Con l’inglese no. La distanza è maggiore. Non puoi tradurre uno a uno, perché non avrebbe senso: devi risolvere la frase come fosse un enigma, mettendo assieme il senso, la comprensibilità e lo stile.
Prima di quest’impresa, in vita mia avevo tradotto solo due cose: un piccolo libro, che però non è mai stato pubblicato per vicende varie per cui, nonostante avessi finito il lavoro, non sono arrivata alla firma del contratto, e i testi di alcuni siti, tra cui una pagina di Wikipedia. Quindi io non traduco. Non è il mio lavoro. Ho fatto quel che ho fatto, di nuovo, perché ne avevo bisogno.
Innanzitutto, perché ho scoperto che mi distraeva tantissimo. Quando mi mettevo lì a tradurre, non c’era altro, e in una fase in cui concentrarmi su un lavoro creativo mi richiedeva uno sforzo sovrumano, perché l’unica cosa cui riuscivo a pensare era l’ansia che avevo addosso, la paura sorda di un futuro inconoscibile, ma che mi appariva comunque tremendo, è stata una vera e propria ancora di salvezza. Una sera mi sono messa lì a lavorare a mezzanotte; non riuscivo a dormire, mi veniva da piangere ed ero spaventatissima. Mi sono seduta alla scrivania, e mi sono fatta portare per mano dalla storia. E ha funzionato. Un’ora così, sono tornata a letto, ho messo la testa sul cuscino e mi sono addormentata.
Poi, quando ho iniziato a stare un po’ meglio, mi sono accorta che tradurre mi aiutava anche in un altro senso. È una specie di forma di scrittura a bassa intensità. Non devi inventarti una storia, creare un mondo, spremerti per raccontarla, facendo per altro appello a emozioni delle quali, in quel momento, mi sentivo completamente prosciugata. Devi farti guidare da un altro, e rifrasarlo. È stata come una cura, per me. È stato come reimparare ad avere a che fare con la fantasia, che mi si era d’improvviso disseccata, come succedeva quando ero adolescente, volevo scrivere, e non mi fidavo di nessuna storia mi venisse in mente per farlo. È stato importante fosse una storia che amavo; l’effetto che aveva su di me, di profondo piacere, mi ha ricordato l’importanza delle storie, dell’ascoltarle e del narrarle.
Infine, quando ormai la voglia di raccontare cose mie mi è tornata, mi ha permesso di godere più profondamente di una storia che amo. Quando leggi un libro per puro piacere, soprattutto se è in un’altra lingua, qualcosa ti sfugge sempre. Ma se lo devi tradurre, non ti puoi distrarre, devi stare attaccato ai punti e alle virgole, e quel termine, che in prima lettura avevi vagamente capito e non avevi approfondito, perché tanto il senso lo avevi colto, ora lo devi per forza comprendere meglio che puoi. Ho scoperto preziosismi di stile che prima avevo perso, metafore geniali che non ricordavo e che mi facevano scendere i brividi di piacere giù per la schiena. È stato come vederlo al microscopio, ma senza perdere lo sguardo d’insieme, come navigarci dentro, immergercisi e godere della sensazione di stare sott’acqua, una delle cose che più amo nella vita.
Ora, ho finito. Sono 420 venti pagine che nelle mie intenzioni forse un giorno leggerà mia figlia – stiamo leggendo assieme il primo, La Scala Urlante – ma più probabilmente non leggerà mai nessuno. Perché non è questa la ragione per cui l’ho fatto. È stata la mia cura, null’altro. La Cura di Licia, per parafrasare un altro libro amato, La Cura del Gorilla di Sandrone Dazieri. E so che andrò avanti. Tradurrò quello dopo e così finché avrò voglia, perché mi aiuta, e credo di averne ancora bisogno, anche solo perché mi tiene un po’ lontana dai social, che in questo periodo mi fanno più male del solito.
Le storie ci salvano, è questa la verità, e a volte lo fanno in modi che non avremmo mai immaginato. Questa storia oggi ha salvato me, e non potrò mai dimenticarlo.

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Cose che ho fatto in quarantena

Davanti a noi abbiamo almeno un’altra settimana di quarantena stretta, e poi un tempo indefinito in cui ci toccherà comunque stare in casa più del solito.
Arrivo lo stesso in ritardo, ma per questi giorni vi faccio comunque un breve riassuntino di robe che ho fatto/sto facendo in questo periodo.
C’è sempre il Diario Cileno, per chi ancora non l’avesse letto, gratis a questo link e al costo simbolico di un euro su Amazon.
Ho scritto anche un breve racconto post-apocalittico, in cui più che altro ho voluto esprimere l’amore che provo per il posto in cui vivo, e che in questo momento mi è precluso come il 99% della roba che sta fuori dalla mia porta di casa. Lo potete leggere qua. Se preferite, potete ascoltarlo dalla mia viva voce in questo video su Youtube.
Sul mio canale di YouTube sto anche cercando di caricare i video delle letture di questo periodo. Vado lenta, lo so, scusate. In quarantena il tempo mi passa più rapido di quando sono libera :P .
Infine, ho messo su un progetto fotografico sulla quarantena; niente di che, le solite foto sceme, con le quali però sto cercando di raccontare come mi sento, come è cambiato il mio rapporto col mondo e anche con la mia casa, con me stessa, persino. Le didascalie sono in inglese, perché, boh, pensavo che a un certo punto a uno che dall’estero leggesse cosa stava succedendo in Italia potesse interessare sapere come vive la gente che per fortuna ancora non ha fatto i conti direttamente col virus (o forse sì, nessuno di noi lo sa, in verità). Su Facebook sto provando a ripostare pian piano tutto anche in italiano.
La storia in questo periodo non la sto certo facendo io, ovviamente. Ma non credo che quel che abbiamo fatto e stiamo facendo in questo periodo non abbia importanza, o meriti di andare perduto. Per me la vita è soprattutto esperienze, è il momento che sto vivendo, e voglio ricordarlo. E poi, se anche mezza di queste cose qua vi fa sorridere, vi distrae, o anche riflettere senza troppe ansie, credo non sia stato inutile. Enjoy in ogni caso :) .

