Prossimi appuntamenti: Firenze, Modena, Frascati

Dopo le riflessioni super-cazzolose, torniamo oggi a quel che suppongo sia il motivo per cui visitate questo posto: le date dei miei prossimi incontri.
Dunque, partiamo il 17 settembre, col Wired Next Fest Firenze; l’appuntamento è alle 11.00, nella Sala d’Arme di Palazzo Vecchio. Assieme a me ci sarà Marco Drago, che, per chi non lo sapesse, è la persona che ha visto per prima le onde gravitazionali; vi rimando al mio vecchio post per spiegazioni al riguardo. Insomma, si parlerà un po’ di scienza un po’ di fantasy. Per partecipare occorre registrarsi (l’ingresso è gratuito), per cui vi rimando al sito.
Poi, il 25 settembre, sarò a Modena per il festival Passa La Parola. L’appuntamento è alle 18.15 nel chiostro della Biblioteca Delfini, ed è una presentazione congiunta con Leo Ortolani. Sì, sono scioccata pure io, dovrò un po’ prepararmi psicologicamente :P .
Infine, il 28 settembre, sarò a Frascati, al SAPERmercato, in Piazza del Mercato, alle 18.00; vi parlerò un po’ di come letteratura e scienza si possono incontrare e contaminare.
Bon, questo è quanto per questo mese. Le occasioni non mancano, spero di incontrarvi :) .

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Un chiarimento

Ieri ho fatto uno stato su Twitter in cui non mi sono spiegata affatto. Ho provato a correggerlo, ma non ha funzionato granché, per cui esco dai 140 caratteri e provo a spiegarmi meglio. Il tweet, per la cronaca, era questo

“No, ma io vi invidio, che vi guardate le foto della tragedia la mattina e poi via, con la vita di tutti i giorni. Per me è impossibile.”

La specifica, la seguente.

“Specifico: il problema non è tornare alla vita di tutti i giorni, che è pure un obbligo: è andarsi a cercare la pornografia del dolore.”

Ognuno ha la propria sensibilità nei confronti dei fatti della vita, e ognuno poi, a diversi eventi, risponde in modo differente: ci sono cose che ci colpiscono di più, altre di meno. Stare a questionare sul perché, come fanno quelli che se scrivi che ti dispiace per Parigi ti rispondono “e allora Baghdad?”, secondo me, non ha molto senso. Siamo fatti così, siamo la somma del nostro vissuto, del nostro passato e dei fardelli che ci portiamo dietro.
Io sono una che da sempre – e da sempre intendo da quando ero molto piccola – alcune cose non riesce in nessun modo a farsele scivolare addosso. Non riesco a non vedermi nei panni di chi sta male, non riesco a non pensare che poteva capitare a me, che nel futuro potrebbe succedermi, e via così. L’essere diventata madre non ha in nessun modo migliorato la situazione, ma anzi ha amplificato enormemente la cosa: a volte ho questa sensazione che la vita sia una roba incommensurabilmente troppo grande per me, mi sento schiacciata dal peso della paura, del “può essere”, “può accadere”. Lo so che non è una cosa normale, lo so che non è nemmeno una cosa granché nobile, ma tant’è. Per questo odio, odio le tendenze attuali dell’informazione giornalistica, soprattutto italiana. Qui Sofri esprime perfettamente la cosa.
Come tutti, ovviamente, voglio essere informata su cosa succede nel mondo. Ma, e veniamo al caso specifico, una volta che mi hai raccontato cosa è accaduto, mi hai detto il numero dei morti, e mi hai detto come aiutare, tutto il resto a cosa serve? A cosa serve chiedere alla gente “come si sente?” mentre sta di fianco alle macerie della sua casa, o sta cercando un attimo di pace nel centro di accoglienza provvisorio? A che serve la miliardesima foto di una casa sventrata? Voi vorreste far vedere a tutti cosa c’è dentro casa vostra? Le foto dei figlie di famiglia, la roba che c’è nel vostro armadio? E le storie di quello che ha perso tutta la famiglia, e i cani, e il dolore, le lacrime, servono?
Qualcuno dirà: la gente così si commuove e aiuta. Al che la mia risposta è duplice: innanzitutto, uno che ha bisogno di tre giorni di storie tragiche, foto di feriti e morti per sentire empatia nei confronti di un suo simile colpito da una sciagura non riesco manco a considerarlo pienamente integrato nel consesso umano. Ma davvero non ti basta sapere che c’è gente che perso la casa e i cari? Davvero non riesci a metterti comunque nei suoi panni, senza la foto, l’intervista? Secondo, questa è commozione del momento, che domani sarà già sparita, e finisce come L’Aquila, che è stata devastata più da quel che è successo dopo che dal terremoto in sé. Perché ce ne dimenticheremo, adesso a far le file a donare il sangue e regalare pacchi di pasta, e domani via a postare gattini su Facebook, perché siamo fatti così, e questo solleticare le emozioni, imporle, non ci aiuta a ragionare in termini logici, proprio quando più servirebbe.
Per cui, quel che volevo dire ieri non è che uno non debba farsi i fatti propri; io personalmente vivo a 100 km dal posto in cui c’è stato il terremoto, ho a malapena sentito le scosse, e solo perché sono una persona molto ansiosa, è ovvio che cinque minuti dopo che il lampadario ha finito di dondolare io sia tornata a farmi gli affari miei. La vita ci chiama, ci chiamano le esigenze delle persone che abbiamo vicino, se non altro. Ma il bombardamento che ho subito in questi giorni di immagini e commenti di cui non sentivo alcuna necessità, e che mi è stato imposto principalmente sui social, mi ha generato solo angoscia, un’angoscia sterile, perché non ha cambiato il senso di empatia – fortissimo – che provo per chi soffre, e non ha neppure modificato le decisioni che avevo già preso su come e se dare una mano. Mi ha solo fatto stare peggio. E non riesco a capire come uno possa sfogliare le gallery e le storie dei morti e dei sopravvissuti senza sentirsi male dentro per tutto il resto del giorno. Cioè, lo capisco, alla fine, ma io non sono così. A volte vorrei persino esserlo. E quindi niente, spero di essere stata più chiara.

