Istantanee da Torino 2013

Dieci anni
Atterro al mio decimo Salone del Libro di Torino quasi in orario. E c’è anche il sole.
C’era il sole anche dieci anni fa. Pesavo diciotto chili più di adesso, non sapevo neppure esistessero le presentazioni dei libri, giacché, pur essendo una forte lettrice, non ne avevo mai vista una vita mia, e avevo passato tutto il tempo del viaggio a domandarmi se dovessi presentare un discorso o cosa.
Adesso come allora, non ho molto tempo per riflettere: arrivo, e mi getto nel turbine. Torino è così: una sospensione del normale flusso degli eventi, una bolla atemporale infilata nel quotidiano, un gorgo che ti attira e ti risputa fuori dopo due, tre, quattro giorni di fuoco. Un paio di incontri di lavoro, qualche intervista, e via al Lingotto.
Dieci anni fa, eravamo io, Sandrone e Marco Giusti. Essendo io una sconosciuta ventitreenne in sovrappeso, per di più autrice di fantasy, genere vituperatissimo, ci misero giustamente in un angolo della zona dedicata alla letteratura per ragazzi, praticamente davanti ad una specie di bancarella frequentata da frotte di bambini urlanti. Davanti a noi, una ventina di sedie, piene per metà. Farsi sentire era un’impresa, anche coi microfoni. In prima fila c’era seduto un mio detrattore, ed essendo io giovane e parecchio inesperta, il suo articolo mi aveva ammosciata tantissimo. Diciamo che con gli anni ho appreso a prendere un po’ più alla leggera le critiche negative, ma all’epoca non ero così zen.
Nonostante tutto, andò bene. Negli anni precedenti mi ero allenata a parlare in pubblico durante le assemblee d’istituto a scuola: una volta me ne avevano dette di ogni perché avevo espresso la mia contrarietà a continuare un’occupazione di cui stentavo a capire il senso. Figurarsi se adesso avevo paura di dieci persone e duecento bambini urlanti dietro. E andò bene. Fiammetta Giorgi mi disse che toccava ne facessi altre, perché era una cosa che mi riusciva, e per i due, tre anni successivi stetti sempre in giro, un fine settimana sì e uno no.
Oggi entro nell’area Bookstock e mi defilo. Nonostante non abbia una faccia conosciutissima, e non abbia foto sui miei libri, chi mi legge sa che faccia ho, e se comincio a firmare copie ora poi succede un casino, non riesco a far la presentazione, per cui meglio stare in disparte. Perché i dieci astanti di dieci anni fa adesso sono diventati trecento e passa. Un miracolo che è una delle prima domande che mi fanno nelle interviste, e cui io non so mai dare risposta. Semplicemente, non lo so. È andata così. Mi stupisco anch’io, guardate.
La presentazione all’Arena Bookstock è un grande classico: io, Sandrone e Fiammetta. Sono pochi gli anni in cui la formazione è stata diversa.
Entro, e c’è gente, certo, l’arena è piena, ma non più del solito. Non più dello scorso anno, per dire. Ci sono anche i volti amici, che per fortuna non mancano mai, ma ne manca uno che non riuscirò a recuperare neppure nei giorni successivi.
Comincio a parlare, cominciano le domande, tutto va come al solito. E intanto la gente aumenta. Si appoggia alle pareti dietro, si siede sulla moquette, avanza inesorabilmente verso il palco, fino a riempire tutto lo spazio dell’arena. È una cosa che esalta e spaventa al tempo stesso. Le mie presentazioni sono sempre andate bene, ma mai così bene. Non ne sono sicura, ma forse ho fatto anche più gente che a Lucca. E non ve lo sto dicendo per vanteria – o forse un po’ sì, la carne è debole :P – ma soprattutto per ringraziarvi. Dicevo proprio prima di partire che la scrittura è un mestiere solitario. Senza un po’ di solitudine, la cosa semplicemente non funziona. Ma, ad un certo punto, devi uscire dal guscio, e devi vedere l’effetto delle tue parole, o ti sembra di parlare al muro. Devi capire se è valsa la pena farsi ossessionare, e mettere le ossessioni su carta, se è valsa la pena correggere le bozze all’una di notte dopo tre ore di lettura continuativa, devi capire se la passione che ci hai messo è passata. E una sala colma è questo: l’unico premio vero cui uno scrittore può ambire. Più importante del riconoscimento della critica, del premio letterario, di qualsiasi altra cosa, perché non stai scrivendo per quella gente lì, stai scrivendo per i lettori. Almeno, noi di genere scriviamo per questo.
Per cui grazie. È stato faticoso e bellissimo. Fatiche così le farei a giorni alterni, e salterei un giorno giusto per riposarmi un pochino e godermela meglio il giorno successivo. Grazie per l’affetto e la passione, mi confermate che la via che ho scelto di percorrere magari è faticosa, ma porta frutti.
Il filo rosso di questi dieci anni passa per diciassette libri e centinaia di luoghi diversi, che ho visitato fisicamente o solo toccato coi miei libri, è un filo tortuoso e difficile da dipanare anche ai miei occhi, ma l’abbiamo tessuto insieme. Grazie per la fiducia. Grazie per le domande e le osservazioni. Grazie per la condivisione.
Mo’, però, mi aspetto almeno altri dieci anni così, eh? :P

