On a winter night

Neppure la neve riesce a spegnere del tutto il rumore della città. Senti, distante, il suono di una macchina che passa, il riverbero lontano dei mezzi sul Raccordo, il pulsare di una vita che non si spegne mai, perché una metropoli è così. Ma ugualmente c’è qualcosa di magico e insondabile in una notte di neve. La luminosità del cielo, i fiocchi che diventano lucciole alla luce gialla dei lampioni, il sovrapporsi lento di strato a strato, inesorabile, paziente come solo la natura sa essere.
Potresti perdonare tutto a questa città, stanotte. Il caos, la confusione, la troppa bellezza, perfino. Un interruttore magico per un istante l’ha trasfigurata, ti ha portato indietro negli anni, e l’ha trasformata in un posto che quasi ti corrisponde. Perché tutto si assomiglia, sotto la neve, tutto lentamente cambia forma. Il fiato che raggruma in nuvole compatte, mentre sul balcone, addosso solo la tua tuta e un paio di zoccoli ai piedi, guardi il silenzio del quartiere, il freddo che ti entra dentro, e una quiete strana, misteriosa. Il sonno sarà diverso, stanotte, diverso il risveglio. Fuori nevica, e dentro c’è la pace.

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Il mio brutto quarto d’ora sotto la neve

Immagino l’abbiate letto. Dalle 12.30 circa qui a Roma siamo sotto quella che in una città del centroeuropa sarebbe una normalissima nevicata. Per gli standard di Roma è una bufera. Non ha smesso un attimo, si sta posando e a terra ce ne sono già un paio di centimetri.
Ora, io dovevo andare in farmacia a prendere delle medicine per Irene. E già che c’ero, ho avuto la brillantissima idea di fare un salto al centro commerciale, che dista 800 m da casa mia, per vedere se avevano un paio di scarpe che avevo adocchiato.
Ho preso dunque la mia balda 500 e ho guardato il quadrante. Due minuti e si accende la spia di avaria al servosterzo. Ora, la 500, come tutte le dannate macchine di nuova generazione, ha spie che si accendono per ogni dove, spesso senza ragione. Una volta ci si accendeva quella del motore, ma era tutto a posto. Indi per cui, non mi sono preoccupata e sono partita.
Il tratto di strada fino alla farmacia è stato tranquillo. La strada era viscida, ma mi sentivo forte della mia guida in settimana bianca, quando ero uscita con la 147 su un bel po’ di neve. Poi, imbocco per il centro commerciale. E accelero. Oh, non sono pazza, per accelero intendo vado a 60 km/h e metto la terza. Lieve curva, e la macchina semplicemente va per i fatti suoi. Dritta. Ovviamente mi dimentico quel che ti dicono di fare in casi come questi, di assecondare il movimento. Mi prende il panico, controsterzo, la macchina sbanda. Tutto dura un’infinità di tempo. Poi, chissà come, mi rimetto sulla direttrice giusta. Col cuore che finalmente ricomincia a battere. Ma scendo in una cauta prima.
Come dio vuole, arrivo al centro commerciale. Il deserto dei tartari. Alcuni negozi sono chiusi, quelli aperti stanno per chiudere. E li capisco. Non sono a Monaco, dove nevica tutto l’inverno, non sono in Trentino, dove ci sono più spazzaneve che macchine. Sono a Roma. Dove l’ultima volta che ha nevicato così è stato nell’86. E dove stavamo finendo annegati per un acquazzone.
Le scarpe ci sono, ma m’è passata la voglia, e comunque non ero troppo convinta. Compro un paio di generi di prima necessità al supermercato. Anche qui ci guardiamo tutti come a dire “ma te che ce stai a fa’, qua? Ma ‘n’hai visto dde fori?”. Prendo le mie bustine, e inizio ad avere le palpitazioni al pensiero di riprendere la macchina.
Vado a piedi.
Giuliano, telefonicamente, mi dice no, ce la posso fare, devo solo andare piano.
Forse ho le catene. M’invento un modo per montarle e vado.
Ma no, non ce le ho le catene, o comunque non a bordo. Salgo. Beeeep. La fottuta spia del servosterzo. E mi viene il dubbio che il quasi testacoda non sia solo colpa della neve. Salgo pregando tutti i santi del paradiso, mi avvio nel parcheggio. Vado spedita verso l’uscita. Che è chiusa. Ok, non è l’unica. Vado verso l’altra. Che è chiusa. Intanto, la macchina sterza un po’ a capoccia sua. Disperata, scendo nei sotterranei, giro in posti del parcheggio che non sapevo neppure esistessero, mi imbatto in vicoli ciechi, e altre uscite. Tutte chiuse. Geniale. Hanno deciso – giustamente – di chiudere il centro commerciale. Con me dentro.
Lo prendo come un segno divino: dio non vuole che torni con la macchina. Adesso la mollo qua, prendo spesa e medicine, e mi avvio sotto la bufera. La macchina…la macchina la recupererò col disgelo.
Invece un’anima pia alza la sbarra. Non so chi sia, ma si spertico in ringraziamenti esagerati. Sono di nuovo sulla strada. Memore dell’ultima performance, mi faccio gli 800 m a 20 km/h fissi in prima con le quattro frecce accese. I marciapiedi sembrano coperti di vetro satinato. Le strade sono una poltiglia informe di acqua, ghiaccio e neve sporca. E lì veramente capisco che dopo aver preso per il culo il Big One, la Grande Nevicata Fine ti Monto, è arrivata per davvero, e sono cavoli amari. Perché gli spazzaneve a Roma credo neppure esistano, e dubito che verranno a spalare sotto casa mia. Capitemi, lo so che è solo neve, ma qui stiamo parlando di una città che la neve seria l’ha vista due volte in venticinque anni, e questa è la seconda.
Comunque, come dio vuole sono riuscita ad arrivare a casa, intimamente convinta che entro stasera Roma sarà esplosa. Se a ottobre l’acquazzone c’ha combinati di quella maniera, con questa faremo una fine à la The Day After Tomorrow.
Per il resto, è splendido. Nevica fitto e grosso, i giardini sono imbiancati e io spero duri fino a domani, così vado a giocare a palle di neve con Irene. Per farci due risate, vi linko un significativo video al riguardo: come dire, Fascisti sulla Neve :P .