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Le recensioni non richieste: Easybreath Tribord

Credo sia la mia prima recensione di roba che non ha davvero nulla a che fare col mio mondo: non è un libro, non è un fumetto, un film, una serie…una cosa qualsiasi che racconti una storia. Però su Facebook mi sono stati chiesti pareri, e siccome ha giocato una grossa parte nella mia ultima vacanza, ve ne parlo brevemente: si tratta della maschera da snorkeling Easybreath.
Un po’ di contesto: ho scoperto lo snorkeling tardi in quella specie di meraviglioso fritto di paranza vivente che è Marina di Camerota, dove, a tre passi dalla riva, ti tagliano la strada cefali da mezzo metro e occhiate da mezzo chilo. È in assoluto il mare più popoloso e vivo che abbia mai visto, lo adoro e mi diverto sempre tantissimo a guardare i pesci. Non sono però un’esperta né di snorkeling né di apnea: ho fatto un mezzo corso sub, interrotto in parte per motivi indipendenti dalla mia volontà, in parte perché, quando questi motivi indipendenti dalla volontà iniziano a sommarsi, anche se non sei superstizioso pensi che forse l’Universo non vuole, e molli là. Aggiungo che fin qui andavo in giro con le pinne e una maschera tradizionale. Questo per inquadrare la mia esperienza circa questa attività, in modo che capiate che sono una principiante che lo fa una volta l’anno per divertirsi. Anyway.
Io lo snorkel l’ho sempre abbastanza odiato, tanto che le prime volte andavo senza rischiando la sincope, visto che era più il tempo che andavo in apnea che quello che respiravo. La Easybreath taglia il problema alla radice, perché lo snorkel è sostanzialmente built-in: ce l’hai sopra la testa, in bocca non hai niente e puoi alternativamente respirare con la bocca o col naso. In genere io comunque ho respirato con la bocca, perché comunque mentre guardi nuoti, fai sforzo fisico, e io ho il naso che funziona a metà, per cui dopo un po’ sono costretta a passare alla bocca. Però avere la possibilità di scegliere è piacevole, anche perché la respirazione risulta molto più naturale che con lo snorkel. Nota divertente, la sensazione che ti dà questa maschera è simile a quella che si ha quando respiri dalle bombole; i rumori che senti sembrano quelli, e il respiro tende a prendere un ritmo che è quello tipico, lento, dell’immersione totale.
La Easybreath è comoda, a patto, ovviamente, di scegliere la giusta misura e mettersela bene, ma l’ho trovata meno costrittiva di una maschera tradizionale, e mi fa anche meno male; un giorno ho usato la maschera normale e ho finito per farmi male al naso. La visibilità, che ve lo dico a fare, è spettacolare: si vede molto meglio, molto più chiaro, la visuale è amplissima. Mi sembrava tutto vicinissimo e a portata di tocco, anche se in verità il fondale magari era di quattro o cinque metri. Questo può essere un po’ controproducente quando si tratta di fare foto (anche qui, contestualizziamo: io ho una Canon PowerShot D20); a occhio ti sembra tutto nitidissimo, poi vai a scattare e ci sono quei tre metri di acqua tra te e il soggetto e ti viene tutto blu indistinguibile. Non so come vada con altre compatte subacquee, ma la mia funziona bene se ti incolli al soggetto, altrimenti la correzione della luce blu funziona poco. E qui veniamo all’unico, vero problema di questa maschera: che non ci puoi andare in immersione. Ora, facendo snorkeling l’immersione non è una cosa necessaria; con una maschera con una tale visibilità puoi tranquillamente startene in superficie e guardare sotto la vita che si dispiega. Non so voi, ma io a volte ho voglia di inseguire un pesce, o avvicinarmi appunto per fotografarlo meglio, e questo con la Easybreath non è possibile. Ho provato ad andare sotto, ma già al metro e mezzo la cosa diventa proibitiva, perché non puoi compensare le orecchie, e rischi di farti davvero male. Inoltre, la maschera è molto ampia, per cui non metterei neppure la mano sul fuoco sulla resistenza del vetro alla pressione. Però, vi devo dire la verità, nei quindici giorni in cui sono stata a Marina di Camerota, durante i quali ho fatto snorkeling praticamente ogni giorno, non ho mai sentito la mancanza della maschera tradizionale. L’avevo portata, pensando di alternare un po’, ma ogni volta che si trattava di prenderla, lasciavo perdere e andavo con la Easybreath. Il fatto è che la visuale è così buona che il senso di immersività è grande, per cui, alla fine, non senti il bisogno di scendere ogni tanto in apnea. Ottima anche la tenuta all’acqua, e, se vi entra acqua dallo snorkel in testa, si vuota sola emergendo, senza dover soffiare o fare altro. L’acqua scivola via ai lati, e via, verso nuove avventure. Inoltre, non si appanna; non ci devi sputare niente o fare altro, non si appanna e basta, e questa, su un vetro così grande, è una grandissima cosa.
Insomma, per me è ampiamente promossa, mi ci sono divertita tantissimo. Certo, costa, però secondo me si ripaga col tempo. È comoda, bella, ti fa godere il mare in tranquillità, toglie le seccature e lascia solo il divertimento. Ma non ci puoi andare in apnea, ripeto, per cui questo fatto va tenuto presente. Poi, certo, quando la indossi sembri un po’ uno Snorky :P