la solita combriccola, insomma

La sala, comunque, ancora non era del tutto piena

Cosplay
Ho ricevuto parecchi commenti sul mio aspetto. Tipicamente positivi. Non sono mai stata una gran bellezza, come evidente dalle mie foto, d’altronde; anzi, diciamola tutta, ho passato la preadolescenza e l’adolescenza a considerarmi brutta, impressione avvalorata dai commenti che mi facevano alle medie, quando mi prendevano in giro per l’apparecchio ai denti. Il complimento è a tutt’oggi una cosa che mi imbarazza: non so che rispondere, una parte di me si domanda comunque “ma sta veramente parlando di me? O forse mi sta direttamente prendendo in giro?”.
Comunque, non era di questo che volevo parlare. Le mie mise al Salone, quest’anno, hanno previsto un uso massiccio del mio haori (ve lo ricordate? È la giacca giapponese vintage che ho comprato un po’ di mesi fa). La gente mi guardava e mi fotografava; devo dire che anche le scarpe vagamente ladygaghiane hanno riscontrato un certo successo, e una certa dose di curiosità, anche. Ma il top credo sia stato raggiunto alla festa cui ho partecipato (ne parlo più sotto); indossavo il solito tubino nero (quello di queste foto qua), con aggiunta di bolerino in pizzo e mezzi guanti sempre di pizzo nero. Completava la mise il rossetto rosso fuoco e questa collana qua. Non ho una foto del tutto, mi spiace, usate un po’ di fantasia. E devo dire che anche questa mise ha generato curiosità e vago sconcerto. E, nulla, ho realizzato che ormai l’estro del mio abbigliamento sta prendendo derive sempre più incontrollate. Sono sempre stata strana nel modo di vestire, ma forse, non so, credevo che sarebbe stata una cosa che sarebbe finita con l’adolescenza. E invece no. Continuo ad abbigliarmi come fossi in cosplay perenne. E non è una cosa forzata: no, è che io sono proprio così. Ho bisogno di mettermi roba che mi piace, che mi rispecchi, anche se è strana, buffa o fuori luogo. 9 volte su 10 sono vestita in modo incongruo rispetto all’evento: troppo sportiva quando occorrerebbe essere eleganti, troppo elegante quando occorrerebbe essere sportivi. Ma ho bisogno di avere addosso qualcosa che mi rispecchi, anche se è eccessivo, e poi la gente mi guarda e mi sento in imbarazzo (tipo in questa occasione). Alla fine considero anche questa un’espressione della mia creatività. Ormai sono il cosplay di me stessa :P .

Un'ora dopo, così ero in fila per andare a salutare Roberto Saviano...

Fiesta!
Poco prima di partire per Torino, fui protagonista sul mio profilo Facebook di questa discussione. No, davvero, in dieci anni di fiere non ero mai andata ad una festa. Non so perché. La verità è che sono sempre stata una donna davvero poco mondana. Anche da ragazzina. La discoteca, per dire, non mi ha mai attratta. Le feste cui partecipavo erano à la Caparezza (ve la ricordate, no? “Serate a tema ben accette, salame a fette spesse, vhs e se non bastasse su le casse”) e comunque non ho mai fatto più tardi delle 5.00, orario che ho fatto tipo tre volte in vita mia.
Solo che, poi, a Torino ad una festa mi ci hanno invitata davvero. E siccome l’invito era di un amico, e sapevo che avrei rivisto una persona cui devo tantissimo e che avevo gran piacere a reincontrare, sono andata. In cosplay da scrittrice dark-erotico-decadente, come vi dicevo. La cosa bella era Giuliano, in cospaly da Giuliano, invece, ossia jeans, giacca sportiva e camicia. La coppia più assortita dell’universo direi. Peccato che Cédric Villani è arrivato poco prima che me ne andassi, perché con lui al braccio avrei fatto un figurone :P .
Comunque. Sono andata. I primi venti minuti, lo ammetto, ho fatto l’effetto tappezzeria, che, stante l’abbigliamento, mi veniva anche bene, devo dire. Me ne stavo là, sottobraccio a Giuliano, senza capire bene il mio posto. È che io, in mezzo agli scrittori seri, mi sento sempre un po’ in imbarazzo. Mi domando cosa pensino di me, non so se sanno chi sono, non so proprio come tentare l’approccio. Poi c’è il dramma “gente che conosco ma non so se loro si ricordano di me, e comunque l’ho visti tipo per cinque secondi otto anni fa: li saluto o no?”. La soluzione, comunque, è banale: bicchiere di vino. Che a me ormai basta abbondantemente per abbassarmi quel tanto che basta i freni inibitori, e darmi quella leggera allegria che tanto mi piace, e non mi fa sentire lo stomaco felpato il giorno appresso. Ho fatto un po’ di conoscenze nuove, alcune inaspettate, ne ho riviste di vecchie, ho mirato da lontano Umberto Eco perché comunque non avrò mai il coraggio di avvicinarmi e anche solo stringergli la mano perché sono fatta così e amen. Ho rivisto Andrea Cotti, col quale ho lavorato ormai troppi anni fa, e continuo a ricordare con piacere e affetto sconfinato il periodo in cui mi ha fatto editing. Ho rivisto Massimo Turchetta, e finalmente gli ho detto quel grazie che gli dovevo da dieci anni. Insomma mi sono divertita. E chi l’avrebbe mai detto. Posso essere mondana anch’io. Però, mo’ non esageriamo, son pur sempre la pantofolaia che tutti conoscete: alle 23.00, i piedi distrutti dal tacco 12 e la fatica della fiera sul groppone, ciao a tutti e son tornata in albergo. Alle 23.30 già russavo. Un passo alla volta, via.

Incontri
Zero
Che sono una fan di Zerocalcare credo sia cognito in tutto l’orbe terracqueo. Non c’è vignetta del suo blog che non linki con passione, sua battuta che non conosca, suo libro che non abbia. Ho anche una dedica assolutamente meravigliosa, procacciatami dalla sempre fantastica Ros, che ormai dovrei eleggere a mia manager per gli incontri coi vipppppssss, perché mi sprona e mi aiuta a vincere la mia devastante timidezza in queste cose.
Quel che mi mancava era l’incontro live. E adesso ce l’ho. Sono andata a fargli la posta assieme a Rossella venerdì sera. Perdonami, Zero, ero consapevole che eri morto di stanchezza, e tutto sommato lo ero anch’io, ma son stata ugualmente spietata :P e ti ho tampinato. Perdonami anche se non sono riuscita a dirti tutto quel che penso della tua arte, che è fantastica, e mi calza addosso come un vestito fatto su misura, ma davvero non sono capace di esprimere quel che penso a parole. Mi viene molto meglio scrivere. Per cui spero passerai prima o poi di qua e leggerai queste quattro righe. Per altro, ci siamo fatti assieme una foto splendida, in cui entrambi sembriamo usciti da un funerale, e a me piace un sacco: non so, abbiamo delle facce diverse dal solito.
Tra l’altro, ho preso Ogni Maledetto Lunedì (su due), e ve lo consiglio tantissimo. Sì, principalmente è una raccolta su carta del suo blog, ma ad unire il tutto c’è una macrostoria che dà un senso diverso e più ampio a vignette che già conosciamo. E quella macrostoria – che è pure a colori – è così bella, è così devastantemente vera, che ognuno di noi ci si riconoscerà. Per certi versi, a me è sembrata la storia della mia vita, soprattutto nella parte finale. Ma è la storia della vita di tutti noi di questa mia generazione, credo. Ci hanno imbrogliati, sì, ma ci consoli sapere che è l’imbroglio più vecchio del mondo, quello che anche noi, un giorno, saremo chiamati a perpetrare sui nostri figli. È la vita, che è sempre più grande di noi, e prima di contemplarla in tutta la sua smisurata e spaventosa grandezza è necessario prepararsi, è necessario credere che sia una cosa semplice. Grazie, Zero, di tutto.

