Archivi del mese: gennaio 2020

Star Trek: Picard. Dunque è possibile.

Non vorrei fare la figura di Lisa Simpson, la risposta di Springfield a una domanda che nessuno ha posto, ma in effetti qualcuno di voi sui social mi ha chiesto di parlarne, e quindi vado: che ne penso di Picard.
Salto il contesto e le righe di spiegazione, perché suppongo tutti sappiamo di cosa si stia parlando, ossia la nuova serie targata Star Trek. L’unica cosa che vi serve sapere, è la mia opinione – pessima – sull’ultimo prodotto del franchise, ossia Discovery. In sintesi, un prodotto di grandissima pretenziosità, popolato da personaggi per lo più insopportabili, in cui non c’era un’oncia dello spirito che uno spettatore si attenda da un prodotto targato Star Trek. La seconda stagione era un po’ meglio, ma manco tanto.
Allora, che dire. Innanzitutto che un episodio solo è un po’ poco per trarre delle conclusioni generali, ma può bastare per un paio di riflessioni di massima, e soprattutto per chiedersi se ci sono le premesse per qualcosa non dico di eccellente, ma che si ha voglia di continuare a vedere. E la risposta è sì. Sì, vien voglia di andare avanti; sì, c’è una trama, portata avanti col giusto grado di sorpresa, ma anche col corretto contorno di cose che uno vorrebbe, se sta guardando Star Trek. Perché il problema è il solito, il dilemma Star Wars: da un lato devi per forza conquistare un pubblico nuovo, che magari Star Trek non sa che sia, ma dall’altro vorresti tirarti dietro i quarantenni, che spesso sono cresciuti con The Next Generation, e sui quali funziona soprattutto l’effetto nostalgia. Con me Picard parte avvantaggiatissimo, perché Picard, appunto, è il mio capitano preferito, e la stessa cosa vale per un bel po’ di Trekker là fuori. Ma ovviamente non basta.
Picard si districa agevolmente tra le due istanze: da un lato, riesce a ricreare quell’atmosfera che per l’appassionato sa subito di The Next Generation, e lo fa recuperando due dei personaggi più amati ed emblematici di quella stagione (sì, sto parlando di Data), dall’altra decide di non ignorare che il tempo sia passato, ma anzi di sbattercelo in faccia, e rendere l’irrecuperabilità di un certo passato un elemento di trama. Picard è invecchiato, non fa più parte della Flotta Stellare, dalla quale per altro è uscito in polemica con le sue politiche. Ci sono piccole cose che ti fanno capire che un prodotto sta andando nella giusta direzione, e in questa prima puntata quella piccola cosa è Picard che in una scena d’azione non sta là a zompare da un lato all’altro come avesse ancora quarant’anni – una cosa abbastanza ridicola che era successa con Riker in Nemesis, per dire – ma, da bravo ottante, nun gliela fa’. E il fatto che ansimi sulle scale non gli toglie una briciola del suo carisma, ma anzi ci parla di un eroe al tramonto, che però ancora ha cose da dire, pur nei suoi ovvi limiti fisici. Anche perché poi la quota action necessaria è espletata un po’ da tutti i personaggi che gli stanno intorno.
A metà puntata, senza fare troppi spoiler, c’è pure un colpo di scena abbastanza notevole, e la spiegazione del mondo è portata avanti con uno stratagemma abbastanza standard, ma comunque efficace, evitando pallosi spiegoni. Lo sviluppo della trama, per altro, è abbastanza solido da lasciarci la netta sensazione che quel che non abbiamo capito ci verrà spiegato più avanti.
Nota di merito per la fotografia, che più di tantissimi altri aspetti riesce a rendere l’idea che stiamo aggiornando il mito a una versione più moderna.
Insomma, stando a questa prima puntata, Picard è una roba solida, in cui i fan di vecchia data potranno sentirsi a casa senza imbarazzi, e i nuovi si spera troveranno robe interessanti e adatte al loro gusto. Non lo so con certezza perché io sono vecchia dentro e faccio parte della quota nostalgia del target di riferimento.
