Archivi del mese: marzo 2020

The Mandalorian: semplice semplice

E finalmente, si può parlare di The Mandalorian. Vorrei tantissimo sapere perché la Disney ha ritardato così tanto l’arrivo del servizio in Europa, ma vabbè, è andata così. Tutti hanno già commentato, tutti hanno già visto, che senso hanno queste mie righe? Nessuno, mi sa, ma tanto mi sto specializzando in risposte a domande che nessuno ha mai posto, tipo Lisa Simpson.
All’epoca della sua uscita americana, tutto il dibattito sulla serie alla fine verteva sul fatto che The Mandalorian batte Episode IX otto miliardi a zero. Pure io un po’ ci sono cascata dentro, perché da un lato avevo scarsissime aspettative su Episode IX – cosa che forse alla fine mi ha permesso di godermelo con mente leggermente più sgombra – dall’altro, inspiegabilmente, le avevo altissime su The Mandalorian. Non so perché. Di Boba Fett e dei suoi epigoni mi è sempre fregato pochissimo. L’unica incursione seria nell’universo di Star Wars senza i suoi protagonisti principali, Rogue One, mi aveva più che altro irritata. E dunque perché aspettavo una cosa che è in sostanza la crasi di queste due cose? Lo sa il cielo. Ma ci credevo tantissimo, e tutto quanto ho letto e intravisto in questi mesi mi ha solo confermata nel mio hype. E quindi, alla fine?
E quindi alla fine occorre fare molte premesse. The Mandalorian si prende delle libertà rispetto al prodotto Star Wars medio non perché Favreau & co. siano chissà che geni temerari, ma perché è un oggetto a rischio quasi zero: è uno spin-off su un personaggio di cui manco si parla nella saga principale, è una serie tv dal formato pure atipico, in sostanza è un teaser di lusso per il servizio Disney+. È ovvio che in una cosa del genere, una specie di easter egg per fanatici del brand, fosse possibile osare appena di più. Inutile dunque fare confronti con Episode IX, che invece fa parte del ramo principale del franchise e si tirava dietro aspettative gigantesche. Tra l’altro, queste grandi libertà si riducono a una colonna sonora atipica – ma, ve lo dico, da urlo – e una serie di scelte inconsuete, tipo che praticamente nessuno ha un nome, il protagonista lo vedi in faccia dieci secondi su quattro ore totali di screen time e i dialoghi dell’episodio medio entrano su uno di quei fazzolettini che ti danno al bar assieme al caffè.
Sì, non c’è niente di davvero originale in The Mandalorian. Sì, è la fiera della citazione, da Kurosawa a Lone Wolf & Cub. Sì, promette più di quel che mantiene, ed è in soldoni un grandissimo gioco di prestidigitazione, volto a coprire con tanto fumo che l’arrosto sono 50 gr di fettina di vitella ben cotta. Ma è un problema? No. Non ce ne frega niente che è tutto già visto e semplicissimo, non ce ne frega niente che ci stanno infinocchiando per l’ennesima volta, e non ce ne frega niente per due motivi: che è tutto fatto coi sacri crismi, a parte due o tre cose, e Baby Yoda.
The Mandalorian non sta là a sparare alto. Ti vuole divertire con una storia basica, ma forte: stronzo che ritrova la sua umanità – forse – grazie a un bambino. Tutto qua. Ma inizia subito col botto, dandoti più o meno tutto quanto uno si aspetta da Star Wars: esotismo, avventure, e gente che scoatta. E come scoatta il Mandaloriano, almeno in metà episodi, solo Han Solo dei bei tempi. C’è tutto: ci sono i pupazzoni, ci sono le frasi storiche – al secondo episodio io e Giuliano già commentavamo con “this is the Way” e “I have spoken” – le astronavi, e i blaster e tutto quello che desideri. C’è, lo ripeto, perché siamo nell’eccellenza, una colonna sonora che azzecca il refrain epico e che comunque è declinata alla grandissima, con echi western ed elettronici inusuali per il canone di Star Wars ma assolutamente perfetti per ricreare quell’atmosfera retro-scifi che tanto sta bene sull’ambientazione. E c’è spesso anche una regia che non si nega qualche guizzo qua e là. E quando c’è tutto questo, perché uno dovrebbe desiderare l’originalità? Ma poi, cos’è l’originalità? Avere un’idea nuova? O saper cavare il sangue dalle rape degli archetipi più triti, permettendoti ancora una volta di perderti nella galassia lontana lontana? Dalla risposta a questa domanda dipende l’apprezzamento per questo onestissimo pezzo di artigianato che, lo confesso, io ho adorato. Nei suoi limiti, che percepivo in ogni episodio, nella sua banalità, pure. Ma mi interessava del Mandaloriano, mi interessava del Bambino, mi interessava di Quill che ancora spero non sia morto, e mi interessava anche del droide, dannazione. Mi interessava di tutti, e, finita la visione, ho continuato a pensarci, e quel mondo, il mondo di frontiera del Mandaloriano, il suo curioso codice d’onore, stanno ancora con me. È tutto qua. E non è facile ottenere questo risultato, tanto meno con una storia così basica e personaggi così tagliati con l’accetta. Ma Favreau c’è riuscito. La risposta alla domanda di Poe in Episode IX, quando si trova da solo a dover comandare la Resistenza: come facevano prima di me? Ed è facile vedere JJ in trasparenza a quella domanda. Beh, non lo so JJ come facevano, o avrei azzeccato la formula anch’io, ma Favreau c’è andato tanto vicino.
Ma dicevo che c’è un altro elemento: Baby Yoda. Ora, la pucciosità è sempre stata insita in Star Wars. I droidi sono pucciosi, i porg sono pucciosi, Babu Frik vuole essere puccioso. Ma la pucciosità di baby Yoda è fuori scala. Credo neppure alla Disney avessero capito che razza di bomba avevano tra le mani, e infatti i pupazzetti sono arrivati in ritardo. Baby Yoda è il deus ex-machina che redime The Mandalorian da qualsiasi eventuale vaccata: anche se l’episodio fosse una palla micidiale, basta che Baby Yoda tira giù le orecchie e tu hai gli occhi a cuore, e chissene del resto. È un colpo basso? Bassissimo. Ma funziona. È una strizzata d’occhi al fandom che manco JJ, ma il fandom ci casca, e dunque, dov’è il problema? Io già vorrei lo studio farcito di Baby Yoda che escono da tutte le parti.
Ultime due osservazioni: dopo anni di serialità che pareva aver ragione d’essere solo nell’esistenza di una trama orizzontale spintissima, cosicché se entravi già al secondo episodio non capivi niente, ho molto apprezzato che The Mandalorian proceda così, a braccio, con una trama orizzontale flebilissima. Ogni tanto fa piacere vedere episodi autoconclusivi, godersi una storia che in mezz’ora inizia e finisce. Certo, il gioco è bello finché dura poco, e in effetti un paio di episodi centrali sembrano più un riempimento che altro – tipo l’evasione dei tizi dalla galera, che è un’idea interessante, ma i tipi sono tutti così insopportabili che ho faticato ad arrivare fino in fondo senza sperare che il Mandaloriano li seccasse tutti nei primi cinque minuti – ma in linea di massima funziona. Funziona molto anche che finalmente la Forza ha delle regole chiare. Baby Yoda può farci un sacco di cose fighe, con la Forza, ma poi si stanca, cade addormentato e buonanotte ai suonatori. Molto semplice, certo, ma efficace nell’evitare che la Forza onnipotente ammazzi l’intreccio. Sì, JJ, qui bastava così poco.
Quindi, che dire? Per quel che mi riguarda, datemene ancora. Sarò di gusti semplici e di bocca buona, ma ho apprezzato la pietanza. Sempre più spesso, a colpirmi non è la roba stratosferica con ambizioni altissime, ma i prodotti semplici e ben fatti, in cui, per miracolo, si riesce a cogliere ancora un pochino di cuore. Il resto è pretenziosità, l’unico peccato cui The Mandalorian non indulga.