commemoriamo il caro estinto

ZeroZeroZero
A inizio aprile sono andata alla prima presentazione di ZeroZeroZero di Saviano. Anche in questo caso, credo sia cognito in ogni dove che Saviano è uno dei miei scrittori preferiti, del quale apprezzo praticamente l’opera omnia (oltre a possederla tutta). Non l’avevo mai visto dal vivo, e quindi sono andata. In quell’occasione, rimediai anche la firma sul libro.
A Torino ho bissato. Stavolta volevo presentarmi. Che è una cosa semplice, da fare, basta dire un nome. Ma se mi conoscete un pochino, capirete che per me è un’impresa titanica, avvolta da mille dubbi, intessuta di insidie. No, non dite niente. Lo so che è una cosa stupida, ma è più forte di me.
Così, ancora in vestaglia giapponese (grazie a Davide Gigli per la calzante definizione :P ) – abbigliamento che avevo tenuto per le interviste del mattino e per le foto che mi avevano fatto qualche ora prima (a proposito di chiusure del cerchio: mi ha fotografato di nuovo colui che realizzò le mie prime foto ufficiali) – e per altro con le scarpe lady gaghiane, mi sono avvicinata allo stand Feltrinelli dove sapevo avrebbe fatto una firma copie. Stand che era una bolgia infernale. Per fortuna c’era una fila, e mi sono disciplinatamente messa in coda con gli altri.
In fila la situazione devo dire ha raggiunto esiti paradossali: a parte l’immagine di questa tizia in haori con gli zepponi in fila manco dovesse andare ad una festa in discoteca, è passato anche qualche mio lettore, per cui ho fatto qualche foto e qualche firma. Tra l’altro in fila c’era una mia lettrice, e così ho passato l’ora e un quarto di attesa parlando un po’ con lei e con le persone che mi stava intorno. E lì ci siam dette una cosa ovvia, ma sempre bella quando ci pensi: che i libri uniscono. È bella questa condivisione di passione, questa staffetta che passa da scrittore a lettore e poi da lettore a lettore. Ho perso il conto delle cose meravigliose – e anche terribili, ma che mi hanno formata come persona, che mi hanno insegnato tanto – che sono riuscita a toccare coi miei libri: luoghi e persone che mai sarei riuscita a raggiungere altrimenti, realtà distanti, a volte solo nello spazio, ma altre anche nell’esperienza di vita. E Saviano, per altro, è una di queste cose.
Comunque, ve la faccio estremamente breve. È stato davvero bello riuscire a infine a presentarmi, ci siamo anche fatti una foto assieme che ho spammato un po’ in ogni dove. È che è una cosa che speravo di fare da molto. Certo, al solito non sono riuscita a dire un miliardesimo di quel che avrei voluto, ma ormai so di essere più forte nello scritto che nell’orale, e molte di quelle cose sono riuscita a scriverle, quanto meno, ed è già qualcosa. Certo, spero prima o poi di poter fare una bella chiacchierata, ma già l’abbraccio che ci siamo scambiati è stato importante per me. Ho un’ammirazione sconfintata per l’altrui talento, e quando va a braccetto con la forza e il coraggio è la cosa più bella in assoluto.

Quello che ho tralasciato
Tanto, tantissimo. I tre giorni di Torino durano come settimane, mesi di tempo normale. Succedono molte cose, tanti sono i volti, tantissimi i ringraziamenti. Tutti non ci entrano, neppure in un post chilometrico come questo. Facciamo che è come se avessi ringraziato tutti coloro che hanno resi questi giorni così particolari, anzi, questi anni così indimenticabili. Spero sarete con me ancora; questa è solo una tappa, il cammino continua.

P.S.
Scusate la sbadataggine; le prime due foto sono di Rossella Rasulo, così come quella assieme a Zerocalcare. La foto di me nell’acquario (:P) è di Giuliano, mentre quella con Roberto Saviano me l’ha scatta Serafina Ormas.

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L’ultimo Torino, poi basta

Allora, breve post di reminder perché c’è un programma definitivo: l’appuntamento, lo ripeto anche se son noiosa :P , è domani 17 maggio, ore 17.00, Arena Bookstock, con Sandrone Dazieri. Poi, subito dopo, firma copie allo stand Mondadori. E basta. Quindi, insomma, se vogliamo incontrarci, abbiamo domani.
Io ho già fatto la valigia e già non ho voglia di volare, così, per portarci avanti :P . Al solito, ricchi tweet e cotillons per tutta la durata della mia permanenza in quel di Torino.
A domani!

