La Zerificazione di Licia :P

Allora, stamattina è successa una cosa per me molto bella, come tutte le cose inaspettata. Questa che potete leggere qua. Leggetevela tutta, perché il fumetto è splendido, come tantissime cose di Zerocalcare, e merita, perché fa riflettere e fa divertire, come solo certa arte sa fare.
Ecco, io ci penso da stamattina. Non riesco a pensare ad altro. Io, quella cosa che dice Zero sul sentirsi soli, la capisco. Per cose infinitamente meno gravi di quella capitata a lui, mi ci sono sentita anch’io. Io scrivo fantasy, per molti rappresento lo zero assoluto della non-letteratura, e a volte mi sento un corpo estraneo in mezzo agli altri scrittori. Intendiamoci, ho amici scrittori con cui mi trovo molto bene, ma nel complesso non mi sento parte della comunità culturale di questo paese. Forse è colpa mia, che mi sento a volte purtroppo meglio, e tantissime volte peggio di tutti gli altri che scrivono, ma anche del fatto che in tante polemiche – stupide ripeto, e che riguardano soprattutto l’inizio della mia carriera – mi sono sentita molto sola.
Per questo sono onorata di essere stata citata, e in questo modo, in questo splendido fumetto. Sono onorata – e mi sento pure un po’ poco all’altezza del compito… – di essere stata di aiuto per Zero, e di averlo fatto sentire meno solo, anche se con un commento che tutto sommato a me non è costato niente, un tweet che scrivi in due minuti, ma in cui credevo e credo ancora.
Ecco, quando succede questo è bello. E ovviamente è una gran figata far parte del pantheon popolato dall’Armadillo, dal Supplì, da Secco e dal Cinghiale :P . Per la gente come me, queste sono le vere soddisfazioni, perché io vivo e mi nutro di cultura pop. Adesso sono un po’ come Mollica che ha la sua versione tra i Paperi di Topolino :P .
E niente, grazie Zerocalcare; per una cosa del genere non credo esistano ringraziamenti sufficienti, ed è per questo che è da stamane che sto declinando il “grazie” in tutti i modi possibili e immaginabili. Sei sempre un grande.

P.S.
Spazio pubblicitario :P
Vi ricordo che oggi, 30 giugno, dalle ore 19.30, potremo vederci presso la Libreria Assaggi di Roma, Via degli Etruschi 4. È l’Asteroid Day, e parleremo un po’ di asteroidi: cosa cosa, come si monitorano, come possiamo fare ad evitare che ci cadano in testa :P . Per chi non potesse seguire l’evento live, qui ci sarà lo streaming. Io, comunque, vi aspetto :)

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Games of Thrones, o di come si può raccontare una storia + Asteroid Day

Era un po’ che non rispolveravo la mia rubrica di critica televisiva (ahahahahahah! Scusate, è che fare la persona seria mi induce sempre ilarità :P ). Games of Thrones, però, è ormai IL fenomeno di costume di questi tempi, al pari di Lost, X-Files e Twin Peaks prima di lui, e quindi nulla, anch’io percepisco lo zeitgeist. Da qui in poi, spoiler.
Ieri sera ho visto l’ultimo episodio della sesta stagione. Stamattina, leggendo un commento di Roberto Recchioni su Facebook, ho messo a fuoco meglio una cosa che ho pensato anche durante la visione: che la narrazione, in Games of Thrones, si sta normalizzando. Ricordo che più o meno a metà della – splendida, poco da dire – sequenza iniziale ho pensato che quest’anno mi è sembrato di guardare una cosa diversa dagli altri anni. Innanzitutto, la musica è completamente diversa, per certi versi più canonica per un fantasy (pensate soprattutto alla battaglia nella scorsa puntata). Ma anche il succedersi dei fatti avviene su una traccia assai più riconoscibile, e sta perdendo quella struttura a rizoma che era caratteristica, fino alla scorsa stagione, del prodotto. Mi spiego.
In GoT succedono cose. Cose che, fin qui, non sembravano coagulare verso un punto preciso. Sì, il Gioco dei Troni, ma Daenerys era così lontana, e gli Stark così sparpagliati per il mondo e messi male, che il trono non era certo un punto di accumulazione per le vicende. Del resto, la saga originale si chiama A Song of Ice and Fire, e il trono viene citato solo nel primo libro. La narrazione è sfilacciata, si disperde in numerosi rivoli, e molti danno sul nulla: la morte di Rob, per dire, è assolutamente anticlimatica, e per questo inaspettata. Questo perché, almeno dal mio punto di vista, GoT è un racconto di atmosfere e personaggi: se ci pensate, il 90% del tempo abbiamo dei personaggi, seduti, che parlano. Molte scene, anche nei libri, non solo nel telefilm, ove la cosa si spiega con ovvie ragioni di budget, vengono risolte offscreen. Perché l’importante sono i personaggi che fanno cose, per lo più non strettamente legate all’avanzamento della trama orizzontale. Ora, questo può piacerti o meno – e a me non piace, ma capisco che sono gusti personali – ma GoT era questo.
Ora, però, Benioff e Wiess hanno superato la narrazione di Martin, e quindi giocoforza hanno dovuto iniziare ad andare per fatti propri. Io ho letto solo il primo libro della saga, per cui mi baso sui commenti dei lettori; ok, sì, gli sceneggiatori si erano già presi svariate libertà rispetto ai libri, ma questa stagione si sono mossi in territorio vergine, e per altro in una fase nella quale, per forza di cose, i nodi vengono al pettine: la storia ha doppiato la metà, e si avvia naturalmente verso una conclusione. Questo significa che sono stati costretti a rispondere a svariate domande lasciate in sospeso nei libri e non più eludibili (chi è Jon Snow e se è morto davvero, ad esempio). Il risultato è che la struttura a rizoma non regge più, e occorre andare verso una conclusione. La conseguenza è che d’improvviso tutto diventa più prevedibile.
Era ovvio che Melisandre arrivasse a Castle Black per riportare in vita Jon Snow, ed era ovvio che Jon Snow non fosse morto, perché ci si è spesi molto (soprattutto nei libri) a costruirlo come personaggio, tessendo intorno a lui una serie di nodi che vanno sbrogliati prima della sua morte, pena l’inconcludenza. È ovvio che Daenerys rimediasse le sue navi per superare il Narrow Sea e sopravvivesse fino a farlo, era ovvio che Jon battesse Ramsey. Certo, alcune soluzioni di trama sono state un po’ sciatte: Yara e Theon che partono proprio quando a Daenerys servivano le navi, Dorne e i Tyrell che si trovano nella posizione perfetta per fare un patto con Daenerys, la presenza stessa di Melisandre a Castle Black…
Ora, la domanda è: questa svolta nel tipo di narrazione è mera conseguenza – inevitabile – del fatto che la storia sta giungendo alla sua conclusione, o è figlia del modo di narrare di Benioff e Weiss e del medium televisivo? Mi spiego: pure Martin finirà per far adagiare la sua opera in argini più comodi? Per me è una domanda molto interessante, perché questo tipo di struttura è piuttosto sperimentale per un fantasy. Può il rizoma tenere in piedi fino in fondo una storia? O le istanze della narrazione classica, a un certo punto, sono ineludibili? Ossia, le storie si narrano per lo più in un certo modo perché piace agli scrittori o perché è la storia stessa che chiede di essere narrata con un certo tipo di svolgimento?
A me la fabula classica piace. Secondo me, nonostante gli anni che si trova sul groppone, ha ancora tantissimo da dire, ed è il modo più immediato per coinvolgere il lettore/spettatore. Ma è anche una questione di gusti. Per questo vorrei vedere se una storia può piacere ugualmente anche se, mettiamo caso, Daenerys muore appena mette piede a Westeros, senza portare a termine la sua missione, dopo sei stagioni (e cinque libri) di costruzione del suo percorso. La vita funziona così, dicono in genere gli appassionati del Martin classico, quello della morte di Ned e Rob. Io rispondo che è vero, ma la letteratura deve per forza copiare la vita? Non è più che altro un disperato tentativo di mettere ordine nel caos (che è poi anche quello che fanno scienza, filosofia e più o meno tutto lo scibile umano)?
Insomma, le cose si fanno interessanti. Vedremo cosa succederà da qui in avanti. Per i miei gusti personali, bella puntata per la prima mezz’ora, comunque telefonata, ma girata in modo egregio, anche se con un’eccessivo dilungarsi della tensione. Finiti i primi trenta minuti, tutto va un po’ come doveva andare, e morta là, ma il brividino davanti alle navi col simbolo dei Targearian sopra, con tanto di miei amatissimi draghi in volo, è stato impossibile da evitare. Ho un po’ la sensazione che la storia avrebbe potuto iniziare da qui, e che le sei stagioni precedenti siano state un lunghissimo prologo, atto a far crescere i draghi di Daenerys, ma vdabbé. In fin dei conti io GoT me lo vedo perché è bello: bella musica, bella fotografia, bella regia, ottimi attori. Ah, en passant, questa stagione poteva stare su tranquillamente segando una buona metà degli episodi, che sono stati davvero a perdere tempo. Comunque, il bello dovrebbe venire ora, soprattutto per i dragofili come me :P .
In chiusura, vi ricordo che giovedì 30 giugno, dalle 19.30, possiamo vederci alla Libreria Assaggi di Roma, Via degli Etruschi 4, zona S. Lorenzo, per l’Asteroid Day: si parla di asteroidi, passati, presenti, futuri, cosa sono e come ci si può eventualmente proteggere dal rischio che a volte possono rappresentare. Qui un po’ di informazioni. A dopodomani!