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Riflessioni sparse

All’inizio di tutta questa storia, quando la mia ansia era oltre i livelli di guardia, mi si fece notare che il problema non era tanto il virus o la situazione, ma io e come la stavo prendendo.
Ecco, quella cosa, che allora non capii a fondo, ora si applica a tutta intera la nostra società. La stiamo prendendo malissimo, ma nel senso che il nostro prenderla così male, un po’ da tutti i lati, ci sta attivamente allontanando da qualsiasi possibile soluzione a una situazione sì brutta, ma che si è ripetuta infinite volte nella storia dell’uomo, che è connaturata alla nostra esperienza da quando abbiamo avuto quella gran bella idea di smettere di essere cacciatori e raccoglitori, e metterci a fare gli agricoltori e i pastori.
La nostra società è preda da settimane di una crisi isterica generalizzata, basata sul fatto che a nessuno di noi era mai capitata una cosa del genere, e che se n’era persa persino la memoria storica. La spagnola, l’ultimo grande evento simile a quello che stiamo vivendo, dista cento anni pari pari, piuttosto pochi, a ben vedere; eppure, finita, l’abbiamo abilmente rimossa e infilata nel cassetto delle cose che abbiamo arbitrariamente deciso non potessero più capitarci.
Del rapporto schizofrenico delle società moderne con la scienza ho già detto: o prevale il complottismo, che è uno scimmiottamento della scienza, oppure la scienza diventa la nuova divinità laica che tutto sa e tutto può. Eh sì che ce l’avevano detto: non sappiamo molte più cose di quelle che conosciamo, la scienza non ha tutte le risposte, e, quando ne trova alcune, ci mette tantissimo tempo e sono tipicamente risposte limitate nel tempo e nello spazio. Ma no; le epidemie sono cose morte e sepolte, perché abbiamo gli antibiotici, i vaccini e i medicinali. E allora quel che è successo è che abbiamo perso la capacità di accettare di non sapere le cose.
Non sappiamo la letalità del virus, non sappiamo come si diffonda, non sappiamo quanto sia contagioso, non sappiamo quali sintomi abbia, non sappiamo come si cura. E questa cosa ci manda ai matti. Perché per gli ultimi ottant’anni abbiamo vissuto in un’illusione di certezza cui ci siamo assuefatti: nonostante tutto quel che ci dicevamo, sapevamo dove stavamo andando, anche quando avevamo la certezza che la strada fosse sbagliata (vedi cambiamento climatico, per dire). Così, alla prima incertezza vera, alla prima battuta d’arresto, siamo rimasti tutti di sasso.
Cerchiamo disperatamente certezze: sapere quando finirà, sapere come finirà, che fine faranno i nostri progetti, quel che facevamo prima. E non avendo risposte, ci creiamo come sempre degli idoli: i runner che escono e spargono il contagio, le code sulle strade – causate semplicemente dai posti di blocco che abbiamo voluto per essere sicuri che tutti rispettino la quarantena – di chi si suppone vada in vacanza, i complottismi e ogni sorta di idea bislacca su come evitare il contagio. Ora come ai tempi della peste di Manzoni, e prima ancora quella del ’300, e poi ancora più indietro. Ogni volta lo schema è sempre più o meno quello. Ci credevamo moderni, ma siamo come i nostri antenati: preda di malattie sconosciute, e proni alla superstizione.
Ovviamente, ci sono domande che è giusto farsi: chiedersi di chi sia la responsabilità della tragedia italiana, che al momento non ha eguali nel mondo, domandarsi dove abbiamo sbagliato, o come proseguire da qui in avanti. Tutto giusto. Ma il senso di catastrofe che emerge dai social, persino dagli sguardi da gatto paralizzato dal terrore davanti alla macchina che lo investirà che ognuno di noi sfoggia mentre va a fare la spesa, beh, quelli non servono a niente.
Ci è capitato perché sì. Ok, ci sono indubbiamente errori che abbiamo compiuto che hanno portato alla pandemia. Ma saremo tutti d’accordo che son ben veniali rispetto al prezzo che stiamo pagando. Quindi è capitato perché capita. Non ne sapremo ancora a lungo, e nel frattempo c’è una sola cosa da fare. Accettare la situazione e adattarsi.
Pensavo che ci avrei messo una vita ad adattarmi a stare sempre dentro casa, a fare due ore di fila al supermercato, a convivere con la consapevolezza che i miei cari possano morire e la causa della loro morte possa essere io. E invece ci ho fatto i conti. Ieri, con la mascherina, in fila dal salumiere, canticchiavo Lady Gaga che stava passando alla radio. Mi sono inventata una nuova routine per la giornata, sto pensando a nuovi modi per fare spesa che non passino dal supermercato. Non penso mai a quando tornerò al ristorante, a fare presentazioni, ad andare in vacanza. Accetto l’oggi per quel che è.
Certo per me è facile. Sono entrata in questa quarantena con tutte le facilitazioni possibili e immaginabili e con un solo handicap. C’è gente che vive in condizioni intollerabili, e ovviamente occorre fare tutto il possibile perché questa gente possa uscire viva e in salute da questa epidemia – perché non si muore solo di COVID, in questo periodo, ma ci piace dimenticarlo -, ma per il resto, la vita ci ha dato molti limoni, da un giorno all’altro. Possiamo star qui a piangere, o farci una marmellata, o tanta limonata. Ci si adatta; l’homo sapiens non sarebbe arrivato fin qua se non sapesse adattarsi pressoché a tutto. E ci si adatta pure a vivere nell’incertezza. Perché la verità è che l’incertezza è sempre esistita. Non abbiamo mai saputo davvero niente, ma ce la raccontavamo. Ora non possiamo raccontarcela più, meglio farci i conti.
Ho avuto un sacco di problemi, nella mia vita, con la spiritualità, chiamiamola così. È un aspetto ineliminabile del mio essere, ma è anche qualcosa che non riesco ad accettare così, senza star lì a farmi duemila problemi e domande, a credere e basta. Non sono io, semplicemente. Ma se c’è una cosa che alla fine mi piace del modo in cui l’ha Chiesa ha deciso di stare accanto alla gente in questo periodo, è che non ti dice “passerà” – continuo a odiare l’hashtag “andrà tutto bene”, quando in realtà per milioni di persone le cose sono già andate malissimo -, non ti promette che Dio stenderà il suo braccio e da domani si torna alla normalità, qualsiasi cosa significhi – a parte un paio di cadute di stile qua e là in questo senso -. Ti dice invece che la sofferenza, nel suo complesso, non si può eliminare. Si può alleviare, le puoi sfuggire un certo numero di volte, ma prima o poi ti acchiappa e non potrai scappare. E allora potrai solo stringere i denti, sapere che non sei solo, e dirti “adda’ passa’ a nuttata”. Sì, quel che dice Eduardo in Napoli Milionaria. Devi passare attraverso la tempesta, perché non c’è altro modo. La devi accettare, perché questa è la vita. O così, o strappi il biglietto, come diceva Ivan ne I Fratelli Karamazov, e io, nonostante tutto, quel biglietto me lo voglio ancora tenere molto caro.
Ecco. Io penso che dovremmo stare tutti un po’ più calmi. Insistere per ottenere dai nostri governanti tutto il possibile, ma smettere di cercare l’impossibile. È già successo, succederà ancora. Siamo fragili, bella scoperta. Ma non è che non lo fossimo prima: prima ce lo potevamo negare, ora non più. Non andrà tutto bene. Ma andrà, come è sempre andata.