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Diario Cileno

Allora, la cosa è la seguente: quando sono stata in Cile, ho scritto un diario. Non lo chiamerei proprio libro, anche se sta sul centinaio di pagine. È un racconto di quel che ho fatto, delle riflessioni che l’esperienza mi ha stimolato, cose così. Quando l’ho scritto, non avevo grandi ambizioni di pubblicazione, e infatti finora è stato nel mio cassetto. Mi è tornato in mente in questi giorni, perché avevo bisogno di qualcosa con cui occupare la mente, e correggerlo mi sembrava una buona idea. Lasciamo perdere che c’ho messo poco, e comunque, da quando questa storia è iniziata, non ho comunque un attimo di respiro anche se cerco di stare il più possibile tappata in casa, ma ugualmente mi è venuto in mente di renderlo pubblico. Lo faccio quindi adesso. È breve, lo so, ma pensate che ho tirato fuori quasi cento pagine da dodici giorni di viaggio :P . Ci trovate dentro anche qualche foto, perché, non lo so, mi sembrava il modo giusto di raccontare questa storia.
Potete fruirlo in due modi: gratis, al primo link qua in fondo, oppure a un prezzo simbolico di un euro su Amazon.
Prima che partano le ovvie critiche, l’ho messo su Amazon non tanto perché voglia farci soldi, ma perché, in quanto scrittrice, mi fa piacere che le mie cose vengano lette, e Amazon di sicuro è una vetrina migliore di questo blog che è ormai il deserto dei tartari. Se avessi potuto metterlo gratis su Amazon l’avrei fatto, anzi, se voi sapete come fare ditemelo. Comunque, se lo scaricate gratis, mi fa piacere che lo facciate girare. Se vi piace. Se non vi piace, oblio :P .
Bon, buona lettura e alla prossima :)