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Mannaggia al burkini

Per certi versi, la polemica sul burkini è assurda, e non andrebbe alimentata: donne e uomini occidentali, su un mondo chiuso e autoreferenziale come la rete, discettano di come debbano vestirsi le donne musulmane. Paternalismo e neocolonialismo come se piovesse. Dall’altra, però, la questione ci riguarda molto da vicino, perché qui non è in ballo tanto quanti centimetri di carne una donna debba esporre in spiaggia per essere emancipata (risposta: quanti cazzo desidera e vuole), ma come la nostra società deve rispondere alle tensioni che derivano dalla convivenza di diverse culture. Per quel che mi riguarda, la risposta francese è sbagliata, perché nega quei principi di libertà dei quali (a volte a torto) tanto ci vantiamo, e perché non serve e nulla.
Partiamo dal fatto che non serve e nulla: il risultato di impedire a chi lo desideri di andare in spiaggia coperta non ha come risultato il fatto che le donne che prima non volevano mostrare le cosce adesso scenderanno in spiaggia in bikini, libere e femministe. Chi si sentiva a disagio ci si sentirà anche adesso, col risultato che in spiaggia non ci andrà più. Se questa è liberazione delle donne…
Ma, dicono quelli a favore, il burkini è espressione di una cultura maschilista che impone alle donne di coprirsi. Quindi per rispondere, costringiamo la gente a scoprirsi, perché da noi si fa così, zitta e muta. Addirittura, pare che il bikini faccia parte dei valori occidentali, almeno a sentire Manuel Valls; stamattina sono andata a nuotare al mare in intero nero, mi sa che non sono occidentale a sufficienza.
Ma poi, siamo così convinti che il burkini non possa essere una scelta? E in base a quali ragionamenti lo diciamo? Lasciamo perdere i paesi nei quali per legge non si può andare in spiaggia nudi: qui stiamo parlando di donne europee che si vogliono coprire, perché la legge è francese. Il ragionamento è: siccome il burkini è scomodo (pure qua: perché? Io ho indossato la tuta da sub, ci ho nuotato, e non è poi così scomoda), nessuna donna se lo metterebbe di propria volontà, ergo è costretta. Ma anche il tacco 12 non è che sia comodissimo, eppure tonnellate di donne lo indossano, anche a costo di farsi male (io mi sono slogata una caviglia, una volta): siamo tutte costrette? E giacca e cravatta per gli uomini sul lavoro? D’estate è una tortura, eppure mio padre non rinunciava neppure alla camicia a maniche lunghe: costretto pure lui dalla moglie?
No, ma non capisci, il problema è culturale: loro sono culturalmente costrette al burkini. E qua siamo al top, perché allora mi dovete dire chi non è culturalmente costretto a far qualcosa. Andiamo tutte in spiaggia in bikini perché la nostra cultura non solo lo tollera, ma lo esalta. In questo senso non è una libera scelta, ma un costrutto culturale cui molte donne, non tutte, involontariamente o meno, si adeguano. Facciamo sedute di palestra per buttar giù la panza e avere le cosce toniche, sempre da mostrare col suddetto bikini, perché viviamo in una società che esalta i corpi tonici, e, incidentalmente, bullizza quelli non conformi. Nessuna nostra scelta è veramente libera, in questo senso; siamo condizionati dal nostro vissuto, dalle nostre scelte, e dalla società in cui viviamo. Per dire, quando ero negli Emirati mi sentivo più a mio agio coperta che in costume da bagno, perché ero in un posto in cui tutti andavano in giro coperti. La società esercitava la sua pressione su di me, come la esercita quella italiana in patria, e mi induceva a un certo atteggiamento.
Quello che voglio dire è che di tutta questa storia quel che mi disgusta di più è la pretesa di certa gente di farsi interprete dei desideri e dei bisogni altrui. Se sei musulmana, non è concepibile che tu possa avere desideri tuoi, che tu possa voler andare in giro coperta, o nuda, o sa cosa. No: sei per forza di cose sottomessa. E lo rimarrai fino a quando l’emancipata donna occidentale non verrà a insegnarti come liberarti. Perché è ovvio che tu da sola non ce la possa fare. E non solo: io donna occidentale ritengo che esista un modo solo per liberarsi, quello che ho usato io, e basta. Ti dico che la via è andare nude al mare, che non ti puoi autodeterminare con un velo in testa, o con le gambe coperte.
L’abbigliamento è sempre stato per me un elemento importante del mio modo di essere. Ho iniziato verso i dodici anni a costruirmi il mio codice di abbigliamento, che è passato – e passa ancora – spesso per scelte non proprio conformi al modello standard: i capelli rasati o tinti di blu, ad esempio, i capi etnici, l’eccesso. Ma per me è importante, perché riflette ciò che sono. Il mio corpo non è un’appendice inutile del mio cervello, è il mio avatar, è il modo in cui conosco il mondo e il mondo conosce me. Per questo voglio poter essere libera di interpretarlo come credo: magro, grasso, tonico, flaccido, vestito elegantemente o mezzo nudo. E mi darebbe enormemente fastidio che qualcuno venisse a sindacare le mie scelte, dicendo che non è quel che voglio, peggio, che non sono in grado di decidere cosa voglio perché non lo so. Questa è la ragione per cui questa cosa mi dà così fastidio. Perché mi identifico in quella donna – e ce ne stanno – che vuole andare vestita in spiaggia in un certo modo, e si sente rispondere che è sottomessa, che non sa quello che vuole, che non può.
Non è così che si fa integrazione. Non si fa integrazione neppure “tollerando”: sì, vieni in spiaggia in burkini, ma sappi che è una cosa sbagliata, che la donna libera si mette in bikini e via così. Il nostro compito non è questo; non siamo qui a giudicare le scelte altrui e le sue motivazioni. Dobbiamo solo accettare: che qualcuno si farà il bagno vestito, che qualcun altro se lo farà nudo, che qualcuno indosserà l’abaya e qualcuno gli shorts. Perché non è che qui da noi le donne si sono messe la minigonna perché è venuto qualcuno a imporcelo; l’abbiamo voluto noi, perché lo sentivamo giusto. Se le donne musulmane lo vorranno, lo faranno anche loro. E lo fanno già, tirando indietro l’hijab in Iran, in modo da lasciare scoperta buona parte dei capelli, per dire. Ma lo faranno perché lo sentiranno giusto, e a modo loro, perché è la loro liberazione, non la nostra. Le possiamo aiutare, se vogliono, ma non possiamo imporre loro un cammino di liberazione.
Ma non c’è limite? Dirà qualcuno. Dobbiamo accettare tutto, anche roba tipo l’infibulazione? I limite c’è, chiarissimo: la legge. La legge italiana impone i comportamenti che la nostra società ritiene leciti e quelli che ritiene illeciti, guidata dal principio che non si debba nuocere ad altri nell’esercizio della propria libertà. L’infibulazione nuoce – per sempre – a un minore, quindi è una pratica illegale. Il burkini non fa male a nessuno, non viola la libertà altrui di mettersi in topless, non nuoce manco a chi se lo mette, a meno di ritenere l’assenza di abbronzatura peccato mortale.
Tant’è. Questo è il mio pensiero, abbastanza inutilmente espresso, lo so. Ma la vita è piena di robe inutili che però uno vuole e sente di fare lo stesso.

