Licia @ Napoli Comicon

Come forse già sapete, sarò presente a Napoli Comicon, quest’anno. Il mio ruolo principale è quello di giurata del Premio Micheluzzi 2017 (per il quale, per altro, ho proprio ieri finito di leggere tutte le opere, e definitivamente deciso chi votare :P ), ma c’è spazio anche per un altro incontro. Sarò presente domenica 30 aprile; nello specifico, alle ore 13.00 sarò al Punto Autografi per una sessione di firma copie. Alle 19.30, invece, sarò presente alla premiazione dei Micheluzzi 2017 presso il Teatro Mediterraneo.
Bon, tutto qua. Ci si vede, allora :) .

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Tempo di Troisi

Scusate, avrei voluto postarvi prima questo vademecum della mia presenza a Tempo di Libri, ma le cose si sono completamente chiarite di recente, e inoltre per è un periodo molto incasinato, per cui il tempo per far tutto materialmente non c’è.
Comunque, adesso ho un quadro completo e ve lo riassumo qua sotto. La versione breve è: sono a Milano, per Tempo di Libri, il 21 e il 22 Aprile. I dettagli eccoli

21 Aprile 2017
ore 13.30
Sala Futura Padiglione A
Morbidosi bozzoli felici e altre creature fantastiche. Incontro con Sarah Andersen

ore 17.00
Stand La Repubblica
Dibattito sull’italiano nelle scienze, con Roberto Cingolani e Claudio Marazzini. Modererà l’incontro Luca Fraioli

ore 18.30
Sala Gotham Padiglione 2
Le stelle fisse e la fissa delle stelle: due astrofisiche a confronto. Incontro con Sandra Savaglio

22 Aprile 2017
ore 10.30
Sala Gothic Padiglione 4
Cronache di una Scrittrice emersa. Incontro con le scuole

ore 13.30
Sala Tahoma Padiglione 4
Infiniti e altri infiniti. Incontro con Paolo Zellini e Alessandro Giammei

ore 17.30
Stand Lucca Comics & Games
Firma copie

Come vedete, ce n’è per tutti i gusti e gli orari. Io ovviamente vi aspetto.
Vi anticipo che a breve ci sarà un post analogo per il Comicon di Napoli, dove sarò presente in qualità di giurata ai Premi Micheluzzi. A presto!

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Compagne di viaggio

Essere ansiosi è come vivere in una stanza buia, in cui non vedi niente. Nella stanza non accade nulla di male, in verità, ma tu sai, hai l’assoluta certezza che intorno a te è pieno di minacce. Non puoi vederle, non puoi sapere da dove colpiranno, eppure le senti tutte intorno a te. Non ci sono appigli nella stanza, per quanti tu ne cerchi, non c’è qualcosa che ti faccia orientare. C’è solo la paura, che diventa lentamente il modo con cui ti rapporti al mondo.
L’unica cosa che ti sembra possa difenderti dalle minacce invisibili è il controllo. Devi avere tutto sotto controllo. Anche l’incontrollabile. Quel che è fuori di te, certo, ma anche e soprattutto quel che è dentro: sentimenti, emozioni, pensieri. Ognuno ha il suo modo: le compulsioni, i rituali. Per me è l’ossessione. Se ci penso abbastanza, non farà male. Se sarò in grado di prevedere ogni possibilità, ogni evenienza, non succederà nulla di male. La cosa richiede un certo grado di sofferenza, e io lo so, ma è sempre meglio quella che la spaventosa immensità del vuoto oscuro che c’è intorno, della minaccia invisibile, dalla quale non so difendermi.
Ogni cosa diventa benzina per l’ossessione. Una riflessione filosofica, un pensiero ozioso, una notizia che ti spaventa, una decisione importante, magari anche bella, che devi prendere. Cose positive e cose negative finiscono tutte insieme, e inizia il ruminare ossessivo, continuo, su ciò che potrebbe accadere se, o se non. L’illusione è sempre la stessa: se ci pensi a sufficienza, terrai fuori il male. Ma è appunto un’illusione. Che ti aiuta a tenere a bada il caos, a cercare di mostrarti il mondo come meno spaventoso, ma pur sempre un’illusione. E quasi mai le cose migliorano, così. Piuttosto, giorno dopo giorno l’ossessione si mangia un altro pezzettino di te.
Una volta, tanti anni fa, vidi un film bellissimo, su uno malato per davvero, non come me. Si chiamava Senza Pelle, e parlava di un ragazzo con una malattia mentale, non ricordo quale. Ma ricordo la metafora, bellissima: quel ragazzo era come non avesse pelle, e tutto il mondo lo colpiva con un’intensità che lui non era in grado di sopportare, e che gli altri non potevano capire. A volte mi sento così. Con uno strato di epidermide in meno. La gente normale riesce a tenere a bada la spaventosa grandezza e bellezza del mondo, perché ha questo scudo che la protegge. A me lo scudo funziona così così, e vedo tutto nella sua immensità. È come una musica troppo intensa, un paesaggio dai colori troppo vividi, una poesia troppo straziante. Ed è bello e tremendo al tempo stesso. Vivi intensamente, percepisci cose che gli altri probabilmente non sono in grado di cogliere. Ma fa anche paura. Perché come puoi contenere tutto questo e non perderti, come puoi fartene attraversare senza rimanere segnato per sempre?
Con gli anni ti ci abitui. Fa parte di te. Accetti quel che è, e le cose, per certi versi, poi vanno meglio. Non si sconfigge mai davvero un demone; si impara a conviverci, piuttosto. E ti dici una cosa. Che nella sfiga di avere un cervello che funziona così, la natura, dio o chi per lui ti ha dato qualcosa per salvarti. Scrivere. Se fossi stata una persona normale, con uno sguardo normale sul mondo, non avrei scritto neppure una riga. E invece sono così, che ha i suoi pro e i suoi contro, e nonostante tutto sono riuscita a farmi una vita soddisfacente e bella, che, in tutta franchezza, non cambierei con nessun’altra al mondo. E scrivo. Che è un altro modo per mettere ordine nel caos. Solo che fa meno male, funziona di più, e ti connette col mondo, mentre la paura piano ti isola e ti chiude in te stesso.
Per cui tante cose mi hanno salvata, in questi anni. Persone, soprattutto, ma loro riguardano la mia dimensione privata. Ma c’è stata anche la scrittura, che è invece il volto col quale mi presento a voi. E io la devo ringraziare, perché senza sarei rimasta un po’ più al buio, e un po’ più sola.