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Un anno

Per molto tempo ho pensato che il luogo in cui si vive conti poco. Che quel che sei te lo tiri dietro ovunque tu vada, e quindi qui o là non fa grande differenza. Per tanto tempo ho pensato contasse solo quel che avevo dentro, e che tutto dovesse essere letto alla luce della mia interiorità. Il mondo esterno era solo un riverbero di quello interno.
E poi sono venuta a vivere qua.
Ci ho messo due anni a trovare questo angolino, e all’inizio neppure mi convinceva del tutto, dopo mille case viste e mille buchi nell’acqua. E le aspettative, quando ho traslocato, erano altissime, così alte che ero assolutamente convinta che sarebbero state tradite.
Avevo paura di cambiare radicalmente, di vivere in un posto così diverso dalla mia città natale, persino paura del vulcano e dei terremoti, a un certo punto, e di mille altre cose.
E poi, niente, è iniziata la nostra vita quassù, e più il tempo passa e più penso che decidere di lasciare Roma e venire qua sia stata la decisione migliore che potessimo prendere.
Non è vero che non conta dove vivi. Perché è importante anche avere un po’ di bellezza intorno, e avere un bosco a cinque minuti da casa, dove raccogliere le castagne, o gli asparagi, o andare semplicemente a fare una passeggiata in solitudine. È importante scoprire l’alternarsi delle stagioni ogni mattina, aprendo la finestra e guardando verso Monte Cavo. È importante vivere in un posto cui hai voglia di tornare, sempre, indipendente da dove tu sia andato, una tana da poter chiamare casa davvero.
Qui ai Castelli Romani ho ritrovato il mio tempo, ho scoperto un posto pieno di storia e di bellezza, che non mi sottrae qualcosa, come faceva Roma su base quotidiana, ma aggiunge sempre qualcosa alla mia giornata, fosse solo il cambiamento del bosco, quando torno su dalla città valicando il Tuscolo, o il modo in cui il cuore mi si apre, quando, superata la vetta, vedo la caldera, con Monte Cavo e Rocca di Papa che mi guardano da un lato, e il mare, distante, dall’altro.
Non sento ancora di appartenere a questi luoghi; non sono una da appartenenza, mi sono sempre sentita straniera ovunque, per natura, per storia, probabilmente. Ma questi luoghi di certo appartengono a me, e ogni giorno li amo di più. Per le estati fresche, per il giardino pieno d’insetti strani e nuovi, per le piogge scroscianti e le giornate di sole, per i tramonti e i cieli notturni, per gli animali che di notte incrociano la mia strada, per gli odori che riempiono l’aria. Per questa casa fresca, in cui ho scavato la mia tana, il mio studio che amo tanto, per quel po’ di tranquillità che anche il mio spirito perennemente inquieto qui riesce a trovare.
È stata una lunga strada, quella che ha portato me e i Castelli Romani a trovarci, infine, ma ne ha valsa la pena.
A tanti, tantissimi di altri anni come questo.