Bonus: informiamoci pure un po’, prima di parlare. E guardiamone uno, di ‘sti capi castranti…

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Uno di Noi

Non è esattamente quel che si definirebbe un libro da estate, ma io ve lo consiglio comunque, perché, a dispetto dell’argomento, scorre via velocissimo, e le sue 500 pagine e più io me lo sono bevute in una settimana. Si tratta di Uno di Noi, di Åsne Seierstad, che ho scoperto grazie a Roberto Saviano; in sintesi, è il racconto della strage di Utøya e di ciò che le è girato attorno, a partire dalla vita del suo autore, Anders Breivik, ma anche di alcune delle sue vittime.
Non intendo qui farne una vera e propria recensione, ma è un libro che ha scavato molto profondamente in me, e quindi sento la necessità di parlarne.
All’epoca, la strage mi colpì molto, ma credo fu così per tutti. Mi andai persino a leggere il libro che Breivik aveva scritto per motivare e completare gli effetti della strage. Era la prima volta che scoprivamo che ad attaccarci non erano solo “gli altri”, in cui, erroneamente, identifichiamo chi ha origini in terre lontane e professa religioni diverse dal cristianesimo. La guerra aveva un altro fronte, speculare, e interno: Breivik era “uno di noi”. Era bianco, era biondo, era cristiano, la sua famiglia era norvegese.
All’inizio, pensavo che il titolo si riferisse proprio a questo, al fatto che, per una volta, non potevamo mettere alcuno schermo tra noi e l’orrore. E invece, arrivata alla fine, mi sono dovuta ricredere. Breivik non era “uno di noi”, e il problema era proprio il suo essere solo, non appartenente a nulla, a fronte di frotte di giovani che invece partecipavano di una comunità, erano parte di qualcosa. Il singolo contro il gruppo, l’emarginato – adesso spiego in che senso – contro la società da cui ritiene di essere stato rifiutato.
Siamo abituati a pensare al male come un’entità ontologica che si incarna in qualcuno che, per forza di cose, deve essere profondamente diverso da noi. Ci immaginiamo i grandi cattivi come persone comunque in qualche modo straordinarie, super-cattivi da film, malvagi in tutte le loro manifestazioni e strenuamente, quasi eroicamente tesi al male. Il libro di Seierstad prende questa tesi e la fa a pezzetti. Breivik è un uomo qualunque. Prima di Utøya non era altro che uno dei tanti che non era riuscito a combinare nulla di buono nella vita: qualche impresa ai limiti del legale fallita, il tentativo naufragato di distinguersi nel mondo dei graffiti, i lunghi anni trascorsi letteralmente a giocare tutto il tempo online a World of Warcraft. L’inetto medio, che spesso incontriamo in rete, carico di livore perché mai in grado di accettare che i suoi fallimenti non sono colpa d’altri, ma di se stesso. Una figura di fallito che immaginiamo come pressoché innocuo, uno lasciato indietro dalla vita, il cui destino è vivacchiare ai margini. È proprio questa descrizione l’unica che riesce a far perdere i gangheri a Breivik durante il processo. Può tollerare di essere descritto come un mostro, come un pazzo, persino, ma non come un poveretto.
Ma questo poveretto che ha preso solo calci in faccia, un bel giorno decide che non ci sta. Decide che se non è riuscito in altro modo ad essere all’altezza delle proprie smisurate ambizioni, allora verrà ricordato non per qualcosa di positivo, ma per qualcosa di tremendo. Nel chiuso della sua stanza, si informa online, immagina un’organizzazione segreta di cui è fiero combattente e alto rango, inventa una missione che faccia di lui un eroe, e si appresta a uccidere più di settanta persone, la maggior parte delle quali giustiziate a colpi di pistola e fucile. Non c’è niente di eroico, niente di grande in questa figura. Breivik si immagina come qualcuno di straordinario perché ha ammazzato tanta gente, perché ha fatto qualcosa che nessuno prima di lui aveva tentato in queste forme, in questi modi, ma alla fine dei giochi è sempre lo stesso inetto di prima. È ancora solo, e sempre lo sarà.
Perché l’altro elemento chiave è appunto la solitudine. Breivik la conosce da piccolissimo, con una madre malata che non l’ha mai desiderato, e ha cercato di sbarazzarsi di lui affidandolo ai servizi sociali, ed è la cifra della sua esistenza: vuole disperatamente essere parte di un gruppo, di più, vuole esserne il leader, ma non funziona mai, perché non ne ha la stoffa, perché non ce la fa. Prova a farsi un nome coi graffiti, ma il gruppo lo respinge per le sue pose da grand’uomo. Prova a fare l’imprenditore, ma, a parte muoversi sul confine tra legale e illegale, non è capace di fare altro, e tutte le sue imprese falliscono miseramente. Prova a entrare nella massoneria, a farsi un nome tra l’estrema destra norvegese, ma non funziona niente, non riesce a spiccare da nessuna parte, di più, non riesce a essere parte di niente.
Dall’altro lato, ci sono i giovani di Utøya. Sono ragazzi impegnati politicamente, soggetti attivi della società, parte di un progetto più grande. Gente che ha trovato il proprio posto nel mondo, che non vuol dire che si sono adeguati allo status quo: i ragazzi di Utøya il mondo lo vogliono cambiare, e lo fanno un pezzetto per volta partendo dal loro piccolo. Sono ragazzi brillanti, che sanno cosa sono e cosa vogliono, anche se sono giovani. Sono tutto quello che Breivik non è mai stato e mai sarà. Ed è per questo che Breivik li uccide: sì, tutti i deliri sull’islamizzazione dell’Europa che si racconta per giustificarsi davanti a se stesso, i cavalieri templari e le menzogne che è costretto a raccontarsi per non fare i conti con la propria mediocrità, ma il nucleo vero di quanto ha fatto è tutto qua: ha ucciso ciò che non è mai riuscito ad essere.
Mi sono tornate in mente molte cose, leggendo questo libro. Anche Hitler era un fallito, un piccolo uomo che non riusciva a rassegnarsi alla propria piccolezza. E ho pensato al Nome della Rosa, agli eretici come esclusi, alla rabbia di chi sta ai margini. E più mi addentro in queste storie, anche in quelle dei terroristi di questi tempi, più mi accorgo che il segno è sempre uguale: la marginalità. La marginalità delle periferie, di chi è nato in Europa ma viene trattato come un reietto, di chi semplicemente non è mai stato amato e non ha mai imparato a farlo, e per questo è condannato alla solitudine.
Ora, io non voglio cercare di giustificare l’ingiustificabile, ma voglio cercare di capire. Scrivo, e il male mi interessa per forza: come si forma, dove risiede, perché in alcuni emerga e in altri no. Perché tante persone ogni giorno hanno la storia che ha avuto Breivik: è pieno di gente non amata, rifiutata, ma non tutti finisco a uccidere ragazzini su un’isola. Il perché, perché alcuni di noi riescono a superare le proprie ferite e altri no, rimane un mistero, Il Mistero intorno al quale si dipanano le nostre vite, e riflette la letteratura.
Questo non è un libro facile. Le infinite pagine con la descrizione della strage sono state per me pressoché intollerabili, ma l’autrice spiega chiaramente perché ce le abbia messe, e non c’è niente di morboso, in esse. Ma se vuoi capire Breivik, devi vedere cosa ha fatto. Ho dovuto far ricorso a tutte le mie risorse per andare avanti, ma resto convinta che questo libro serva. È un bel libro, prima di tutto, che non giudica, non interpreta, ma semplicemente riporta quanto è stato. Unire i punti spetta al lettore, e io li ho uniti in questo modo, altri, probabilmente, lo faranno in modo diverso. Ma è importante leggerlo. Tra l’altro, l’autrice si infiamma solo quando si tratta di mettere in luce le mancanze del governo norvegese quando si è trattato di rispondere alla crisi; molte vite si sarebbero potute salvare se la polizia fosse intervenuta tempestivamente, se il governo non si fosse trincerato dietro lo stupore di chi pensa “da noi non può succedere”. Per tutto il resto, non so se Breivik si poteva fermare, o cosa andasse fatto, nel lungo percorso della sua storia, per salvarlo da se stesso. Se i servizi sociali avessero insistito e l’avessero tolto a sua madre…se sul suo percorso avesse trovato qualcuno in grado di capire…non lo so. Invecchio, e inizio a pensare che nella vita occorre anche accettare che alcune cose non si possono fermare, non si possono cambiare. Si possono evitare in futuro, in parte, si può imparare dai propri errori, ma resta sempre qualcosa che non è al di là del nostro controllo, e occorre accettarlo.
Insomma, solito gran delirio per dirvi di leggerlo, e magari condividere con me le vostre impressioni.
Chiudo con una citazione che mi ha molto colpita, e segna la distanza abissale tra il mondo come lo vede Breivik e come lo vedevano i ragazzi di Utøya. Breivik è appena stato arrestato, la strage si è appena conclusa, e la polizia lo interroga.