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Libri Come

Gentes! Dunque, mi rifaccio viva per segnalarvi che quest’anno partecipo a Libri Come, la festa dei libri che si terrà qui a Roma, all’Auditorium Parco della Musica, dal 16 al 19 Marzo. Io, nello specifico, ci sono il 17, ore 10.30, a parlarvi un po’ di libri e stelle. L’evento è riservato alle scuole e agli studenti, ma c’è ancora qualche posticino libero. Per prenotarvi – la prenotazione è obbligatoria – potete scrivere una mail a promozione@musicaperroma.it. Ripeto, è una cosa per le scuole, e i posti rimasti sono pochi, per cui non ci restate male se non riuscite a prenotarne uno. E considerate anche che ci saranno altre occasioni in futuro :) .
A presto!

troisi

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Trappist-1 e le sette sorelle

Buongiorno :) . Breve post, giusto per condividere anche di qua il video che ho fatto circa la scoperta del sistema stellare Trappist-1. Ho fatto una specie di esperimento: invece di fare un post, ho provato con un video. Non mi sembra la cosa sia granché riuscita, per cui non so se avrà un seguito. Intanto, ve lo beccate comunque :P .
Al momento, non ho altro da dirvi; restate però sintonizzati, perché spring is coming e si porterà dietro un po’ di eventi.
Buona giornata!

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Hearts & Sorcery – Torino 15 Febbraio 2017

Breve post informativo. Il 15 Febbraio, ore 18.00, sarò a Torino al Circolo dei Lettori per parlarvi un po’ dell’amore nel fantasy. Perché noi qui ci si picchia a si fa a spadate, e nei momenti topici ci si rasa a zero, ma l’amore è pur sempre una delle forze motrici del mondo :P .
Ho cercato di fare una cosina divertente e con tanti riferimenti audio-video, quindi, se passate, mi fate piacere e spero vi divertirete :)
A presto!

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Westworld: le cose che non ho capito