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Wired Next Fest e Mare di Libri

Scusate l’assenza di questi giorni, ma sono piuttosto impegnata col nuovo libro, che assorbe buona parte delle mie energie.
Questo breve post, al solito, è informativo sui miei prossimi spostamenti.
Il primo appuntamento è a Milano, il 29 Maggio, in occasione del Wired Next Fest 2016; alle ore 11.45, al planetario, si discetterà di Universo e tempo.
Il 18 Giugno, invece, sarà la volta di Mare di Libri, il festival dei libri per ragazzi di Rimini. L’appuntamento è alle 8.45 al Teatro Galli, Sala Ressi per una bella lezione di astrofisica. Per prenotazioni e informazioni sull’evento, vi rimando al sito ufficiale.
Bon, tutto qua. Io mi reimmergo nell’editing. Ci si vede domenica!

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Salone del Libro di Torino 2016

Non posso dire di aver smaltito davvero il mio viaggio negli Emirati; qualcosa di me è rimasto da quelle parti, assieme all’orecchino che ho perso il giorno della partenza :P . Comunque, la vita va avanti, ed è tempo di altre fiere. Anche quest’anno, come sempre, sarò al Salone del Libro di Torino. I miei appuntamenti sono i seguenti:

Venerdì 13 Maggio
ore 18.30
Arena Bookstock
Presentazione di Dove Va a Finire il Cielo assieme a Sandrone Dazieri
Segue firma copie

Sabato 14 Maggio
ore 15.00
Arena Bookstock
Evento Scriviamoci 2016/2017
Segue firma copie

Domenica 15 Maggio
ore 11.00
Stand Mondadori
Firma copie

Insomma, ci sono un sacco di occasioni. Venite a incontrarmi, che sto scrivendo una nuova saga e quando faccio una cosa nuova sono sempre piena di dubbi e angosce, per cui, se mi venite a rincuorare, io poi lavoro meglio. Sì, è uno squallidissimo ricatto :P
Vi aspetto!

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Diario di viaggio dagli Emirati Arabi

Adesso che l’avventura è conclusa, posso dirlo senza troppe remore: il mio viaggio negli Emirati Arabi mi eccitava moltissimo, ma mi faceva anche molta paura. Mi spaventava l’idea del volo intercontinentale, perché non amo volare e ho paura a farlo, anche se non siamo proprio a livelli di fobia; mi spaventava l’idea di uscire fuori dall’Europa da sola, e di farlo andando in un paese così lontano e diverso, di cui conoscevo poco codici e cultura. Era la prima volta che andavo così lontana, era la prima volta che uscivo dall’Europa geografica, e lo facevo DA SOLA.
Ecco, adesso che sono ancora immersa in quella dolce malinconia da ritorno a casa, quella cosa lì che, se le dessi ascolto, faresti la valigia e ripartiresti subito, posso dire che è stata un’esperienza fantastica, che sono stata lieta di farla, e che lo rifarò al più presto. Per certi versi, lo considero il primo vero viaggio della mia vita: sono stata molto all’estero, ho coperto più o meno tutta l’Europa, ma fino a quando sei vicina a casa è diverso. Per quanto possiamo stare qui a menarcela con le differenze, i paesi Europei hanno molto più in comune di quanto non li differenzi, e quindi girare in questo continente significa ritrovare sempre un pezzettino di sé ovunque, e, soprattutto, non richiede quello sforzo di comprensione, di accettazione, che un viaggio in terre lontane esige. Per questo è stato un viaggio vero, inteso come dimensione dell’anima, ed è stato davvero bello :) .
Il post sarà molto lungo; procedo per temi, così chi vuole può leggere solo qualcosa. Le foto, invece, le trovate qua, e alla fine del post.

L’aereo
Ho iniziato a volare a quindici anni. Fino ad allora, era una cosa che mi affascinava moltissimo, e che volevo tantissimo fare. Lo feci da sola per un viaggio studio in Francia. Non so esattamente cosa accadde in quel primo volo, ma già al ritorno ero un po’ più spaventata che all’andata. Per farla breve, a me non piace volare: soffro di ansia anticipatoria, a partire a volte anche da qualche giorno prima, per un periodo ero una di quelle che al decollo si mettevano a piangere, le turbolenze mi gettano abbastanza nel panico. Ma alla fine volo: sono atterrata in un sacco di aeroporti Italiani, e sono stata nella maggior parte dei paesi dell’Europa occidentale, e alcuni anche di quella orientale. Il problema è che Abu Dhabi dista sei ore di volo, e il volo più lungo che avevo mai fatto era stato quello per Mosca, quattro ore. Ed ero da sola, perché mio marito non poteva prendere le ferie e venire con me.
La somma di queste due cose ha significato PANICO. Venerdì mattina, in aeroporto, forse all’esterno potevo sembrare una persona normale, ma dentro stavo implodendo: alternavo momenti di calma assoluta a picchi di ansia allucinanti. Avevo delle fitte al petto, e un gran desiderio che qualcuno mi desse una botta in testa e mi risvegliasse ad Abu Dhabi.
All’andata ho tenuto mediamente botta. Il crollo c’è stato verso la fine, a un’ora dalla meta, quando l’aereo, per schivare una perturbazione sull’Arabia, ha iniziato a girare di qua e di là. Una turbolenza un po’ più forte mi ha beccata in bagno, e, insomma, ho fatto la solita scena: respiro corto, piantarello, giuramenti su giuramenti che non l’avrei mai più fatto in vita mia.
Ieri, per il viaggio di ritorno, niente. Niente su tutta la linea. No ansia prima, anche Grazie a Chiara Valerio che mi ha tenuta impegnata in discussioni stimolanti fino all’ingresso in aereo, no ansia a bordo, neppure alle poche turbolenze. Mi sono sparata due puntate di Sherlock (sì, sono sempre in fissa :P ), ho lavorato, ho sentito la musica, ho sentito un misto di gioia e tristezza all’atterraggio; ero triste di tornare, ero felice di rivedere la mia famiglia.
E insomma, non lo so se mi è passata. Non credo, ma me ne sono fatta una ragione. Perché per quanto tu possa essere spaventato, vale la pena gettare il cuore oltre l’ostacolo: la vita è una, il mondo enorme, non ha senso rimanere bloccati nel proprio angolino privato. E poi ho visto dall’alto l’Africa, e il Sahara, e l’incredibile nastro verde del Nilo del deserto, e le acque cristalline del Mar Rosso, e la quiete assoluta e oleosa del Golfo Persico. E anche se stavo a 10 km di distanza (in verticale :P ) è stato bello vedere luoghi così lontani, che pure fanno parte della nostra storia.