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Un racconto con tante premesse

In questi giorni ho avuto problemi a scrivere. Non mi riusciva. Ero sopraffatta dagli eventi, piena di ansia, non riuscivo a concentrarmi e dormivo male. Mi sono allora concessa la mia cura: ho fatto quel che mi faceva stare bene, e quel che mi faceva stare bene era tradurre uno dei miei libri preferiti e farmi andare via la voce a furia di letture pubbliche di brani miei e di altri che molto amo. Non mi sono forzata, ho lavorato piano su progetti che sentivo alla portata delle mie energie in quel momento. E alla fine ha funzionato. Pian piano, mi è tornata la voglia di usare parole mie, e non quelle altrui. Mi è venuta un’idea stupida e banale, e non sono stata lì a preoccuparmi; quando ho avuto voglia, l’ho scritta. L’ho fatto solo per ristabilire un contatto con quella parte di me che per lunghi giorni temevo addirittura perduta. L’ho fatto per riprenderci la mano, per dimostrare che potevo ancora farlo, e che addirittura potevo scrivere, in modo comunque inventato, di quel che sentivo. Il risultato sta qua sotto, per chi vorrà. Ma prima, alcuni disclaimer:

1. l’autore vive sempre nel suo mondo. E il mio mondo, adesso, è la quarantena. E quindi i riflessi della situazione che sto, stiamo vivendo, si colgono in quel che ho scritto. Questo significa che è una storia molto triste, anche se, nelle mie intenzioni, dentro c’è una disperata speranza. Quindi, se lo leggete, fatelo se davvero avete voglia di reggere una cosa sostanzialmente deprimente.

2. l’autrice che è in me raramente parla direttamente del qui e ora. Il mio immaginario è e rimane l’invenzione. Quindi, il mondo di questo racconto non è il nostro e non vuole esserlo. Io non credo che finirà così, assolutamente; anzi, più passano i giorni, più mi sembra di riuscire a ragionare fuori dall’ansia e dalla paura, e vedo praterie di spiragli per il futuro. Li dovremo saper cogliere, certo, ma che ne usciremo per me è certo. Ma non era quello che mi interessava raccontare qui. Per cui non pensate che sia una pessimista cosmica.

3. quel che volevo raccontare, invece, è il mio rapporto viscerale col luogo in cui vivo, l’amore che provo per questi colli e la nostalgia enorme che mi genera non poterli vivere fino in fondo, come ho fatto in questi anni. Tutto qua. È un atto d’amore per i Castelli Romani, per il Tuscolo e tutto ciò che significano per me.

4. lo so che un racconto che ha bisogno di tutti ‘sti preamboli nasce male. Un’opera di fiction dovrebbe generare interpretazioni, non essere ingabbiata da quella dell’autore. Ma viviamo tempi duri, e ho sentito di dover fare tutte queste raccomandazioni perché siamo fragili, e io non voglio far del male a nessuno con le mie parole. Non esagero, perché tantissime parole in questi giorni hanno fatto male a me. Per il resto, è un’esperimento, prendetelo come tale. Grazie a chi leggerà.

Una corsa nel bosco

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The Mandalorian: semplice semplice