http://www.youtube.com/watch?v=_OH5QNIDKFw

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Un consiglio di lettura, ancora

Stamattina, mentre cercavo di riprendermi dall’ennesima nottata “complicata” di Irene – ho letto una recensione estremamente positiva di Hugo Cabret di Scorsese. Ora, in verità il film non mi ha mai attirata, e anche i trailer che ho visto mi hanno lasciata piuttosto fredda. Ma non è colpa di Scorsese, o di qualcosa nelle immagini. È che Hugo Cabret è uno dei libri più belli e particolari che abbia mai letto, e la sua grandezza credo sia impossibile da rendere efficacemente sullo schermo. Non è solo nella storia, o nei personaggi, o nel periodo storico in cui è ambientato. È nella capacità di Selznick di inventare un nuovo modo di narrare.
La Straordinaria Invenzione di Hugo Cabret mi viene in mente ogni volta che qualcuno critica il catalogo Mondadori. Che è sterminato, quindi insieme alle belle cose ci saranno anche le cose così così e quelle francamente brutte. Peccato, però, che nessuno si renda conto di quale straordinario miracolo sia che un libro così bello, così originale, così francamente e innocentemente poco commerciale sia arrivato in libreria. È una perla apparsa in libreria, una perla che, temo, in pochi hanno davvero apprezzato.
Cos’ha di particolare? La storia di Hugo viene raccontata in parte tramite le parole, ma per buona metà tramite splendide illustrazioni a matita, in bianco e nero. E i disegni non sono un piacevole contorno alla storia, non la illustrano: la raccontano. Immaginate che ad un certo punto di un capitolo, le parole si interrompano, e quel che resta dell’azione venga raccontato con disegni muti. Ecco, questo è Hugo Cabret. Un libro come non ce ne sono altri al mondo.
La trovata non è ovviamente fine a se stessa. Un po’ è certo figlia del fatto che l’autore, Selznick – che per altro è simpaticissimo, lo conobbi all’unica Mantovaletteratura cui abbia mai partecipato, e mi fece anche un autografo sulla mia apposita Moleskine – è un illustratore, ma riguarda anche la materia del libro. Che è ambientato negli anni ’30 e parla del cinema di Méliès. Ora, io non conoscevo Méliès prima di leggere Hugo Cabret, ma tutti suppongo conoscano questo. È suo. Ha realizzato centinaia di film, è praticamente l’inventore degli effetti speciali. Il suo era un cinema di pura meraviglia, che reinventava la realtà. E dunque si capisce perché la storia di Hugo venga narrata per immagini. Sembra di assistere ad un film muto, e quanto evocativi sanno essere i disegni di Selznik, con quel suo tratto al tempo stesso rarefatto e molto preciso, prezioso. Inutile che vi stia a dire che non è soltanto il modo in cui è raccontata la storia a colpire: è anche la storia in sé, i personaggi, la poesia del tutto.
Non vi consiglio di andare a vedere il film per il semplice fatto che non so com’è. Ma vi consiglio assolutamente il libro, perché merita. Si parla tanto di originalità, di saper narrare le cose da punti di vista inediti: ecco, Hugo Cabret è tutto questo e molto altro. Per cui fatevi un regalo e leggetelo.

