Wired Next Fest e Mare di Libri

Scusate l’assenza di questi giorni, ma sono piuttosto impegnata col nuovo libro, che assorbe buona parte delle mie energie.
Questo breve post, al solito, è informativo sui miei prossimi spostamenti.
Il primo appuntamento è a Milano, il 29 Maggio, in occasione del Wired Next Fest 2016; alle ore 11.45, al planetario, si discetterà di Universo e tempo.
Il 18 Giugno, invece, sarà la volta di Mare di Libri, il festival dei libri per ragazzi di Rimini. L’appuntamento è alle 8.45 al Teatro Galli, Sala Ressi per una bella lezione di astrofisica. Per prenotazioni e informazioni sull’evento, vi rimando al sito ufficiale.
Bon, tutto qua. Io mi reimmergo nell’editing. Ci si vede domenica!

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Salone del Libro di Torino 2016

Non posso dire di aver smaltito davvero il mio viaggio negli Emirati; qualcosa di me è rimasto da quelle parti, assieme all’orecchino che ho perso il giorno della partenza :P . Comunque, la vita va avanti, ed è tempo di altre fiere. Anche quest’anno, come sempre, sarò al Salone del Libro di Torino. I miei appuntamenti sono i seguenti:

Venerdì 13 Maggio
ore 18.30
Arena Bookstock
Presentazione di Dove Va a Finire il Cielo assieme a Sandrone Dazieri
Segue firma copie

Sabato 14 Maggio
ore 15.00
Arena Bookstock
Evento Scriviamoci 2016/2017
Segue firma copie

Domenica 15 Maggio
ore 11.00
Stand Mondadori
Firma copie

Insomma, ci sono un sacco di occasioni. Venite a incontrarmi, che sto scrivendo una nuova saga e quando faccio una cosa nuova sono sempre piena di dubbi e angosce, per cui, se mi venite a rincuorare, io poi lavoro meglio. Sì, è uno squallidissimo ricatto :P
Vi aspetto!

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Diario di viaggio dagli Emirati Arabi

Adesso che l’avventura è conclusa, posso dirlo senza troppe remore: il mio viaggio negli Emirati Arabi mi eccitava moltissimo, ma mi faceva anche molta paura. Mi spaventava l’idea del volo intercontinentale, perché non amo volare e ho paura a farlo, anche se non siamo proprio a livelli di fobia; mi spaventava l’idea di uscire fuori dall’Europa da sola, e di farlo andando in un paese così lontano e diverso, di cui conoscevo poco codici e cultura. Era la prima volta che andavo così lontana, era la prima volta che uscivo dall’Europa geografica, e lo facevo DA SOLA.
Ecco, adesso che sono ancora immersa in quella dolce malinconia da ritorno a casa, quella cosa lì che, se le dessi ascolto, faresti la valigia e ripartiresti subito, posso dire che è stata un’esperienza fantastica, che sono stata lieta di farla, e che lo rifarò al più presto. Per certi versi, lo considero il primo vero viaggio della mia vita: sono stata molto all’estero, ho coperto più o meno tutta l’Europa, ma fino a quando sei vicina a casa è diverso. Per quanto possiamo stare qui a menarcela con le differenze, i paesi Europei hanno molto più in comune di quanto non li differenzi, e quindi girare in questo continente significa ritrovare sempre un pezzettino di sé ovunque, e, soprattutto, non richiede quello sforzo di comprensione, di accettazione, che un viaggio in terre lontane esige. Per questo è stato un viaggio vero, inteso come dimensione dell’anima, ed è stato davvero bello :) .
Il post sarà molto lungo; procedo per temi, così chi vuole può leggere solo qualcosa. Le foto, invece, le trovate qua, e alla fine del post.

L’aereo
Ho iniziato a volare a quindici anni. Fino ad allora, era una cosa che mi affascinava moltissimo, e che volevo tantissimo fare. Lo feci da sola per un viaggio studio in Francia. Non so esattamente cosa accadde in quel primo volo, ma già al ritorno ero un po’ più spaventata che all’andata. Per farla breve, a me non piace volare: soffro di ansia anticipatoria, a partire a volte anche da qualche giorno prima, per un periodo ero una di quelle che al decollo si mettevano a piangere, le turbolenze mi gettano abbastanza nel panico. Ma alla fine volo: sono atterrata in un sacco di aeroporti Italiani, e sono stata nella maggior parte dei paesi dell’Europa occidentale, e alcuni anche di quella orientale. Il problema è che Abu Dhabi dista sei ore di volo, e il volo più lungo che avevo mai fatto era stato quello per Mosca, quattro ore. Ed ero da sola, perché mio marito non poteva prendere le ferie e venire con me.
La somma di queste due cose ha significato PANICO. Venerdì mattina, in aeroporto, forse all’esterno potevo sembrare una persona normale, ma dentro stavo implodendo: alternavo momenti di calma assoluta a picchi di ansia allucinanti. Avevo delle fitte al petto, e un gran desiderio che qualcuno mi desse una botta in testa e mi risvegliasse ad Abu Dhabi.
All’andata ho tenuto mediamente botta. Il crollo c’è stato verso la fine, a un’ora dalla meta, quando l’aereo, per schivare una perturbazione sull’Arabia, ha iniziato a girare di qua e di là. Una turbolenza un po’ più forte mi ha beccata in bagno, e, insomma, ho fatto la solita scena: respiro corto, piantarello, giuramenti su giuramenti che non l’avrei mai più fatto in vita mia.
Ieri, per il viaggio di ritorno, niente. Niente su tutta la linea. No ansia prima, anche Grazie a Chiara Valerio che mi ha tenuta impegnata in discussioni stimolanti fino all’ingresso in aereo, no ansia a bordo, neppure alle poche turbolenze. Mi sono sparata due puntate di Sherlock (sì, sono sempre in fissa :P ), ho lavorato, ho sentito la musica, ho sentito un misto di gioia e tristezza all’atterraggio; ero triste di tornare, ero felice di rivedere la mia famiglia.
E insomma, non lo so se mi è passata. Non credo, ma me ne sono fatta una ragione. Perché per quanto tu possa essere spaventato, vale la pena gettare il cuore oltre l’ostacolo: la vita è una, il mondo enorme, non ha senso rimanere bloccati nel proprio angolino privato. E poi ho visto dall’alto l’Africa, e il Sahara, e l’incredibile nastro verde del Nilo del deserto, e le acque cristalline del Mar Rosso, e la quiete assoluta e oleosa del Golfo Persico. E anche se stavo a 10 km di distanza (in verticale :P ) è stato bello vedere luoghi così lontani, che pure fanno parte della nostra storia.