Il commento che mi sale su dal cuore è “dunque è possibile”, e senza manco troppa fatica: è possibile prendere Star Trek e farne una cosa che non sembri vecchia come il cucco ma mantenga quel cuore di utopia che è il tratto distintivo della saga. È possibile prendere tutto ciò che di buono c’è stato fin qui, e aggiornarlo, senza dar l’impressione di star riscaldando una vecchia minestra, né cercando di andar dietro spasmodicamente alle ultime tendenze del mercato senza averle per altro ben capite. Si può fare, con una cosa che al momento forse non appare memorabile, ma godibile sì.
Io gli do fiducia. Ci voglio credere, perché le premesse ci sono, perché tutto mi pare, mi ripeto, solido, e ormai per me è la cosa principale. E perché gli ingredienti della ricetta, sono di mio gradimento. A questo punto, non resta che attendere venerdì prossimo.

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È giunto il momento che vi parli di Sex Education

Non che ce ne sia bisogno: mi pare che l’apprezzamento per questa serie, per fortuna, stia crescendo a vista d’occhio. Ma per me rappresenta un tale piacere, e una tale rarità nel suo genere, che voglio spiegarvi esattamente perché è secondo me una cosa imperdibile.
Sex Education è una serie britannica che potete seguire su Netflix; ne sono uscite per ora due stagioni, e, come da titolo, parla di sesso in modo esplicito e senza tabù. È una commedia, quindi si ride parecchio, ma sa anche tirare discreti colpi bassi, soprattutto per il pudore e l’assenza di ipocrisia con la quale è capace di parlare di argomenti “sensibili”.
I protagonisti sono gli adolescenti di una scuola superiore inglese, con ampio campionario di tipi umani: gay, etero, asessuali, confusi, ragazzi problematici o secchioni, inibiti o ossessionati dal sesso. Tutti sono alle prese semplicemente con la vita, e siccome una buona fetta della nostra esistenza gira intorno al sesso e ai sentimenti, si parla di quello.
Sex Education è incredibilmente divertente, senza essere mai eccessivo o volgare. Il sesso viene trattato alle stregua di qualsiasi altro aspetto della nostra vita: tutti – più o meno – lo fanno, e dunque se ne può parlare senza tabù e paure. Sex Education soprattutto mette in scena personaggi credibili, in cui ognuno può riconoscersi, e ai quali ci si affeziona in un niente. Bastano pochissime puntate per amarli tutti, anche quelli che potrebbero essere catalogati sotto la dicitura di bulli o stronzi, perché ognuno di loro non è un’etichetta semovente, ma un essere umano a tutto tondo che, come tutti gli esseri umani, se si comporta in un certo modo è perché ha delle ragioni e si dà delle giustificazioni.
Ma fin qui, uno dirà, ce ne sono tante di serie così. La vera specificità di Sex Education, e la ragione per la quale secondo me va visto, se sei giovane, se sei vecchio, se sei sessualmente attivo o non lo sei, è perché riesce in un miracolo: dà una rappresentazione esausativa, accurata e mai offensiva o giudicante di ciò che è la sessualità per l’essere umano.
Avete presente quelle accuse che spesso si muovono, la maggior parte delle volte in modo del tutto pretestuoso, ai moderni prodotti di intrattenimento? “C’è il personaggio gay/trans/nero/asiatico o la protagonista femminile solo perché vogliono essere politically correct”? Se è vero che per lo più queste critiche vengono mosse da chi appartiene alla parte privilegiata della società – in sostanza uomo, bianco, etero, occidentale – perché non vuole appunto perdere i propri privilegi e vuole continuare a offendere le minoranze senza che qualcuno gli venga a rompere le scatole che è un misogeno razzista, è pur vero che certi prodotti non sono in grado di creare modelli credibili di quei personaggi gay/trans o quel che è, ma li infilano nella trama perché si deve fare. Purtroppo, a volte la giusta e sacrosanta rappresentazione di una società plurale scade in un politically correct che lascia il tempo che trova. Ecco, in Sex Education non succede mai. È evidente l’intento davvero educativo e quasi enciclopedico, per cui c’à la pansessuale, ma anche l’asessuale, ma nessuno dei personaggi presentati ti sembra mai un’etichetta semovente o sembra messo lì solo per fare il progressista: ripeto, sono tutte persone, coi loro lati chiari e i loro lati scuri, e sono sempre funzionali alla trama, e in essa bene inseriti. Credo Isaac rappresenti alla grande ciò che sto cercando di dire: Isaac è paraplegico, ed è innanzitutto interpretato da un attore paraplegico, il che fa un gran differenza. Non ci viene mai presentato come se il suo stare in carrozzina esaurisse il suo essere: è una persona a ridotta mobilità, ma una persona prima di tutto, non il povero infelice della porta accanto. La sua condizione non ci viene mai presentata come qualcosa di cui dobbiamo avere pietà, e anzi, l’atteggiamento pietistico nei suoi confronti della vicina viene sempre messo un po’ in ridicolo. Soprattutto, Isaac a volte è sgradevole, e fa cosa sgradevoli, a volte è affascinante, a volte è piacevolmente sarcastico, altre insopportabilmente cinico. È una persona vera.