E finalmente, si può parlare di The Mandalorian. Vorrei tantissimo sapere perché la Disney ha ritardato così tanto l’arrivo del servizio in Europa, ma vabbè, è andata così. Tutti hanno già commentato, tutti hanno già visto, che senso hanno queste mie righe? Nessuno, mi sa, ma tanto mi sto specializzando in risposte a domande che nessuno ha mai posto, tipo Lisa Simpson.
All’epoca della sua uscita americana, tutto il dibattito sulla serie alla fine verteva sul fatto che The Mandalorian batte Episode IX otto miliardi a zero. Pure io un po’ ci sono cascata dentro, perché da un lato avevo scarsissime aspettative su Episode IX – cosa che forse alla fine mi ha permesso di godermelo con mente leggermente più sgombra – dall’altro, inspiegabilmente, le avevo altissime su The Mandalorian. Non so perché. Di Boba Fett e dei suoi epigoni mi è sempre fregato pochissimo. L’unica incursione seria nell’universo di Star Wars senza i suoi protagonisti principali, Rogue One, mi aveva più che altro irritata. E dunque perché aspettavo una cosa che è in sostanza la crasi di queste due cose? Lo sa il cielo. Ma ci credevo tantissimo, e tutto quanto ho letto e intravisto in questi mesi mi ha solo confermata nel mio hype. E quindi, alla fine?
E quindi alla fine occorre fare molte premesse. The Mandalorian si prende delle libertà rispetto al prodotto Star Wars medio non perché Favreau & co. siano chissà che geni temerari, ma perché è un oggetto a rischio quasi zero: è uno spin-off su un personaggio di cui manco si parla nella saga principale, è una serie tv dal formato pure atipico, in sostanza è un teaser di lusso per il servizio Disney+. È ovvio che in una cosa del genere, una specie di easter egg per fanatici del brand, fosse possibile osare appena di più. Inutile dunque fare confronti con Episode IX, che invece fa parte del ramo principale del franchise e si tirava dietro aspettative gigantesche. Tra l’altro, queste grandi libertà si riducono a una colonna sonora atipica – ma, ve lo dico, da urlo – e una serie di scelte inconsuete, tipo che praticamente nessuno ha un nome, il protagonista lo vedi in faccia dieci secondi su quattro ore totali di screen time e i dialoghi dell’episodio medio entrano su uno di quei fazzolettini che ti danno al bar assieme al caffè.
Sì, non c’è niente di davvero originale in The Mandalorian. Sì, è la fiera della citazione, da Kurosawa a Lone Wolf & Cub. Sì, promette più di quel che mantiene, ed è in soldoni un grandissimo gioco di prestidigitazione, volto a coprire con tanto fumo che l’arrosto sono 50 gr di fettina di vitella ben cotta. Ma è un problema? No. Non ce ne frega niente che è tutto già visto e semplicissimo, non ce ne frega niente che ci stanno infinocchiando per l’ennesima volta, e non ce ne frega niente per due motivi: che è tutto fatto coi sacri crismi, a parte due o tre cose, e Baby Yoda.
The Mandalorian non sta là a sparare alto. Ti vuole divertire con una storia basica, ma forte: stronzo che ritrova la sua umanità – forse – grazie a un bambino. Tutto qua. Ma inizia subito col botto, dandoti più o meno tutto quanto uno si aspetta da Star Wars: esotismo, avventure, e gente che scoatta. E come scoatta il Mandaloriano, almeno in metà episodi, solo Han Solo dei bei tempi. C’è tutto: ci sono i pupazzoni, ci sono le frasi storiche – al secondo episodio io e Giuliano già commentavamo con “this is the Way” e “I have spoken” – le astronavi, e i blaster e tutto quello che desideri. C’è, lo ripeto, perché siamo nell’eccellenza, una colonna sonora che azzecca il refrain epico e che comunque è declinata alla grandissima, con echi western ed elettronici inusuali per il canone di Star Wars ma assolutamente perfetti per ricreare quell’atmosfera retro-scifi che tanto sta bene sull’ambientazione. E c’è spesso anche una regia che non si nega qualche guizzo qua e là. E quando c’è tutto questo, perché uno dovrebbe desiderare l’originalità? Ma poi, cos’è l’originalità? Avere un’idea nuova? O saper cavare il sangue dalle rape degli archetipi più triti, permettendoti ancora una volta di perderti nella galassia lontana lontana? Dalla risposta a questa domanda dipende l’apprezzamento per questo onestissimo pezzo di artigianato che, lo confesso, io ho adorato. Nei suoi limiti, che percepivo in ogni episodio, nella sua banalità, pure. Ma mi interessava del Mandaloriano, mi interessava del Bambino, mi interessava di Quill che ancora spero non sia morto, e mi interessava anche del droide, dannazione. Mi interessava di tutti, e, finita la visione, ho continuato a pensarci, e quel mondo, il mondo di frontiera del Mandaloriano, il suo curioso codice d’onore, stanno ancora con me. È tutto qua. E non è facile ottenere questo risultato, tanto meno con una storia così basica e personaggi così tagliati con l’accetta. Ma Favreau c’è riuscito. La risposta alla domanda di Poe in Episode IX, quando si trova da solo a dover comandare la Resistenza: come facevano prima di me? Ed è facile vedere JJ in trasparenza a quella domanda. Beh, non lo so JJ come facevano, o avrei azzeccato la formula anch’io, ma Favreau c’è andato tanto vicino.
Ma dicevo che c’è un altro elemento: Baby Yoda. Ora, la pucciosità è sempre stata insita in Star Wars. I droidi sono pucciosi, i porg sono pucciosi, Babu Frik vuole essere puccioso. Ma la pucciosità di baby Yoda è fuori scala. Credo neppure alla Disney avessero capito che razza di bomba avevano tra le mani, e infatti i pupazzetti sono arrivati in ritardo. Baby Yoda è il deus ex-machina che redime The Mandalorian da qualsiasi eventuale vaccata: anche se l’episodio fosse una palla micidiale, basta che Baby Yoda tira giù le orecchie e tu hai gli occhi a cuore, e chissene del resto. È un colpo basso? Bassissimo. Ma funziona. È una strizzata d’occhi al fandom che manco JJ, ma il fandom ci casca, e dunque, dov’è il problema? Io già vorrei lo studio farcito di Baby Yoda che escono da tutte le parti.
Ultime due osservazioni: dopo anni di serialità che pareva aver ragione d’essere solo nell’esistenza di una trama orizzontale spintissima, cosicché se entravi già al secondo episodio non capivi niente, ho molto apprezzato che The Mandalorian proceda così, a braccio, con una trama orizzontale flebilissima. Ogni tanto fa piacere vedere episodi autoconclusivi, godersi una storia che in mezz’ora inizia e finisce. Certo, il gioco è bello finché dura poco, e in effetti un paio di episodi centrali sembrano più un riempimento che altro – tipo l’evasione dei tizi dalla galera, che è un’idea interessante, ma i tipi sono tutti così insopportabili che ho faticato ad arrivare fino in fondo senza sperare che il Mandaloriano li seccasse tutti nei primi cinque minuti – ma in linea di massima funziona. Funziona molto anche che finalmente la Forza ha delle regole chiare. Baby Yoda può farci un sacco di cose fighe, con la Forza, ma poi si stanca, cade addormentato e buonanotte ai suonatori. Molto semplice, certo, ma efficace nell’evitare che la Forza onnipotente ammazzi l’intreccio. Sì, JJ, qui bastava così poco.
Quindi, che dire? Per quel che mi riguarda, datemene ancora. Sarò di gusti semplici e di bocca buona, ma ho apprezzato la pietanza. Sempre più spesso, a colpirmi non è la roba stratosferica con ambizioni altissime, ma i prodotti semplici e ben fatti, in cui, per miracolo, si riesce a cogliere ancora un pochino di cuore. Il resto è pretenziosità, l’unico peccato cui The Mandalorian non indulga.

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Diario Cileno

Allora, la cosa è la seguente: quando sono stata in Cile, ho scritto un diario. Non lo chiamerei proprio libro, anche se sta sul centinaio di pagine. È un racconto di quel che ho fatto, delle riflessioni che l’esperienza mi ha stimolato, cose così. Quando l’ho scritto, non avevo grandi ambizioni di pubblicazione, e infatti finora è stato nel mio cassetto. Mi è tornato in mente in questi giorni, perché avevo bisogno di qualcosa con cui occupare la mente, e correggerlo mi sembrava una buona idea. Lasciamo perdere che c’ho messo poco, e comunque, da quando questa storia è iniziata, non ho comunque un attimo di respiro anche se cerco di stare il più possibile tappata in casa, ma ugualmente mi è venuto in mente di renderlo pubblico. Lo faccio quindi adesso. È breve, lo so, ma pensate che ho tirato fuori quasi cento pagine da dodici giorni di viaggio :P . Ci trovate dentro anche qualche foto, perché, non lo so, mi sembrava il modo giusto di raccontare questa storia.
Potete fruirlo in due modi: gratis, al primo link qua in fondo, oppure a un prezzo simbolico di un euro su Amazon.
Prima che partano le ovvie critiche, l’ho messo su Amazon non tanto perché voglia farci soldi, ma perché, in quanto scrittrice, mi fa piacere che le mie cose vengano lette, e Amazon di sicuro è una vetrina migliore di questo blog che è ormai il deserto dei tartari. Se avessi potuto metterlo gratis su Amazon l’avrei fatto, anzi, se voi sapete come fare ditemelo. Comunque, se lo scaricate gratis, mi fa piacere che lo facciate girare. Se vi piace. Se non vi piace, oblio :P .
Bon, buona lettura e alla prossima :)