La fiera
Come saprete, negli Emirati ci sono andata per partecipare alla Fiera Internazionale del Libro di Abu Dhabi. Non sapevo che aspettarmi precisamente, e ho trovato Torino: esatto, il Salone del Libro. Centro fieristico super-avveniristico, collegato direttamente all’albergo, tanti stand, ma molta più calma che nella città savoiarda. Gli Emirati sono un paese giovane, nel momento di massima apertura verso l’Occidente, e quindi il mercato librario è ancora non paragonabile a quello di un paese come l’Italia. Però è stato piacevole girare tra gli stand con calma, con la gente tranquilla che parlava piano e si godeva la giornata, in un mix interetnico clamoroso, in cui la donna in abaya e niqab passeggiava accanto all’occidentale in tailleur.
Sono stata molto contenta dei miei due incontri. Il primo è stato nello spettacolare stand della famiglia reale emiratina, una specie di casetta di legno graziosissima, in cui le donne di famiglia e i loro ospiti hanno incontrato gli scrittori stranieri. L’atmosfera era rilassata, tra dolcetti e donne e ragazze avvolte in splendide abaya, le domande interessanti e interessate. Ci hanno anche chiesto della crisi dei migranti in Europa, segno che è un tema piuttosto sentito, da quelle parti.
Il secondo incontro, aperto al pubblico, è stato ugualmente stimolante, e per la persona con cui l’ho fatto, sempre Beatrice Masini, come nello stand della famiglia reale, e per le domande del pubblico. E poi non c’erano solo italiani; due emiratini in dishdasha e ghutrah si sono seguiti tutti l’incontro dall’inizio alla fine, e c’erano anche altri spettatori stranieri (portavano le cuffie per la traduzione simultanea :P ). Il momento più bello è stato quello in cui una ragazza, credo libanese a giudicare dai tratti e dal nome, mi ha chiesto un autografo per me e sua sorella, dicendomi che la seconda era una mia grande fan. È difficile spiegare quanto possa essere bello e soddisfacente, per uno scrittore, sapere che le sue parole sono arrivate, e sono state apprezzate, così lontano. Non me lo aspettavo, perché io non sono tradotta in arabo, ed è stato davvero bello.

Abu Dhabi, Dubai, gli Emirati
Sono stata solo due giorni, per cui non azzarderò conclusioni sociali e antropologiche. Posso solo raccontarvi quello che ho visto, e quello che mi ha colpita. Innanzitutto, quando si va così lontano, e in luoghi con una cultura davvero diversa dalla nostra, il primo problema è il punto di vista. Non starò certo qui a ricordare quando sia difficile per un Occidentale (e viceversa per un arabo) avvicinarsi con la mente sgombra dai pregiudizi al mondo arabo. Cresciamo invasi da tonnellate di informazioni sull’argomento, che però quasi sempre si riducono a due concetti: Oriente e Occidente si odiano da secoli, e le donne là sono meno che niente. È difficile togliersi di testa queste cose, e, viceversa, non occorre neppure cadere nel paradosso opposto, ossia credere che alla fine si tratti solo di propaganda, e che in Oriente vada tutto liscio e non siano poi tanto diversi da noi. Ecco, lo sforzo è quello di osservare, e basta, perché credo sia questo viaggiare: portare certo la tua sensibilità, la tua storia, e la tua cultura con te, ma al tempo stesso aprirsi all’altro, cercando per quanto possibile di considerare i suoi usi, i suoi costumi, la sua cultura, come un diverso sguardo sul mondo, che non sta a noi giudicare. Ecco, io ho cercato di guardare, di farmi attraversare da odori e colori diversi da quelli cui sono abituata. Non posso rispondervi su quanto la donna sia libera negli Emirati, non posso dirvi quanto realmente la religione permei la società; posso solo dirvi come mi sono sentita io a camminare, da Occidentale, sola, per quelle strade.
Innanzitutto, la natura ha una paletta di colori ridottissima. È difficile spiegare quel beige della sabbia sottile, che ti resta, come una patina impalpabile, sui sandali. Mentre mettevo a posto le infradito che ho comprato lì (le mie scarpe mi avevano graffiato i piedi :P ), l’ho sentita sotto le dita, e ho pensato al deserto, piatto e bigio, che si stende fuori da Abu Dhabi. Sabato c’era una specie di tempesta di sabbia, ed era tutto sospeso e scolorito. Le palme, che sono molto diverse da quelle che abbia qua, più basse e folte, sui rami bassi sono stinte dalla sabbia. È un panorama che a me piace, perché in Italia non c’è veramente niente di uguale; infatti, il mio unico rimpianto è stato quello di non essere riuscita ad andare nel deserto, come hanno fatto alcuni colleghi. Motivo in più per tornare :) .
Il caldo, poi, è asfissiante. Credevo di vivere in un posto molto caldo, ma non c’è paragone col sole che hanno là; quando esci dagli alberghi, la sensazione è quella di infilarsi in un forno. Qualcuno dirà che è caldo secco, ma non è sempre vero; siamo comunque sul mare, e ogni tanto l’umidità si fa alta. Il sole è a picco, caldissimo, la luce intensa. I tramonti sono brevissimi, la notte cala con una rapidità straordinaria, e piuttosto presto. È una terra bruciata, cannibalizzata dal sole, un posto aspro e difficile.
Ecco, in questo posto qui loro sono riusciti a tirar su aiuole verdissime che ancora non capisco da quale acqua siano annaffiate, e un trionfo di tecnologia. Tanto Abu Dhabi che Dubai, i due posti che ho visitato, sono una selva di grattacieli. A Dubai c’è il Burj Khalifa, il grattacielo più alto del mondo, che conta quasi 830 mt di altezza, ma la parte moderna è tutta un trionfo di vetro e acciaio. Abu Dhabi non è da meno, anche se la modernità è meno ostentata, più misurata. Io, personalmente, la preferisco, è una città per certi versi più sobria, ma capisco che Dubai è più d’impatto, coi suoi mall smisurati, le piscine enormi, i marchi dell’extra-lusso esposti in vetrina: Armani, Dolce & Gabbana, Manolo Blahnik (la vetrina di Manolo ormai me la sogno la notte :P ), la Ferrari. Ecco Dubai è un posto straniante; visto il caldo, si vive tanto nei centri commerciali, che sono il trionfo del non-luogo. A parte qualche tocco arabo – splendido – qua e là, potresti essere ovunque nel mondo: per esempio, c’era un negozio di Intimissimi. La gente che ci circola viene da tutto il mondo: tantissimi turisti occidentali, ma anche expat europei, e vagonate e vagonate di immigrati Pakistani, Indiani, Filippini. È una cosa a suo modo unica al mondo, non credo esista un posto simile altrove: è un concentrato di capitalismo e globalizzazione, e per certi versi l’immagine di ciò che gli Emirati pensano sia l’Occidente, dal quale hanno preso tutti gli aspetti più esasperati: il lusso, la moda, i grattacieli.
Poi, se come noi, ti perdi :P , può capitarti di finire dietro le quinte, nella parte di città più povera, in cui vivono gli immigrati. Anche lì è una babele, ma di segno diverso: emiratini e occidentali un giro quasi nessuno, ma tanti altri arabi, e poi Pakistani, e Indiani, e Africani…tutti coloro che rendono possibile lo sfarzo dei mall e dei grattacieli, che li hanno materialmente costruiti e che ci lavorano, nei rami più bassi della catena sociale, però. È un posto strano, pieno di mercatini che vendono roba a buon mercato, di quella che trovi alle fiere di paese o nei negozi cinesi – che qui abbondano – interrotti qua e là dalle moschee, bellissime anche quando sono piccole, dai minareti, da qualche tocco decorativo che ti fa capire di essere nella penisola araba.
Una cosa che ho adorato sono state le spezie; le usano tantissimo in cucina, e in numero e specie assai diverso da quelli cui siamo abituati noi, per cui nei mercati ogni tanto vieni investito da questo aroma intenso e variegato. Puoi trovare i souk seguendo il tuo naso, come ho fatto io al souk moderno di Abu Dhabi, il World Trade Center (sì, lo so, a noi occidentali fa un effetto ben strano questo nome…) costruito da Norman Forrest; è una struttura non tanto grande, tutta in legno, che riesce miracolosamente a sposare la modernità con la tradizione. È difficile descriverla, vi consiglio di guardare le foto. E insomma, seguendo il naso sono finita nella parte più tradizionale, piena di spezie in bella vista, coi mercanti che cercano di attirarti al negozio quando passi, e con in esposizione vesti colorate e eleganti abaya. Per carità, una roba turistica di sicuro (anche se gli emiratini ci vanno), ma ben fatta.
Menzione a parte per i dolci: meravigliosi. Deve piacerti, come a me, la roba dolcissima, perché il miele è la base pressoché di ogni preparazione, ma io li trovo straordinari. Innanzitutto c’è grande varietà, e un ottimo uso della frutta secca. I datteri, ve lo dico, sono un’altra cosa rispetto a quelli che arrivano qua: sono molto più dolci, e ce ne sono di diverse varietà, da quelli piccolini a quelli belli grossi. Comunque, a me la cucina araba piace tantissimo, perché è molto varia, e speziatissima. A me piace l’aglio, e loro come contorno mangiano l’aglio arrosto (è buono, fidatevi); ho mangiato piatti riempiti di aglio fino allo sfinimento, e mi sono piaciuti tantissimo. E poi la roba piccante è favolosa. Infine, usano un sacco di melanzane, che io amo. Ecco, culinariamente mi sento araba d’adozione :P
Un’altra cosa che mi ha colpita è stata la pulizia specchiata degli ambienti comuni. Ho visitato la meravigliosa Moschea Sheikh Zayed di Abu Dhabi, e in moschea si entra senza scarpe. Io non avevo i calzini, così sono dovuta andare in giro a piedi nudi. Pensavo sarebbe stata una tragedia, e invece sul marmo avresti potuto mangiarci. Anzi era piacevole la frescura della pietra sotto le piante dei piedi, che ha reso una goduria arrivare poi sul tappeto della sala in cui si prega.