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Salone del Libro di Torino

L’latro giorno ho linkato questo racconto su Twitter. Il fatto è che si avvicina Torino, e come al solito, io sono in fibrillazione.
Ogni anno mi sembra che in quei due/tre giorni succederanno cose straordinarie, e non è che il Salone del Libro non sia in sé una cosa straordinaria, ma non è che mi cambi la vita. Eppure ogni anno torno a casa col mio piccolo bagaglio di ricordi piacevoli (o anche spiacevoli, a volte) sull’ultime edizione. Perché, se ho un pregio, è quello di saper godere delle piccole cose.
Sarà che io a Torino sono nata come scrittrice; la mia prima presentazione in assoluto è stata proprio al Salone del 2004, quasi dieci anni fa. Non ero mai stata ad una presentazione in vita mia, e passai tutto il tempo del viaggio – interminabile e bellissimo, tra le risaie da cui si levavano gli aironi – a domandarmi se dovessi prepararmi un discorso o cosa. Ricordo la sensazione di stordimento, le foto, il turbinio di facce ed eventi. E Umberto Eco seduto alla poltrona del mio albergo, ovviamente.
Siccome sono un’entusiasta, per me non è cambiato niente da allora. Continuo a muovermi nel Salone facendomi trasportare dallo stordimento, saltando impazzita da una cosa all’altra, e sempre con possenti dosi di adrenalina in corpo. E godendomi l’unico momento dell’anno in cui ho l’impressione che quel che faccio sia davvero un lavoro.
Voi non avete idea della solitudine del mestiere dello scrittore. È una cosa completamente diversa da qualsiasi altro lavoro. Sei tu, la tua scrivania, e la vita. Stop. Io non faccio vita mondana, conosco e frequento solo due altri scrittori, coi quali quasi sempre parliamo più dei fatti nostri che del lavoro, e quindi la scrittura mi sembra una specie di guilty pleasure cui mi dedico con la dedizione che si deve ad un lavoro, ma con un piacere che te lo fa sembrare un hobby. Ed è giusto così, quella solitudine è necessaria per maturare le tue ossessioni, metterle su carta e svilupparle al meglio. Più passa il tempo più sono convinta che non si possa essere del tutto “normali” – qualsiasi sia l’accezione di questo termine – per scrivere: siamo tutti un po’ malati, la scrittura è la cosa che tiene viva la nostra malattia, e al contempo ce la cura, e la solitudine è quella condizione necessaria per non guarire mai. Ma a volte anche lo scrittore ha bisogno di quei cinque minuti lì in cui uscire dal guscio e aprirsi al confronto col pubblico. Io, almeno, ho bisogno di questo: dell’atmosfera a volte laccata e finta di certi incontri che fai in fiera, in cui tutti sanno di mentire, ma la cosa fa parte del gioco. Chiamatela vanità, probabilmente lo è. E serve, perché siamo piccoli e deboli.
Comunque, delirante cappellotto per riassumervi un po’ i miei spostamenti al Salone del Libro di Torino: venerdì 17, ore 17.00, Arena Bookstock, io e Sandrone Dazieri vi parleremo un po’ di…boh, ce lo diremo al momento :P . Suppongo si parlerà principalmente de La Ragazza Drago, visto che ieri è uscita la raccolta dei primi tre volumi della saga, con copertina nuova di zecca made in Barbieri. Al momento sono stati raccolti solo i primi tre volumi perché tutti e cinque in un librone solo non c’entravano :P , a meno di fare una roba tipo Bibbia e francamente non mi sento pronta per confronti del genere :P . Seguirà firma copie, suppongo allo stand Mondadori.
Il giorno successivo ci sarà probabilmente un’altra firma copie, sempre allo stand Mondadori: al momento non ho alcuna informazione sull’orario, ma stay tuned che ve ne darò al più presto.
Già che ci siamo, visto che me l’avete chiesto, sì, sarò al Cavacon: stiamo definendo i dettagli in questo periodo, ve li darò quando saranno definitivi.
Bon, tutto qua. Poi vi darò meglio i vari riferimenti.

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Si chiama maleducazione

Questo si avvia a diventare probabilmente il più inutile di tutti i post mai comparsi qua sopra, e ce ne sono stati di insensati. Però l’argomento è autoreferenziale quanto basta per indurmi a spendermi i miei due cent.
Si parla di insulti online; ha iniziato la Boldrini, denunciando le molte minacce che le piovono in testa dalla rete, poi s’è accodato Mentana, c’è stato un articolo di Saviano…Come è tipico di questo bello strumento che è internet, non è che la gente s’è messa a riflettere sui vari punti di vista proposti: no, troppa fatica. La gente s’è spezzata nelle consuete due fazioni: quelli che “ci vuole una legge!” e quelli che “il web è libero!”. Ognuno dei due gruppi dà all’altro dell’ingenuo, imbecille, fascista, anarchico e via così. Niente di nuovo sotto il sole.
I miei due cents? Uno: il 90% di quelli che inneggiano alla “libertà della rete” – come se fosse facile definire i confini e il senso stesso di questa libertà, per altro – è gente che non gli hanno mai manco detto “ciao” online, figurarsi essere stato oggetto di minacce, insulti o bullismo. Di questo 90%, un altro 80% è direttamente quello che insulta e minaccia. Diciamocelo, insultare è figo, soprattutto se il bersaglio è uno che, per una ragione o per l’altra, stimiamo meglio di noi in qualcosa (più ricco e/o più famoso, in genere). Farlo dal vivo implica il superamento di tutta una serie di condizionamenti sociali che in genere riesce solo ai serial killer, mentre online è facilissimo: sei anonimo, non devi guardare in faccia la vittima, è tutto da guadagnare. Senza contare che online anche l’idea più assurda e aberrante ha i suoi estimatori, quindi 9 volte su 10 che minacci o insulti qualcuno troverai una platea pronta a plaudirti. Questi beniamini della libertà di parola in genere sono i primi a inalberarsi se poi qualcuno li minaccia o li insulta. Fidatevi che me ne intendo, perché negli anni su di me, online, ne ho lette di tutte, dalla critica, all’insinuazione, all’insulto palese. Quand’ero giovane e ingenua ci rimanevo male, adesso alcuni li trovo particolarmente riusciti. E comunque me ne sbatto altissimamente. Ma questo è un lusso che posso permettermi io, non gente che per la sua posizione e il suo lavoro una minaccia di morte deve prenderla per forza piuttosto sul serio.
Due: sì, è la natura umana. Non ci si può far niente. Sì, la legge già esiste, ma diciamoci anche che se ti metti a denunciare uno che ti ha minacciato sul web tutti ti vedono immediatamente come un cretino dall’ego ipertrofico, polizia compresa, che non potrebbe fare altro se dovesse dar seguito a tutte le denuncie del genere. Ma io resto convinta che questo modo di stare online è cretino e, soprattutto, deleterio. Internet non è più, o non è mai stato, un posto in cui riflettere, perché è letteralmente annegato in polemiche sterili tra gente che ha molto più interesse a fare caciara che a porsi problemi. Ed è un peccato, perché la condivisione istantanea di notizie e informazioni meriterebbe più che un tweet su quanto vorrei sodomizzare la blogger che mi sta sulle scatole. Mi dispiace, continuo a non avere alcuna stima per gente che trae piacere dall’insultare Saviano, la Boldrini o chi per loro, come questo fosse l’apice della ribellione, il massimo dell’anticonformismo. No. È maleducazione. E basta. E la libertà c’entra niente, visto che la libertà non implica l’obbligo: puoi parlare, mica devi, come fanno tutti sulla rete.
Vabbeh, ma quindi? Ma quindi la rete è lo specchio di una società nella quale il disprezzo per la persona è la base fondante vera dei rapporti umani. Offline si vede meno perché ogni gesto ha tutta una serie di conseguenze, mentre online non le ha. E che il disprezzo per la persona sia così capillarmente diffuso non mi stupisce neppure un po’, visto che da almeno due secoli – ma anche da prima, per la verità – la merce è il fulcro intorno al quale ogni cosa ruota. La soluzione, al solito, è quella cosa pallosa che nessuno vuole fare: riflettere. Educare. Insegnare.
Ma tanto anch’io sto diventando una persona piuttosto astiosa, e forse, chissà, hanno ragione loro, e si vive meglio cretini e maleducati.