Link gratuito
Link Amazon

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Un riflessione

Scrivo questa cosa a cuor relativamente leggero: tutti i discorsi che abbiamo fatto sulla comunicazione allarmistica o meno adesso non hanno più senso. Nell’emergenza ci siamo dentro, e ognuno di noi ha già fatto la sua scelta tra paura e ottimismo. Per cui, mi sento di poter condividere una riflessione su quel che sta succedendo.
Di tutte i vari accidenti che possono capitare a una comunità, l’epidemia è probabilmente quella che più evoca scenari apocalittici e che maggiormente fa paura. Non a caso le epidemie sono al centro di moltissime opere di fiction di ogni genere; anche i film sugli zombie alla fine sono una variazione sul tema del contagio. Ma perché è così?
Qualsiasi altra cosa ci accada, abbiamo sempre qualcosa cui possiamo appoggiarci, ossia il senso di comunità. Una catastrofe naturale, un attentato terroristico, persino una guerra: tutte queste cose molto spesso ci spingono a stringerci gli uni agli altri, a cercare conforto nel lavoro di gruppo e nella solidarietà. Insieme ce la possiamo fare. Je suis Paris, New York, Rome, qualsiasi cosa. Un’epidemia no. Un’epidemia ci tocca nel vero cuore del nostro successo evolutivo sulla Terra: la nostra capacità di cooperare. Solo perché siamo in grado di creare società complesse siamo arrivati dove siamo arrivati. Persino quando eravamo cacciatori-raccoglitori e la nostra storia era agli albori, già allora la nostra arma vincente è stato certo il nostro cervello, ma anche la nostra capacità di fare gruppo. Siamo programmati per essere esseri sociali, e non solo perché nessuno di noi, senza avere contatti con gli altri nostri simili, potrebbe sopravvivere: non sappiamo procacciarci il cibo da soli, non sappiamo farci i vestiti da soli, non siamo in grado di curarci da soli. Ma anche perché la socialità ci serve anche da un punto di vista meramente psicologico, perché è sulla fiducia nei confronti dell’altro, sui rapporti che con l’altro sappiamo tessere, che sono basate tutte le attività produttive dalle quali la nostra vita ora dipende. L’epidemia ci tocca propria là: insieme non si vince l’epidemia. L’epidemia distrugge il tessuto sociale, dilania quanto di più caro abbiamo: l’idea che la nostra casa sia un posto sicuro e i nostri cari un rifugio. Non c’è un noi contro il quale fare gruppo, perché il nemico siamo noi stessi: ognuno di noi può portarselo già dentro, e diventare minaccia per gli altri. O gli altri possono essere una minaccia per noi stessi. Non ci si saluta più, si cammina a testa bassa su lati opposti della strada, siamo di nuovo soli, e lo siamo di fronte a una natura che d’improvviso percepiamo come incurante di noi. E sì che la natura di noi se ne frega sempre, solo che non ce ne accorgiamo, nel nostro mondo tecnologico e iperconnesso.
Non voglio con questo dare giudizi di merito su quel che sta succedendo o fare profezie sul futuro: nessuno lo sa, e in verità non lo sappiamo mai. Avete mai visto un economista prevedere un crollo della borsa? Un politico prevedere la svolta autoritaria? Nessuno di noi sa mai cosa succederà. Solo che adesso siamo spaventati, e allora vorremmo certezze, e capiamo d’improvviso una verità essenziale, che esiste da sempre: che il mondo è un posto infinitamente complesso, e quindi il futuro non lo possiamo prevedere. Mai. L’epidemia – che, val la pena ricordarlo, esiste da quando l’uomo ha iniziato a praticare la pastorizia e siamo bene o male sempre sopravvissuti – ci rivela al mondo e a noi stessi. Ci piaceranno le risposte che troveremo? Non credo, ma comunque potremo farne tesoro.
Per il resto, io sono andata a passeggiare sul Tuscolo, oggi, ho incontrato due persone e per il resto c’era solo una natura muta e bellissima, gli uccellini che cinguettavano e un cielo blu che faceva spavento. E in questa assoluta noncuranza da parte del bosco nei confronti di tutto quel che succede a noi, come al solito, mi sono sentita confortata. C’è tanta bellezza, al mondo, che ci sopravviverà in ogni caso.

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Star Trek Picard. Solo i cretini non cambiano mai idea.