Gli uomini, le donne, l’Islam
C’è chi mi ha chiesto com’è la condizione delle donne negli Emirati. Purtroppo non posso rispondere, perché sono stata troppo poco. So che le emiratine lavorano, e lunedì mattina in aeroporto ci ha portate un’autista donna, credo Filippina. Ho letto che ci sono due ministre donna, e anche una pilota di caccia militari. Le occidentali, per quanto mi è dato di capire parlandone con le italiane che vivono là, fanno più o meno la vita che si fa in Europa. Certo, è un paese con una morale diversa dalla nostra. Nei mall di Dubai le turiste vanno vestite come vogliono, anche in minigonna o con le canottiere, e anche sulle spiagge le ragazze occidentali sono tranquillamente in bikini. Abu Dhabi è più conservatrice, e all’ingresso dei mall c’è scritto che è gradito un abbigliamento consono, ossia gonna al ginocchio e spalle coperte. Non è un gran problema, considerando che al coperto l’aria condizionata fa sì che la temperatura si aggiri sui 20-22°, e quindi un giacchetto fa comodo. In pubblico non sono tollerate effusioni, ma ho visto tranquillamente coppie emiratine tenersi per mano.
Io sono andata in giro anche da sola, e non ho notato alcune differenza di comportamento tra la gente di qua e quella di là. Forse mi guardavano anche meno di quanto la gente non faccia qua in Italia…alla moschea, quando ho ritirato l’abaya (ecco, in Moschea il codice di abbigliamento è molto rigido: no braccia scoperte, no pantaloni attillati, no gonna corta, e testa coperta; ci sono poi accessi diversi per uomini e donne, ma per il resto, ti fanno visitare tutto quel che vuoi, compresa la sala della preghiera, che nella Moschea di Parigi, ad esempio, è off limits), la ragazza velata che li distribuiva ha scherzato sui miei capelli corti, dicendo che le piacevano, e al souk di Abu Dhabi i commercianti mi davano corda chiedendomi da dove venissi. Insomma, io mi sono sentita a mio agio. Ho cercato di vestirmi sobriamente perché tutto sommato mi sentivo a casa loro, e volevo, per quanto possibile, non avere comportamenti che potessero urtarli, ma non ero camuffata da emiratina: ero pur sempre un’occidentale, vestita da occidentale, e seguivo il mio solito stile, che, lo sapete, è un po’ appariscente :) . Ed è andata bene così, non ho vissuto alcun episodio spiacevole.
Le emiratine indossano tutta l’abaya, il lungo camicione nero tipico. Non bisogna immaginare una roba troppo punitiva (non ho loro fotografie perché è considerato maleducato fotografare le donne, figurarsi metterle su internet…); l’abaya è leggera e frusciante, spesso stretta in vita, a volte persino trasparente. In fiera ho visto una ragazza che sotto portava degli audaci leggings neri che si vedevano benissimo in controluce. Inoltre, non c’è un’abaya uguale all’altra: sono quasi tutti nere, ma a volte hanno inserti colorati, ricami, perline, a volte sono direttamente grigie o beige…se volete avere un’idea, ne ho comprata una, e potete vederla qua. Sotto, con le scarpe le emiratine si sbizzarriscono: tacchi vertiginosi, sneakers, roba raso terra…di tutto. Io, per scrupolo, mi ero portata solo roba castigatissima, perché non sapevo che ruolo giocano i piedi in quella cultura, e sono rimasta fregata :P
La maggior parte delle donne porta il velo sul capo, a coprire i capelli, che, mi dicono, sono considerati un elemento di seduzione, e per questo coperti. Il velo lascia il volto scoperto, e in genere è in tono con l’abaya. Credo ci sia un trucco Jedi di qualche tipo per indossarlo, perché a me, nella moschea, cadeva di continuo e dava terribilmente fastidio; a loro non si muove di una virgola, e ci fanno di tutto. Una certa percentuale di donne, poi, porta anche il niqab, ossia il velo che copre naso e bocca e lascia scoperti solo gli occhi, anch’esso nero. Pochissime, perché mi pare di capire sia un elemento molto tradizionale e segno di distinzione e nobiltà, indossa una mascherina metallica su naso e bocca, che credo si chiami burqa; io ho visto di striscio una donna con questo capo, ma sono davvero pochissime. Questo tipo di abbigliamento, però, è tipico delle emiratine. Le altre donne musulmane seguono le tradizioni dei loro paesi d’origine, per cui si vedono anche veli e vestiti colorati.
Le donne quindi sono più o meno una diversa dall’altra; gli uomini emiratini, invece, sono davvero tutti uguali. Portano un lungo camice bianco, detto dishdasha, immacolato, e non so come fanno a mantenerlo tale, e in testa la ghutrah, in genere bianca, ma a volte anche rossa e bianca, quella che io ho sempre chiamato kefiah.
Per quel che riguarda me occidentale, non ero tenuta a portare il velo, e, a parte la decenza di cui ho già detto, ho vestito come volevo. Sono anche stata in piscina, con un tankini, ma altre occidentali erano invece in bikini e nessuno ci trovava nulla da ridire. A Dubai il bikini si vede tranquillamente anche sulla spiaggia pubblica. Le donne islamiche preferiscono coprirsi di più: in genere hanno una muta leggera; io ho visto una ragazza con una maglietta a mezze maniche o giù di lì.
Su quanto l’Islam – che è comunque religione di stato, anche se c’è libertà di professare altre confessioni, ma senza fare proselitismo, che è vietato – influisca sulla cultura generale, al solito, non so rispondere. Credo che l’abbigliamento, prima ancora che un fatto religioso, sia una questione culturale precedente, ma il confine è sottile. Tante cose della cultura italiana sono precedenti al cattolicesimo e poi sono state assimilate, ma ci sono anche elementi che vengono mutuati dalla religione e poi hanno perso la connotazione cattolica. Insomma, è complesso.
Una cosa che mi ha davvero colpita è stata l’adhan, il richiamo alla preghiera del muezzin. Non essendo mai stata in un paese islamico, non mi era mai capitato di ascoltarla: viene recitata cinque volte al giorno, diffusa con microfoni dal minareto. In linea di massima, per la gente del luogo è una cosa normale, e non ho visto nessuno fermarsi a pregare al richiamo del muezzin (ma le moschee sono ben frequentate, almeno per quanto ho visto a Dubai). Per me è stato diverso. La prima volta ho sentito l’adhan alla fiera, durante il – bellissimo, per altro – incontro di Michela Murgia, che si è interrotta e ha atteso che l’adhan finisse. Ecco, in quella cantilena quasi triste, che riempiva lo spazio vuoto della fiera, chiara e armoniosa, ho sentito un richiamo che non mi era affatto estraneo, e che faceva risuonare in me cose che conoscevo. È il senso del sacro, che, nel bene e nel male, appartiene all’uomo da sempre, e probabilmente lo accompagnerà per sempre. Mi sono sentita come certe volte quando entro in Chiesa, ed è stato un momento intenso in cui, dentro di me, sembrava d’un tratto che Oriente e Occidente si toccassero, dimostrandosi meno alieni di quel che si possa credere.
L’ho sentito poi molte altre volte, e ho visto in albergo, e sul volo del ritorno, le indicazioni della direzione de La Mecca, perché il fedele possa orientarsi nella preghiera, ma alla fine mi ci ero abituata, e mi sembrava un po’ come il suono delle campane: un modo per scandire il tempo, tanto sacro che profano.