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Neve, malattie e articoli di giornale

A quanto pare, siamo in attesa della Big One, la Nevicata Apocalittica che, considerando cos’è successo l’ultima volta che ha piovuto, promette veramente la fine della civiltà occidentale. Io, devo dire la verità, spero nevichi. Spero di più che, in caso, la preparazione del Comune sia adeguata – e su, ci hanno messi in preallarme da tipo due settimane… – ma spero che nevichi. L’ultima vera nevicata è stata quella dell’86, era febbraio anche allora, e io ho ricordi vaghissimi della cosa. Del resto, avevo cinque anni. Mi piacerebbe vedere la neve a Roma ora che ho l’età della ragione, e la Reflex già pronta per le riprese. Comunque. Qui si inganna l’attesa a colpi di starnuti e malanni vari. Da quando Irene va all’asilo sembriamo un lazzaretto: se non sta male lei, sta male uno di noi due. Adesso tocca a me. Ho una gran voglia di dormire oggi pomeriggio, ma La Ragazza Drago 5 mi chiama con voce suadente. Tra uno starnuto e un colpo di tosse, però, ho fatto in tempo a scrivere un brevissimo pezzo per l’Espresso: si parla di Facebook, e potrete leggerlo venerdì. Come sapete, non sono una FB-maniaca, anche se confesso di usarlo davvero tanto. Comunque, fatemi sapere che ne pensate. Io, intanto, giaccio col fazzoletto a portata di mano.