P.S.
Per chi ieri sera si fosse perso la mia diretta streaming con Francesco Falconi e un bel po’ di blogger, può recuperarla tutta a questo link
http://www.youtube.com/watch?v=ohuTYtG_fcI

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Che ce frega della trama, noi c’avemo Tony Stark, Tony Staaaaaark! o Iron Man 3

Venerdì sera sono andata a vedere Iron Man 3. Non potevo esimermi. Con una buona dose di faccia come il posteriore posso quasi farla passare come una questione lavorativa, e non il piacere di vedere praticamente il mio cinecomics preferito. Comunque. Il titolo vi dice un po’ tutto circa la mia opinione, il resto è chiosa, ma parto per la tangente con una riflessione generale sulla sospensione di incredulità, per cui allacciate le cinture.
Iron Man 3 è un film ammirevole. Lo è perché ti regala due ore e rotti di divertimento continuativo pur mancando completamente di trama, di un cattivo degno di questo nome e sfoggiando buchi di sceneggiatura grossi come voragini. È il trionfo dell’intrattenimento su qualsiasi altra cosa, della sospensione di incredulità su tutto.
Io ho sempre detestato questa tendenza moderna del cinema Hollywoodiano per cui l’effetto speciale e l’azione ad esso connessa sono tutto. È pieno di film con una GC che ti fa vedere cose sempre più incredibili (ma ha anche con standard qualitativi sempre più bassi, devo dire) a fronte di personaggi tagliati con l’accetta, trame inverosimili, sceneggiature risibili. Ecco, in un certo senso Iron Man 3 è la summa di questo atteggiamento: macchissene della trama! Macchissene di metterci un cattivo con una motivazione o un senso! Ti do invece due ore di Robert Downey Jr, che è bravo e piace sia ai signori che alla signore, botte da orbi e battute fulminanti. E la cosa davvero sconvolgente è che funziona. Io mi sono divertita. Non c’ho capito niente, ma mi sono divertita. E non posso dire non mi sia piaciuto, soprattutto se lo confronto con altri cinecomics recenti. Per dire, ma prima del battaglione finale, quanto è inutile e noioso The Avengers? Immaginate un film fatto solo con quei quaranta minuti finali: è Iron Man 3. Ha senso fare una cosa del genere? Non lo so. Io di mestiere racconto storie – con uan ragionevole dose di botte da orbi, per altro – per cui una cosa come questa la considero al limite dello sperimentale. Una storia senza storia. Che piace. Ci devo riflettere. Sia mica fosse l’inizio della fine per noi narratori tradizionali…
Comunque, veniamo ai famosi buchi di sceneggiatura. Aiutatemi a capire, magari sono le mie facoltà intellettive a difettare, magari è tutto chiaro e sono io che non capisco. Ma l’obiettivo del cattivo, qual è? Venedere gli uomini esplosivi…a chi? Mi pare d’intuire che vorrebbe che Tony Stark lo aiutasse a correggere questo “baco” degli omini che esplodono, ma non è che lo faccia con questa convizione così estrema…Si vuole vendicare perché Tony l’ha lasciato sul tetto due ore la notte di capodanno? Allora io dovrei essere in carcere da un bel po’, considerando le buche e le varie blande forme di umiliazione cui la gente mi ha sottoposta negli anni. Cioè, voglio dire, ma davero davero? Ancora: se levarsi dal petto le schegge della granata era così facile, perché Tony non se l’è fatto fare due film fa, al minuto 40 del primo film? E se ha otto miliardi e mezzo di armature nel garage di casa, perché quando la sua si scassa non si fa spedire da Jarvis una di quelle, invece di star lì ad attendere pensoso che la sua si carichi al 100%?
A parte i buchi di trama, però, ci sono anche un paio di cose che proprio non mi sono piaciute, e che secondo me rompono un po’ lo schema felice che vi ho raccontato finora. Per dire, i patetici tentativi di dare il minimo sindacale di spessore al prodotto: tipo Tony con gli attacchi di panico. Che uno che di attacchi di panico ci soffre per davvero dovrebbe andare a crepare di mazzate lo sceneggiatore per quanto l’argomento è buttato là in modo del tutto inverosimile e vagamente ridicolo. Tony Stark è un simpatico cazzone autoriferito che nel film conduce una parabola dalla domanda “ma sarò mica solo la mia armatura?” alla risposta “ah, già, avevo già detto in The Avengers che senza sono comunque un figo”, non ha senso dargli una profondità che non gli appartiene, perché, semplicemente, non è questo che piace alla gente. Non so come sia nei fumetti, ma nei film Iron Man è la risposta ai supereroi coi superproblemi, e la risposta è: ma anche no. Per cui non vedo ragione di renderlo problematico, tanto più che non è mica un tremebondo adolescente à la Spierman, è uno che per gran parte della sua vita ha fatto il mercante d’armi, voglio dire…
L’altro tema buttato là senza ragione – e che mi conduce alla vera pecca del film, a mio parere – è questa larvata critica al sistema della paura che vige nel mondo occidentale. Il Mandarino è l’incarnazione di questa paura funzionale all’esercizio del potere. Tutto bello, per carità, ma inserito con due battute nel contesto giocoso del film non ha senso alcuno. Ma qualcuno veramente pensa che la visione di questo film possa indurre qualcuno a riflettere sulle capacità manipolatorie dei media occidentali? Anche qua: ma che davero davero?
E veniamo al Mandarino. Attenzione spoiler, eh? Allora, i film di Iron Man non hanno mai brillato per inventiva sui cattivi: il primo manco me lo ricordo, e comunque Iron Man ne ha ragione in due secondi netti nel finale. Mickey Rourke, nel due, sembrava promettere faville, ma è completamente irrisolto e, anche qui, tutto si rivela nel finale un fuoco di paglia. Il Mandarino sembrava invece cazzutissimo: machiavellico, spietato, ben caratterizzato dal punto di vista iconografico…Eh, peccato che più o meno a metà ce lo ridicolizzino al massimo, lasciando tutto in mano a Guy Pearce sputafuoco, che, francamente, non ha un’oncia del carisma di Ben Kingsley. Per motivi di gusto personale, a me il colpo di scena sul Mandarino non è piaciuto, perché, ripeto, un cinecomics senza un cattivo carismatico non è. Ma quel che davvero ho trovato fastidioso è la sua insistita ridicolizzazione, per altro con ricorso a battute scatologiche. Non vorrei essere ripetitiva, ma, ancora: ma che davero davero? Ma siamo alle elementari? Ma forse, questa storia del Mandarino è solo una geniale trovata di metasceneggiatura: è l’ennesimo modo degli autori per dirci “ehi, guarda che qua non ci si prendere sul serio ma manco per niente, o non l’hai capito?”. Sarà, non ho molto apprezzato.
Infine, ultima nota di demerito, ok far ridere per tutto il film, ma quando Iron Man si suppone sia incazzato come una biscia perché Pepper s’è fatta un carpiato di sessanta metri tra le fiamme no. Quando c’è il pathos c’è il pathos, tanto più che per tutto il film mi avete spiegato che Pepper è l’unica cosa che salvi Tony dalla megalomania patologica, l’unico suo legame col mondo dei normali. Lei è probabilmente morta e lui che fa? Un par di battute. Ma che davero davero (reprise)? Lì ho sperato in una Pepper di fuoco alta sessanta metri che emergesse dalle fiamme solo per pigliarlo a pizze in faccia. Assieme agli sceneggiatori, ovviamente.
Comunque, al netto il film m’è piaciuto. Poi, nessuno (e soprattutto nessuna) di noi può negare la sostanziale identità tra Robert Downey Jr. e Tony Stark, che sono fatti l’uno per l’altro e funzionano alla grande insieme. Togli Robert Downey Jr. e il film sostanzialmente non esiste. Però, non lo so. Un po’ ho nostaglia di quei bei film di una volta che ti davano il personaggio (e l’attore) figo, tante belle battute, tanta azione ma anche una storia, del pathos e dei personaggi. È così difficile fare una cosa così? È così impossibile replicare Indiana Jones, per dire? Pare di sì. Vabbeh. Ci rassegneremo. Il problema è che ciambelle del genere raramente escono col buco, e Iron Man 3 è solo un’eccezione; senza contare che Robert Downey Jr. è uno solo, e non ne vedo altri simili in giro. Ma forse son solo io ad essere vecchia e a non capire.