Tirando le somme
Avrete capito che è stata un’avventura, e un’esperienza di vita. Ho avuto modo di mettermi alla prova, di confrontarmi con alcune mie paure, e vedere da vicino una cultura verso la quale spesso ci accostiamo con grande diffidenza. Andare lontano, vedere usi e costumi diversi, mi ha aperto la mente; è stato un esercizio di tolleranza e di apertura al prossimo, una cosa della quale avremmo un gran bisogno. Inizio a credere che due cose ci possano salvare: la cultura, e il viaggio. Le cose non sono mai come te le raccontano, e devi vederle in prima persona, per averne la tua personale interpretazione; che poi non sarà quella giusta, o quella vera, ma tutto sommato nulla lo è mai. È tutta una questione di orizzonti, e di punti di vista.

Emirati Arabi

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Incontri arabo-romani

Primavera, è tempo di presentare. Ho svariati appuntamenti in programma da qui a giugno; per ora vi dico i due più prossimi.
Martedì 26 Aprile, ore 17.00, sarò presso la sede del CNR, in Piazzale Aldo Moro, qui a Roma, per parlarvi ancora un po’ di Dove Va a Finire il Cielo; con me ci saranno l’immancabile Sandrone Dazieri, Marco Ferrazzoli e Mario Tozzi. Ovviamente, ci fa un sacco piacere se venite a fare un salto a chiacchierare con noi :) .

For people living or staying for a while in Abu Dhabi, this year I’ll attend the International Book Fair; we can meet Saturday the 30th of April at the French Stand, 3.00 pm, for a sining session. Same day, 5.30 pm, in Hall 11, I’ll talk with Beatrice Masini about Italian YA fantasy. For me it will be a great pleasure to meet you there :) .

Ok, per ora è tutto. Per ulteriori informazioni, al solito, stay tuned che ne arriveranno presto. Intanto, buona giornata!

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Lugo di Romagna e Firenze

Scalzo dal primo posto il chilometrico post su Lo Chiamavano Jeeg Robot (film che comunque è ancora tantissimo nel mio cuore, si sappia), per dare qualche informazione sui miei prossimi eventi.
L’8 Aprile, ore 21.00, possiamo incontrarci a Lugo di Romagna, presso L’Hotel Ala D’oro, per discutere un po’ di stelle.
Il giorno dopo, 9 Aprile, ore 17.00, invece, potremo vederci, sempre per un incontro a tema stelle, a Firenze, presso la Libreria IBS Il Libraccio.
Bon, questi sono i due incontri più vicini. Vi preannuncio che a fine mese sarò anche a Roma, e a breve vi darò tutti i dettagli, mentre poi me ne volo negli Emirati Arabi, ad Abu Dhabi, per la Fiera Internazionale del Libro. Se passaste anche da quelle parti, e voleste farmi un saluto, siete i benvenuti :P .

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Lo Chiamavano Jeeg Robot, e pure Miracolo