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Manzoni come King

Ho inaugurato l’anno nuovo con una rilettura de I Promessi Sposi, lettura che in questi giorni si avvia alla sua conclusione. Non è la prima volta che lo leggo; l’ho già fatto un paio di volte in passato, dopo averlo studiato a scuola. È che a me è sempre piaciuto, anche quando lo studiavo. Sarà che ho trovato professori che me l’hanno fatto apprezzare, o sarà la mia naturale propensione ad un certo modo di far narrativa che andava per la maggiore nell’800, ma non mi annoiavo a studiarlo – anzi! – e lo rileggo sempre con piacere. E devo dire che quest’ultima rilettura mi ha confermata nell’ottima opinione che ho di questo libro che la maggior parte degli italiani vede come il fumo negli occhi. E invece, ragazzi, il Manzoni dà una pista a tanti narratori moderni, e sulla gestione del ritmo e sulla capacità di commuovere e divertire. Perché, e forse questo non viene evidenziato abbastanza a scuola, I Promessi Sposi è divertente. Eh già. Altro che le solite pippe sulla Provvidenza, e la religione, e la storia…Manzoni si diverte molto a scrivere, e il lettore si diverte di conseguenza molto a leggere. Pensateci: dentro c’è veramente tutto. C’è l’amore contrastato, ovviamente, ma c’è anche la passione illecita (la monaca di Monza), il “male metafisico” (l’Innominato), la morte (la peste), il perdono (e qui l’elenco sarebbe parecchio lungo), la redenzione (da Fra’ Cristoforo all’Innominato, per dirne solo due). Il tutto raccontato con un gusto per la pura narrazione, un amore per la storia e per i personaggi che a me fa venire in mente – e mi sa che qualcuno inorridirà – Stephen King. Sì, lui. Voglio dire, siamo al capitolo IV, è appena successo il patatrac, la tensione è alta, e incontriamo Fra’ Cristoforo. Manzoni che fa? Capitolo intero di digressione sulla storia del personaggio. Roba che, se non sei bravo, il lettore chiude il libro e morta lì. E invece la digressione ci sta, appassiona, trova un suo senso compiuto e nella cornice complessiva del romanzo, e nel singolo episodio. Stessa cosa dicasi per la storia della monaca di Monza, che prende ben due capitoli. Oggi, ovviamente, non si usa più di interrompere la storia con interventi diretti dell’autore come quelli che fa Manzoni. Oggi, che so, la storia della monaca verrebbe fuori con un bel flashback. Resta però il fatto che la digressione appassiona. Io adoro la storia di Gertrude; è uno di quei racconti in cui l’acutezza di Manzoni nel raccontare l’essere umano viene fuori con una vivezza, e pure con un mestiere, che non ha eguali. O come la parte sull’Innominato. Appena si inizia a parlare di lui, il tono del racconto vira bruscamente: tutto, in quel che lo riguarda, parla di un Male superiore, di ben altra caratura rispetto a quello sciocco, capriccioso, di Don Rodrigo. La valle in cui vive è intrisa essa stessa di un’atmosfera cupa, tremenda, che il lettore coglie a volo.
Non starò a dilungarmi sulla perfezione di certi passi, sui quali in genere ci si sofferma abbondantemente a scuola. Il “La sventurata rispose”, punto e a capo, è il perfetto esempio della misura, della grandezza di una narrazione che, pur affondando a piene mani in una materia “patetica”, quasi mai scantona nel retorico spinto. Dice più quel punto e a capo di tante parole. È un vuoto significativo che il lettore riempie dei più oscuri sottintesi. Comunque, per inciso vi segnalo un passo dalla notte dell’Innominato che mi sembra veramente splendido – a me l’Innominato è sempre piaciuto un sacco –

Non era la morte minacciata da un avversario mortale anche lui; non si poteva respingerla con armi migliori, e con un braccio più pronto; veniva sola, nasceva di dentro; era forse ancor lontana, ma faceva un passo ogni momento; e, intanto che la mente combatteva per allontanarne il pensiero, quella s’avvicinava”

Cioè. Tutto straordinario. Il ritmo, la scelta delle parole, tutto. Una frase che per altro spiega in due righe e mezzo l’Innominato.
Un’altra cosa che ho notato specie in quest’ultima lettura è l’ironia. Noi abbiamo quest’immagine pallosissima di Manzoni, come un tizio basettone col cipiglio severo, fissato con la religione, e invece dalle pagine de I Promessi Sposi viene fuori di continuo il ritratto di un uomo ironico. L’ironia, nel libro, è ovunque. Nei continui incisi che l’autore si permette, nei commentini sui personaggi, nel riferirsi ai “venticinque lettori” – ha ragione Eco, ne vuole venticinque milioni -, nei tanti ritratti di personaggi minori. E dietro si intravede un piacere della narrazione, un divertimento del racconto che io trovo modernissimo. Per dire, ogni volta che Don Abbondio compare in scena io vedo distintamente Manzoni che sghignazza. Ci sono parti che sono evidentemente più lunghe di quanto la narrazione richiederebbe – il monologo interiore di Don Abbondio in marcia verso la casa dell’Innominato – che stanno lì solo perché Manzoni si stava divertendo troppo. A volte ti verrebbe la voglia di essere nato duecento anni fa per conoscerlo, questo autore volpone, che non si nega nessun becero trucco per ingraziarsi il lettore e divertirlo, che ha un controllo assoluto sulla trama, che tratteggia personaggi memorabili. Ed è tutto straordinariamente moderno. È questo che ho scoperto: che I Promessi Sposi si possono leggere come si legge un Murakami, un King, un autore di genere. Che non è un libro paludato e noioso come troppo spesso si crede, che è un trattato di buona scrittura da cui abbiamo tutti da imparare, che ha attraversato duecento anni e passa di storia restando fresco e godibile come il primo giorno. Per cui vorrei consigliarvi di non chiudere la mente, quando a scuola vi fanno studiare Manzoni. Rischiate solo di perdervi una gran storia e un gran libro.