La fiera
Come saprete, negli Emirati ci sono andata per partecipare alla Fiera Internazionale del Libro di Abu Dhabi. Non sapevo che aspettarmi precisamente, e ho trovato Torino: esatto, il Salone del Libro. Centro fieristico super-avveniristico, collegato direttamente all’albergo, tanti stand, ma molta più calma che nella città savoiarda. Gli Emirati sono un paese giovane, nel momento di massima apertura verso l’Occidente, e quindi il mercato librario è ancora non paragonabile a quello di un paese come l’Italia. Però è stato piacevole girare tra gli stand con calma, con la gente tranquilla che parlava piano e si godeva la giornata, in un mix interetnico clamoroso, in cui la donna in abaya e niqab passeggiava accanto all’occidentale in tailleur.
Sono stata molto contenta dei miei due incontri. Il primo è stato nello spettacolare stand della famiglia reale emiratina, una specie di casetta di legno graziosissima, in cui le donne di famiglia e i loro ospiti hanno incontrato gli scrittori stranieri. L’atmosfera era rilassata, tra dolcetti e donne e ragazze avvolte in splendide abaya, le domande interessanti e interessate. Ci hanno anche chiesto della crisi dei migranti in Europa, segno che è un tema piuttosto sentito, da quelle parti.
Il secondo incontro, aperto al pubblico, è stato ugualmente stimolante, e per la persona con cui l’ho fatto, sempre Beatrice Masini, come nello stand della famiglia reale, e per le domande del pubblico. E poi non c’erano solo italiani; due emiratini in dishdasha e ghutrah si sono seguiti tutti l’incontro dall’inizio alla fine, e c’erano anche altri spettatori stranieri (portavano le cuffie per la traduzione simultanea :P ). Il momento più bello è stato quello in cui una ragazza, credo libanese a giudicare dai tratti e dal nome, mi ha chiesto un autografo per me e sua sorella, dicendomi che la seconda era una mia grande fan. È difficile spiegare quanto possa essere bello e soddisfacente, per uno scrittore, sapere che le sue parole sono arrivate, e sono state apprezzate, così lontano. Non me lo aspettavo, perché io non sono tradotta in arabo, ed è stato davvero bello.