Pasolini meets Go Nagai, ed esce fuori un film che praticamente non sbaglia niente, che resta con te e non se ne vuole andare. E potrei fermarmi qua. Perché questo film l’ho visto in zona Cesarini, e dopo che tutti ne hanno parlato, per lo più bene, e probabilmente meglio di quanto potrò fare io. Ma conto ancora di raggiungere qualcuno che non l’ha visto, o è indeciso, e comunque secondo me di questo film occorre parlare, e bisogna pure andarlo a vedere, perché rappresenta una cesura nel panorama cinematografico italiano, e, spero, l’inizio di qualcosa.
Partiamo da un dato di fatto: è un film di supereroi, è un film fantastico. Sicuramente sarà uscito fuori qualcuno, fresco fresco, che avrà detto che “non è solo questo”, perché, voglio dire, lo sappiamo tutti che il fantastico non è una roba seria, no? Che è un film di quel genere là non può essere bello, non può spiegarti Roma, la periferia, il mondo meglio di un bel polpettone intimistico-ombelicale, giusto? Ecco, invece è proprio un film di supereroi, che segue tutti i crismi e i topoi del caso, seguendoli pedissequamente e con un’adesione al canone del genere assolutamente da manuale. C’è l’eroe riottoso, che s’imbatte nell’immancabile fusto radioattivo, e che, dopo canonica giornata passata a rotolarsi nel letto tutto sudato e malaticcio, si risveglia pseudo-superman. C’è la donna da salvare, possibilità di riscatto e, al contempo, guida spirituale del Nostro, che lo aiuta a trovare la propria strada. C’è il super-cattivo sopra le righe, sadico e mezzo pazzo. Ci sono anche tutti quegli elementi di contorno, atti a caratterizzare in modo immediato i personaggi, che sono un marchio di fabbrica dei fumetti: il Nostro che vive di budini freddi (e film porno), la passione del cattivo per Loredana Berté, l’ossessione di Alessia per Jeeg Robot. Da questo punto di vista, è un film incredibilmente classico. Ora, però, dovete immaginarvi tutto questo immerso nella più squallida periferia romana, quella talmente al margine che spesso nei film non c’entra manco di striscio, se non per fare critica sociale sul degrado, figurarsi in un film di genere fantastico. Immaginatevi che il vostro eroe sia in un verità un povero Cristo disadattato, incapace di avere relazioni sociali con chicchessia, e che nel film parla praticamente solo per mugugni, che la donna sia un’altra poveretta cui la vita ha tolto tutto quello che poteva, attaccata a tristi illusioni che le permettono di sopravvivere, e il super-cattivo un bulletto di quartiere, forse il più disperato del mazzo, desideroso solo di salire la scala sociale ed essere, per una volta, al centro, e non ai margini. Ecco, sta in questo la vera rivoluzione di questo film, il motivo per cui è un film importante, che va visto, di cui è giusto parlare: prendere l’epica più classica del più scemo cinecomics americano, e non imitarlo, non cercare di giocare a quel gioco lì, che lo sappiamo già che non funziona, no. Piuttosto prendere la nostra realtà, la tristezza di questa Roma sbattuta e violentata che ci troviamo sotto gli occhi tutti i giorni noi che ci gravitiamo o ci viviamo, e mettere al centro ciò che è marginale: i perdenti, i poveretti, quelli che non ce la faranno mai. È un’epopea degli ultimi, questa, intrisa di un’epica dolente, potente proprio perché prende i miti, e li riempie con la forza di quel che ci troviamo sotto gli occhi tutti i giorni: la periferia, la delinquenza piccola e grande, il desiderio di rivalsa.
Lo so, detto così sembra una roba pallosa, un modo per rigirare la frittata, e mostrarci, ancora una volta, lo spaccato sociale, la sparatoria, la camorra. E invece no. Perché il film è teso, appassionante, intriso di una violenza disturbante, divertente (nel senso lato che io attribuisco a questa parola, ossia capace di sostituire per due ore la sua realtà alla tua). La trama fila diritta come un fuso, e i personaggi ti acchiappano. Già la lunga sequenza iniziale, sui titoli di testa, ti fa capire che qua si fa sul serio: una decina di minuti senza manco una riga di dialogo che però ti dicono tutto di Enzo e della sua vita: i furti, un’esistenza grigia, la solitudine, la periferia. E va tutto via così: i personaggi sono seminali, forti, archetipici, che non vuol dire banali, come uno potrebbe pensare di prim’acchitto dalla mia descrizione iniziale. Perché il loro essere essenziali, aderenti al canone, è solo l’involucro, riempito poi di sfumature, e di un’adesione degli attori che è una roba incredibile. Perché questo è pure un film recitato come Cristo comanda, ma da tutti, dal personaggio che si vede due minuti al trio di protagonisti. E si vede che ci credono tutti, dal regista, agli attori, a chiunque, perché finisci per crederci anche tu. Perché, anche qua, riflettete: abbiamo Tor Bella Monaca, periferia sud di Roma, l’epitome del quartiere dormitorio, e un’umanità varia fatta da teppistelli, malati di mente e criminali. E, in mezzo a tutto questo, uno che, finendo dentro un fusto radioattivo, diventa fortissimo, quindi piega i termosifoni, si porta i bancomat a casa, e casca dal nono piano senza farsi un graffio. Mettere assieme i due piani era una roba impossibile, evitare che l’uno negasse l’altro, e che gli elementi fantastici non sembrassero appiccicati con lo sputo, non era banale per niente. E invece funziona, anche per un accortissimo dosaggio degli effetti speciali, che non vanno mai oltre quanto permette il budget. È difficile da spiegare, ma durante la visione non pensi mai che sia ridicolo che Enzo da Torbella sbatta la gente a volare per metri contro i muri con un cartone in faccia. Tutto ti sembra naturale, possibile. Ed è questo il miracolo del titolo della mia recensione. Siamo di fronte a un miracolo: un film supereroistico italiano che non fa ridere, che non sembra scimmiottare malamente l’America. Anzi, vi dirò di più: di tutti i film sul tema che ho mai visto, è uno dei migliori, migliore di tanto filone DC Comics, mirabilmente inquadrato da questa memorabile vignetta di Leo Ortolani. Perché là i dilemmi esistenziali sono infilati a forza, col risultato di sembrare ridicoli, mentre qua sono il film. È un’opera compatta, forte, che sa quel che vuole o le persegue senza timori, con la forza di chi vuole davvero raccontare qualcosa, e raccontarlo bene.
E poi, vabbeh, il film incontra anche tante mie ossessioni, non ultima la Roma dei margini, quella che ho conosciuto meglio. Lo sappiamo che Roma è bella, che c’è il Colosseo, San Pietro, e il Tevere al tramonto. Il film ci indugia all’inizio, facendoti credere che sfrutterà quel tipo di ambientazione. Poi Enzo piglia l’autobus, e addio Roma da cartolina, benvenuta Tor Bella Monaca, che può anche servire da sfondo per la storia di un supereroe, pensa un po’. Lo so che per chi questa città la vive da altre angolazioni, può sembrare straniante, ma Roma è anche questo, ci sono centinaia di migliaia di persone che di Roma conoscono soprattutto questo. L’ho detto tante volte, ma quando da ragazzina andavo in centro con gli amici, ci dicevamo che andavamo a Roma, perché noi eravamo oltre, in un posto di difficile definizione, dove la città e il paese si incrociano e si ibridano, prendendo il peggio dell’uno e dell’altra: la borgata, una dimensione esistenziale che questo film racconta meglio di un trattato di sociologia. Il breve monologo di Enzo su Tor Bella Monaca ti spiega cosa sia la periferia sud-est di Roma meglio di un documentario, ed è quel che avrei voluto avere le capacità io di scrivere, quando ho raccontato la storia di Sam e Pam. Ed è bello raccontare quelle storie e quel mondo, e farlo con un film del genere, perché quella gente è sempre testimone di se stessa, e quasi sempre, per tutti, Roma finisce nei suoi monumenti. Chi vive oltre, non esiste.
E infine, fatemi spendere due parole per l’antagonista, lo Zingaro, che è ben più che il super-cattivo, che assurge all’immagine di tutta quella folla di persone che sgomita tutta la vita per il suo posto al sole, pronta a vendersi l’anima per partecipare all’illusione collettiva di questa società in cui siamo immersi, e non ce la fa. Non ce la fa perché non è mai giusto, è sempre fuori parte, e le regole non è mai riuscito a capirle. Ecco, questo è lo Zingaro, un personaggio immenso, recitato da un’altrettanto immenso Luca Marinelli. Ma, ripeto, è tutto il trio dei protagonisti che è straordinario, a livello di scrittura, a livello di recitazione.
Ecco, io credo si capisca che questo film l’ho amato. Sono andata a cinema con alte aspettative, e ho ottenuto tutto quello che volevo. Ecco, forse sono rimasta solo colpita dall’essere riuscita a inquadrarlo così bene da quanto ne avevo letto e dai trailer che avevo visto, ma questo è un limite mio. Andateci a vederlo, perché è bello, è triste da far male, ma ha anche quel po’ di speranza di cui si ha un gran bisogno: che a volte uno può anche sfuggire al suo destino, e costruirsi con le proprie mani, fuori dagli schemi, fuori dalla via che la vita sembra averti tracciato. Sigla.