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Quando un astrofisico scrive fantasy

Chi ha detto che la narrativa deve fare concorrenza allo Stato Civile? Ma forse deve fare concorrenza anche all’assessorato all’urbanistica
Umberto Eco, Postille a “Il Nome della Rosa”, Bompiani, 1986

La domanda in assoluto più ricorrente che mi viene fatta da quando faccio presentazioni (ossia ormai dal lontano maggio 2004) è che cosa c’entri l’astrofisica con la scrittura. È che la Mondadori, comprensibilmente, ha venduto il mio essere astrofisico insieme ai libri, e ovviamente la cosa non poteva non stuzzicare la curiosità della gente: perché un astrofisico scrive fantasy e non fantascienza? È una forma di fuga dalla realtà? Ma, soprattutto, essere un astrofisico aiuta a fare lo scrittore?
Fino ad un annetto fa rispondevo che no, in fin dei conti questi due aspetti della mia vita non erano collegati, che tutto sommato vivevano in momenti diversi della giornata – strano a dirsi, ma scrivevo di notte e facevo l’astrofisico di giorno – e che al massimo applicavo la stessa disciplina mentale e alla scrittura e alla ricerca.
Poi, però, ho iniziato a pensarci. Ma dove sta scritto che le due cose non debbano comunicare? In fin dei conti non mi sentivo esattamente dimidiata: ricerca e scrittura convivevano placidamente l’una al fianco dell’altra, a parte ovvie acrobazie per trovare il tempo di far tutto. Magari esisteva un modo per mettere assieme le due cose, chissà…
I Regni di Nashira è nato allora. Ok, prima forse c’erano altre suggestioni, che erano venute fuori da discussioni con Sandrone Dazieri, mio editor, scrittore e amico. Però l’idea di mettermi a costruire il mondo in modo un po’ più consapevole rispetto alla prima volta che l’avevo fatto e cercando di metterci dentro anche i miei studi, ha giocato un ruolo fondamentale nella creazione del mondo. Per cui: serve l’astrofisica per scrivere fantasy? Sì, serve, e ve lo vado a dimostrare.
Le idee che avevo in testa erano essenzialmente due: volevo un pianeta che girasse intorno ad un sistema doppio – perché Star Wars ci insegna che nulla fa più alieno di un paio di soli in cielo – e in cui ci fosse scarsità d’aria – idea questa che mi era venuta appunto parlando con Sandrone. Per la prima, avevo l’imbarazzo della scelta. I sistemi doppi sono semplicemente due stelle che si girano intorno, o meglio, girano attorno ad un punto chiamato centro di massa. Se una delle due stelle è molto più grande dell’altra, diciamo A è più grande, B è più piccola, il centro di massa cadrà dentro A, e vedremo sostanzialmente B che gira intorno ad A. Altrimenti, vedremo le due stelle che più o meno girano intorno ad un punto che non vediamo.
Di sistemi binari in giro ce ne sono molti. Per esempio, Sirio, una delle stelle più luminose del cielo estivo, è un sistema binario. Esistono anche sistemi multipli, composti da un numero n di stelle legate dalla gravità: Mizar, nell’Orsa Maggiore (magari qualcuno di voi se la ricorderà dalla meravigliosa serie di Asgard de I Cavalieri dello Zodiaco) è composta da sei, dico sei stelle. Comunque. Un sistema binario semplice, con due stelle che si girano intorno, non è nulla di particolare. Io volevo qualcosa di più tragico e spettacolare. Chi di voi ha letto Notturno di Asimov ha visto un pianeta che girava intorno a sei stelle, senza notte. Una volta ogni svariati secoli, le stelle vengono eclissate dalla luna del pianeta, causando pochi, devastanti minuti di notte. Immaginate la notte in un posto che non ne ha mai conosciuta una, in cui c’è sempre luce. Ecco, volevo qualcosa di tragico, che mettesse in discussione le credenze, le certezze degli abitanti del pianeta esattamente come la notte in Notturno.
La fisica mi fa gioco. Il bestiario di sistemi binari è composto da ben più che due semplici stelle che si girano intorno. Una delle due stelle, ad esempio, può essere un oggetto compatto, come una nana bianca. Una nana bianca è il “cadavere” di una stella di dimensioni non molto diverse dal sole: quanto le reazioni termonucleari che la fanno splendere cessano per esaurimento del carburante, la stella si comprime, diventando più piccola e caldissima. Il suo destino è quello di raffreddarsi lentamente – molto lentamente – fino a non essere più visibile. Per inciso, alcune nane bianche sono fatte di carbonio, e il carbonio ad alta pressione diventa…esatto, diamante. Altro che De Beers…Oppure in un sistema binario ci possono essere casi di vampirismo: sotto certe condizioni, una delle due stelle può “succhiare” materia all’altra. L’immagine è suggestiva, come mostrano anche le rappresentazioni pittoriche.