Abu Dhabi, Dubai, gli Emirati
Sono stata solo due giorni, per cui non azzarderò conclusioni sociali e antropologiche. Posso solo raccontarvi quello che ho visto, e quello che mi ha colpita. Innanzitutto, quando si va così lontano, e in luoghi con una cultura davvero diversa dalla nostra, il primo problema è il punto di vista. Non starò certo qui a ricordare quando sia difficile per un Occidentale (e viceversa per un arabo) avvicinarsi con la mente sgombra dai pregiudizi al mondo arabo. Cresciamo invasi da tonnellate di informazioni sull’argomento, che però quasi sempre si riducono a due concetti: Oriente e Occidente si odiano da secoli, e le donne là sono meno che niente. È difficile togliersi di testa queste cose, e, viceversa, non occorre neppure cadere nel paradosso opposto, ossia credere che alla fine si tratti solo di propaganda, e che in Oriente vada tutto liscio e non siano poi tanto diversi da noi. Ecco, lo sforzo è quello di osservare, e basta, perché credo sia questo viaggiare: portare certo la tua sensibilità, la tua storia, e la tua cultura con te, ma al tempo stesso aprirsi all’altro, cercando per quanto possibile di considerare i suoi usi, i suoi costumi, la sua cultura, come un diverso sguardo sul mondo, che non sta a noi giudicare. Ecco, io ho cercato di guardare, di farmi attraversare da odori e colori diversi da quelli cui sono abituata. Non posso rispondervi su quanto la donna sia libera negli Emirati, non posso dirvi quanto realmente la religione permei la società; posso solo dirvi come mi sono sentita io a camminare, da Occidentale, sola, per quelle strade.
Innanzitutto, la natura ha una paletta di colori ridottissima. È difficile spiegare quel beige della sabbia sottile, che ti resta, come una patina impalpabile, sui sandali. Mentre mettevo a posto le infradito che ho comprato lì (le mie scarpe mi avevano graffiato i piedi :P ), l’ho sentita sotto le dita, e ho pensato al deserto, piatto e bigio, che si stende fuori da Abu Dhabi. Sabato c’era una specie di tempesta di sabbia, ed era tutto sospeso e scolorito. Le palme, che sono molto diverse da quelle che abbia qua, più basse e folte, sui rami bassi sono stinte dalla sabbia. È un panorama che a me piace, perché in Italia non c’è veramente niente di uguale; infatti, il mio unico rimpianto è stato quello di non essere riuscita ad andare nel deserto, come hanno fatto alcuni colleghi. Motivo in più per tornare :) .
Il caldo, poi, è asfissiante. Credevo di vivere in un posto molto caldo, ma non c’è paragone col sole che hanno là; quando esci dagli alberghi, la sensazione è quella di infilarsi in un forno. Qualcuno dirà che è caldo secco, ma non è sempre vero; siamo comunque sul mare, e ogni tanto l’umidità si fa alta. Il sole è a picco, caldissimo, la luce intensa. I tramonti sono brevissimi, la notte cala con una rapidità straordinaria, e piuttosto presto. È una terra bruciata, cannibalizzata dal sole, un posto aspro e difficile.
Ecco, in questo posto qui loro sono riusciti a tirar su aiuole verdissime che ancora non capisco da quale acqua siano annaffiate, e un trionfo di tecnologia. Tanto Abu Dhabi che Dubai, i due posti che ho visitato, sono una selva di grattacieli. A Dubai c’è il Burj Khalifa, il grattacielo più alto del mondo, che conta quasi 830 mt di altezza, ma la parte moderna è tutta un trionfo di vetro e acciaio. Abu Dhabi non è da meno, anche se la modernità è meno ostentata, più misurata. Io, personalmente, la preferisco, è una città per certi versi più sobria, ma capisco che Dubai è più d’impatto, coi suoi mall smisurati, le piscine enormi, i marchi dell’extra-lusso esposti in vetrina: Armani, Dolce & Gabbana, Manolo Blahnik (la vetrina di Manolo ormai me la sogno la notte :P ), la Ferrari. Ecco Dubai è un posto straniante; visto il caldo, si vive tanto nei centri commerciali, che sono il trionfo del non-luogo. A parte qualche tocco arabo – splendido – qua e là, potresti essere ovunque nel mondo: per esempio, c’era un negozio di Intimissimi. La gente che ci circola viene da tutto il mondo: tantissimi turisti occidentali, ma anche expat europei, e vagonate e vagonate di immigrati Pakistani, Indiani, Filippini. È una cosa a suo modo unica al mondo, non credo esista un posto simile altrove: è un concentrato di capitalismo e globalizzazione, e per certi versi l’immagine di ciò che gli Emirati pensano sia l’Occidente, dal quale hanno preso tutti gli aspetti più esasperati: il lusso, la moda, i grattacieli.
Poi, se come noi, ti perdi :P , può capitarti di finire dietro le quinte, nella parte di città più povera, in cui vivono gli immigrati. Anche lì è una babele, ma di segno diverso: emiratini e occidentali un giro quasi nessuno, ma tanti altri arabi, e poi Pakistani, e Indiani, e Africani…tutti coloro che rendono possibile lo sfarzo dei mall e dei grattacieli, che li hanno materialmente costruiti e che ci lavorano, nei rami più bassi della catena sociale, però. È un posto strano, pieno di mercatini che vendono roba a buon mercato, di quella che trovi alle fiere di paese o nei negozi cinesi – che qui abbondano – interrotti qua e là dalle moschee, bellissime anche quando sono piccole, dai minareti, da qualche tocco decorativo che ti fa capire di essere nella penisola araba.
Una cosa che ho adorato sono state le spezie; le usano tantissimo in cucina, e in numero e specie assai diverso da quelli cui siamo abituati noi, per cui nei mercati ogni tanto vieni investito da questo aroma intenso e variegato. Puoi trovare i souk seguendo il tuo naso, come ho fatto io al souk moderno di Abu Dhabi, il World Trade Center (sì, lo so, a noi occidentali fa un effetto ben strano questo nome…) costruito da Norman Foster; è una struttura non tanto grande, tutta in legno, che riesce miracolosamente a sposare la modernità con la tradizione. È difficile descriverla, vi consiglio di guardare le foto. E insomma, seguendo il naso sono finita nella parte più tradizionale, piena di spezie in bella vista, coi mercanti che cercano di attirarti al negozio quando passi, e con in esposizione vesti colorate e eleganti abaya. Per carità, una roba turistica di sicuro (anche se gli emiratini ci vanno), ma ben fatta.
Menzione a parte per i dolci: meravigliosi. Deve piacerti, come a me, la roba dolcissima, perché il miele è la base pressoché di ogni preparazione, ma io li trovo straordinari. Innanzitutto c’è grande varietà, e un ottimo uso della frutta secca. I datteri, ve lo dico, sono un’altra cosa rispetto a quelli che arrivano qua: sono molto più dolci, e ce ne sono di diverse varietà, da quelli piccolini a quelli belli grossi. Comunque, a me la cucina araba piace tantissimo, perché è molto varia, e speziatissima. A me piace l’aglio, e loro come contorno mangiano l’aglio arrosto (è buono, fidatevi); ho mangiato piatti riempiti di aglio fino allo sfinimento, e mi sono piaciuti tantissimo. E poi la roba piccante è favolosa. Infine, usano un sacco di melanzane, che io amo. Ecco, culinariamente mi sento araba d’adozione :P
Un’altra cosa che mi ha colpita è stata la pulizia specchiata degli ambienti comuni. Ho visitato la meravigliosa Moschea Sheikh Zayed di Abu Dhabi, e in moschea si entra senza scarpe. Io non avevo i calzini, così sono dovuta andare in giro a piedi nudi. Pensavo sarebbe stata una tragedia, e invece sul marmo avresti potuto mangiarci. Anzi era piacevole la frescura della pietra sotto le piante dei piedi, che ha reso una goduria arrivare poi sul tappeto della sala in cui si prega.