A volte tocca cambiare idea. Questa è una di quelle. Mi ero già espressa in passato su Picard, la nuova serie di Star Trek, ma l’avevo fatto dopo aver visto solo la prima puntata. Adesso siamo a sei, quindi due dalla fine, e possiamo iniziare a tirare delle somme un po’ più circostanziate. E mi duole dire che purtroppo non ci siamo. Vaghi spoiler a seguire.
La prima puntata era stata promettente, ma tutto ciò che si poteva dire era che l’atmosfera era azzeccata e anche il ritmo non era male, visto che c’era un discreto colpo di scena piazzato a tradimento più o meno a metà episodio. Le promesse di questi primi 45 minuti, però, non sono state mantenute. Innanzitutto, il ritmo è progressivamente calato, attestandosi più o meno sul soporifero: sei episodi in cui, in sostanza, Picard ha riunito un equipaggio che non sta usando, visto che, arrivato dove doveva arrivare, ha fatto tutto da solo, con un paio di aiuti collaterali ed evitabili da parte dei suoi sodali. Contemporaneamente, assistiamo a una ripetizioni a sfinimento di una serie di scene tutte identiche sul cubo Borg, in cui cambiano solo piccoli particolari, e il cui obiettivo sembra solo far passare il tempo. La quest di Picard si trascina lenta, piuttosto confusa nei suoi intenti, e ugualmente riesce a passare via liscia, senza che mai si tema davvero per la vita del nostro eroe, o dei suoi compagni. Insomma, elettroencefalogramma piatto su tutta la linea.
Ma il vero problema non sarebbe neppure il ritmo; ci sono serie dal ritmo blandissimo, che però riescono a catturarti con altro. Per citare una cosa che ho visto recentemente, e molto apprezzato, The New Pope non ha certo un ritmo indiavolato, e succede al netto ben poco: per questo, tutto il resto – regia, fotografia, sceneggiatura – è clamoroso, perché sta lì la molla che spinge lo spettatore ad andare avanti. Quello, e i personaggi. Personaggi che in Picard, banalmente, sono assenti. Elnor è Legolas ne Lo Hobbit: sostanzialmente inutile e fuori posto. Non mi è ancora chiarissimo perché Picard lo sia andato a reclutare sul suo pianeta, e perché se lo tiri dietro, visto che non lo usa sostanzialmente mai. Jurati al momento imperscrutabile: sembrava il solito personaggio Tilly-like, che dovrebbe suscitare tenerezza ma a me genera solo fastidio, ma le hanno fatto fare una cosa poco comprensibile a metà stagione, che sembra un colpo di scena piazzato là un po’ per stupire un po’ per tirare avanti la trama latitante, e quindi è difficile da inquadrare. Nell’ultimo episodio è anche protagonista di una scena che potrebbe tranquillamente essere uscita dalla penna dei tre sceneggiatori de Gli Occhi del Cuore in Boris: una cosa che sai che ci deve stare, e quindi ce la metti, senza logica e senza motivazioni narrative, sempre che non le tirino fuori ex-post nei prossimi due episodi. Rios mi riesce difficile anche solo darne una definizione: è un capitano belloccio la cui utilità, fin qui, è stata limitata a fare il buffone in una puntata, in un tentativo di far ridere che mi ha generato solo brividi di fremdscham, la vergogna che si prova a vedere gli altri mettersi in imbarazzo.
L’unico personaggio del mazzo leggermente più caratterizzato è Raffi, che è comunque tagliato con l’accetta: ufficiale della Flotta Stellare disilluso dedito a droga e alcol, la cui unica caratteristica che l’affranca leggermente dallo stereotipo è che si tratta di una donna e non un uomo. Però ha il figlio ingrato, che la riporta un po’ in linea con la generale aria da luogo comune a go go. Tralascio tutti gli altri personaggini di contorno, perché contano poco, e per lo più sono fastidiosi.
E arriviamo al piatto forte: Picard. Picard, a differenza di tutte le altre figurine che lo circondano, è un personaggio: ha una storia, fatta di sette stagioni di The Next Generation e quattro film che l’hanno scolpito nell’immaginario collettivo. Non c’era da fare molto; a essere pigri, si poteva prenderlo di peso senza cambiarlo di una virgola, e farlo agire come ai bei tempi andati. Volendo fare un lavoro più di fino, lo si poteva far evolvere nella sua psicologia, in modo tale da mostrare gli anni trascorsi. Io, vi giuro, non ho capito che hanno fatto. Nella prima puntata sembrava un vecchio un po’ disilluso e stanco, che però non aveva perso la voglia di combattere. Dal secondo episodio in poi, diventa pure lui sottile come la carta velina. Inanella in coda una serie di scelte che possono essere spiegate solo con l’essere improvvisamente diventato stronzo. Del resto, come lo vuoi chiamare uno che: arruola per fargli da guardia del corpo un pischello che ha abbandonato al suo destino scomparendo dalla sua vita per anni, senza manco fargli una telefonata per capire come stava; arruola una vecchia collega che ha perso il lavoro per causa sua, e con la quale, idem, è scomparso per anni; quando quella stessa collega dà evidenti segni di sofferenza, la ignora, e anzi la usa solo per poter portare a termine la sua missione. Che dire: applausi, proprio. Uno dice: ok, è diventato stronzo. No, perchè questo passaggio non viene mai mostrato, e anzi Picard è sempre presentato come il solito eroico capitano
Quando mancano una storia e dei personaggi, è ovvio che si cerchi di attaccarsi ad altro, e quest’altro, per Picard, è l’effetto nostalgia. Tutto rimanda al passato, in ogni episodio c’è almeno una citazione di ciò che è stato, e personaggi di TNG spuntano fuori come funghi, a volte appiccicati con lo sputo. È il caso di Sette di Nove, della cui comparsata avremmo fatto sinceramente a meno, essendo utile ai fini della storia come il due di bastoni quando la briscola è spade. Ma tutto questo non basta. Anzi, se possibile, peggiora le cose. Segna in modo ancora più netto e implacabile la distanza siderale tra questa roba e cos’era Star Trek. Star Trek aveva la metà dei mezzi di questa gente, e forse per questo il focus era sulle idee. Ce ne fregavamo che i panorami fossero sfondi dipinti male, che alcuni attori fossero francamente cani senza appello: c’erano delle idee, e soprattutto c’erano dei personaggi. Erano quelli, il fulcro: ti interessavano e divertivano le loro interazioni, ti affezionavi a loro, volevi sapere cosa gli sarebbe successo, e in che modo, la settimana successiva, si sarebbero di nuovo confrontati col diverso, con l’altro da sé. In Picard non me ne frega niente. A parte che il confronto con l’altro e il diverso non è pervenuto, nonostante fosse possibile fare, per esempio, una riflessione su cosa significhi essere umano, stanti le premesse, tutto si riduce a gente che non interagisce, se non in modo goffi e incomprensibili, e fa (poche) cose. E basta. Tutto però farcito da una fotografia che levati, da gran begli effetti e da attori che sanno recitare. Ma non basta.
È incredibile, è la stessa serie di caratteristiche che mi hanno fatto detestare Discovery: un equipaggio di gente messa assieme a caso, e personaggi con le etichette appiccicate in fronte con l’attack. Manca solo tutta l’insopportabile prosopopea della prima stagione, che sembrava dovesse insegnarti La Vita dall’alto di non si comprende quale superiorità morale o cosa. Per il resto, è la stessa, triste minestra riscaldata. Solo che ci hanno fregati tutti, perché ci hanno infilato Picard, che tutti amiamo, e Patrick Stewart, un altro cui non puoi fare a meno di volere bene. Se non ci fosse stato lui, probabilmente sarei anche stata più dura in questa recesione, perché sono delusa, e rattristata. Se poi penso che qualcuno s’è lamentato di quel gioiellino del Dracula di Moffat e Gatiss, che ha ‘sta roba gli dà miliardi di miglia, mi prende direttamente la depressione. Niente, forse sono io ad essere affezionata a un certo modo di raccontare storie che magari non tira più. E mi dispiace, perché questo modo qui che sta lentamente colonizzando la produzione pop televisiva, e ha ormai preso possesso in pianta stabile di quella cinematografica, non mi dice assolutamente nulla, e mi mette solo addosso tristezza.