E così è per tutti. Nessuno di loro si riduce a essere il manifesto della categoria che rappresenta: l’omosessualità è incarnata da personaggi assai diversi tra loro, l’asessualità non viene ridotta alla frigidità. E, seconda cosa fondamentale, mai, mai qualsiasi attività sessuale consenziente viene presentata con la minima traccia di giudizio. Nel mondo di Sex Education sembra davvero che l’unico limite sia il rispetto dell’altro: siamo tutti diversi, tutti strani a nostro modo, ma finché non ci facciamo del male, finché rispettiamo i desideri, o l’assenza degli stessi, altrui, è tutto ok. È il mondo come dovrebbe essere, un luogo in cui il peccato vero è nuocere alle persone, non avere fantasie strane, o non averne affatto.
Guardare Sex Education è per me una boccata d’aria fresca; ne ammiro le capacità di narrazione, ma mi sento anche a casa nel suo universo di giovani confusi, impauriti da se stessi e dal mondo, ma in cui c’è posto davvero per tutti, senza giudizio, senza rimprovero, senza colpa. E la capacità di narrare diventa a volte spettacolare, soprattutto quando si affrontano temi delicati come quello dell’aborto, una delle puntate più belle e struggenti della prima stagione.
Insomma, è bello. È divertente, ben scritto e recitato, appassionate, e ogni tanto si impara pure qualcosa. E c’è pure una Gillian Anderson strepitosa, a suo agio e divertita, che non dico da sola valga il prezzo del biglietto, ma di sicuro ne fa salire le quotazioni. Io ve lo consiglio molto, se non si era capito :P .

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Storia di un matrimonio: no, tutto bello, eh, ma…

È un po’ che non scrivo. Non so quantificare esattamente da quando, non sto tenendo il conto, ma credo almeno un mesetto. In verità sono in anticipo di due libri rispetto alla pubblicazione, nel senso che ho scritto due cose che usciranno nella prima metà di quest’anno – a dire il vero sarebbero tre, ma una non credo uscirà mai – e quindi c’è una giustificazione a questa pausa. Non credevo mi mancasse, ogni tanto c’è pur sempre bisogno di fermarsi un po’, e invece forse mi sbagliavo. Perché vi dico tutto questo? Perché mi è presa la fregola da recensione. Che forse è solo un sublimare il mio bisogno di scrivere. Non lo so. Ma dopo Watchmen, e The Rise of Skywalker, vi tocca la mia opinione su un altro film di cui si è parlato un po’, e quindi perché non aggiungere anche il mio inutile commento? Sto parlando di Marriage Story, che, per gli interessati, sta ora su Netflix, e non so se anche in sala. Restiamo in area Adam Driver, come vedete. Ve l’ho detto che mi piace.
Ho scoperto il film perché ne ha parlato Antonio Monda a Terza Pagina (ci guardate tutti i venerdì, sì? Sennò potete recuperare qua :P ), poi in giro ho iniziato a vedere “capolavoroh!” che volavano ad altezza d’uomo, e ho deciso di guardarlo.