O, ancora, ci sono sistemi binari che contengono buchi neri; un buco nero è una stella morta, come la nana bianca, solo che la stella che l’ha generata ha una massa di decine di volta quella del Sole, per cui, quando il carburante finisce e la stella si spegne – in questi casi in genere lo fa in modo spettacolare, con un enorme botto che si chiama esplosione di supernova – genera un oggetto in cui la densità è infinita. È un concetto impossibile da immaginare, e infatti i buchi neri sono bestie strane e affascinanti, sulla cui stessa esistenza a lungo si è dibattuto. Comunque, come vedete, di roba interessante non ne manca. Per non essere spoilerosa, non vi dirò cosa scelsi più o meno due anni fa, quando iniziai a pensare a Nashira e al suo sistema binario. Chi ha letto il libro, sa quali sono le caratteristiche di Mira, la stella rossa, e Cetus, la stella bianca, che illuminano Nashira. Detto incidentalmente, i nomi non sono scelti a caso: Mira è una stella variabile, ossia la sua luminosità varia nel tempo, e si trova, indovinate un po’, nella costellazione di Cetus. Per altro, Mira è la prima variabile mai scoperta, e il suo nome, infatti, significa “meravigliosa”. Nessuna aveva mai visto nulla di simile, prima. Cetus, invece, vuol dire balena.
Trovato il sistema binario, mi è venuta in mente un’altra idea. Volevo rendere Nashira il più possibile peculiare. Niente di meglio, allora, che agire sull’alternanza delle stagioni. Ad esempio, sarebbe interessante un posto in cui le stagioni non si alternino: ci sono dei posti in cui è sempre estate, altri in cui è sempre autunno, altri sempre inverno…Ma è possibile? Certo che sì. Perché sulla Terra ci sono le stagioni? È a causa dell’inclinazione dell’asse terrestre rispetto al piano dell’Eclittica. Innanzitutto, cos’è l’Eclittica: è quel piano sul quale si trovano più o meno i pianeti nel loro moto di rotazione intorno al Sole. Ora, tutti sappiamo che oltre al moto di rivoluzione intorno al Sole, i pianeti girano anche su se stessi, intorno ad un asse. Quest’asse, a seconda del pianeta, ha un’inclinazione rispetto al piano dell’Eclittica. Ad esempio, Urano ha un asse inclinato di circa 8°, il che ne fa un pianeta che letteralmente “rotola” sull’eclittica.

Nel caso della Terra, l’inclinazione rispetto al piano dell’Eclittica è di circa 70°, quasi perpendicolare. Appunto, quasi, e il trucco sta tutto lì. Durante la rivoluzione intorno al Sole l’inclinazione dell’asse terrestre rimane invariata. Ciò significa che l’angolo con cui i raggi del Sole colpiscono la stessa porzione di globo cambia a sei mesi di distanza. Anche qui, vi allego disegnino.