Link gratuito
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Un riflessione

Scrivo questa cosa a cuor relativamente leggero: tutti i discorsi che abbiamo fatto sulla comunicazione allarmistica o meno adesso non hanno più senso. Nell’emergenza ci siamo dentro, e ognuno di noi ha già fatto la sua scelta tra paura e ottimismo. Per cui, mi sento di poter condividere una riflessione su quel che sta succedendo.
Di tutte i vari accidenti che possono capitare a una comunità, l’epidemia è probabilmente quella che più evoca scenari apocalittici e che maggiormente fa paura. Non a caso le epidemie sono al centro di moltissime opere di fiction di ogni genere; anche i film sugli zombie alla fine sono una variazione sul tema del contagio. Ma perché è così?
Qualsiasi altra cosa ci accada, abbiamo sempre qualcosa cui possiamo appoggiarci, ossia il senso di comunità. Una catastrofe naturale, un attentato terroristico, persino una guerra: tutte queste cose molto spesso ci spingono a stringerci gli uni agli altri, a cercare conforto nel lavoro di gruppo e nella solidarietà. Insieme ce la possiamo fare. Je suis Paris, New York, Rome, qualsiasi cosa. Un’epidemia no. Un’epidemia ci tocca nel vero cuore del nostro successo evolutivo sulla Terra: la nostra capacità di cooperare. Solo perché siamo in grado di creare società complesse siamo arrivati dove siamo arrivati. Persino quando eravamo cacciatori-raccoglitori e la nostra storia era agli albori, già allora la nostra arma vincente è stato certo il nostro cervello, ma anche la nostra capacità di fare gruppo. Siamo programmati per essere esseri sociali, e non solo perché nessuno di noi, senza avere contatti con gli altri nostri simili, potrebbe sopravvivere: non sappiamo procacciarci il cibo da soli, non sappiamo farci i vestiti da soli, non siamo in grado di curarci da soli. Ma anche perché la socialità ci serve anche da un punto di vista meramente psicologico, perché è sulla fiducia nei confronti dell’altro, sui rapporti che con l’altro sappiamo tessere, che sono basate tutte le attività produttive dalle quali la nostra vita ora dipende. L’epidemia ci tocca propria là: insieme non si vince l’epidemia. L’epidemia distrugge il tessuto sociale, dilania quanto di più caro abbiamo: l’idea che la nostra casa sia un posto sicuro e i nostri cari un rifugio. Non c’è un noi contro il quale fare gruppo, perché il nemico siamo noi stessi: ognuno di noi può portarselo già dentro, e diventare minaccia per gli altri. O gli altri possono essere una minaccia per noi stessi. Non ci si saluta più, si cammina a testa bassa su lati opposti della strada, siamo di nuovo soli, e lo siamo di fronte a una natura che d’improvviso percepiamo come incurante di noi. E sì che la natura di noi se ne frega sempre, solo che non ce ne accorgiamo, nel nostro mondo tecnologico e iperconnesso.
Non voglio con questo dare giudizi di merito su quel che sta succedendo o fare profezie sul futuro: nessuno lo sa, e in verità non lo sappiamo mai. Avete mai visto un economista prevedere un crollo della borsa? Un politico prevedere la svolta autoritaria? Nessuno di noi sa mai cosa succederà. Solo che adesso siamo spaventati, e allora vorremmo certezze, e capiamo d’improvviso una verità essenziale, che esiste da sempre: che il mondo è un posto infinitamente complesso, e quindi il futuro non lo possiamo prevedere. Mai. L’epidemia – che, val la pena ricordarlo, esiste da quando l’uomo ha iniziato a praticare la pastorizia e siamo bene o male sempre sopravvissuti – ci rivela al mondo e a noi stessi. Ci piaceranno le risposte che troveremo? Non credo, ma comunque potremo farne tesoro.
Per il resto, io sono andata a passeggiare sul Tuscolo, oggi, ho incontrato due persone e per il resto c’era solo una natura muta e bellissima, gli uccellini che cinguettavano e un cielo blu che faceva spavento. E in questa assoluta noncuranza da parte del bosco nei confronti di tutto quel che succede a noi, come al solito, mi sono sentita confortata. C’è tanta bellezza, al mondo, che ci sopravviverà in ogni caso.