«Mi considerate tutti un mostro, non è vero?»
«La consideriamo un essere umano».
«Mi giustizierete. Me e tutta la mia famiglia».
«Siamo pronti a proteggere la sua famiglia, se fosse necessario. Per noi una vita è una vita. Lei sarà trattato esattamente come chiunque altro».

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Star Trek Beyond i difetti dei film precedenti

Venerdì sera sono andata a vedere Star Trek Beyond. Ho manifestato la mia intenzione di andarci sui social e, incredibile, qualcuno mi ha chiesto la recensione :P . No, è che sono così abituata a pensare a questo posto come un luogo non dico abbandonato, ma quanto meno poco frequentato, che l’idea che a qualcuno possa interessare una mia recensione mi sembrava una roba abbastanza fantascientifica. E invece…per cui, rispolvero l’ormai vecchietto Piccolo Recensore e andiamo. Ho cercato il più possibile di astenermi da ogni spoiler.

Dunque, diciamo subito che il film non mi ha fatta uscire dal cinema carica a pallettoni e pronta a una nuova visione. Ma questo non deve succedere ogni volta che uno va a cinema, checché ne dica la rete. A volte, si vuole solo vedere un buon prodotto, due belle ore di intrattenimento con tutti i crismi, e Star Trek Beyond è proprio questo: un bel film solido, che scorre via bene, fatto con attenzione e cura, che finalmente riesce a mettere insieme tutte le istanze, dal nuovo corso inaugurato da J.J. allo spirito trekker classico.
L’impressione è che finalmente, dopo due film che hanno un po’ posto le premesse, si sia arrivati alla maturità di questa saga, quel momento in cui non hai più bisogno di spiegare i personaggi, di creare una mitologia e di costruire l’ambientazione, e puoi finalmente raccogliere quanto seminato. Ora, diciamocelo, quanto seminato nei due film precedenti era una roba da lasciare abbastanza perplessi. Se il primo, nel suo essere un gigantesco “what if…” poteva risultare divertente, il secondo era un’accozzaglia di strizzate d’occhio (cit. – comunicazione di servizio: avete comprato Il Buio In Sala? No? Fatelo :P ) sbattute in faccia, pezzi che parevano presi da Star Wars, assenza totale di qualcosa che ricordasse il senso vero di Star Trek e un cattivo che non solo c’aveva ragione, ma era interpretato da un Benedict Cumberbatch mai così sottosfruttato (e che con un’alzata di sopracciglio umiliava il resto del cast, per altro). Miracolosamente, da questa roba Justin Lin ha tirato fuori il film più trekker degli ultimi quindici anni. Perché lo spirito di Star Trek c’è, quell’utopia fantastica che, purtroppo, non fa più parte della fantascienza da un bel po’ di tempo, ma di cui, secondo me, c’è ancora bisogno. Mazzate, sense of wonder, azione, certo, ma anche quel pelo di riflessione filosofica che non guasta, e quell’occhio rivolto alle sorti meravigliose e progressive, a quel sogno di un’umanità capace di migliorarsi davvero, e vincere le proprie debolezze.
Dal punto di vista visivo, il film è zeppo di idee, e non è una cosa così scontata. Sono svariati anni che gli effetti speciali hanno raggiunto un po’ la saturazione: siamo a più vero del vero, e più avanti di così è difficile andare. Di contro, c’è un appiattimento generale sul modo in cui le cose vengono realizzate: il fantasy si è cristallizzato sulle battaglie à la Peter Jackson, e sono più di dieci anni che da là non schioda, ma anche il resto del cinema blockbuster è inchiodato a tre quattro topoi. Ecco, in Star Trek Beyond si prova del genuino sense of wonder, e si vede qualcosa che, in questo modo, in queste forme, non si è visto prima. Ci sono alcune scene da mascella a terra, che restituiscono intero quel senso di scoperta che dovrebbe sempre accompagnarsi a una saga di esploratori come Star Trek.
Inoltre, la scrittura è solida, e non solo in riferimento ai film precedenti, che, vabbé, non ci voleva molto. Per carità, la trama è abbastanza lineare, il tema di fondo, per altro, secondo me richiama un film della serie classica, ma c’è quella piacevole sensazione che tutto torni. Qualsiasi cosa ti venga mostrata nel film, ha una spiegazione all’interno della trama, persino il prologo, che non è gratuito, come tante volte in film del genere. Fino più o meno a mezz’ora dalla fine mi sembrava mancasse solo un ultimo, importante elemento, ma il film si salva in zona cesarini, e c’è anche quello, introdotto per altro con un bel colpo di scena (almeno per me che sono torda :P ) e con uno sviluppo delle cose perfettamente coerente con tutto il resto. Ho trovato un po’ buttato via solo il personaggio di Jaylah, che sembrava interessante, e invece boh, fa un po’ poco.
Nota di merito alle famose strizzate d’occhio di cui sopra. Eravamo abituati a J.J. Abrams, che le cose te le sbatte in faccia con supponenza, te le sottolinea con l’evidenziatore fuxia e ci mette una frecciona lampeggiante al neon sopra (vedi il famoso urlo di Spock in Into Darkness, ma anche una buona metà di The Force Awakens). Ora, anche Beyond ammicca agli appassionati, ma lo fa come andrebbe fatto, con piccoli inside jokes che se sei un appassionato noti, sennò sono semplicemente note di colore all’interno del film. Per dire, viene ripetutamente citata Enterprise, l’ultima – per il momento – serie di Star Trek prodotta, che io ho amato molto. Ma la cosa viene fatta in modo estremamente discreto; se l’hai vista, noti i particolari, sennò le uniformi dell’equipaggio della Franklin non ti diranno niente, e così la parola Xindi. J.J. piglia nota e impara.
Andiamo invece davvero benissimo sul fronte personaggi. Non sono esattamente – e ovviamente e giustamente, aggiungerei – i personaggi della serie classica; la linea temporale è diversa, sono successe cose che hanno modificato il carattere dei nostri. Però da ciascuno di loro spira un’aria di casa. Da questo punto di vista, davvero notevoli alcune delle battute tra Kirk, Spock e Bones, che hanno proprio l’aria di quelle della serie classica. Una in particolare è davvero fantastica, ma non ve la cito sennò ve la rovino :P . Anche il lato sentimentale tra Spock e Uhura prende il giusto, senza sconfinare troppo. Insomma, la sensazione è che ogni elemento sia stato giustamente dosato, in modo tale da ottenere un ottimo cocktail, che riesce a riempire tutte le lacune dei due prodotti precedenti.