Che dire: è un film che vi farà piangere. Ci scommetto tutto quello che ho. Ognuno ci troverà almeno una battuta, uno scambio, un’inquadratura che a un certo punto gli farà venire gli occhi lucidi. Perché è costruito così, perché è un film che parla di rapporti che vanno a finire male senza che si capisca perché, ed è una delle esperienze più universali dell’essere umano. Contemporaneamente, è un film recitato magnificamente: sostanzialmente, tutta la pellicola vive della capacità dei due protagonisti di tirarti dentro per la giacchetta nella storia con la loro bravura assolutamente mostruosa. Questo basta per farne un capolavoro? Per me, no.
Innanzitutto, al netto della perfezione della messa in scena, il senso che si evince dalla visione è ben misero: gli avvocati divorzisti sono stronzi e l’amore non basta. Io a volte mi domando quali traumi abbiano subito gli sceneggiatori americani dal divorzio dei genitori, perché se c’è una figura universale nell’immaginario statunitense è l’avvocato stronzo. Qui per altro interpretato da una strepitosa Laura Dern. Ok, c’è un tentativo di riabilitazione della figura con uno degli avvocati di Charlie, ma capiamo che se vuoi vincere, se vuoi portare a casa un risultato minimo dal tuo divorzio, devi invariabilmente affidarti a feccia umana pronta a camminare sul cadavere caldo del tuo ex-coniuge. Stacce.
Tutto andava più o meno bene, prima che Nicole decidesse che occorreva affidarsi all’avvoltoio Dern: da quel momento in poi, tutto precipita nella consueta spirale di battaglie legali all’ultimo sangue, figli contesi e litigate che manco Muccino.
Veniamo al secondo punto. L’amore non basta. Ma va? Cioè, forse è un messaggio originale in terra statunitense, dove in effetti si cresce nutriti a grandiosi sogni di gloria per il proprio futuro che è abbastanza ovvio non concretizzeranno mai, ma dalle mie parti è la prima cosa che ho capito appena ho iniziato una relazione seria: se vuoi che vada da qualche parte, ti devi impegnare. Sennò alla prima secca si affonda. Per cui, boh, tutto questo spreco di sceneggiatura raffinata, di interpretazioni over the top per una morale tutto sommato abbastanza esilina. Per altro, e qui scantono nel delirio, ve lo dico, la stessa cosa era stata messa in scena in modo secondo me molto più efficace e anche più crudo da un piccolo film italiano che forse qualcuno di voi ricorderà: Casomai. Lì davvero le cose andavano a catafascio senza che si capisse perché: era la vita, che entrava a gamba tesa, e devastava la storia d’amore perfetta. Recuperatelo, se vi capita, a me mise i brividi e piacque davvero molto. Ma piansi, e non di commozione.
Perché qui c’è anche un altro problema: capisco che il punto di vista sulla storia non possa che essere parziale, visto che il regista e sceneggiatore è un uomo, ma davvero Charlie sembra la vittima vera ed è molto più facile empatizzare con lui che con Nicole. Ok, anche lui ha le sue colpe, ma alla fine della fiera davvero non si capisce cosa Nicole voglia, a parte cambiare vita. Ora, ovviamente il regista è liberissimo di raccontare come preferisce la sua storia, ma, non so, ho trovato il tutto un po’ parziale e fastidioso, quasi leggermente sessista – e i figli che vanno sempre con le madri, e le madri che pare si divertano a complicare le cose…brutto, soprattutto di questi tempi – soprattutto per un film che dichiaratamente vuole raccontare un amore che si arena non perché non ci sia più sentimento, ma perché…perché la vita.
Per il resto, che dire? È un bel film ed è ben fatto, e credo valga la pena vederlo, anche solo per il monologo di Dern sulla santificazione della figura della madre nella società contemporanea, un pezzo magistrale che andrebbe stampato e affisso sui muri. Ma capolavoro…boh. È che non ci ho trovato nulla di davvero nuovo. È una storia già vista e già raccontata, non c’è un punto di vista originale. C’è solo una gran bravura formale, di tutti, ma che personalmente non basta per farmi dire che ehi, questa cosa qui mi sta davvero aggiungendo qualcosa. Niente, con me provaci ancora Baumbach. E per voi?