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Un paio di note sugli aspetti comunicativi della COVID-19

Io lavoro con le parole. Nel mio mestiere non esistono sinonimi e ogni parola ha una specifica funzione, e viene recepita in un certo modo. Se vuoi ottenere un determinato effetto, devi essere preciso. Per questa ragione mi azzardo a parlare di un argomento che potrebbe sembrare piuttosto lontano da me. Sto parlando della comunicazione che è stata fatta e si sta continuando a fare sulla COVID-19, da quando questa storia è partita, all’arrivo del primo – primi due, in realtà… – focolaio in Italia. E lo farò da semplice fruitrice di questa comunicazione, un fruitrice, per altro, con una netta tendenza all’ansia.
Il punto è che tutta questa storia mi pare un caso lampante di comunicazione scientifica non solo fatta veramente a caso, in cui ognuno si è sentito in diritto di poter dire al riguardo un po’ quel che voleva, ma anche portata avanti malissimo.
Si è cominciato con un tempo infinitamente lungo per dare un nome a questa cosa, e non è una questione da poco. Un nome già da solo diminuisce l’ansia, perché contrasta un po’ quel senso d’ignoto. Un nome messo male, poi, può dare informazioni errate sull’oggetto. Ormai tutti si sono attestati su “coronavirus”, che scientificamente non vuol dire pressoché niente, visto che esistono sette diversi ceppi di coronavirus conosciuti che infettano l’uomo, e ognuno provoca una malattia diversa. Meglio comunque di “coronavirus cinese” o “di Wuhan”, che ha portato a tutte le storie di discriminazione ben note. E che per altro non sono cessate neppure ora che siamo il terzo paese al mondo per numero di contagiati. L’OMS ha dato un nome, COVID-19, che non usa nessuno, perché è arrivato troppo tardi e poi, voglio dire, ma che impatto può avere un’asettica sigla rispetto a un nome chiaro come coronavirus?
Dopo di che, abbiamo assistito – e in alcuni casi assistiamo ancora – al carosello degli esperti, ognuno dei quali ha uno stile comunicativo diverso, e spesso dice direttamente cose in contrasto con gli altri. È come un’influenza. No, ha la stessa mortalità della Spagnola. Siamo nei guai. No, è tutto sotto controllo, il rischio in Italia è zero. Qualcuno ha anche iniziato a litigare online sui numeri e la loro interpretazione.
Infine, sono entrati in campo i media generalisti, ed è iniziato tutto un fiorire di “in preda al morbo”, “gli untori”, “l’apocalisse”.
A fronte dell’isteria di massa – per la quale, per altro, non mi sento di incolpare soltanto la gente, visto il livello medio dell’informazione ricevuta – qualcuno ha iniziato a fare marcia indietro. Troppo tardi, ovviamente.
Ora, non siamo né la Cina né l’Iran, siamo un paese libero, e quindi ognuno ha ovviamente il diritto di esprimersi in tutte le forme che vuole. Ma resta il fatto che, se si è figure pubbliche, dotate magari anche di un largo seguito, oppure di mestiere si fa proprio il comunicatore – divulgatore o giornalista che sia -, quando ci si esprime su temi così delicati ci vorrebbero molte cautele. Appunto, cogliere il significato delle parole.
Ieri facevo notare in un post Facebook che in un’intervista (quindi spero ancora che le sue parole siano state riportate male dal giornalista) un esperto paventava “l’apocalisse” circa la futura evoluzione dei focolai italiani, e parlava dei malati asintomatici come “untori”. Queste non sono parole neutre. L’apocalisse è la fine del mondo, non è altro per un occidentale, ed evoca scenari à la Io Sono Leggenda, citatissimo infatti in questo periodo. Per una persona qualsiasi, l’apocalisse in riferimento a un’epidemia è il collasso della società, i morti in strada e i lazzaretti. Idem per untore: Manzoni ci insegna che gli untori volontariamente andavano, secondo la vulgata popolare, a spargere il morbo in giro. Non c’è un altro significato al di là di questo, ed è un significato che tutti conosciamo molto bene, perché I Promessi Sposi li leggiamo a scuola. Quindi, l’articolo paventa che quegli stronzi che hanno il virus e non lo sanno – per inciso, non lo possono sapere, perché non hanno sintomi e non esistono test commerciali per il SARS-CoV-2 – vanno in giro volontariamente e causare il collasso della società per come la conosciamo. Moriremo tutti. E parlare così a gente già spaventata di suo significa fomentare il panico. Magari involontariamente, ma è quel che stai facendo.
Non parliamo poi di chi, proditoriamente o semplicemente perché non si è posto la domanda di che cosa un pubblico generalista sappia o meno di virologia, ha usato termini specifici senza spiegarli o ha fatto confronti arditi, magari pure a fin di bene. Lo sapevate per esempio che mortalità e letalità sono due cose diverse? Io no, me l’ha spiegato Il Post, non prima che sentissi numeri che si riferivano all’una o all’altra senza citarle e senza spiegazioni di sorta. Anche i confronti col colera, l’ebola e la spagnola andrebbero contestualizzati, e, ancora, spiegati.
Ma tanti in fondo ai loro articoli hanno scritto “niente panico”, come fosse una specie di parola magica. Mi riempi un articolo o un video di messaggi allarmanti, poi però mi dici che non mi devo far prendere dal panico, e tutto torna a posto. Ma non è così che funziona. È la tua comunicazione che deve essere rassicurante – se c’è da rassicurare, ovviamente – perché è quello che induce alla calma, non la frasetta finale messa lì tanto per. Non fai stare meglio uno con un attacco di panico dicendogli “sì, ma stai calmo, che sennò è peggio”.