Qualche giorno fa, ho finito la visione della prima stagione di Westworld. Non ne ho parlato qua sopra perché nel frattempo è passato il ciclone Sherlock e ho preferito dedicarmi a quello. Ma non è che la nuova serie HBO sia passata su di me senza lasciare traccia. Darne un giudizio però mi risulta nel complesso più difficile che con altri prodotti, perché evidentemente si tratta di qualcosa il cui scopo è effettivamente indurre una riflessione più profonda del semplice giudizio di pancia. Nulla in Westworld induce a una fruizione immediata: tutto è fatto per sedimentare, e per essere metabolizzato, dal ritmo tutto sommato abbastanza lento, ai mille particolari che sei chiamato a notare, all’evidente invito a una seconda visione che è il finale di stagione.
Comunque, tempo ne è passato, e posso azzardare non dico una recensione, ma quanto meno un mio parere al riguardo. Che è sostanzialmente positivo, anche se non grido al capolavoro: è un bel prodotto, solido, che si lascia guardare con piacere, soprattutto curato in modo maniacale, privo di qualsivoglia difetto evidente, in cui (come da mia ossessione, lo sapete) forma e contenuto si rispondono reciprocamente in modo molto efficace. Ma, per i miei gusti, è una cosa troppo algida. Il che non significa che non mi sia piaciuto: me lo sono goduto, ma in modo tutto sommato abbastanza distaccato. Non mi sono sentita granché coinvolta dalla girandola delle ipotesi sui “misteri” – che poi è uno solo, e manco così terribilmente misterioso – probabilmente anche perché l’ho visto quando ormai l’universo mondo aveva già fatto tutte le ipotesi possibili e immaginabili e aveva pure già visto il finale, non ho aderito neppure in modo viscerale alla storia. L’ho guardato con un occhio assai più professionale di quanto non faccia di solito; infatti, la cosa che ho apprezzato di più è stata la struttura, pur convenzionale, ma fatta in modo tale da svelarsi del tutto solo nel finale. Chi ha visto sa di cosa parlo. Ecco, quello è davvero un colpo di genio.
Ripeto, non è un problema della messa in scena, degli attori, o di qualche difetto che mi pare di trovare nella serie per il mio gusto: è che i fratelli Nolan sono così, cervellotici ma a volte un po’ freddi. E tutto in Westworld è incredibilmente algido; le scenografie, le recitazioni incredibilmente sobrie e trattenute, i dialoghi perfettamente misurati. Persino la pantomima di West che mette in scena è una roba tutto sommato perfettina e pulitina. È una scelta “poetica” perfettamente legittima, e che per altro trova rimandi in elementi di trama. Solo che a me lascia fredda, esattamente come mi lasciò fredda a suo tempo Interstellar, che era dell’altro Nolan, ma che condivide alcune cose con Westworld: la cervelloticità, la freddezza.
Poi, per il resto, il discorso che la serie porta avanti è interessante, e lo fa anche in modo tutt’altro che banale, senza facili risposte. Cosa sia la coscienza è La Domanda che ci facciamo da sempre, come l’abbiamo conquistata, se si possa definire, misurare, spiegare, o persino se esista davvero, è una cosa che ci fa arrovellare da sempre, e Westworld la butta giù bene, persino senza pesantezza. E poi il tema del controllo dei sistemi caotici, lo stesso di Jurassic Park, che è sempre parto della mente di Crichton, ma declinato in modo diverso, e il libero arbitrio, i confini dell’etica…tutto bello, tutto grande, tutto fatto bene. Solo che…e veniamo al titolo del post.
Ora, io ho l’abitudine di guardare le serie in lingua originale. Ormai è diventata proprio un’abitudine, quindi a volte il doppiaggio proprio mi stranisce, e poi mi serve per fare esercizio con l’inglese. Solo che a volte la cosa è proficua, a volte rischi di perderti dei pezzi. E comincio a credere di essermi persa dei pezzi con Westworld. Da qui in poi SPOILER, perché vorrei il vostro aiuto per capire delle cose che non mi tornano, e nelle quali forse risiede anche parte della mia freddezza per il tutto.