Unica noticina di demerito, il doppiaggio. Mi pare di capire che le condizioni in cui lavorano i doppiatori di recente siano tali da non permette più i livelli di qualità (altissima) cui eravamo abituati, quindi non ne faccio una colpa a nessuno, se non al mercato, ma certe scelte mi hanno lasciata un po’ così. Non è che sia brutto, eh? Ma ero abituata ad altro. Oppure, semplicemente, a furia di vedermi la roba in lingua originale sto perdendo l’abitudine ai film doppiati, non lo so.
Tirando le somme, bel film che vale sicuramente la pena vedere, già solo per certi splendidi effetti visivi e per apprezzare una cosa che si sforza di essere scritta bene e essere coerente con se stessa.

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Brudermülstraße, inverno 2005/2006, per sempre

Quando succedono le cose brutte, io devo scrivere. In genere lo faccio solo per me, ma stavolta la cosa brutta ha una dimensione pubblica, e allora forse è giusto scrivere qui, e condividere con voi.
Ieri ero a Trastevere, ero stanca ma felice come una Pasqua: era una serata da fidanzati con mio marito, pizza e poi la prima presentazione di Zerocalcare cui riuscissi ad andare dopo Torino 2015. La cameriera mi aveva scambiata per un’araba o un’orientale, e mi aveva detto in inglese che le piaceva il mio tatuaggio dorato sulla spalla. Io avevo sorriso, le avevo risposto in inglese che era finto, e l’avevo ringraziata. Trastevere era bellissima, la mia città era bellissima, il caldo soffocante.
S’è dissolto tutto in un attimo quando ho letto la notizia: sparatoria a Monaco.
Io lo so che quando suona la campana suona per tutti, che partecipo dell’umanità e tutte le cose che si dicono in casi come questi. Ma ognuno di noi si tira dietro la valigia del proprio vissuto, e ha cose più vicine al cuore, e altre più lontane, e non è vero che tutti i dolori sono uguali.
Ho conosciuto Monaco con una gita scolastica. Nevicava quel giorno di un Marzo degli anni ’90 in cui ci ho messo piede per la prima volta. Mi è piaciuta da subito, l’ho sentita immediatamente mia. Ci ho vissuto un’inverno intero per lavoro, a cavallo tra il 2005 e il 2006, dieci anni fa. Era la prima volta che vivevo lontana dalla casa dei miei, era la prima volta che convivevo con mio marito. Sono successe tante cose importanti, sotto la neve di quell’inverno gelido: ho conosciuto un amico che non c’è più, e che mi ha lasciato molto, ho imparato a bere la weissbier, ho scoperto che esisteva un posto al mondo cui sentivo di poter appartenere, ho scoperto quant’è bella una giornata di sole dopo dieci di grigio. Ho scoperto che potevo cavarmela da sola, che potevo passare giornate intere a parlare solo inglese, che potevo fare a meno della macchina, e quasi commuovermi con una coppa di glühwien in mano, nel bel mezzo di un mercatino di Natale medievale, mentre la neve iniziava a scendere sull’albero di Natale, ho scoperto di poter fare della scrittura un mestiere. So che nell’ordine generale delle cose, sono tutti fatti assolutamente insignificanti, ma per me non è così. Non posso vedere una mappa della città dall’alto senza contare i posti che frequentavo, non posso prendere un tram senza ricordarmi quello coi finestrini enormi che mi portava al lavoro; mi vedo con le cuffie infilate nelle orecchie che sparano a palla i System of a Down, e gli occhi incollati alla città sotto la neve.
Monaco è la mia patria elettiva; prima di venire a vivere qui sul vulcano, non c’era altro posto dove avrei voluto andare. Ho provato anche a trasferirmi lì, una volta. È un posto dove non mi sono mai sentita straniera. Prima di andarci a vivere, ero terrorizzata: pagavo il pegno di tutti gli stereotipi sui tedeschi tremendi, e mi domandavo perché la mia prima esperienza di lavoro all’estero dovesse essere in una terra che per me spirava un vento di ostilità. E poi ci sono andata, e mi sono sentita così accolta…potrei raccontare decine e decine di aneddoti dei miei contatti coi bavaresi, delle volte che mi hanno aiutata, o hanno solo voluto condividere con me qualcosa: il mio collega che mi porta a sentire un concerto una sera, e si vergogna a suggerirmi qualcosa da vedere nel week end perché “tu vieni da Roma, è così bella, qui non c’è niente di paragonabile”, la signora che in ascensore mi fa notare a gesti le nostre immagini che si ripetono all’infinito negli specchi contrapposti, e mi sorride, la gente che si ferma a chiederti se vuoi indicazioni, se ti vede con una mappa in mano. D’estate, Monaco si riempie di arabi; è il primo posto dove ho visto donne con l’abaya e ricordo la scena di quattro amiche in giro per negozi, tre occidentali e una completamente velata. La comunità turca è enorme, e quella italiana non ne parliamo: se chiedi informazioni in strada, come ha fatto mia suocera, hai una possibilità su dieci di beccare un italiano, e l’italiano comunque lo parlano anche molti tedeschi.
È questo che mi fa soffrire. Che una città che mi ha dato così tanto, che nei miei riguardi è stata così aperta, paghi il prezzo di quest’intolleranza che ormai ci unisce tutti. Io non lo so chi fosse quel ragazzo che ha sparato ieri, quale storia avesse e cosa l’ha portato su quel tetto. Ora non mi interessa neppure. Ma so di chi è figlio: delle parole di odio che ogni giorno, da tutte le parti, spendiamo, per evocare la guerra invece di vedere la pace che abbiamo intorno. Perché la pace c’è ancora, io la vedo, la sento. Monaco, che ha visto scorrere per le sue strade la follia vera, che è stata rasa al suolo dalla guerra, e ha ricostruito mattone su mattone, è per me soprattutto un luogo di pace, resta un luogo di pace.
Io lo so che queste parole non significano niente: non sono un’analisi sociologica, non sono una condanna, non ci aiutano nemmeno a capire. Non servono a niente se non a me, a pagare pegno a una città cui devo tanto di ciò che sono. È solo un ricordo, un fiore appoggiato per terra, una candela accesa. E basta così.