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Grazia, Donna Moderna e Palermo

Dopo il delirio delle onde gravitazionali (che però ha ancora i suoi strascichi :P ), breve post informativo: oltre che su Grazie uscito giovedì scorso, potrete leggermi, sempre sulla onde gravitazionali, anche sul numero di Donna Moderna di questa settimana.
Questo venerdì, invece, per chi vuole ci vediamo in Sicilia, nello specifico a Palermo, venerdì 26 febbraio, ore 18.30, presso la Sala delle Capriate del complesso Steri. Parleremo principalmente di Dove Va a Finire il Cielo, e ci sarà spazio anche per un’osservazione del cielo al telescopio. Vi aspetto!

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Onde gravitazionali

Era più o meno metà settembre. Irene aveva da poco iniziato la scuola, e quella per noi era la gran novità del momento. Io pensavo a tutt’altro, insomma, quando una sera Giuliano mi disse che al suo gruppo di ricerca era arrivato un alert per la ricerca di possibili controparti ottiche di onde gravitazionali. Era una mail che veniva dall’America, e indicava una grossa porzione di cielo in cui cercare.
«Mi stai dicendo che abbiamo visto le onde gravitazionali? Dopo settant’anni è più che le cerchiamo?» chiesi io già con una certa accelerazione del battito cardiaco.
«Sembra di sì».
Per capire perché fossi emozionata, occorre fare un passo indietro. Di cento anni, per la precisione, a quel geniaccio di Einstein che, se c’è un aldilà, oggi sta brindando alla faccia nostra.
Tutti conoscete la forza di gravità, una delle forze fondamentali della natura. La forza di gravità agisce tra le masse, tutte le masse, e le fa attrarre. La sua forma matematica è stata elaborata da Newton, e credo la conosciate tutti.

gravità

Sostanzialmente significa che i corpi si attirano con forza maggiore tanto più grandi sono le masse coinvolte, e che questa forza decresce abbastanza rapidamente con la distanza.
La forza di gravità la sperimentiamo tutti i giorni: è quella che fa cadere gli oggetti, che ci tiene saldi a terra, che fa girare la Terra intorno al Sole.
Nel 1915, cercando di spiegare una serie di effetti sperimentali che non tornavano con le teorie, Einstein diede una descrizione più precisa della forza di gravità con la sua Teoria della Relatività Generale. La teoria della relatività dice sostanzialmente questo: lo spazio e il tempo sono un’entità unica, lo spazio-tempo, appunto. Le masse sono in grado di deformare lo spazio-tempo; per capire cosa vuol dire immaginiamo di vivere in uno spazio a due dimensioni, per comodità, un bel telo elastico. Se è ben teso, il telo è piatto e, per andare da A a B (vedi disegno a) la via più breve è una linea retta.

relatività

Se però metto tra A e B un peso, questo deforma il telo. Per andare da A a B rimanendo vincolati al telo la via più breve sarà una linea curva (disegno b). La stessa cosa succede nello spazio-tempo, solo che è impossibile da visualizzare facilmente, perché lo spazio-tempo ha quattro dimensioni, ma l’effetto è, sostanzialmente, lo stesso.
Ora, in linea di massima parrebbe che tanto l’interpretazione di Newton che quella di Einstein portino allo stesso risultato: nel caso del sistema solare, ad esempio, i pianeti girano intorno al Sole sia che la si veda come Einstein che come Newton. In realtà ci sono effetti osservativi che la relatività spiega, e Newton no. L’esempio più straordinario sono le lenti gravitazionali. Vi incollo qui sotto un esempio.

Cheshire Cat

Questo è il Cheshire Cat, lo Stregatto; quelle che vedete formare il contorno del volto e il sorriso del gatto sono lenti gravitazionali. Funzionano così: immaginiamo di avere un grosso oggetto tra noi e una stella lontana. Se consideriamo la legge di gravitazione universale di Newton, non dovremmo essere in grado di vedere la stella; i fotoni non hanno massa, quindi non risentono della forza di gravità. Secondo la relatività generale, invece, i fotoni si muovono comunque sullo spazio-tempo, e dunque sono costretti a seguirne la curvatura. L’effetto è che, nonostante la presenza del grosso oggetto, noi vediamo comunque la luce della stella: deformata, e ci sembrerà venire da un’altra direzione, ma la vedremo. La cosa è esemplificata da questo disegno.

lenti gravitazionali

Tornando allo Stregatto, sorriso e il profilo del volto sono galassie poste dietro un ammasso (gli occhi del gatto), che non dovremmo vedere; ma poiché lo spazio-tempo è curvato dall’ammasso, i fotoni “girano” e dunque le vediamo lo stesso. Einstein aveva previsto quest’effetto, che venne osservato per via sperimentale nel 1919, durante un’eclisse di Sole.
Fin qui, però, non s’è parlato di onde gravitazionali. Sono un’altra predizione della teoria della relatività generale. Un’onda, vabbè, lo sappiamo tutti cos’è: pensate al mare. Lì la superficie dell’acqua viene in qualche modo modificata, perturbata si dice, e questo movimento si propaga. Notate che le particelle non si spostano realmente: oscillano intorno a una posizione d’equilibrio. Le onde elettromagnetiche, tra le quali annoveriamo anche la luce, sono perturbazioni del campo elettromagnetico. Le onde gravitazionali sono dunque perturbazioni del campo gravitazionale. Si generano quando delle masse subiscono un’accelerazione, e il problema è che sono minuscole. Tecnicamente, se ne producono di continuo. Qualsiasi massa accelerata le produce, ma sono così minuscole che non siamo in grado di vederle. Possiamo captarle solo quando a produrle sono masse molto, molto grandi.
Ora, le onde gravitazionali le cercavamo da qualcosa come settant’anni. I primi rivelatori risalgono agli anni ’50, e nessuno ha mai visto niente. Ci sono antenne che stanno lì a cercare di captare qualcosa da decenni. Ogni tanto arriva un falso positivo; un terremoto ad esempio, perché, quando il segnale da rivelare è così piccolo, le sorgenti di rumore (ossia i segnali che disturbano la mia misura) sono veramente tantissime. Ma mai, mai era stato visto niente. Confesso, io pensavo non le avremmo mai trovate.
Ora, facciamo un salto avanti e fermiamoci al 2003. In questo anno entrano in azione due nuove antenne per la rivelazione di onde gravitazionali: LIGO, negli USA, e VIRGO, in Italia, a Cascina, vicino Pisa. Si tratta di due interferometri. Funzionano così:

