Il mio problema con The Witcher

Era solo questione di tempo, prima che postassi questa recensione. Un po’ questo The Witcher mi attirava, anche per i pareri mediamente polarizzati a riguardo, un po’ si sarebbe trattato di lavoro. E dunque, alla fine, ho iniziato a vedermi la serie. Ora, sono arrivata all’episodio cinque, quindi non so, magari da qui in poi decolla in modo clamoroso, ma mi sento ugualmente di buttare giù il mio parere. Poi, a cambiare idea c’è sempre tempo. Qualche SPOILER.
Andiamo al cuore vero del mio problema con The Witcher. Non ci credo. Non riesco a crederci. Neppure per un attimo. Il punto principale della narrativa fantasy, di qualsiasi tipo, è, come ormai universalmente noto pure alle piante, la sospensione di incredulità. Poiché si parla di cose per lo più impossibili, è necessario che ci sia una solida coerenza interna, che permetta allo spettatore/lettore di compiere quell’atto di fede: decidere di credere a ciò che sta fruendo. Ovviamente, non si tratta di una scelta consapevole: lo spettatore/lettore o ci crede, o non lo fa. Dipende dall’abilità del narratore e dalla capacità di rendere credibile la messa in scena. Ecco, secondo me The Witcher è carente su ambo i punti.
Circa l’abilità della narrazione, invece di scegliere una narrazione più lineare, si decide di adottarne una che zompa tra diverse linee temporali. E vabbè, assolutamente legittimo. Se vuoi fare una cosa del genere, però, la tensione narrativa deve essere alta: a parte che potrebbe essere bene far intuire fin da subito un legame tra le sottotrame, le stesse dovrebbero essere appassionanti, pena perdersi per strada lo spettatore, che nella confusione non trova ragioni per continuare la visione. Invece, questi cinque episodi oscillano tra il vagamente interessante e la noia mortale. Fin più o meno all’episodio quattro, non c’è la vaga traccia di un qualche legame tra i fili narrativi, e quando questo legame appare, è comunque piuttosto labile. Sì, c’è una connessione, ma questa connessione, fin dove sono arrivata io, non sembra avere una ragione narrativa forte. Sembra più che altro un artificio per mettere assieme tutto alla bell’e meglio. I personaggi sono vagamente interessanti, ma tutti incasellati in modo abbastanza netto all’interno di chiari stereotipi del genere: Geralt è un Conan-like, Ciri è la fanciulla in pericolo che però poi presumibilmente calcerà culi, Yennefer la strega cattiva perché c’ha i traumi infantili. Non sarebbe ovviamente un problema, se i personaggi avessero quel minimo di profondità che ti permette l’empatia. E invece no, stanno tutti comodi nel loro stereotipo, senza guizzi, senza reali dilemmi o evidenti possibilità di sviluppo.
Ma la cosa che veramente mi manda ai matti è una dissonanza continua tra gli eventi e la messa in scena. Succedono cose che alludono al famoso “fantasy adulto”: ci sono le tette, il sesso e le orge, per dire, ci sono neonati ammazzati, gente fatta secca perché non fornisce il sospirato erede maschio. Tutte cose che, in teoria, dovrebbero dare realismo al tutto, e alludono a un mondo crudele e oscuro. Peccato che la messa in scena, dai costumi alla fotografia, alluda invece a un contesto da fiaba. Immaginate la trama di Game of Thrones nel mondo di Merlin. Continuamente lo spettatore non capisce che sta guardando: una roba fiabesca su principi e principesse segnate dal destino, o un fantasy storico medievaleggiante brutto, sporco e cattivo? Io, almeno, non lo capisco, col risultato che la mia sospensione di incredulità va a farsi benedire.
Non aiutano le interpretazioni, a partire da quella di Cavil. A parte che trucco e parrucco sono quel che sono, e ogni volta che lo vedo guardare qualcuno coi suoi occhi gialli la mia domanda è se e quanto gli diano fastidio le lenti a contatto, a parte fare le faccette non vedo altri sforzi interpretativi. Calanthe è l’implausibilità fatta persona, un’altra in overactig costante. Belle alcune facce, tipo Ciri e Yennefer, ma per il resto la capacità di rendere credibili i personaggi di sicuro non può contare sulle capacità interpretative. Jaskier forse è il migliore del mazzo, peccato sia al servizio di un personaggio non solo stereotipato alla morte, ma francamente insopportabile. Tra l’altro, non si capisce bene perché, se siamo in un’ambientazione pseudomedievale, debba cantare brani dal sapore dichiaratamente pop contemporaneo.
La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata una pigrizia di sceneggiatura all’episodio quattro, in cui viene fatta una promessa che coinvolge neonati due nanosecondi prima che una tipa vomiti opportunamente a favore di camera per rivelare di essere incinta. E come ti sbagli.
Insomma, per me non ci siamo. Non mi diverte neppure come guilty pleasure, perché semplicemente non mi diverte e basta. La sensazione preponderante è lo spaesamento. E la triste consapevolezza che forse non è più tempo di fantasy classico televisivo, se mai lo è stato. Sì, ok, Games of Thrones, ma il contenuto fantastico era davvero minimo: c’era una strega sola, gli zombie apparivano una volta a stagione, sennò tutto era sulle spalle dei draghi. Mi domando se il problema sia The Witcher e la sua realizzazione, o non sia invece proprio il genere in sé. Si può mostrare uno che lancia lampi dalle mani senza essere ridicoli? Si può essere credibili mostrando elfi e foreste fatate? O tutte queste cose possono trovare uno spazio di plausibilità solo nella nostra fantasia, quando leggiamo e sta a noi l’onere di immaginare?
Non lo so. Ma di certo questo non era il fantasy che stavo cercando.

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