Scemi a Brudermülstraße

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Estate Eretina 2016

Post informativo :) .
Dunque, il 18 Luglio partecipo all’Estate Eretina 2016: ci potremo vedere alle 21.00 al Teatro Ramarini di Monterotondo: si parlerà un po’ di stelle. Vi si aspetta!

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La Zerificazione di Licia :P

Allora, stamattina è successa una cosa per me molto bella, come tutte le cose inaspettata. Questa che potete leggere qua. Leggetevela tutta, perché il fumetto è splendido, come tantissime cose di Zerocalcare, e merita, perché fa riflettere e fa divertire, come solo certa arte sa fare.
Ecco, io ci penso da stamattina. Non riesco a pensare ad altro. Io, quella cosa che dice Zero sul sentirsi soli, la capisco. Per cose infinitamente meno gravi di quella capitata a lui, mi ci sono sentita anch’io. Io scrivo fantasy, per molti rappresento lo zero assoluto della non-letteratura, e a volte mi sento un corpo estraneo in mezzo agli altri scrittori. Intendiamoci, ho amici scrittori con cui mi trovo molto bene, ma nel complesso non mi sento parte della comunità culturale di questo paese. Forse è colpa mia, che mi sento a volte purtroppo meglio, e tantissime volte peggio di tutti gli altri che scrivono, ma anche del fatto che in tante polemiche – stupide ripeto, e che riguardano soprattutto l’inizio della mia carriera – mi sono sentita molto sola.
Per questo sono onorata di essere stata citata, e in questo modo, in questo splendido fumetto. Sono onorata – e mi sento pure un po’ poco all’altezza del compito… – di essere stata di aiuto per Zero, e di averlo fatto sentire meno solo, anche se con un commento che tutto sommato a me non è costato niente, un tweet che scrivi in due minuti, ma in cui credevo e credo ancora.
Ecco, quando succede questo è bello. E ovviamente è una gran figata far parte del pantheon popolato dall’Armadillo, dal Supplì, da Secco e dal Cinghiale :P . Per la gente come me, queste sono le vere soddisfazioni, perché io vivo e mi nutro di cultura pop. Adesso sono un po’ come Mollica che ha la sua versione tra i Paperi di Topolino :P .
E niente, grazie Zerocalcare; per una cosa del genere non credo esistano ringraziamenti sufficienti, ed è per questo che è da stamane che sto declinando il “grazie” in tutti i modi possibili e immaginabili. Sei sempre un grande.

P.S.
Spazio pubblicitario :P
Vi ricordo che oggi, 30 giugno, dalle ore 19.30, potremo vederci presso la Libreria Assaggi di Roma, Via degli Etruschi 4. È l’Asteroid Day, e parleremo un po’ di asteroidi: cosa cosa, come si monitorano, come possiamo fare ad evitare che ci cadano in testa :P . Per chi non potesse seguire l’evento live, qui ci sarà lo streaming. Io, comunque, vi aspetto :)

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Games of Thrones, o di come si può raccontare una storia + Asteroid Day