LIGO

ci sono due lunghissimi fasci laser (4 km per LIGO, 3 km per Virgo). I due fasci sono perpendicolari, vengono riflessi, e infine ricombinati su un rivelatore. In questa situazione i due fasci interferiscono producendo una figura di interferenza nota. Immaginiamo che come in figura passi un’onda gravitazionale: a seconda della direzione, modificherà la lunghezza dei due bracci in modo diverso. Cambiando la lunghezza dei bracci, cambia anche la figura di diffrazione, e dalla sua modifica, grazie alle predizioni teoriche, saprò che è passata un’onda gravitazionale. I rivelatori sono due (in verità tre, perché LIGO è composto da due antenne distanti migliaia di km) per rendere più robusta la rivelazione (un segnale visto contemporaneamente, simile, in due antenne ha meno probabilità di essere un “falso positivo”) e per permette di identificare meglio in cielo la sorgente. Detto così, potrebbe sembrare semplice (spero :P ). Si tratta di misurare una differenza in lunghezza. Pari a 10^-18 m su 3 km; per chi non ha troppa dimestichezza con questo tipo di notazione, 10^-18 è uguale a 0,000000000000000001 metri. Su 3000 metri. Durante la già celebre conferenza stampa di oggi pomeriggio Catherine Nary-Man ha detto che è come voler misurare lo spessore di un capello sulla distanza tra la Terra e il Proxima Centaury. E, infatti, la storia della ricerca delle onde gravitazionali è stata fin qui soprattutto la storia di una sfida tecnologica, nel cercare di produrre strumenti sempre più precisi, sempre più accurati. Senza risultato.
Così, nel 2010 i tre rivelatori vengono spenti per aggiornarli in modo da renderli più precisi. Gli anni passano, e, finalmente, nel settembre del 2015, LIGO torna operativo. VIRGO, nel frattempo, è ancora spento. Il 14 settembre, alle 5:51 del mattino ora locale, all’improvviso le due antenne di LIGO rivelano qualcosa. Questo.

LIGO detection

Vi spiego un po’ il grafico. Hanford e Livingston sono le due antenne. In alto, vedete il segnale osservato. Si nota immediatamente che è pressoché identico tra le due antenne (nel grafico di destra le due curve sono anche state sovrapposte per farlo vedere). Al centro, c’è il segnale previsto dalla relatività generale. In basso, la differenza tra dato e previsione, nel quale si vede sostanzialmente solo il rumore della misura. Notate anche, al netto del rumore, quanto il segnale rivelato sia simile a quello previsto. In base alle previsioni teoriche, i ricercatori sono anche in grado di dire cosa ha generato l’onda captata: si tratta della coalescenza di due buchi neri. Un buco nero è un oggetto densissimo, per quanto ne sappiamo con densità infinita. Sono oggetti così densi che la loro forza di gravità è in grado di intrappolare persino la luce; per questo sono “neri”. Due buchi neri coalescenti sono due buchi neri che si girano intorno avvicinandosi sempre di più, fino a fondersi. Fino a quel 14 settembre, due buchi neri del genere sono un oggetto teorico, di cui non si hanno prove sperimentali dirette. Le caratteristiche dell’onda permettono di risalire alle masse: uno ha 36 volte la massa del Sole, l’altro 29 volte. L’oggetto finale nato da questo scontro mostruoso ha 62 volte la massa del Sole (sì, la massa finale è minore della somma, perché parte di questa massa si è persa in energia gravitazionale).
Questo, però, è solo l’inizio della storia. Iniziano le verifiche per essere sicuri che non sia un errore, e parte la macchina della collaborazione: il protocollo prevedere che si cerchi in cielo una controparte, ossia una nuova sorgente in una delle bande nelle quali studiamo l’Universo (ottico, il visibile, o alte energie, raggi X e gamma). Potrebbe essere lei ad aver generato l’onda gravitazionale. È a questo punto della storia che Giuliano mi fa il suo annuncio, e io percepisco chiaramente che siamo tutti sull’orlo di un momento storico.
C’è però un ma. La macchina che dalla rivelazione porta infine alla determinazione che sì, abbiamo visto le onde gravitazionali, è complessa, e coinvolge centinaia di persone (questo è l’articolo originale; contate il numero degli autori…e sono solo una parte delle persone coinvolte). Per questo, ogni tanto si testa l’efficacia del tutto. Nella collaborazione esistono tre persone che possono iniettare nell’antenna un falso segnale, per testare che tutto vada secondo i piani. Nessuno, a parte chi ha iniettato il segnale, sa che si tratta di un falso allarme. Lo dice solo alla fine, quando la collaborazione è sul punto di dare la notizia, altrimenti che esercitazione sarebbe…È già successo in passato, e la collaborazione era pronta per la conferenza stampa di annuncio. Per questa ragione c’è anche una regola, che vincola tutti i partecipanti al progetto: è un accordo di segretezza. In caso di rivelazione, nessuno può parlare prima della conferenza stampa pubblica.
Comunque, la macchina si mette in moto. Solo che il 24 settembre compare questo tweet.

Krauss tweet

Krauss non è l’ultimo arrivato, ed è anche noto al grande pubblico per un bel libro di divulgazione, La Fisica di Star Trek. Solo che il suo tweet significa che qualcuno ha parlato, contravvenendo alle regole (e rischiano anche di essere cacciato dalla collaborazione). Per mesi le indiscrezioni si rincorrono, in uno spettacolo assai poco edificante. E se fosse stata tutta una simulazione? O un errore? Ve li ricordate i neutrini superluminali del Gran Sasso? Lì era stato un errore.
E io intanto guardavo alla cosa dall’esterno; guardavo mio marito e i colleghi andare avanti col lavoro, vedevo la notizia farsi sempre più concreta…e me lo tenevo per me, ovvio :P .
Fino a ieri pomeriggio.
Ora, io sapevo cosa avrebbero detto. Perché era assurdo che facessero una conferenza stampa per dire “guardate che era un falso allarme”. Io lo sapevo, eppure, quando hanno annunciato di aver captato per la prima volta le onde gravitazionali, ebbene, il mio cuore ha fatto un salto, ho abbracciato Irene, chiamato mio padre e scritto a mio zio. Perché era un momento storico, era la fine di una ricerca lunghissima, e l’inizio di una nuova pagina per l’astrofisica. Sì, perché la cosa straordinaria non è tanto – o solo – che dopo settant’anni abbiamo visto le onde gravitazionali. Prove indirette della loro esistenza c’erano già. No, è che ora è possibile studiare l’Universo in una nuova banda, non più solamente la luce visibile (l’ottico) o le alte energie. In sintesi, non possiamo più misurare solo l’emissione elettromagnetica dei corpi celesti. Adesso possiamo misurare anche l’emissione gravitazionale, aprendo un campo completamente nuovo di indagine. E questo significa chissà quanti altri misteri da spiegare, quante altre scoperte che ci attendono. È un cambiamento di paradigma, e per questo è una scoperta da premio Nobel; cambia l’astrofisica per davvero e per sempre.
Io sono onorata di aver avuto la fortuna di assistere, e per di più abbastanza da vicino, a un momento del genere nella mia vita. Quasi sempre la storia ci passa di fianco sotto forma di guerra, tragedia, e sconvolge le nostre vite. È così bello, invece, quando è la conoscenza a toccarci, a farci capire innanzitutto che, sebbene a fronte del cosmo, della sua vastità nello spazio e nel tempo, siamo nulla, restiamo pur sempre, per quanto ne sappiamo, l’unica forma di vita in grado di capire l’Universo. È così bello sapere che, quando ci mettiamo assieme, siamo capaci di cose straordinarie. È così bello che per una volta – non l’unica, certo, per fortuna, ma a me così vicina per gusti e per sentire – sia la pace a scrivere la storia.
Io sono eccitata e contenta. Spero di avervi resi partecipi di questa storia che stiamo scrivendo in questa forma da più di 400 anni, da quel Galileo Galilei che è stato – a ragione – molto citato oggi, ma che viene in realtà da molto più lontano: dalla prima volta in cui abbiamo alzato gli occhi al cielo e ci siamo chiesti perché.