Innanzitutto, immagino saremo tutti d’accordo che inventare l’intelligenza artificiale per permettere a quattro riccastri di torturare, stuprare e uccidere a piacimento sia un’idea in sé abbastanza cretina e pericolosa. Mi pare di capire che in realtà Westworld, e tutti gli altri QualcosaWorld che probabilmente visiteremo nelle prossime stagioni, abbiano scopi più alti, o meno irragionevoli, ma la cosa viene solo accennata, e quindi vabbè. Dopo di che, Arnold questa cosa sembra capirla prima di tutti gli altri, e, una volta compreso che i suoi Host sono in grado di raggiungere la coscienza, decide che è crudele rinchiuderli in quel giocattolone di Westworld e prova a non far aprire il parco. Che come discorso fila. Peccato che senza l’intervento taumaturgico di Arnold, col cavolo che gli Host potrebbero raggiungere la coscienza. E qui ci ricolleghiamo a un altro punto focale della serie che non mi torna: la coscienza, giustamente, non è un percorso verso l’alto, ma un labirinto che conduce dentro se stessi, e il premio finale è l’autoconsapevolezza di sé, il raggiungimento di quella voce interiore che Westworld identifica con la coscienza (che poi pure su questa definizione forse ci sarebbe da discutere). Il finale sembra suggerire che tale premio possa e debba essere guadagnato da soli, in un percorso verso l’affermazione di sé: vedi dio di Michelangelo che è il cervello, vedi Dolores che pensava di parlare con Arnold ma stava parlando con se stessa…Ok, bello, ma non è vero. Se Ford non avesse dato un passato agli Host nessuno di loro avrebbe potuto raggiungere l’autocoscienza. Tutto parte comunque da un intervento esterno. Se lo avessi evitato, se Arnold prima, e Ford poi, non avessero messo gli Host su un determinato percorso, tutti loro sarebbero rimasti bambole.
Ho già presente due obiezioni: la prima, è che gli Host devono essere messi su questo percorso per risultare “veri a sufficienza” e garantire così un’esperienza il più realistica e immersiva possibile ai Guest. La seconda è che tutto questo rimanda alla teoria della mente bicamerale, secondo la quale la coscienza inizialmente si sviluppa come dialogo con un altro da sé, identificato come dio, e solo quando il cervello – biologico o sintetico – raggiunge un certo grado di consapevolezza, riesce a riconoscere la voce altra come propria.
Per quel che riguarda la prima obiezione, io non credo che, ai fini dell’uso che i Guest fanno degli Host, sia così necessario un tale grado di similitudine agli esseri umani. Il 90% dei Guest va a Westworld a sfogare bassi istinti repressi, e anche tutte le narrative sono sostanzialmente sprecate. Per un William che si innamora, si fa coinvolgere nelle storie – e comunque sappiamo bene che fine fa in fondo tutto il suo idealismo – ci sono vagonate di Logan che vanno là a sparare e trombare e stop.
Per il secondo, rimane il fatto che senza l’intervento dei creatori, senza una scintilla iniziale, gli Host sarebbero rimasti robot. È stata una scelta di Ford e Arnold di far intraprendere loro il cammino che li ha condotti alla coscienza, una scelta che avrebbero benissimo potuto non fare.
Qualche giorno fa mi sono imbattuta in questa bella analisi di Westworld. Solo che non sono d’accordo. Per come la vedo io, Westworld mette in scena l’uomo che uccide Dio, sicuramente, ma Dio continua a esserci: Dio è quella scintilla là che ha dato inizio al percorso, e, nel caso degli Host, si chiama Arnold. Nel caso degli umani boh, può essere il caso, le leggi della natura, o un essere sovrannaturale. Ma resta il fatto che qualcuno o qualcosa ti instrada su un percorso che da solo non sei in grado di sviluppare.
Ora, la parola passa a voi. Ho capito male io? Mi sono persa qualche pezzo? Perché, nel complesso, la trama mi sembra un po’ autocontraddittoria: ammazzo tutti gli Host perché poverini, sono coscienti, non voglio che soffrano a essere trattati da pupazzi, ma sono io in pricipio che, scientemente, ho fatto sì che potessero essere altro che bambole.
Ditemi un po’ che ne pensate :)