Gli uomini, le donne, l’Islam
C’è chi mi ha chiesto com’è la condizione delle donne negli Emirati. Purtroppo non posso rispondere, perché sono stata troppo poco. So che le emiratine lavorano, e lunedì mattina in aeroporto ci ha portate un’autista donna, credo Filippina. Ho letto che ci sono due ministre donna, e anche una pilota di caccia militari. Le occidentali, per quanto mi è dato di capire parlandone con le italiane che vivono là, fanno più o meno la vita che si fa in Europa. Certo, è un paese con una morale diversa dalla nostra. Nei mall di Dubai le turiste vanno vestite come vogliono, anche in minigonna o con le canottiere, e anche sulle spiagge le ragazze occidentali sono tranquillamente in bikini. Abu Dhabi è più conservatrice, e all’ingresso dei mall c’è scritto che è gradito un abbigliamento consono, ossia gonna al ginocchio e spalle coperte. Non è un gran problema, considerando che al coperto l’aria condizionata fa sì che la temperatura si aggiri sui 20-22°, e quindi un giacchetto fa comodo. In pubblico non sono tollerate effusioni, ma ho visto tranquillamente coppie emiratine tenersi per mano.
Io sono andata in giro anche da sola, e non ho notato alcune differenza di comportamento tra la gente di qua e quella di là. Forse mi guardavano anche meno di quanto la gente non faccia qua in Italia…alla moschea, quando ho ritirato l’abaya (ecco, in Moschea il codice di abbigliamento è molto rigido: no braccia scoperte, no pantaloni attillati, no gonna corta, e testa coperta; ci sono poi accessi diversi per uomini e donne, ma per il resto, ti fanno visitare tutto quel che vuoi, compresa la sala della preghiera, che nella Moschea di Parigi, ad esempio, è off limits), la ragazza velata che li distribuiva ha scherzato sui miei capelli corti, dicendo che le piacevano, e al souk di Abu Dhabi i commercianti mi davano corda chiedendomi da dove venissi. Insomma, io mi sono sentita a mio agio. Ho cercato di vestirmi sobriamente perché tutto sommato mi sentivo a casa loro, e volevo, per quanto possibile, non avere comportamenti che potessero urtarli, ma non ero camuffata da emiratina: ero pur sempre un’occidentale, vestita da occidentale, e seguivo il mio solito stile, che, lo sapete, è un po’ appariscente :) . Ed è andata bene così, non ho vissuto alcun episodio spiacevole.
Le emiratine indossano tutta l’abaya, il lungo camicione nero tipico. Non bisogna immaginare una roba troppo punitiva (non ho loro fotografie perché è considerato maleducato fotografare le donne, figurarsi metterle su internet…); l’abaya è leggera e frusciante, spesso stretta in vita, a volte persino trasparente. In fiera ho visto una ragazza che sotto portava degli audaci leggings neri che si vedevano benissimo in controluce. Inoltre, non c’è un’abaya uguale all’altra: sono quasi tutti nere, ma a volte hanno inserti colorati, ricami, perline, a volte sono direttamente grigie o beige…se volete avere un’idea, ne ho comprata una, e potete vederla qua. Sotto, con le scarpe le emiratine si sbizzarriscono: tacchi vertiginosi, sneakers, roba raso terra…di tutto. Io, per scrupolo, mi ero portata solo roba castigatissima, perché non sapevo che ruolo giocano i piedi in quella cultura, e sono rimasta fregata :P
La maggior parte delle donne porta il velo sul capo, a coprire i capelli, che, mi dicono, sono considerati un elemento di seduzione, e per questo coperti. Il velo lascia il volto scoperto, e in genere è in tono con l’abaya. Credo ci sia un trucco Jedi di qualche tipo per indossarlo, perché a me, nella moschea, cadeva di continuo e dava terribilmente fastidio; a loro non si muove di una virgola, e ci fanno di tutto. Una certa percentuale di donne, poi, porta anche il niqab, ossia il velo che copre naso e bocca e lascia scoperti solo gli occhi, anch’esso nero. Pochissime, perché mi pare di capire sia un elemento molto tradizionale e segno di distinzione e nobiltà, indossa una mascherina metallica su naso e bocca, che credo si chiami burqa; io ho visto di striscio una donna con questo capo, ma sono davvero pochissime. Questo tipo di abbigliamento, però, è tipico delle emiratine. Le altre donne musulmane seguono le tradizioni dei loro paesi d’origine, per cui si vedono anche veli e vestiti colorati.
Le donne quindi sono più o meno una diversa dall’altra; gli uomini emiratini, invece, sono davvero tutti uguali. Portano un lungo camice bianco, detto dishdasha, immacolato, e non so come fanno a mantenerlo tale, e in testa la ghutrah, in genere bianca, ma a volte anche rossa e bianca, quella che io ho sempre chiamato kefiah.
Per quel che riguarda me occidentale, non ero tenuta a portare il velo, e, a parte la decenza di cui ho già detto, ho vestito come volevo. Sono anche stata in piscina, con un tankini, ma altre occidentali erano invece in bikini e nessuno ci trovava nulla da ridire. A Dubai il bikini si vede tranquillamente anche sulla spiaggia pubblica. Le donne islamiche preferiscono coprirsi di più: in genere hanno una muta leggera; io ho visto una ragazza con una maglietta a mezze maniche o giù di lì.
Su quanto l’Islam – che è comunque religione di stato, anche se c’è libertà di professare altre confessioni, ma senza fare proselitismo, che è vietato – influisca sulla cultura generale, al solito, non so rispondere. Credo che l’abbigliamento, prima ancora che un fatto religioso, sia una questione culturale precedente, ma il confine è sottile. Tante cose della cultura italiana sono precedenti al cattolicesimo e poi sono state assimilate, ma ci sono anche elementi che vengono mutuati dalla religione e poi hanno perso la connotazione cattolica. Insomma, è complesso.
Una cosa che mi ha davvero colpita è stata l’adhan, il richiamo alla preghiera del muezzin. Non essendo mai stata in un paese islamico, non mi era mai capitato di ascoltarla: viene recitata cinque volte al giorno, diffusa con microfoni dal minareto. In linea di massima, per la gente del luogo è una cosa normale, e non ho visto nessuno fermarsi a pregare al richiamo del muezzin (ma le moschee sono ben frequentate, almeno per quanto ho visto a Dubai). Per me è stato diverso. La prima volta ho sentito l’adhan alla fiera, durante il – bellissimo, per altro – incontro di Michela Murgia, che si è interrotta e ha atteso che l’adhan finisse. Ecco, in quella cantilena quasi triste, che riempiva lo spazio vuoto della fiera, chiara e armoniosa, ho sentito un richiamo che non mi era affatto estraneo, e che faceva risuonare in me cose che conoscevo. È il senso del sacro, che, nel bene e nel male, appartiene all’uomo da sempre, e probabilmente lo accompagnerà per sempre. Mi sono sentita come certe volte quando entro in Chiesa, ed è stato un momento intenso in cui, dentro di me, sembrava d’un tratto che Oriente e Occidente si toccassero, dimostrandosi meno alieni di quel che si possa credere.
L’ho sentito poi molte altre volte, e ho visto in albergo, e sul volo del ritorno, le indicazioni della direzione de La Mecca, perché il fedele possa orientarsi nella preghiera, ma alla fine mi ci ero abituata, e mi sembrava un po’ come il suono delle campane: un modo per scandire il tempo, tanto sacro che profano.

Tirando le somme
Avrete capito che è stata un’avventura, e un’esperienza di vita. Ho avuto modo di mettermi alla prova, di confrontarmi con alcune mie paure, e vedere da vicino una cultura verso la quale spesso ci accostiamo con grande diffidenza. Andare lontano, vedere usi e costumi diversi, mi ha aperto la mente; è stato un esercizio di tolleranza e di apertura al prossimo, una cosa della quale avremmo un gran bisogno. Inizio a credere che due cose ci possano salvare: la cultura, e il viaggio. Le cose non sono mai come te le raccontano, e devi vederle in prima persona, per averne la tua personale interpretazione; che poi non sarà quella giusta, o quella vera, ma tutto sommato nulla lo è mai. È tutta una questione di orizzonti, e di punti di vista.