Direi che da tutto questo casino, comunque, possono emergere una serie di osservazioni. La prima è che esperto non vuol dire buon comunicatore. Essere il miglior scienziato del mondo non implica la capacità di trasmettere il proprio sapere a un pubblico di non esperti. Uno scienziato, di norma, è addestrato a parlare ai suoi pari: se dice mortalità, tutti sanno di cosa sta parlando, inoltre non deve spiegare il proprio lavoro, ma illustrarlo a gente che conosce perfettamente il contesto. Non funziona così quando parli a persone che non sono del tuo ramo; esiste un linguaggio della divulgazione, che è profondamente diverso da quello della scienza, perché ha obiettivi completamente diversi. Chi questo linguaggio non lo conosce, o si tace – non è che tutti dobbiamo fare i divulgatori… – o lo apprende, oppure si affida ai professionisti. Si tratta di figure che fanno da intermediari tra l’esperto e il pubblico, in sostanza i divulgatori e i giornalisti. Io però ho visto esperti con capacità di comunicazione del rischio pari a zero spaccato entrare a gamba tesa nel dibattito pubblico nel mondo più violento e urlato possibile. Comunque, parliamo di divulgatori e giornalisti. Per quel che riguarda i primi, si sono mobilitati, e spesso con esiti ottimi. Una buona comunicazione scientifica dovrebbe essere neutra, attenersi ai fatti, dire ciò che si sa e ammettere con grande onestà quel che non si sa. In caso vengano espresse opinioni, deve essere ben chiaro che siamo nell’ambito delle speculazioni, magari pure esperte, per carità, e non dei fatti. E c’è un sacco di gente che l’ha fatto e continua a farlo egregiamente. In quelli che seguo io, francamente, non ho trovato sbavature. Peccato che spesso si tratti di persone che non hanno un seguito proprio grandissimo, soprattutto fuori dai social. Per quel che riguarda i secondi, che dire; certo, ci sono luminosissime eccezioni – tipo Il Post, tipo Avvenire – ma è pure pieno di gente che se ne è fregata alla grandissima, e ha spinto sul pedale dell’allarmismo, perché la paura è la moneta più spesa dai media da almeno venti anni a questa parte. Terrorismo, malattie, e poi giù a scendere cani assassini, giochi mortali in rete…una gara a chi terrorizza di più, perché è ovvio che una persona spaventata cerca più informazioni, che finiscono per spaventarlo sempre di più, in una spirale in cui a guadagnarci sono quelli che l’informazione la vendono. Anche qua, correre ai ripari ora, quando la gente ha già iniziato a picchiarsi per strada, a saccheggiare i supermercati e a chiedere tamponi orali a caso ai sani, per di più residenti in posti dove il contagiato più vicino sta a 600 km, a che serve?
Seconda questione. Il dibattito, anche fuori dalla rete, si è ormai polarizzato. Lo spazio per chi ha opinioni intermedie sostanzialmente non esiste: o ci sono quelli che la COVID-19 è il raffreddore, o quelli che moriremo tutti male. E siamo tutti ormai prigionieri di questo frame di estremizzazione del dibattito pubblico, anche quelli che in altre occasioni hanno lottato per il Lato Chiaro, diciamo così. Nessuno che voglia accettare che il problema è il frame: che non è possibile fare della buona, onesta, utile comunicazione usando le armi del sensazionalismo e dell’estremizzazione del dibattito. Mi è capitato di parlarne in riferimento ad altre questioni: per esempio, durante gli incendi in Australia, girava tantissimo una foto finta, una mappa con su dei punti rossi che indicavano tutti gli incendi dall’inizio del problema. Tanti la spacciavano per una foto da satellite, perché chi l’aveva fatta l’aveva costruita in maniera tale che fosse facilmente fraintendibile. Era una cosa a fin di bene, no? Era un’informazione errata, che indicava un problema reale, quindi che male c’era? C’era che si trattava comunque di un’immagine non rispondente alla realtà, e quindi, per esempio, era gioco facile per un negazionista del cambiamento climatico dire che si trattava di un falso. Non è così che si fa comunicazione.
Ancora: la scienza va spiegata, perché i suoi metodi, mi spiace tantissimo doverlo ammettere, non sono noti ai più. Vedere due esperti che litigano a colpi di tweet, per di più in un momento di crisi, è uno spettacolo che non spiega assolutamente niente di come funziona la scienza, ma che viene percepito come un “non sanno manco loro cosa sta succedendo”. Che magari è vero, e allora lo si ammette: “non conosciamo il reale tasso di letalità del virus, ci vogliono più dati”, “non sappiamo come evolverà, perché è troppo presto”. Sì, il dibattito è il sale della scienza: la discussione per il declassamento di Plutone a pianeta nano, nel 2006, fu particolarmente accesa, ma avvenne a porte chiuse, davanti a un pubblico che sapeva contestualizzarlo. La gente non sa come funziona la scienza: oscilla tra il considerarla quella roba lì che ha sempre una risposta per tutto o al contrario una cosa in cui nessuno sa mai darti una risposta chiara e la verità non esiste. Per questo, un dibattito del genere è incomprensibile, e non fa altro che spaccare il pubblico in due, tra chi tifa per uno e chi tifa per l’altro, in generale basandosi sul gusto personale o sul principio di autorità.
Infine: tanto cose non sono state spiegate da subito e con chiarezza. Esempio: le quarantene. Ci sono voluti due giorni prima che qualcuno iniziasse a spiegare perché adesso è ragionevole chiudere i focolai, ma intanto la quarantena era già in atto, e nessuno capiva bene perché. Da un lato rassicurazioni che il virus è poco pericoloso, dall’altro 50 000 persone chiuse in casa. Come si mettono assieme queste due cose? Nessuno lo dice. Perché, ancora, si è dato per scontato che fosse un dato noto a tutti: ma no, non lo sappiamo che le epidemie sono pericolose non tanto per il singolo, ma per la collettività e per i soggetti più fragili in essa. E, anche se lo sapessimo, sarebbe meglio ripeterlo comunque, in un paese come l’Italia che ha un senso civico e della collettività bassissimo, e in cui ognuno, se può, va per sé.
Possiamo imparare qualcosa? Potremmo imparare tantissimo, ma secondo me questa cosa per ora sta facendo solo danni. Danni immediati, visto che la gente è nel panico, e domani, ne sono certa, passerà all’estremo opposto, quando non vedrà arrivare l’apocalisse: non capirà il perché delle quarantene e tutto il resto e se ne andrà in giro a starnutire sulle maniglie degli autobus e al lavoro con 39 di febbre. Danni a lungo termine, perché è l’ennesima picconata alla fiducia del pubblico nella scienza. Si pensa sempre che divulgare sia una roba tutto sommato inutile, e invece in certi casi non solo non si può fare a meno di farlo, ma il modo in cui lo fai letteralmente può salvare la vita alle persone. Spero che questa storia serva da lezione, ma francamente ne dubito. L’occidente si è messo su una parabola discendente per reagire alla quale forse ci manca tanto la forza che la volontà. Ma magari qualcun altro prenderà il testimone; una società migliore è ancora possibile, di questo sono piuttosto certa.

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