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Star Trek Picard. Solo i cretini non cambiano mai idea.

A volte tocca cambiare idea. Questa è una di quelle. Mi ero già espressa in passato su Picard, la nuova serie di Star Trek, ma l’avevo fatto dopo aver visto solo la prima puntata. Adesso siamo a sei, quindi due dalla fine, e possiamo iniziare a tirare delle somme un po’ più circostanziate. E mi duole dire che purtroppo non ci siamo. Vaghi spoiler a seguire.
La prima puntata era stata promettente, ma tutto ciò che si poteva dire era che l’atmosfera era azzeccata e anche il ritmo non era male, visto che c’era un discreto colpo di scena piazzato a tradimento più o meno a metà episodio. Le promesse di questi primi 45 minuti, però, non sono state mantenute. Innanzitutto, il ritmo è progressivamente calato, attestandosi più o meno sul soporifero: sei episodi in cui, in sostanza, Picard ha riunito un equipaggio che non sta usando, visto che, arrivato dove doveva arrivare, ha fatto tutto da solo, con un paio di aiuti collaterali ed evitabili da parte dei suoi sodali. Contemporaneamente, assistiamo a una ripetizioni a sfinimento di una serie di scene tutte identiche sul cubo Borg, in cui cambiano solo piccoli particolari, e il cui obiettivo sembra solo far passare il tempo. La quest di Picard si trascina lenta, piuttosto confusa nei suoi intenti, e ugualmente riesce a passare via liscia, senza che mai si tema davvero per la vita del nostro eroe, o dei suoi compagni. Insomma, elettroencefalogramma piatto su tutta la linea.
Ma il vero problema non sarebbe neppure il ritmo; ci sono serie dal ritmo blandissimo, che però riescono a catturarti con altro. Per citare una cosa che ho visto recentemente, e molto apprezzato, The New Pope non ha certo un ritmo indiavolato, e succede al netto ben poco: per questo, tutto il resto – regia, fotografia, sceneggiatura – è clamoroso, perché sta lì la molla che spinge lo spettatore ad andare avanti. Quello, e i personaggi. Personaggi che in Picard, banalmente, sono assenti. Elnor è Legolas ne Lo Hobbit: sostanzialmente inutile e fuori posto. Non mi è ancora chiarissimo perché Picard lo sia andato a reclutare sul suo pianeta, e perché se lo tiri dietro, visto che non lo usa sostanzialmente mai. Jurati al momento imperscrutabile: sembrava il solito personaggio Tilly-like, che dovrebbe suscitare tenerezza ma a me genera solo fastidio, ma le hanno fatto fare una cosa poco comprensibile a metà stagione, che sembra un colpo di scena piazzato là un po’ per stupire un po’ per tirare avanti la trama latitante, e quindi è difficile da inquadrare. Nell’ultimo episodio è anche protagonista di una scena che potrebbe tranquillamente essere uscita dalla penna dei tre sceneggiatori de Gli Occhi del Cuore in Boris: una cosa che sai che ci deve stare, e quindi ce la metti, senza logica e senza motivazioni narrative, sempre che non le tirino fuori ex-post nei prossimi due episodi. Rios mi riesce difficile anche solo darne una definizione: è un capitano belloccio la cui utilità, fin qui, è stata limitata a fare il buffone in una puntata, in un tentativo di far ridere che mi ha generato solo brividi di fremdscham, la vergogna che si prova a vedere gli altri mettersi in imbarazzo.
L’unico personaggio del mazzo leggermente più caratterizzato è Raffi, che è comunque tagliato con l’accetta: ufficiale della Flotta Stellare disilluso dedito a droga e alcol, la cui unica caratteristica che l’affranca leggermente dallo stereotipo è che si tratta di una donna e non un uomo. Però ha il figlio ingrato, che la riporta un po’ in linea con la generale aria da luogo comune a go go. Tralascio tutti gli altri personaggini di contorno, perché contano poco, e per lo più sono fastidiosi.