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Le recensioni forse richieste da qualcuno: Sherlock 4×03

Vabbè, facciamo che vi skippo tutta quella parte lì in cui vi dico che gli episodi andrebbero rivisti, bla bla bla. Il punto è che io conosco un solo modo per ragionare sulle cose: scriverne. Per questo, invece di farmi un’altra visione, o dormirci su, scrivo del gran finale della quarta stagione di Sherlock direttamente adesso, a visione appena finita. Al solito, non eviterò con troopa convinzione gli SPOILER.
Che dovrei ragionarci su lo capisco dal fatto che percepisco chiaramente che stavolta il trucco con me non ha funzionato, ma non so dire esattamente perché. C’è un cerchio che non si chiude, in questa stagione, qualcosa che al netto non torna, e mi rimbalza ai margini della coscienza. Solo che non so cos’è. Spero di metterlo a fuoco scrivendone.
Cominciamo col dire che Sherlock ci ha abbondantemente abituati ai cliffhanger che poi vengono liquidati in quattro e quattr’otto nella puntata successiva, ma qui si esagera: la puntata finiva con Eurus che sparava a John, la puntata si apre con “abbiamo scherzato, era tranquillante”. Che vabbè, ok, non che non ce lo immaginassimo, ma ci si poteva quanto meno sforzare con una soluzione un po’ meno pigra. Comunque.
Per il resto, puntata oggettivamente diversa dal solito, ma che richiama un po’ la struttura di The Great Games, ossia psicotico geniale che gioca al gatto col topo con Sherlock. Solo che Eurus, nonostante una strepitosa interpretazione di Sian Brooke, e la genialata di far interpretare un cattivo a un’attrice con la faccia da buono che più buono non si può, non è Moriarty. Mi spiace dirlo, mi spiace essere rimasta così profondamente legata a un personaggio che comunque è morto la bellezza di due stagioni e quattro anni fa, ma è così. E non è che sto dicendo che occorre ripetere quello stilema all’infinito; va bene provare cose nuove. A loro modo Smith, Magnussen, sono stati ottimi cattivi. Eurus pure probabilmente lo sarebbe – almeno fino al colpo di scena finale – ma poi me la accosti a Moriarty, per ovvie e inevitabili ragioni di sceneggiatura, e allora niente, tutto viene giù. Di continuo, Eurus si alterna a Moriarty, in una giustapposizione che non fa altro che sminuire tanto la statura di villain quanto l’autonomia della prima. Tra l’altro non è neppure chiarissimo: Eurus ha ispirato Moriarty o viceversa? Chi è creatura di chi?
Niente, il primo grosso peccato originale di questa serie, che poi deriva direttamente dai racconti e dai romanzi, è aver creato una roba come Moriarty, per definizione stessa inarrivabile come cattivo, ed esserselo giocato così, alla fine della stagione due, lasciando tutto un po’ orfano. E infatti Moriarty continua a non voler morire, a restare non solo nel cuore degli spettatori, ma pure nella testa degli sceneggiatori. Ma quanto ci si è allargato il cuore quando Moriarty scende dall’elicottero sparandosi in cuffia I Want to Break Free? A me all’infinito. C’è ancora bisogno di lui per tirare avanti una parte della baracca; per far tornare Sherlock dall’esilio, per muovere il piano di Eurus, persino per permettere a Mary di lasciare il suo testamento spirituale. Miss me, miss me, miss me all’infinito. E inizia a essere un problema.
Ho trovato invece interessante una vaga riflessione metatestuale che mi è parso di cogliere in Eurus: cosa vuole fare, la terza Holmes? Giocare con Sherlock, e farlo giocare alle sue regole. Ed è esattamente quello che vogliono gli spettatori, che, a partire dalla terza stagione, hanno iniziato ad accampare pretese di possesso sul personaggio. Che è una cosa ovvia e naturale, che succede con tutte quelle opere che toccano profondamente l’immaginario del pubblico: tutti noi sentiamo di avere diritti creativi, che so, su Darth Vader. È la ragione per cui ci siamo incazzati così tanto coi prequel: non ci mostravano Anakin per come ce l’eravamo immaginato, non gli rendevano giustizia. Secondo noi. Con Sherlock, stessa cosa. Troppe battute, non va bene come si è sviluppato il rapporto tra John e Sherlock, e via così di commento in commeno. E infatti, nella puntata praticamente la totalità delle capacità deduttive di Sherlock – a parte il finale – si esplicano dietro imposizione di Eurus, che ha inventato tanti bei giochetti per farlo ballare. C’è anche un pezzo che urla un po’ fanservice da tutti i pori, direi; non che a me abbia dato fastidio, intendiamoci, ma è divertente che quell’”I love you” del promo su cui tutti si erano fatti delle gran pippe mentali, fosse esattamente quel che tutti speravano.
Ma Sherlock è cambiato, lo si percepisce con chiarezza in tutto l’episodio; spira un’aria diversa.
Comunque, non so neppure che quest’ultima cosa sia un trip mentale mio, o effettivamente una precisa scelta di sceneggiatura. Il mio problema con l’episodio, comunque, è un altro, ed è la scarsa adesione che ho sentito verso la storia. Mentre in generale, quando guardo Sherlock, ci entro dentro completamente, stavolta c’era sempre una vocina che mi teneva fuori dall’intreccio, che non mi permetteva di godermelo appieno. Intendiamoci, il ritmo è una bomba, fila dritto come un fuso, e la tensione altissima in moltissime scene; e non mancano neppure i gran picchi emotivi, che toccano i punti più sensibili del mondo di Sherlock, eppure la sospensione di incredulità per me non è stata completa. Forse è stata la complessiva sobrietà del tutto; in genere, in Sherlock forma e contenuto si rispondono molto (vedi recensione precedente episodio); in questo caso, a un certo barocchismo, a un’esagerazione evidente