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Star Wars – The Rise of Skywalker. La fine per davvero.

Ci ho messo tipo due settimane, e alla fine ci sono riuscita per caso, ma infine sono andata a vedere L’Ascesa di Skywalker. Prima di partire con la recensione, che non sarà SUPER SPOILER – ma tanto, voglio dire, a non averlo visto eravamo rimasti io e tipo due eremiti nel deserto di Atacama – ho finalmente la spiegazione del perché l’Universo non voleva che andassi: seduta al cinema, mentre aspetto l’inizio, tra le pubblicità pre-visione partono le inconfondibili note di Last Christmas, versione originale degli Wham. Mi illumino d’immenso e capisco: l’Universo voleva evitarmi di finire nel Whamalla. Grazie, Universo, ho apprezzato. Espletate le formalità, possiamo passare alla recensione. Eh. Eh.
Vabbè, non ho gran fiducia in JJ. Mi dicono che in realtà molti dei danni che io attribuisco a lui siano da ascrivere a Lindelof; non lo so, ma credo siamo tutti abbastanza d’accordo nel dire che nei film di Star Trek e Star Wars sia sempre stato piuttosto derivativo. Into Darkness è L’Ira di Khan peggiorato, e The Force Awakens si tiene molto sul sicuro, riproponendo il canovaccio di A New Hope. A me, a differenza più o meno dell’universo fandom, l’interpretazione del canone – o il suo sovvertimento, meglio – operato da Ryan Johnson in The Last Jedi era piaciuta, indi per cui non avevo grandi speranze su questo Episode IX. Poi avevo iniziato a leggere pareri in giro, che un po’ mi confermavano nei miei timori, o così mi sembrava…e quindi niente, mi sono seduta al cinema prevenuta.
Già su “I morti parlano!” del prologo mi stava prendendo male, per cui, più o meno al minuto due, ho dovuto prendere un bel respiro, e dirmi che toccava che sgombrassi la mente e cercassi di godermi il film senza pregiudizi, o sarebbe stato meglio che mi fossi alzata.
Ora, più o meno fino a metà, ossia alla famigerata agnizione su chi sia Rey, mi è venuto da chiedermi cosa la gente non avesse apprezzato del film. Fin lì c’era più o meno tutto: l’azione, l’umorismo ben dosato, il divertimento. Piccola parentesi: indubbiamente, JJ è uno che l’umorismo di Star Wars l’ha capito e interiorizzato molto più di Johnson. Le battute sono sempre estremamente godibili, ben calibrate, l’uso dei droidi magistrale – anche se l’ulteriore tentativo puccioso col droide monoruota secondo me era del tutto evitabile -. Da quel punto di vista il film è perfetto.
Poi, arriva un punto preciso, in cui d’improvviso mi sono chiesta se a JJ fossero spuntati gli attributi. È il “momento Snoke” del film; ve lo ricordate, in The Last Jedi, quando così, out of the blue, Kylo ammazza Snoke? Poteva benissimo scoprirsi che no, era una finta; si poteva azzerare tutto, restando probabilmente anche nei canoni di una narrazione più lineare. Ma no, è vero, il cattivo muore a metà film e da quel momento la sensazione è che possa accadere qualsiasi cosa.
Ecco, c’è anche in The Rise of Skywalker. A Rey escono i raggi dalle mani, e pare abbia ucciso Chewbacca. Lì, per due minuti, ho percepito che il film poteva decollare. Che da quel momento potevano esserci sviluppi inattesi. Chissà, per una volta magari il buono predestinato non era solo tentato dal Lato Oscuro, ma ci finiva dentro davvero. E invece, stacco di due minuti, e abbiamo scherzato, dai. Ammazza Han, ma, ti prego, non Chewbacca. Pure C3PO alla fine recupera la memoria, che sennò ci intristiamo. Lì avrei dovuto capire.