E arriviamo al piatto forte: Picard. Picard, a differenza di tutte le altre figurine che lo circondano, è un personaggio: ha una storia, fatta di sette stagioni di The Next Generation e quattro film che l’hanno scolpito nell’immaginario collettivo. Non c’era da fare molto; a essere pigri, si poteva prenderlo di peso senza cambiarlo di una virgola, e farlo agire come ai bei tempi andati. Volendo fare un lavoro più di fino, lo si poteva far evolvere nella sua psicologia, in modo tale da mostrare gli anni trascorsi. Io, vi giuro, non ho capito che hanno fatto. Nella prima puntata sembrava un vecchio un po’ disilluso e stanco, che però non aveva perso la voglia di combattere. Dal secondo episodio in poi, diventa pure lui sottile come la carta velina. Inanella in coda una serie di scelte che possono essere spiegate solo con l’essere improvvisamente diventato stronzo. Del resto, come lo vuoi chiamare uno che: arruola per fargli da guardia del corpo un pischello che ha abbandonato al suo destino scomparendo dalla sua vita per anni, senza manco fargli una telefonata per capire come stava; arruola una vecchia collega che ha perso il lavoro per causa sua, e con la quale, idem, è scomparso per anni; quando quella stessa collega dà evidenti segni di sofferenza, la ignora, e anzi la usa solo per poter portare a termine la sua missione. Che dire: applausi, proprio. Uno dice: ok, è diventato stronzo. No, perchè questo passaggio non viene mai mostrato, e anzi Picard è sempre presentato come il solito eroico capitano
Quando mancano una storia e dei personaggi, è ovvio che si cerchi di attaccarsi ad altro, e quest’altro, per Picard, è l’effetto nostalgia. Tutto rimanda al passato, in ogni episodio c’è almeno una citazione di ciò che è stato, e personaggi di TNG spuntano fuori come funghi, a volte appiccicati con lo sputo. È il caso di Sette di Nove, della cui comparsata avremmo fatto sinceramente a meno, essendo utile ai fini della storia come il due di bastoni quando la briscola è spade. Ma tutto questo non basta. Anzi, se possibile, peggiora le cose. Segna in modo ancora più netto e implacabile la distanza siderale tra questa roba e cos’era Star Trek. Star Trek aveva la metà dei mezzi di questa gente, e forse per questo il focus era sulle idee. Ce ne fregavamo che i panorami fossero sfondi dipinti male, che alcuni attori fossero francamente cani senza appello: c’erano delle idee, e soprattutto c’erano dei personaggi. Erano quelli, il fulcro: ti interessavano e divertivano le loro interazioni, ti affezionavi a loro, volevi sapere cosa gli sarebbe successo, e in che modo, la settimana successiva, si sarebbero di nuovo confrontati col diverso, con l’altro da sé. In Picard non me ne frega niente. A parte che il confronto con l’altro e il diverso non è pervenuto, nonostante fosse possibile fare, per esempio, una riflessione su cosa significhi essere umano, stanti le premesse, tutto si riduce a gente che non interagisce, se non in modo goffi e incomprensibili, e fa (poche) cose. E basta. Tutto però farcito da una fotografia che levati, da gran begli effetti e da attori che sanno recitare. Ma non basta.
È incredibile, è la stessa serie di caratteristiche che mi hanno fatto detestare Discovery: un equipaggio di gente messa assieme a caso, e personaggi con le etichette appiccicate in fronte con l’attack. Manca solo tutta l’insopportabile prosopopea della prima stagione, che sembrava dovesse insegnarti La Vita dall’alto di non si comprende quale superiorità morale o cosa. Per il resto, è la stessa, triste minestra riscaldata. Solo che ci hanno fregati tutti, perché ci hanno infilato Picard, che tutti amiamo, e Patrick Stewart, un altro cui non puoi fare a meno di volere bene. Se non ci fosse stato lui, probabilmente sarei anche stata più dura in questa recesione, perché sono delusa, e rattristata. Se poi penso che qualcuno s’è lamentato di quel gioiellino del Dracula di Moffat e Gatiss, che ha ‘sta roba gli dà miliardi di miglia, mi prende direttamente la depressione. Niente, forse sono io ad essere affezionata a un certo modo di raccontare storie che magari non tira più. E mi dispiace, perché questo modo qui che sta lentamente colonizzando la produzione pop televisiva, e ha ormai preso possesso in pianta stabile di quella cinematografica, non mi dice assolutamente nulla, e mi mette solo addosso tristezza.

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