Archivi del giorno: 8 gennaio 2020

Storia di un matrimonio: no, tutto bello, eh, ma…

È un po’ che non scrivo. Non so quantificare esattamente da quando, non sto tenendo il conto, ma credo almeno un mesetto. In verità sono in anticipo di due libri rispetto alla pubblicazione, nel senso che ho scritto due cose che usciranno nella prima metà di quest’anno – a dire il vero sarebbero tre, ma una non credo uscirà mai – e quindi c’è una giustificazione a questa pausa. Non credevo mi mancasse, ogni tanto c’è pur sempre bisogno di fermarsi un po’, e invece forse mi sbagliavo. Perché vi dico tutto questo? Perché mi è presa la fregola da recensione. Che forse è solo un sublimare il mio bisogno di scrivere. Non lo so. Ma dopo Watchmen, e The Rise of Skywalker, vi tocca la mia opinione su un altro film di cui si è parlato un po’, e quindi perché non aggiungere anche il mio inutile commento? Sto parlando di Marriage Story, che, per gli interessati, sta ora su Netflix, e non so se anche in sala. Restiamo in area Adam Driver, come vedete. Ve l’ho detto che mi piace.
Ho scoperto il film perché ne ha parlato Antonio Monda a Terza Pagina (ci guardate tutti i venerdì, sì? Sennò potete recuperare qua :P ), poi in giro ho iniziato a vedere “capolavoroh!” che volavano ad altezza d’uomo, e ho deciso di guardarlo.
Che dire: è un film che vi farà piangere. Ci scommetto tutto quello che ho. Ognuno ci troverà almeno una battuta, uno scambio, un’inquadratura che a un certo punto gli farà venire gli occhi lucidi. Perché è costruito così, perché è un film che parla di rapporti che vanno a finire male senza che si capisca perché, ed è una delle esperienze più universali dell’essere umano. Contemporaneamente, è un film recitato magnificamente: sostanzialmente, tutta la pellicola vive della capacità dei due protagonisti di tirarti dentro per la giacchetta nella storia con la loro bravura assolutamente mostruosa. Questo basta per farne un capolavoro? Per me, no.
Innanzitutto, al netto della perfezione della messa in scena, il senso che si evince dalla visione è ben misero: gli avvocati divorzisti sono stronzi e l’amore non basta. Io a volte mi domando quali traumi abbiano subito gli sceneggiatori americani dal divorzio dei genitori, perché se c’è una figura universale nell’immaginario statunitense è l’avvocato stronzo. Qui per altro interpretato da una strepitosa Laura Dern. Ok, c’è un tentativo di riabilitazione della figura con uno degli avvocati di Charlie, ma capiamo che se vuoi vincere, se vuoi portare a casa un risultato minimo dal tuo divorzio, devi invariabilmente affidarti a feccia umana pronta a camminare sul cadavere caldo del tuo ex-coniuge. Stacce.
Tutto andava più o meno bene, prima che Nicole decidesse che occorreva affidarsi all’avvoltoio Dern: da quel momento in poi, tutto precipita nella consueta spirale di battaglie legali all’ultimo sangue, figli contesi e litigate che manco Muccino.
Veniamo al secondo punto. L’amore non basta. Ma va? Cioè, forse è un messaggio originale in terra statunitense, dove in effetti si cresce nutriti a grandiosi sogni di gloria per il proprio futuro che è abbastanza ovvio non concretizzeranno mai, ma dalle mie parti è la prima cosa che ho capito appena ho iniziato una relazione seria: se vuoi che vada da qualche parte, ti devi impegnare. Sennò alla prima secca si affonda. Per cui, boh, tutto questo spreco di sceneggiatura raffinata, di interpretazioni over the top per una morale tutto sommato abbastanza esilina. Per altro, e qui scantono nel delirio, ve lo dico, la stessa cosa era stata messa in scena in modo secondo me molto più efficace e anche più crudo da un piccolo film italiano che forse qualcuno di voi ricorderà: Casomai. Lì davvero le cose andavano a catafascio senza che si capisse perché: era la vita, che entrava a gamba tesa, e devastava la storia d’amore perfetta. Recuperatelo, se vi capita, a me mise i brividi e piacque davvero molto. Ma piansi, e non di commozione.
Perché qui c’è anche un altro problema: capisco che il punto di vista sulla storia non possa che essere parziale, visto che il regista e sceneggiatore è un uomo, ma davvero Charlie sembra la vittima vera ed è molto più facile empatizzare con lui che con Nicole. Ok, anche lui ha le sue colpe, ma alla fine della fiera davvero non si capisce cosa Nicole voglia, a parte cambiare vita. Ora, ovviamente il regista è liberissimo di raccontare come preferisce la sua storia, ma, non so, ho trovato il tutto un po’ parziale e fastidioso, quasi leggermente sessista – e i figli che vanno sempre con le madri, e le madri che pare si divertano a complicare le cose…brutto, soprattutto di questi tempi – soprattutto per un film che dichiaratamente vuole raccontare un amore che si arena non perché non ci sia più sentimento, ma perché…perché la vita.
Per il resto, che dire? È un bel film ed è ben fatto, e credo valga la pena vederlo, anche solo per il monologo di Dern sulla santificazione della figura della madre nella società contemporanea, un pezzo magistrale che andrebbe stampato e affisso sui muri. Ma capolavoro…boh. È che non ci ho trovato nulla di davvero nuovo. È una storia già vista e già raccontata, non c’è un punto di vista originale. C’è solo una gran bravura formale, di tutti, ma che personalmente non basta per farmi dire che ehi, questa cosa qui mi sta davvero aggiungendo qualcosa. Niente, con me provaci ancora Baumbach. E per voi?

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