della trama (la struttura stile escape room, la gente ammazzata, le scelte impossibili…) corrisponde un estremo rigore formale. La regia scarseggia di inserti grafici, preziosismi vari, immagino per stare incollata il più possibile ai personaggi e ai loro sentimenti, che dovrebbero essere al centro dell’azione. Solo che dopo aver visto, nell’ordine, Sherlock che finge il suicidio per salvare le persone che ama, John piangerlo morto, John scoprire che la moglie è un’assassina e ha sparato al suo migliore amico, Mary morire, John a Sherlock litigati e Sherlock rischiare la vita per salvare l’amico e infine quel maledetto abbraccio della volta scorsa che chi cacchio se lo scorda, c’era veramente poco da aggiungere in termini di emotività. John e Sherlock si butterebbero nel fuoco l’uno per l’altro, e lo sappiamo da tre stagioni almeno. Molly ama Sherlock, e lui ne è consapevole e la cosa lo intristisce pure è una roba ormai assodata. Mycroft non è esattamente lo stronzo che cerca disperatamente di sembrare, anche questo era abbastanza assodato. Per cui, più o meno tutto quanto accade nell’episodio e dovrebbe coinvolgerci emotivamente non arriva esattamente come una sorpresa. Ora, tutto questo non significa che Sherlock ha dato tutto quello che poteva, o almeno spero di no: i primi due episodi di questa stagione ci hanno dimostrato che è possibile rivoltare tutto come un calzino, rimanere aderenti al canone e alle cose che amiamo in questa serie, e al tempo stesso cambiare tutto. Ma il magic trick, semplicemente, stavolta non funziona. Tutto bello, nessun errore vero, eppure non funziona. Perché la ricetta delle cose davvero belle non esiste, e la ciambella a volte esce col buco, a volte no.
E poi c’è un altro problema: che mentre i primi due episodi erano strettamente collegati, e facevano evidentemente parte di un unico arco narrativo, il terzo sta un po’ per fatti suoi. Ok, Eurus e Miss Me dovrebbero fare da collante, ma la cosa non funziona davvero; un po’ perché il Miss Me lo si perde un po’ per strada, un po’ perché Eurus appare solo – per davvero – negli ultimi minuti del secondo episodio. Pensate ai primi due episodi: rappresentano un arco narrativo perfetto, di ascesa, caduta, e recupero di un precario equilibrio. Li si può vedere di seguito, perché raccontano una sola storia. Il terzo…il terzo è una specie di spiegazione non richiesta che cerca di chiudere, in modo non completamente compiuto, praticamente l’intero arco narrativo di Sherlock fin qua. Ma non chiude realmente nulla della storia di The Six Tatchers e The Lying Detective. Perché quell’arco era chiuso. Restava da chiarire il Miss Me, che non viene chiarito affatto (è stata Eurus? E a che scopo? E perché solo ora?), e il coinvolgimento di Eurus nella trama di Smith, altra cosa che non ci viene spiegata. In compenso, nell’ordine, ci dicono: chi è il terzo Holmes, perché è stata tagliata fuori dal quadro, chi è Redbeard di cui si vocifera da almeno due stagioni, e, rullo di tamburi, perché Holmes è com’è. Che, non so voi, ma io non me l’ero mai chiesto. Un po’ troppa roba, scodellata per altro in dieci minuti. Ora, non che le altre stagioni avessero questa compattezza monolitica, eh? Soprattutto le prime due. Ma la terza, da questo punto di vista, era un capolavoro.
Chiudiamo con gli ultimi dieci minuti, in cui, semplicemente, l’obiettivo, pienamente riuscito, è farti piangere. Perché sono dieci minuti che davvero chiudono del tutto ciò che è stato Sherlock finora. Ho trovato un po’ fuori luogo il finale a tarallucci e vino, per cui, dopo tutto ‘sto popò di casino, is not a game anymore e compagnia bella, Sherlock e John ci vengono mostrati impegnati di nuovo nella loro consueta routine, come se alla fine non fosse cambiato niente. A chi dice che adesso ci sono Lestrade, e Molly, e Rosie, vorrei dire che ci stavano anche prima, e che Sherlock aveva smesso di essere un sociopatico senza cuore più o meno alla fine della seconda stagione, se non addirittura prima, quando, nello scontro finale in piscina con Moriarty, dimostra chiaramente quanto tenga a John. Però, che dire, c’è Mary che è morta che parla, c’è una carrellata su questi sette anni – per me di meno, ma vabbè – c’è un senso di chiusura definitivo…e quindi niente, non puoi che pensare che è finita qua e amen.
Pare non sia così, che quanto meno ci sia una possibilità di una quinta stagione, o chissà cosa, e va bene. Ma chi dice che lo Sherlock che conoscevamo è finito ha ragione. Il problema è che, non essendo questo un finale aperto, sa solo il cielo cosa potrà essere la “cosa” che verrà dopo questa quarta stagione. Lo scopriremo solo vivendo. Possibilmente non troppo in là con gli anni, speriamo.
E quindi, in finale? Tutto bocciato? No. L’episodio è comunque bello, Mrs. Hudson che passa l’aspirapolvere sentendo heavy metal è da antologia, così come l’unica apparizione di Moriarty, e le battute, e la struttura…tutto. Ma con me non ha funzionato come al solito. È così. Bello, ma non bellissimo. Divertente, ma non devastantemente appassionante. Un bell’episodio di una bella serie, ma non quella roba che poi ci penso per il mese successivo, mi rivedo tutto da capo, e spero di avere al più presto una nuova dose. Ed è questo che mi rattrista un po’. Di dover salutare, chissà per quanto, una cosa che amo così tanto non con l’episodio più bello della stagione o della serie, ma così, con quel po’ di tristezza con cui si dice addio a una storia d’amore finita abbastanza bene, ma pur sempre finita. Ma così è la vita. Non si può avere sempre quel che si vuole, e, alla fine della fiera, it is what it is.