Io lo sapevo che il fulcro di questo film era rettificare le eresie del precedente, e di queste, soprattutto la più contestata: che Rey fosse figlia di NN. Lo sapevo. Lo sapevo perché le interviste lo lasciavano intendere, lo sapevo perché chi l’aveva già visto lo faceva capire. Quindi, ripeto, lo sapevo. Ma quando si scopre chi è Rey, con una scena che volutamente cita il più famoso “No, I am your father” della storia, lì ho capito che fino a quel momento era stata tutta una finta: no, ragazzi, Star Wars è gente che scopre di essere figlia del cattivo, buoni che per l’ennesima volta finiscono in caverne dove si devono picchiare col loro peggior incubo, cattivi che ti tentano facendoti vedere flotte stellari ribelli devastate da incrociatori galattici. Per JJ Star Wars è questo, senza deviazione alcuna, senza guizzi: una riproposizione il più fedele possibile di cose che erano già state dette egregiamente quaranta anni fa.
Intendiamoci, sono topoi. Non ho niente contro i topoi. Star Wars stesso ne citava a pacchi, non essendo il primo racconto in cui un figlio deve uccidere un padre ingombrante. Ma il problema dei topoi è che confinano col luogo comune: sono così forti perché sono stati ripetuti migliaia di volte nella nostra storia, e proprio per questo, se non li maneggi bene, sei solo il milleunesimo che li ripropone stancamente.
Star Wars trent’anni fa aggiungeva qualcosa a quella storia trita: un’ambientazione assolutamente originale, tanto per cominciare, un mix di western, fantasy e fantascienza che prima di allora nessuno aveva tentato, e poi c’era la principessa che picchiava e salvava, invece di essere salvata, e la scena della grotta in The Empire Strikes Back, nella sua rozzezza, alla luce degli effetti speciali contemporanei, aveva una potenza incredibile, che conserva intatta dopo quarant’anni, perché riportava un mito antico in un contesto moderno. L’hanno rifatta uguale due volte: in The Last Jedi, dove già mi aveva lasciata abbastanza perplessa – ma almeno serviva a capovolgere il mito, spiegandoci che Rey non era nessuno -, e qua, dove invece è para para che nell’episodio V.
The Last Jedi ci ha provato. Può piacere o meno, ma ci ha provato a dare nuova vita a Star Wars. Ha provato ad aggiornare il mito, con un film nel complesso più discontinuo e meno riuscito di questo, ma ci ha provato. The Rise of Skywalker no. The Rise of Skywalker ripropone, con tutti i crismi, per carità, la formula di quarant’anni fa. Le stesse cose con facce nuove. E basta. Ha senso? Boh. Ma l’effetto su di me è stato quello di completare quella vaga sensazione che avevo provato quando per la prima volta avevo visto The Force Awakens. Ve lo ricordate? Avevo percepito che Star Wars non aveva forse più nulla da dare. Ecco, ora ne sono convinta. Questa è la fine vera. Non perché, non senza perizia, JJ ha chiuso tutte le sottotrame, tirando le fila di un intreccio che chiudere per bene era impossibile, visto le libertà che Johnson si era preso. È la fine perché Star Wars inteso così, come un canone immutabile in cui devono esserci per forza delle cose – quelle già elencate, più le battaglie disperate, i ribelli che si salvano all’ultimo minuto – senza possibilità di sgarrare, ecco, quella è una formula che a me non dice più niente. E non sto dicendo che questo Teh Rise of Skywalker non sia un film ben fatto e che non mi sia divertita: sto dicendo che anche basta. Non mi ci ritrovo più, e soprattutto non ritrovo quell’afflato mitico, epico, che continua imperterrito a spirare dai film classici. Non c’è più e basta.
Ora, ognuno avrà la sua idea di cosa sia Star Wars, perché ognuno ha amato cose diverse. Per me è quell’epica lì, che qui, banalmente, non c’è. Ho assistito a tutto con un discreto grado di freddezza, perché a grandi linee sapevo come sarebbe andata. Nella Galassia lontana lontana va così da innumerevoli anni. La gente moriva, e per me era tutto normale, perché le cose andavano come dovevano, come sono sempre andate. Tranne una sola, luminosa eccezione. Ben Solo.