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Oooops…

Allora, come al solito ho fatto un po’ di casino: allora, non è stasera la presentazione virtuale, è domani sera, 13 maggio, ore 21.30. Il link è questo qua sotto.
www.youtube.com/user/uncannynerdz
Scusate, purtroppo a me il caldo fa davvero male :P .

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Campane

VIGILIA DI NATALE
Lei si riveste in fretta. Del resto fa freddo. Lui no. Lui resta a guardarla mentre si districa tra la leva del cambio e il freno a mano. E’ agile. Certo, chissà quante volte lo farà ogni notte. Si rinfila i jenas stretti. Non è vestita come una puttana. A guardarla sembra una ragazzina qualunque. E’ più giovane di quanto credesse. Eppure l’aveva vista spesso, lì con le sue amiche. Aveva sempre le cuffie infilate, sentiva la musica e ballava per la strada.
Lei si è vestita, e ora si volta per uscire.
Sta per andarsene. E allora, a cosa è servito?
“Aspetta!”
Lui si cerca le tasche tra le pieghe della camicia stropicciata, tira fuori il portafogli e le porge dieci euro. Lei resta interdetta, lo guarda.
“Se ti pago, resti qui con me?”
Una domanda assurda. Non si sono detti una parola, da quando si sono incontrati. Solo il prezzo. E’ stata in silenzio tutto il tempo, non ha nemmeno provato a fingere. Del resto, lui si aspettava che sarebbe stato così. Eppure era andato lo stesso.
La decisione l’aveva presa un paio di ore prima, quando era tornato dal lavoro. Aveva acceso la tv e aveva cucinato. Pastasciutta al pomodoro e una fettina. Un panettone per tradizione. Aveva apparecchiato, poi era rimasto in piedi a contemplare la tavola senza tovaglia, le macchie di umido sul muro. Silenzio assoluto, nel monolocale. Solo il chiacchiericcio della speaker del tiggì sulle vacanze di Natale, sui regali. E allora aveva sentito che se fosse rimasto lì sarebbe morto, morto come il tavolo e la sedia arrugginita. E allora aveva preso la sua cinquecento ed era andato a cercare la ragazza che ballava in mezzo alla strada. Non l’aveva mai fatto, ma si era detto che il calore di un corpo è meglio di niente.
“Se ti pago, resti?”.
Lei non proferisce parola, continua a guardarlo stupita coi suoi occhi nerissimi.
“Dieci minuti qui con me e sono tuoi. Parliamo, non facciamo altro”.
Infine, lei prende i soldi titubante.
“Poco” aggiunge.
“Sì, poco” sorride lui. E il silenzio cala sui due. Cosa vuoi fare, si dice lui? Che intenzioni hai? Lei è lì, irragiungibile ed estranea, e probabilmente lo odia, come odia tutti. Lui stesso li odia quelli che vanno a mignotte. Cercava il calore, ma ha immensamente freddo, nel buio della macchina. Guarda fuori dal finestrino appannato. Neppure la consolazione della neve sulla città, solo gelo senza scampo. Prende il pacchetto delle sigarette, ne estrae una e se l’accende. Nota che lei lo guarda quasi con invidia, poi si volta, cerca il coraggio. Infine lo dice.
“Me la dai una sigaretta?”.
“Certo”.
Gliela porge, gliel’accende, e lei aspira con voluttà, chiudendo gli occhi. E’ bella, neppure tutto quel tempo sulla strada le ha tolto quell’aria dolente da scolaretta. Ci si potrebbe quasi innamorare di lei.
“Quanti anni hai?” le chiede.
“Diciotto”.
Probabilmente non è vero, sembra più piccola, ma non importa.
“Credi che prima o poi cambierà tutto questo?” le chiede a sorpresa.
Lei lo osserva stupita, non capisce.
“Tutto cosa?”.
“Tutto. Noi. Io e te. Se tu smetterai di far questo e io troverò un modo per uscirne”.
Lei aspira. Il suo volto s’è fatto serio e vecchio.
“No” sussurra.
“Neppure io lo credo” chiosa lui.
Aspira, il fumo riempie la macchina.
“Però potrei venire a trovarti, ogni tanto. Ti pago e stiamo così, a parlare, a non fare altro”.
“Come vuoi” dice lei senza espressione.
Fuori, un botto illumina di verde la notte. Lui guarda l’orologio. Le 24.05.
“Come ti chiami?”
“Anna”.
“Buon Natale, Anna”.