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Le recensioni non richieste: Sherlock 4×02

Appena una settimana fa, avevo detto che un episodio di Sherlock andrebbe visto almeno un paio di volte, per poter cogliere tutti i riferimenti, i rimandi interni, le semplici strizzate d’occhio. Io questo secondo episodio della quarta stagione l’ho visto una volta sola, e pure spezzato in due parti, in due sere differenti. E intendo rivedermela, per bene, in un’unica soluzione. Ma niente, quest’episodio mi ha così tanto fatto esplodere il cervello che non ce la faccio ad aspettare. Un po’ di tempo fa, in un’intervista Leo Ortolani parlò di quell’”invidia buona” che uno prova per le cose che davvero gli piacciono, e che lo induce a una sorta di rielaborazione della materia, alla produzione di qualcosa di simile, di ispirato, a quel che si è amato. Ecco, io, dopo la visione di quest’episodio, di invidia ne ho a paccate da una tonnellata l’una; vorrei essere capace di scrivere una roba bella un milionesimo di questa, ma manco tra dieci vite. Per cui, per non pensare che la settimana prossima fine dei giochi, e chissà quanto ci toccherà aspettare per nuovi episodi – o se ne vedremo mai, ahimè – recensione SPOILER, che senza dovrei essere così ellittica che non ci si capisce più niente.
Allora, eravamo rimasti che tutto il mondo di John e Sherlock se n’era andato a catafascio, che il primo non voleva più vedere il secondo, e che Mary aveva lasciato un simpaticissimo video post-mortem in cui chiedeva sibillinamente a Sherlock di salvare John, per poi mandarlo graziosamente a quel paese. E su quest’ultima frase ci eravamo fatti pippe mentali a non finire.
L’episodio comincia dal fondo del pozzo: John non sta per niente bene, va dalla miliardesima terapista a dire che le cose vanno malissimo, e malissimo ci vanno per davvero, visto che ha delle simpatiche visioni della moglie morta. Sherlock non se la passa meglio, visto che ha ripreso a farsi, non esce di casa e sembra annegare in un misto di solitudine, tristezza mortale e desiderio di autodistruzione. E mo? Era la grande domanda con cui finiva l’episodio precedente. E mo si rimettono insieme i pezzi, letteralmente.
Il montaggio di Sherlock è sempre stato molto sincopato e prezioso, ha sempre giocato su vari piani, con l’inserimento poi di quei fantastici inserti grafici che sono un po’ il marchio della serie. Ma stavolta si va davvero oltre, con questo giochetto. Tutto nella forma rimanda direttamente al contenuto, in un’unione perfetta tra stile e sostanza che non saprei come altro definire se non stato dell’arte. Il mondo di Sherlock è in pezzi, e così lo è la storia di questo The Lying Detective: si salta di continuo, presente e passato si fondono, realtà e finzione sfumano l’una nell’altra, e in certi momenti ci si sente quasi sperduti. E così come Culverton Smith gioca al gatto col topo con Sherlock, lo stesso fanno regia e sceneggiatura con lo spettatore. Innumerevoli le false piste, i risvolti di trama suggeriti e poi traditi, in un infinito gioco di specchi. E, certo, tutto è anche connesso alla dipendenza di Sherlock, ma non solo: è che sono saltati tutti i punti di riferimento, e questo lo spettatore deve sentirlo, prima ancora che vederlo messo in scena. Cito solo un paio di giochetti interni: la Aston Martin di Mrs. Hudson, chiaro riferimento a James Bond, la realtà/finzione di Faith. Nel primo caso, una delle critiche maggiori rivolte al primo episodio – ma qualcuno l’ha anche definito un pregio – era che sembrasse 007 più che Sherlock. Beh, la cosa era ovviamente voluta, e viene tirata fuori qui, tra l’altro alludendo ancora a un elemento di trama: quello Sherlock che è in grado quasi di prevedere il futuro, per come tesse la sua tela dando appuntamenti con settimane d’anticipo. A quanto pare, anche Gatiss e Moffatt conoscono così bene i loro fan da sapere prima di loro cosa penseranno. La seconda è l’ovvia conclusione, cui si arriva a metà episodio, che Faith sia una proiezione della mente sconvolta di Sherlock; tutto torna, no? John vede Mary, Sherlock vede Faith, che in effetti nessuno ha mai visto assieme a lui, che assomiglia solo vagamente alla vera figlia di Culverton. E infatti a più o meno dieci minuti dalla fine ci dicono che è proprio così, bravi, tutto vero: l’incontro tra Sherlock e Faith non è mai avvenuto. Senonché…Il grado di consapevolezza necessario per fare di questi giochetti è una cosa che fa letteralmente paura. Sarà una roba inglese, perché ho visto una tale capacità di tenere salde le redini della materia trattata solo in Rowling, l’unica capace di mettere un indizio nel libro 1 che poi diventerà di vitale importanza nel libro 7.