Ben Solo innanzitutto gode dell’interpretazione di uno degli attori che più mi piacciono e più mi suscitano simpatia tra quelli della nuova generazione. Ben Solo non è un personaggio originale, Ben Solo è pure mezzo sghembo, come la sua maschera rimessa insieme con l’Attack rosso, e non tutto torna, in lui. Ma ha una potenza che agli altri manca. Sarà Adam Driver che è bravissimo, e ci crede alla morte. Ma qualsiasi cosa legata al suo arco, l’ho amata. È l’eroe dei nostri tempi, più di Rey, più di tutti gli altri che “vinciamo perché non sia soli” e blablabla che, boh, preferivo molto di più la lode al fallimento di Yoda, che tutto ‘sto buonismo. Che poi, vorrei capire le frotte di ribelli alla fine del film dove stavano quando li chiamava Leia, ma vabbé. Ben è un poveretto che solo alla fine prende in mano davvero il suo destino, e fa quel che deve. È irrisolto fino all’ultimo, l’unica soddisfazione di una vita passata a cercare di raggiungere le inarrivabili aspettative sue e di chi lo circonda la raggiunge un attimo prima di schiattare, novello André, e lì c’è tutto: il dramma vero di chi è costretto a muoversi in tempi senza eroi, e ad esserlo suo malgrado. L’unica figura vera, in mezzo ad action figures semoventi che bene o male conoscono tutti il loro ruolo. Dai, chi ci crede che Ray è tentata. Va da Palpatine già convintissima. Ben ci va con la chiara consapevolezza che ha da schiatta’ e chissà se servirà pure. Ed era partito come un Frignetta.
Per il resto, un paio di appunti collaterali. La Forza ormai è incomprensibile. Già lo era relativamente nei film classici, ma a grandi linee avevi presente cosa potevi e non potevi fare. Adesso no. Adesso Rey ci ferma le navi a mezz’aria, e quindi ti domandi perché non apra le onde novella Mosè per andare alle rovine della Morte Nera. È una roba senza limiti, che a volte si usa, a volte no, non è chiaro perché. È un problema di tutta la nuova trilogia.
Nota di merito, invece, per la capacità di JJ di riannodare i fili. È evidente che prende dal film precedente le cose che gli sono piaciute – la telepatia Rey-Ben, la manovra Holdo, anche se butta lì una battuta per strizzare al solito l’occhio ai fan, ma Poe entra ed esce dalla velocità luce come dalle porte scorrevoli – e blasta quelle odiate – Luke e la spada laser – ma riesce a rimettere tutto assieme anche con una certa classe. Ho apprezzato alcuni rimandi interni, tra cui la nave di Luke al santuario, l’astronave dei genitori di Rey, i libri del credo Jedi…piccole cose, che però danno solidità e coerenza interna all’intreccio. Per quelli che “visivamente è stupendo”, sorry, ma non ho trovato niente di paragonabile all’ultima ora di The Last Jedi e il pianeta che gratti il sale ed esce il sangue. Incomprensibile la scelta di segare Rose, che dà tanto l’idea che si siano voluti compiacere i fan in uno dei loro deliri meno giustificabili e più odiosi (tutta la pippa razzista sul fatto che Rose fosse asiatica, per intenderci).
Per il resto, è un film godibile, ben girato, ben fatto. Ma che domani mi sarò dimenticata. Questione di gusti, con ogni probabilità. Me lo rivedrò di sicuro, innanzitutto in lingua originale, che ormai mi sono abituata alla voci, soprattutto al vocione baritonale di Ben, e poi ci farò tutte le maratone Star Wars, ma le faccio anche con Episode I, II e III, che vedo abbastanza come fumo negli occhi.
Mi rendo conto che alla fine è venuto fuori un confronto continuo con The Last Jedi, e forse è semplicemente sbagliato, e ogni film è un discorso a sé, e tutte le regole di una critica seria, che io non ho mai fatto, e mai farò, perché non ne sono in grado. Ma forse ci avevo creduto, forse ci avevo visto dentro qualcosa, là.
Star Wars è morto, viva Star Wars? Boh. Magari nella serialità, chissà. Forse ha ragione chi dice che ormai la vera creatività sta là, che lì si osa per davvero. Intanto, resta il passato, che non passerà mai, che ci aspetterà fedele ogni volta che faremo partire il file, e la scritta A New Hope riempirà lo schermo nero di stelle.

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