Era un po’ che non rispolveravo la mia rubrica di critica televisiva (ahahahahahah! Scusate, è che fare la persona seria mi induce sempre ilarità :P ). Games of Thrones, però, è ormai IL fenomeno di costume di questi tempi, al pari di Lost, X-Files e Twin Peaks prima di lui, e quindi nulla, anch’io percepisco lo zeitgeist. Da qui in poi, spoiler.
Ieri sera ho visto l’ultimo episodio della sesta stagione. Stamattina, leggendo un commento di Roberto Recchioni su Facebook, ho messo a fuoco meglio una cosa che ho pensato anche durante la visione: che la narrazione, in Games of Thrones, si sta normalizzando. Ricordo che più o meno a metà della – splendida, poco da dire – sequenza iniziale ho pensato che quest’anno mi è sembrato di guardare una cosa diversa dagli altri anni. Innanzitutto, la musica è completamente diversa, per certi versi più canonica per un fantasy (pensate soprattutto alla battaglia nella scorsa puntata). Ma anche il succedersi dei fatti avviene su una traccia assai più riconoscibile, e sta perdendo quella struttura a rizoma che era caratteristica, fino alla scorsa stagione, del prodotto. Mi spiego.
In GoT succedono cose. Cose che, fin qui, non sembravano coagulare verso un punto preciso. Sì, il Gioco dei Troni, ma Daenerys era così lontana, e gli Stark così sparpagliati per il mondo e messi male, che il trono non era certo un punto di accumulazione per le vicende. Del resto, la saga originale si chiama A Song of Ice and Fire, e il trono viene citato solo nel primo libro. La narrazione è sfilacciata, si disperde in numerosi rivoli, e molti danno sul nulla: la morte di Rob, per dire, è assolutamente anticlimatica, e per questo inaspettata. Questo perché, almeno dal mio punto di vista, GoT è un racconto di atmosfere e personaggi: se ci pensate, il 90% del tempo abbiamo dei personaggi, seduti, che parlano. Molte scene, anche nei libri, non solo nel telefilm, ove la cosa si spiega con ovvie ragioni di budget, vengono risolte offscreen. Perché l’importante sono i personaggi che fanno cose, per lo più non strettamente legate all’avanzamento della trama orizzontale. Ora, questo può piacerti o meno – e a me non piace, ma capisco che sono gusti personali – ma GoT era questo.
Ora, però, Benioff e Wiess hanno superato la narrazione di Martin, e quindi giocoforza hanno dovuto iniziare ad andare per fatti propri. Io ho letto solo il primo libro della saga, per cui mi baso sui commenti dei lettori; ok, sì, gli sceneggiatori si erano già presi svariate libertà rispetto ai libri, ma questa stagione si sono mossi in territorio vergine, e per altro in una fase nella quale, per forza di cose, i nodi vengono al pettine: la storia ha doppiato la metà, e si avvia naturalmente verso una conclusione. Questo significa che sono stati costretti a rispondere a svariate domande lasciate in sospeso nei libri e non più eludibili (chi è Jon Snow e se è morto davvero, ad esempio). Il risultato è che la struttura a rizoma non regge più, e occorre andare verso una conclusione. La conseguenza è che d’improvviso tutto diventa più prevedibile.
Era ovvio che Melisandre arrivasse a Castle Black per riportare in vita Jon Snow, ed era ovvio che Jon Snow non fosse morto, perché ci si è spesi molto (soprattutto nei libri) a costruirlo come personaggio, tessendo intorno a lui una serie di nodi che vanno sbrogliati prima della sua morte, pena l’inconcludenza. È ovvio che Daenerys rimediasse le sue navi per superare il Narrow Sea e sopravvivesse fino a farlo, era ovvio che Jon battesse Ramsey. Certo, alcune soluzioni di trama sono state un po’ sciatte: Yara e Theon che partono proprio quando a Daenerys servivano le navi, Dorne e i Tyrell che si trovano nella posizione perfetta per fare un patto con Daenerys, la presenza stessa di Melisandre a Castle Black…
Ora, la domanda è: questa svolta nel tipo di narrazione è mera conseguenza – inevitabile – del fatto che la storia sta giungendo alla sua conclusione, o è figlia del modo di narrare di Benioff e Weiss e del medium televisivo? Mi spiego: pure Martin finirà per far adagiare la sua opera in argini più comodi? Per me è una domanda molto interessante, perché questo tipo di struttura è piuttosto sperimentale per un fantasy. Può il rizoma tenere in piedi fino in fondo una storia? O le istanze della narrazione classica, a un certo punto, sono ineludibili? Ossia, le storie si narrano per lo più in un certo modo perché piace agli scrittori o perché è la storia stessa che chiede di essere narrata con un certo tipo di svolgimento?
A me la fabula classica piace. Secondo me, nonostante gli anni che si trova sul groppone, ha ancora tantissimo da dire, ed è il modo più immediato per coinvolgere il lettore/spettatore. Ma è anche una questione di gusti. Per questo vorrei vedere se una storia può piacere ugualmente anche se, mettiamo caso, Daenerys muore appena mette piede a Westeros, senza portare a termine la sua missione, dopo sei stagioni (e cinque libri) di costruzione del suo percorso. La vita funziona così, dicono in genere gli appassionati del Martin classico, quello della morte di Ned e Rob. Io rispondo che è vero, ma la letteratura deve per forza copiare la vita? Non è più che altro un disperato tentativo di mettere ordine nel caos (che è poi anche quello che fanno scienza, filosofia e più o meno tutto lo scibile umano)?
Insomma, le cose si fanno interessanti. Vedremo cosa succederà da qui in avanti. Per i miei gusti personali, bella puntata per la prima mezz’ora, comunque telefonata, ma girata in modo egregio, anche se con un’eccessivo dilungarsi della tensione. Finiti i primi trenta minuti, tutto va un po’ come doveva andare, e morta là, ma il brividino davanti alle navi col simbolo dei Targearian sopra, con tanto di miei amatissimi draghi in volo, è stato impossibile da evitare. Ho un po’ la sensazione che la storia avrebbe potuto iniziare da qui, e che le sei stagioni precedenti siano state un lunghissimo prologo, atto a far crescere i draghi di Daenerys, ma vdabbé. In fin dei conti io GoT me lo vedo perché è bello: bella musica, bella fotografia, bella regia, ottimi attori. Ah, en passant, questa stagione poteva stare su tranquillamente segando una buona metà degli episodi, che sono stati davvero a perdere tempo. Comunque, il bello dovrebbe venire ora, soprattutto per i dragofili come me :P .
In chiusura, vi ricordo che giovedì 30 giugno, dalle 19.30, possiamo vederci alla Libreria Assaggi di Roma, Via degli Etruschi 4, zona S. Lorenzo, per l’Asteroid Day: si parla di asteroidi, passati, presenti, futuri, cosa sono e come ci si può eventualmente proteggere dal rischio che a volte possono rappresentare. Qui un po’ di informazioni. A dopodomani!

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