Ho scritto questa cosa parecchi anni fa. La scrissi perché spesso, quando tornavo a casa, nelle vie che percorrevo, incrociavo lo sguardo delle prostitute ai bordi della strada. Il racconto forse è vecchio, ma la storia, purtroppo, è attuale. Con gli anni cambiano le facce, ma loro sono sempre, inesorabilmente là: ragazzine, per lo più, tutte nere, a volte molto belle. E io ogni volta non me ne faccio una ragione. Del vecchio che accosta e scende dalla macchina, di quello che si ferma a contrattare, di queste vite esattamente identiche alla mia buttate via così, strappate, umiliate, sprecate. Non riesco a non pensare che ci riguardi tutti.
Ieri, proprio su quelle vie, che continuo a percorrere quasi giornalmente nei miei giri, è stato trovato un cadavere in una macchina. Un uomo, cinquantenne, le cui cause della morte ancora non sono state completamente accertate. Quel che si sa, è che aveva precedenti per prostituzione. Chissà perché non mi stupisco.
Pensiamo sempre che queste siano vicende che non ci riguardano. Ci diciamo che avvengono in un altrove dal quale siamo esclusi solo perché siamo brave persone. Ma non è così. Succedono nelle nostre città, magari a qualche chilometro da casa nostra, e ci riguardano da vicino non solo per questa vicinanza spaziale, ma perché la criminalità organizzata sono soprattutto soldi, tanti soldi pompati nell’economia onesta. E quei soldi non passano indenni, ma infettano tutto: finiscono negli appalti truccati, finiscono nei rifiuti impastati nella malta delle nostre case, nella frutta contaminata che mangiamo, e si mangiano la vita di ragazzine ai bordi delle nostre strade, lasciano cadaveri sui nostri usci. La campana non smette mai di suonare, e suona sempre anche per noi.

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Cose che non capisco: mostrare il male è immorale, farlo un po’ di meno

Continua la premiatissima serie “Cose che non capisco”. Ormai ce ne sono tonnellate, forse dovrei cambiare nazione, non so…
Comunque. Sono consapevole che una parte di questo post mi farà infilare in un vespaio non da poco, ma, come al solito, io vi offro le mie riflessioni, poi ognuno faccia in autonomia le sue considerazioni. Credo sia questo il ruolo dello scrittore.
Poco fa ho letto questa notizia. Che non ha nulla di nuovo. Sono anni che si alza la mattina qualcuno – mi spiace dirlo, ma tipicamente cattolico – e chiede a gran voce la cancellazione di un programma “immorale”. Essendo cresciuta coi cartoni animati giapponesi, questa litania l’ho sentita ripetere migliaia e migliaia di volte. Solo che, più passa il tempo, meno capisco.
Innanzitutto non capisco perché A Games of Thrones sia immorale, e roba come la Fico che mostra il culo all’ora di cena no. Aiutatemi, forse me la sono persa io, ma non ricordo alcuna lamentela da parte di chicchessia per la presenza di ragazze discinte riprese in pose umilianti all’ora di cena. Evidentemente si ritiene sia formativo per le nuove generazioni offrire un’immagine degradante di un’altra persona, per altro donna, come se ci fosse bisogno di umiliarci un altro po’.
Poi, mi è tornata alla memoria un’altra faccenda recente, che, lo ammetto, è legata marginalmente a questa – ma vi spiegherò cosa la collega alla prima -, ossia l’esclusione di Fabri Fibra dal palco del 1° maggio. Lì, vivaddio, almeno il problema era un po’ più profondo, e riguardava una cosa drammatica come la violenza sulle donne. Qual è il legame? Che mi sembra che sia giunto il momento di riflettere sulla rappresentazione e l’apologia di reato.
Indubbiamente, A Games of Thrones rappresenta – in modo a volte anche compiaciuto, a mio parere, anche se succede raramente, come se fosse messo lì ad urlare “prodotto per adulti!” – il sesso e la violenza. È uno snodo centrale della trama dei libri, e dunque è qualcosa al centro anche della serie televisiva. Ma promuove anche la depravazione (qualsiasi cosa significhi, e non troverai due persone d’accordo sul senso di questa parola, per cui la uso con cautela) e la violenza? A me non sembra. L’incesto non è certo rappresentato come una bella cosa, anzi: a metterlo in atto sono un codardo e una stronza manipolatrice. Tra l’altro l’amore non c’entra proprio niente; c’entra l’interdipendenza, il possesso, ma l’amore tra Jaime e Cersei io non ce lo vedo proprio. Lo stesso dicasi per il resto del sesso presente nella serie, che ha quasi sempre connotati di bestialità e manipolazione. Per esempio, avete mai riflettuto sul kamasutra dei film americani? Quando si fa sesso per amore, gli amanti vengono quasi sempre mostrati in posizioni “canoniche” tipo quella del missionario. Quando è sesso bruto, via con posizioni che evidentemente a questa gente sembrano particolarmente animalesche. A Games of Thrones non fa accezione, in questo.
E la violenza? Non mi pare ce ne sia un’esaltazione: la praticano tipicamente i cattivi, ed è quella più efferata. I buoni, al massimo, si difendono, e spesso fanno una brutta fine proprio perché fedeli fino alla fine ai loro principi morali. Saremo tutti d’accordo che Ned muore perché non vuole sottomettersi al gioco che si gioca a King’s Landing.
La serie dunque non è immorale manco per niente: dipinge un mondo oscuro e violento perché, ehi, la verità è che la violenza esiste, e magari, se la conosci, se ci rifletti su, capisci anche perché ci fa inorridire. E preferisco due miliardi di volte una decapitazione contestualizzata in una trama degna di questo nome, e soprattutto finta, ai corpi martoriati e veri che i ragazzini mettono su Facebook tra una foto di gattini e una citazione del Vasco. La prima mi induce ad una riflessione proficua, le seconde stimolano i miei bassi istinti se sono uno con dei problemi, mi provocano una nausea di pancia che nasce e muore là se sono una persona con un minimo di sanità mentale.
Ho l’impressione che tutta questa storia in realtà abbia a che fare con la semplice ipocrisia: non voglio vedere le cose, perché se non le vedo, non esistono. Voglio vivere nel mondo delle fate, dove tutti sono buoni, e, se sono cattivi, lo fanno di nascosto, così nessuno lo sa. L’importante è l’apparenza laccata delle cose. Ma io trovo immensamente più immorale una serie che mi edulcora la verità, inducendomi a credere che il male non esista, che mi mente spudoratamente impedendomi qualsiasi tipo di riflessione sulla natura umana, piuttosto che una che mi mostra le cose come stanno. Siamo immorali noi, quando infiliamo la polvere sotto il tappeto, convinti che, una volta che sta là, abbia cessato di esistere.
Che c’entra Fabri Fibra? Fabri Fibra mostra la violenza, saremo tutti d’accordo. Ma il fatto che canti in prima persona non significa che inneggi allo stupro. Personalmente, non trovo che il suo modo di rappresentare tale violenza sia poi particolarmente efficace ai fini di una riflessione più profonda, ma è la mia personale opinione. Là fuori è pieno di gente che lo considera un genio perché svela i lati oscuri di questa società. Possiamo stare a discuterne fino allo sfinimento, ma alla fine è solo questione di sensibilità personale, di carattere, se vogliamo: per dire, io trovo efficacissimo il racconto di un poliziotto al G8 di Genova fatto da Cristicchi in Genova Brucia, e non mi sognerei mai di dire che sta facendo l’apologia del celerino fascista, anche se canta in prima persona. Trovo assai meno efficaci i testi di Fabri Fibra, ma magari è solo questione di gusti.
Quel che voglio dire è che il male c’è, e che invece di concentrarci sulla sua rappresentazione, che spesso ha una funzione catartica e positiva, dovremmo concentrarci su una riflessione etica e morale più profonda. Altrimenti finiamo come quelli che dicono che Gomorra fa schifo perché della camorra non si deve parlare, che “sennò l’immagine all’estero, e poi i panni sporchi si lavano in casa”. La consapevolezza è il primo passo verso la riflessione, e dirci le cose come stanno davvero è la condizione di base necessaria per avere la possibilità di cambiare le cose.