Emirati Arabi

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Incontri arabo-romani

Primavera, è tempo di presentare. Ho svariati appuntamenti in programma da qui a giugno; per ora vi dico i due più prossimi.
Martedì 26 Aprile, ore 17.00, sarò presso la sede del CNR, in Piazzale Aldo Moro, qui a Roma, per parlarvi ancora un po’ di Dove Va a Finire il Cielo; con me ci saranno l’immancabile Sandrone Dazieri, Marco Ferrazzoli e Mario Tozzi. Ovviamente, ci fa un sacco piacere se venite a fare un salto a chiacchierare con noi :) .

For people living or staying for a while in Abu Dhabi, this year I’ll attend the International Book Fair; we can meet Saturday the 30th of April at the French Stand, 3.00 pm, for a sining session. Same day, 5.30 pm, in Hall 11, I’ll talk with Beatrice Masini about Italian YA fantasy. For me it will be a great pleasure to meet you there :) .

Ok, per ora è tutto. Per ulteriori informazioni, al solito, stay tuned che ne arriveranno presto. Intanto, buona giornata!

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Lugo di Romagna e Firenze

Scalzo dal primo posto il chilometrico post su Lo Chiamavano Jeeg Robot (film che comunque è ancora tantissimo nel mio cuore, si sappia), per dare qualche informazione sui miei prossimi eventi.
L’8 Aprile, ore 21.00, possiamo incontrarci a Lugo di Romagna, presso L’Hotel Ala D’oro, per discutere un po’ di stelle.
Il giorno dopo, 9 Aprile, ore 17.00, invece, potremo vederci, sempre per un incontro a tema stelle, a Firenze, presso la Libreria IBS Il Libraccio.
Bon, questi sono i due incontri più vicini. Vi preannuncio che a fine mese sarò anche a Roma, e a breve vi darò tutti i dettagli, mentre poi me ne volo negli Emirati Arabi, ad Abu Dhabi, per la Fiera Internazionale del Libro. Se passaste anche da quelle parti, e voleste farmi un saluto, siete i benvenuti :P .

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Lo Chiamavano Jeeg Robot, e pure Miracolo