Magistrale anche il modo in cui la vecchia vita ogni tanto torni a sprazzi: tutto il pezzo dalla psicoterapeuta, con l’arrivo di Mrs. Hudson, le scaramucce tra John e Sherlock, parlano della serie che abbiamo sempre amato, lo sono all’ennesima potenza. Sono quei meccanismi narrativi che ci hanno fatto innamorare anni fa, e che adesso sono tornati, raffinati, sublimati, oliati e funzionanti alla perfezione, meglio ancora che nel primo episodio.
Ma tutti sappiamo che è la quiete prima della tempesta, che ci sono tonnellate di questioni in sospeso tra John e Sherlock, che devono trovare il loro sfogo. Letteralmente. Se nell’episodio precedente avevo trovato la morte di Mary tutto sommato abbastanza scialbetta – non così per tutto il resto, che viene prima e dopo – qui le rese dei conti tra John e Sherlock sono roba veramente da strapparsi il cuore dal petto. It is what it is, e via a piangere come vitelli sull’abbraccio più straziante degli ultimi anni di televisione. E che ci vuoi fare, è così. It’s a magic trick, dicevo in una vecchia recensione, e ed è anche vecchio come il cucco, ma funziona alla grande.
A chi lamenta l’assenza di casi cervellotici, certo quello di Culvert Smith non lo è – io fino all’ultimo ero convinta che fosse qualcun altro quello che doveva ammazzare… – ma quello di Mary, cavoli se lo è. Il gusto per il bizzarro, così presente nei racconti di Doyle, sta tutto là: nel colpo di scena da feuilleton, nelle macchinazioni al limite dell’assurdo, nei continui capovolgimenti di trama. Perché un’altra cosa che adoro di Sherlock è il suo sapersi muovere perfettamente in bilico sul filo dell’implausibile e dell’assurdo. Pensateci: sta sempre là, sospeso. E ci sono i momenti in cui sembra cadere oltre, e la sospensione dell’incredulità sembra farci ciao con la mano. Ma non succede mai. Sempre tutto torna, sempre finiamo catturati da trame improbabili, e persino ripetizione di stilemi (voglio dire, Sherlock doveva riprendersi John già nel primo episodio della terza stagione…). Perché non è tanto quel che dici, ma come lo dici. E il come è magistrale. Anche grazie a un parco attori che levati. Tra l’altro, pensateci, torniamo anche alla casella uno: era in A Study in Pink che John salvava Sherlock. È un ritorno alle origini, un richiamo al momento in cui tutto è cominciato. Ma tutto è diverso, lo sappiamo già.
Menzione d’onore per Siân Brooks e per chi la trucca: io, giuro, non l’avevo riconosciuta, in nessuna delle sue tre incarnazioni. Applausi a scena aperta per la Mrs. Hudson più cazzuta di sempre, e infine unica pecca, del tutto personale. Nel mio cuoricino, nessun cattivo raggiunge le vette di Moriarty, l’unico che davvero poteva battersela con Sherlock da pari. Ora, lo Smith di Toby Jones è un viscidone fantastico, tanto di cappello, ma impallidisce a fronte del vero tema di puntata, ossia la relazione Sherlock John (che è il tema di tutta la serie, ma in questo episodio lo è all’ennesima potenza). Moriarty è Moriarty, la sua grandezza è tale che la sua assenza ormai informa di sé la serie da due stagioni. Pensateci: è morto, ma lui c’è sempre. Evocato, temuto, è ancora in mezzo a noi, ci fa morire di paura e desiderio. Ora, io lo so che non tornerà; finora c’è stata una certa adesione al canone di Doyle, e là Moriarty è morto e basta, stop. Tra l’altro, due resurrezioni per una sola serie forse sono un po’ troppo. Ma io darei qualsiasi cosa per rivederlo in azione, davvero. È stato grazie a lui che mi sono davvero appassionata a Sherlock, perché è stato The Great Game a colpirmi davvero al cuore (lui, e Martin Freeman che adoro :P ). E niente, ridatecelo, vi prego: non faremo domande, ridatecelo e basta.
Bon, che dire. Ci sono ricascata con tutte le scarpe. In tempi recenti, da quando cioè non sono più una ragazzina, Sherlock è l’unica serie televisiva che riesce davvero a ossessionarmi, ma sul serio. Ci vivo dentro. E mi piange il cuore a sapere che settimana prossima stop. Mi toccherà rivedermi tutto tutto. E adesso mi metterò a scrivere le mie cose miserelle dopo essermi vista un po’ po’ di pezzo di televisione da novanta, che mi fa sentire la più sfigata delle narratrici, ma, voglio dire, ognuno lavora con gli strumenti che ha, e un po’ dell’esaltazione di questa visione mi accompagnerà nei miei racconti, e forse li renderà un po’ migliori. La staffetta continua.

Ah, scusate, il cliffhanger. Vabbè, ma tanto non ci crede nessuno che hanno sparato a John, no? :P

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