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Da Vinci’s Wasted Demons

Ieri sera ho visto l’ultimo episodio di Da Vinci’s Demons. Per chi non si ricordasse di cosa si tratta, qui una mia appassionata recensione dei primi episodi. Comunque, è abbastanza noto che fosse una serie che amavo particolarmente, probabilmente quella che seguivo con maggior passione negli ultimi anni. E ieri è finita. Proprio per sempre, perché la terza è l’ultima stagione. E io sono un po’ più orfana di cose da guardare, e anche, nel complesso, triste. E non solo perché la storia si è fermata qua, ma perché, dopo tre anni, si possono tirare le conclusioni di quest’avventura, e l’impressione è che si sia sprecata una buona occasione.
Da Vinci’s Demons è un prodotto Starz, un canale via cavo USA non particolarmente grande, ma che, negli anni, ha dato anche gran bei prodotti, tipo Spartacus. Certo, roba che deve piacerti il genere, ma per chi lo apprezza e riesce a praticare fino a certi livelli la sospensione d’incredulità, c’era da divertirsi. Questo per dire che Da Vinci’s Demons non poteva certo fare ascolti à la, che so, Games of Thrones, proprio per limiti intrinseci e non legati alla qualità. Ma io mi ero sempre chiesta perché facesse numeri tanto bassi, e, in generale, in calo col tempo. Ieri, guardando l’ultimo – lo dico – fiacco episodio, ho capito perché. Il problema non è stato prendere una figura storica e trasformarla in un eroe da feuilleton, in lotta contro le forze del male. Né è stata la scarsa adesione alla storia, il fantasy e tutte quelle cose che in genere la gente gli rimprovera. Il problema è stato, dopo un certo punto, l’assenza di questi elementi. Mi spiego: quel che mi aveva attirata della serie era la sua aria da libro d’avventura classico, tipo I Tre Moschettieri, l’andamento quasi da videogioco o gioco di ruolo: la quest, il mistero, le forze del male e del bene contrapposte…per chi l’ha giocato, mi ricordava molto Thief (anche se il riferimento più immediato è probabilmente Assassin Creed, che però io non ho mai giocato). Non era una cosa nuova, ma era un bel mix, onesto e ben confezionato, di cose vecchie, messe insieme per fare qualcosa che avesse un’aria nuova. Aveva dei guizzi qua e là, e una trama che mi sembrava appassionante, ed era compatto. C’era un mistero, all’interno del quale Leonardo era stato tirato a forza, spinto anche da motivazioni personali, e una quest limpida che procedeva diritta come una spada. In fondo a tutto, la promessa di cose straordinarie.
Sarebbe bastato seguire questa traccia anche dopo. Continuare col sense of wonder e darsi al fantasy in modo pieno e completo. Invece, a partire dalla seconda stagione, per qualche ragione la serie ha iniziato a diluire i momenti smaccatamente fantastici, e a perdersi in lunghe e noiose trame collaterali. Il focus si è piano spostato da Leonardo a tutti gli altri comprimari, spesso impegnati in sottotrame noiose, o comunque confuse. Alla compattezza tematica della prima stagione si è sostituita una incertezza generale, e la serie è diventata una cosa ibrida, incapace di osare come aveva fatto nella prima stagione. Perché il problema è questo: se inizi spingendo sul pedale dell’eccesso, poi devi andare fino in fondo, non puoi fermati a mezza via. E invece Da Vinci’s Demons l’ha fatto. Intendiamoci, anche la seconda e la terza stagione sono state piene di cose esagerate e assurde; tutto il viaggio di Leonardo nelle Americhe era ispirato a un certo esotismo alle Verne, alla Salgari, ma non fino in fondo. Una cosa come la necessità di scuoiare un tizio per prendere la mappa tatuata sulla sua pelle, dopo la prima stagione, non s’è mai più vista. E anche i tormenti di Leonardo, sospeso tra soverchiante desiderio di conoscenza e limiti etici e morali, si sono annacquati, sono diventati più confusi. E così, alla fine, anche la terza stagione si è persa. Il Labirinto presente a intermittenza, e mai messo a fuoco chiaramente nei suoi intenti, persino nella sua natura. Il capovolgimento della natura dei Figli di Mitra improvviso, in alcun modo lasciato quanto meno preannunciare da qualche segnale, prima. E il Book of Leaves ridotto infine a sua sola paginetta deus ex-machina.
L’episodio finale, l’ho già detto, è fiacco. Muore chi deve morire, chiudendo l’unico arco narrativo davvero completo della serie, cosicché alla fine Da Vinci’d Demons diventa l’epopea del personaggio meno interessante del mazzo, Lucrezia, che da spia doppiogiochista diventa eroina, e anche la battaglia finale, l’arma definitiva, sono spese così, senza convinzione, solo perché ormai è finita, e in qualche modo bisogna pur chiudere. Il mistero delle forze in gioco, della madre di Leonardo, e di Leonardo stesso, restano là inviolati, e alla fine manco mai sfruttati del tutto.
Peccato. Io ci avevo creduto davvero. E forse per questo continuo ad amare questo prodotto imperfetto e incompiuto, che però ha saputo divertirmi molto, e appassionarmi per tre anni tra alti e bassi. Insomma, non sono pentita di aver atteso, di aver sperato. Fa parte del gioco. Qualcosa di questa storia mi è rimasto dentro, e tornerà fuori, già lo sta facendo, in qualche modo. Però, che peccato.

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Pandora 2 – Il Risveglio di Samael

Me ne avete chiesto tantissimo, e infine, eccolo qua. In verità è qua da un po’, visto che è uscito il 5 Gennaio, ma, insomma, è in libreria, e potete leggerlo. Si tratta del secondo libro della saga di Pandora. Si intitola Il Risveglio di Samael, ed è uno dei miei libri che risente di più dell’attualità. O almeno, quando lo scrivevo mi sembrava lo fosse. Per altro, è ambientato quasi dove vivo, e questo ne fa un libro molto personale, come spesso i libri di Pandora sono.
Questo filmato è già stato postato sui miei canali social, ma mi piaceva riproporvelo qui: è la lettura del primo capitolo di Pandora 2. Lo confesso, mi piace leggere a voce alta, sarà che lo faccio tutte le sere per mia figlia. Quindi, eccolo qua. Spero apprezzerete e vi incuriosisca verso questa mia nuova, sudata e, dai, pure un po’ attesa :p fatica.

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