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Presentazione virtuale

Oggi avevo preparato un altro post, ma penso che vedrà la luce in un altro progetto, di cui, in caso, vi dirò. Se non lo farà, lo pubblicherò più in là. Anyway, c’è una novità, e dunque la condivido con voi. Anzi, due.
La prima è che è di imminente uscita la raccolta dei primi tre volumi della pentalogia de La Ragazza Drago, con una copertina nuova di zecca realizzata da Paolo Barbieri. È proprio questa raccolta che pubblicizzerò a Torino.
Prima di Torino, che vi ricordo è il 17 maggio, e anche prima della presentazione a Roma del 26 maggio, il 13 maggio potremo vederci per una presentazione online: assieme a Francesco Falconi, e con la moderazione di Daze(d), faremo una presentazione telematica su Google+. In pratica, potrete vederci online. A breve vi posto anche il link. L’appuntamento, intanto, è alle 21.30. Parteciperanno anche una serie di blogger, che interagiranno con noi: Emanuele Manco, che scrive per Fantasy Magazine, Glinda di Glinda Atelier dei Libri, Valentina di Diario di Pensieri Persi, Anita di Anita Book, e Marco di Sangue di Inchiostro. Ci faranno un po’ di domande anche loro. In seguito, potrete rivedervi tutto l’evento su Youtube.
Bon, vi aspettiamo, allora!

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Pornografia

Di cose brutte, negli ultimi tempi, ce ne sono state parecchie. Diciamocelo, siamo sul fondo del pozzo, e da quaggiù la luce è fioca fioca e distante distante. Disperarsi vien più facile che cercare di tirarsi su. Ma di tutte le cose brutte che ci stanno intorno, la totale mancanza di rispetto per l’altrui persona è quella che mi lascia più sgomenta.
Anni di televisione e consumismo hanno scavato a fondo, e hanno lasciato i loro segni: le persone sono cose da usare, sono mezzi e mai fini. Corpi devastati spiattellati allo sguardo malsano dei naviganti, morti esibiti su Facebook con la scusa della “denuncia”, ma messi lì in verità solo perché l’altrui sofferenza solletica sempre qualcosa di oscuro e profondo, in noi. E poi i sentimenti buttati in pasto al pubblico ludibrio, perché tutti ci possano banchettare su e “dire la loro”, come non ci fosse nulla di sacro, nulla di intoccabile.
Ieri, da questo punto di vista, si è toccato il fondo. Chiedere ad un bambino di undici anni le ragioni del gesto del padre che ha sparato a tre persone è qualcosa che si faceva fatica persino ad immaginare, prima di vederlo sbattuto in tv. Eppure è successo, e, ne sono certa, c’è stata gente che ha annuito, che s’è commossa e non c’ha trovato niente di male.
Si chiama pornografia. Che non è solo l’esibizione dei corpi, che a fronte di questo scempio di anime fa anzi la figura di qualcosa tutto sommato onesto, che quanto meno sa a che gioco sta giocando. È la mercificazione, la banalizzazione di quanto più caro abbia una persona: è l’espozione allo sguardo di tutti di ciò che il pudore vorrebbe nascosto, intimo. Soprattutto è banalizzare sempre tutto, affidarsi solo alla reazione di pancia, al gesto mai mediato dalla ragione. Ma la vita, dannazione, è più grande e complicata di così, per questo è così terribile e straordinaria.
Vorrei soltanto che si tornasse tutti alla ragione. Vorrei che si rimettesse in funzione il cervello, si smettesse magari anche di parlare, se deve servire solo a dar fiato alla bocca. Vorrei, soprattutto, che ci fosse più rispetto: per i deboli, in primis, perché quelli se non li difendiamo noi, chi li difende? E per tutti: per chi non la pensa come noi, per chi ammiriamo, per chi disprezziamo, per tutti. Tornare a guardare in faccia il vicino di casa e vederci una persona, non un nemico. Levinas diceva che è nell’incontro col volto dell’altro che tutto si compie: lo riconosciamo come simile e dissimile, e in questa uguaglianza e alterità sta la radice dell’etica. È la cosa più bella che abbia mai studiato negli anni di filosofia a scuola. E torna persino nei miei libri, ossessivamente, perché, davvero, per me è la radice di ogni etica.
Torniamo ai volti, vi prego. Torniamo a riconoscerci nel faccia a faccia. La fine del buio passa anche da lì.

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