Pasolini meets Go Nagai, ed esce fuori un film che praticamente non sbaglia niente, che resta con te e non se ne vuole andare. E potrei fermarmi qua. Perché questo film l’ho visto in zona Cesarini, e dopo che tutti ne hanno parlato, per lo più bene, e probabilmente meglio di quanto potrò fare io. Ma conto ancora di raggiungere qualcuno che non l’ha visto, o è indeciso, e comunque secondo me di questo film occorre parlare, e bisogna pure andarlo a vedere, perché rappresenta una cesura nel panorama cinematografico italiano, e, spero, l’inizio di qualcosa.
Partiamo da un dato di fatto: è un film di supereroi, è un film fantastico. Sicuramente sarà uscito fuori qualcuno, fresco fresco, che avrà detto che “non è solo questo”, perché, voglio dire, lo sappiamo tutti che il fantastico non è una roba seria, no? Che è un film di quel genere là non può essere bello, non può spiegarti Roma, la periferia, il mondo meglio di un bel polpettone intimistico-ombelicale, giusto? Ecco, invece è proprio un film di supereroi, che segue tutti i crismi e i topoi del caso, seguendoli pedissequamente e con un’adesione al canone del genere assolutamente da manuale. C’è l’eroe riottoso, che s’imbatte nell’immancabile fusto radioattivo, e che, dopo canonica giornata passata a rotolarsi nel letto tutto sudato e malaticcio, si risveglia pseudo-superman. C’è la donna da salvare, possibilità di riscatto e, al contempo, guida spirituale del Nostro, che lo aiuta a trovare la propria strada. C’è il super-cattivo sopra le righe, sadico e mezzo pazzo. Ci sono anche tutti quegli elementi di contorno, atti a caratterizzare in modo immediato i personaggi, che sono un marchio di fabbrica dei fumetti: il Nostro che vive di budini freddi (e film porno), la passione del cattivo per Loredana Berté, l’ossessione di Alessia per Jeeg Robot. Da questo punto di vista, è un film incredibilmente classico. Ora, però, dovete immaginarvi tutto questo immerso nella più squallida periferia romana, quella talmente al margine che spesso nei film non c’entra manco di striscio, se non per fare critica sociale sul degrado, figurarsi in un film di genere fantastico. Immaginatevi che il vostro eroe sia in un verità un povero Cristo disadattato, incapace di avere relazioni sociali con chicchessia, e che nel film parla praticamente solo per mugugni, che la donna sia un’altra poveretta cui la vita ha tolto tutto quello che poteva, attaccata a tristi illusioni che le permettono di sopravvivere, e il super-cattivo un bulletto di quartiere, forse il più disperato del mazzo, desideroso solo di salire la scala sociale ed essere, per una volta, al centro, e non ai margini. Ecco, sta in questo la vera rivoluzione di questo film, il motivo per cui è un film importante, che va visto, di cui è giusto parlare: prendere l’epica più classica del più scemo cinecomics americano, e non imitarlo, non cercare di giocare a quel gioco lì, che lo sappiamo già che non funziona, no. Piuttosto prendere la nostra realtà, la tristezza di questa Roma sbattuta e violentata che ci troviamo sotto gli occhi tutti i giorni noi che ci gravitiamo o ci viviamo, e mettere al centro ciò che è marginale: i perdenti, i poveretti, quelli che non ce la faranno mai. È un’epopea degli ultimi, questa, intrisa di un’epica dolente, potente proprio perché prende i miti, e li riempie con la forza di quel che ci troviamo sotto gli occhi tutti i giorni: la periferia, la delinquenza piccola e grande, il desiderio di rivalsa.
Lo so, detto così sembra una roba pallosa, un modo per rigirare la frittata, e mostrarci, ancora una volta, lo spaccato sociale, la sparatoria, la camorra. E invece no. Perché il film è teso, appassionante, intriso di una violenza disturbante, divertente (nel senso lato che io attribuisco a questa parola, ossia capace di sostituire per due ore la sua realtà alla tua). La trama fila diritta come un fuso, e i personaggi ti acchiappano. Già la lunga sequenza iniziale, sui titoli di testa, ti fa capire che qua si fa sul serio: una decina di minuti senza manco una riga di dialogo che però ti dicono tutto di Enzo e della sua vita: i furti, un’esistenza grigia, la solitudine, la periferia. E va tutto via così: i personaggi sono seminali, forti, archetipici, che non vuol dire banali, come uno potrebbe pensare di prim’acchitto dalla mia descrizione iniziale. Perché il loro essere essenziali, aderenti al canone, è solo l’involucro, riempito poi di sfumature, e di un’adesione degli attori che è una roba incredibile. Perché questo è pure un film recitato come Cristo comanda, ma da tutti, dal personaggio che si vede due minuti al trio di protagonisti. E si vede che ci credono tutti, dal regista, agli attori, a chiunque, perché finisci per crederci anche tu. Perché, anche qua, riflettete: abbiamo Tor Bella Monaca, periferia sud di Roma, l’epitome del quartiere dormitorio, e un’umanità varia fatta da teppistelli, malati di mente e criminali. E, in mezzo a tutto questo, uno che, finendo dentro un fusto radioattivo, diventa fortissimo, quindi piega i termosifoni, si porta i bancomat a casa, e casca dal nono piano senza farsi un graffio. Mettere assieme i due piani era una roba impossibile, evitare che l’uno negasse l’altro, e che gli elementi fantastici non sembrassero appiccicati con lo sputo, non era banale per niente. E invece funziona, anche per un accortissimo dosaggio degli effetti speciali, che non vanno mai oltre quanto permette il budget. È difficile da spiegare, ma durante la visione non pensi mai che sia ridicolo che Enzo da Torbella sbatta la gente a volare per metri contro i muri con un cartone in faccia. Tutto ti sembra naturale, possibile. Ed è questo il miracolo del titolo della mia recensione. Siamo di fronte a un miracolo: un film supereroistico italiano che non fa ridere, che non sembra scimmiottare malamente l’America. Anzi, vi dirò di più: di tutti i film sul tema che ho mai visto, è uno dei migliori, migliore di tanto filone DC Comics, mirabilmente inquadrato da questa memorabile vignetta di Leo Ortolani. Perché là i dilemmi esistenziali sono infilati a forza, col risultato di sembrare ridicoli, mentre qua sono il film. È un’opera compatta, forte, che sa quel che vuole o le persegue senza timori, con la forza di chi vuole davvero raccontare qualcosa, e raccontarlo bene.
E poi, vabbeh, il film incontra anche tante mie ossessioni, non ultima la Roma dei margini, quella che ho conosciuto meglio. Lo sappiamo che Roma è bella, che c’è il Colosseo, San Pietro, e il Tevere al tramonto. Il film ci indugia all’inizio, facendoti credere che sfrutterà quel tipo di ambientazione. Poi Enzo piglia l’autobus, e addio Roma da cartolina, benvenuta Tor Bella Monaca, che può anche servire da sfondo per la storia di un supereroe, pensa un po’. Lo so che per chi questa città la vive da altre angolazioni, può sembrare straniante, ma Roma è anche questo, ci sono centinaia di migliaia di persone che di Roma conoscono soprattutto questo. L’ho detto tante volte, ma quando da ragazzina andavo in centro con gli amici, ci dicevamo che andavamo a Roma, perché noi eravamo oltre, in un posto di difficile definizione, dove la città e il paese si incrociano e si ibridano, prendendo il peggio dell’uno e dell’altra: la borgata, una dimensione esistenziale che questo film racconta meglio di un trattato di sociologia. Il breve monologo di Enzo su Tor Bella Monaca ti spiega cosa sia la periferia sud-est di Roma meglio di un documentario, ed è quel che avrei voluto avere le capacità io di scrivere, quando ho raccontato la storia di Sam e Pam. Ed è bello raccontare quelle storie e quel mondo, e farlo con un film del genere, perché quella gente è sempre testimone di se stessa, e quasi sempre, per tutti, Roma finisce nei suoi monumenti. Chi vive oltre, non esiste.
E infine, fatemi spendere due parole per l’antagonista, lo Zingaro, che è ben più che il super-cattivo, che assurge all’immagine di tutta quella folla di persone che sgomita tutta la vita per il suo posto al sole, pronta a vendersi l’anima per partecipare all’illusione collettiva di questa società in cui siamo immersi, e non ce la fa. Non ce la fa perché non è mai giusto, è sempre fuori parte, e le regole non è mai riuscito a capirle. Ecco, questo è lo Zingaro, un personaggio immenso, recitato da un’altrettanto immenso Luca Marinelli. Ma, ripeto, è tutto il trio dei protagonisti che è straordinario, a livello di scrittura, a livello di recitazione.
Ecco, io credo si capisca che questo film l’ho amato. Sono andata a cinema con alte aspettative, e ho ottenuto tutto quello che volevo. Ecco, forse sono rimasta solo colpita dall’essere riuscita a inquadrarlo così bene da quanto ne avevo letto e dai trailer che avevo visto, ma questo è un limite mio. Andateci a vederlo, perché è bello, è triste da far male, ma ha anche quel po’ di speranza di cui si ha un gran bisogno: che a volte uno può anche sfuggire al suo destino, e costruirsi con le proprie mani, fuori dagli schemi, fuori dalla via che la vita sembra averti tracciato. Sigla.

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Grazia, Donna Moderna e Palermo

Dopo il delirio delle onde gravitazionali (che però ha ancora i suoi strascichi :P ), breve post informativo: oltre che su Grazie uscito giovedì scorso, potrete leggermi, sempre sulla onde gravitazionali, anche sul numero di Donna Moderna di questa settimana.
Questo venerdì, invece, per chi vuole ci vediamo in Sicilia, nello specifico a Palermo, venerdì 26 febbraio, ore 18.30, presso la Sala delle Capriate del complesso Steri. Parleremo principalmente di Dove Va a Finire il Cielo, e ci sarà spazio anche per un’osservazione del cielo al telescopio. Vi aspetto!

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