Immaginate che il sole stia al centro della figura. A sinistra, in inverno, la città di Allentown viene illuminata con raggi radenti, a destra, in estate, da raggi più perpendicolari. E sappiano tutti che i raggi radenti illuminano – e dunque riscaldano – meno di quelli perpendicolari. Infatti d’estate al tramonto si respira, a mezzogiorno si muore di caldo.
Dunque, affinché su Nashira non ci fossero le stagioni, bastava far sì che l’asse di rotazione fosse dritto, perpendicolare rispetto al piano di rotazione intorno a Mira e Cetus. Immaginate infatti la stessa figura precedente nel caso in cui l’asse di rotazione fosse dritto. Vi allego ulteriore figura.

I riflettori fanno le veci del sole. Se spostate il pianeta a destra dei riflettori, l’angolo con cui la luce incide sulla superficie, a qualsiasi latitudine – ossia per qualsiasi distanza (angolare) dall’equatore – non cambia. Ecco a voi Nashira.
Ecco qua. È solo l’inizio, ovvio, ma il mondo è creato. E per altro vi assicuro, come quelli che hanno letto il libro avranno già intuito, che la presenza del sistema binario, e la scelta della tipologia dello stesso, ha segnato il destino di Nashira: quando ho fatto quello, la storia è venuta fuori da sola.
Lascio a voi l’interpretazione dell’enigmatica citazione in apertura a questo post. Di mio dico solo che a volte serve un fisico per scrivere una storia ambientata in un altrove :)

Riferimenti per le figure
http://members.wolfram.com/jeffb/poster/poster.html
http://www.astronomy.org/programs/seasons/
http://www.skylive.it/123StellaSistemaSolare/urano.aspx

P.S.
Questo post partecipa al Carnevale della Fisica.

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Post di servizio

Scusate se vi tedio ancora con questioni tecniche. Dunque, avrete notato che da quando c’è stato il restiling del sito è diventato possibile commentare non solo sotto i post del blog, ma in ogni pagina del sito. All’inizio questa cosa mi era sembrata una buona idea, e dunque ho lasciato tutto così. Avrete però anche notato che con l’andar del tempo le conversazioni sotto le pagine del sito sono diventate sempre più confusionarie; c’era chi faceva spam, la discussione si trasformava in una chat…Per questa ragione ho chiesto agli amministratori di eliminare la possibilità di commentare le pagine del sito e cancellare i commenti arrivati fin lì. È semplicemente una questione di ordine e pulizia del sito; inoltre, esiste già uno spazio aperto all’interno del sito, ed è questo blog, e mi sembra più giusto che le discussioni si tengano qui sotto.
Grazie per la comprensione e – spero – a domani con un post un po’ più di sostanza.

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I am back

Come avrete notato, sono stata via una settimana. Nello specifico, sono andata a sciare sulle Alpi, anche se il verbo sciare è probabilmente improprio, per quel che mi riguarda. Ho messo gli sci per la prima volta a ventisette anni, scio una settimana all’anno e da due anni ho imparato ad andare a sci uniti, ma sono ancora rigida e goffa, per cui, niente, faccio un sacco di fatica e vado lenta come una lumaca. Comunque. Questo post solo per dirvi che sono tornata, e che, se tutto va bene, domani dovrei tornare anche operativa al 100% da queste parti. Oggi sono ancora alle prese con gli strascichi del ritorno, che includono una montagna di panni da lavare e la macchina da portare dal meccanico, perché s’è rotta sulla via del ritorno. A domani.

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Il mare, il niente, la vita

L’incidente alla Costa Concordia mi ha particolarmente colpita. Penso abbia colpito un po’ tutti noi, ma in particolare chiunque sia mai andato per mare, magari proprio in crociera. Io l’ho fatto due volte, la prima in viaggio di nozze, nel Mar Baltico, la seconda nel Mar Glaciale Artico, e, sì, ho viaggiato anche con la Costa.
È che da molti anni viaggiare non viene più percepito come una reale avventura, come qualcosa in cui è insito un seme di pericolo, come è stato per secoli, fino a tempo tutto sommato recenti. Partivi, e non sapevi se saresti mai tornato, a maggior ragione quando andavi per mare. Eri in balia di forze che non non potevi controllare, ti inoltravi in territorio sconosciuto. Col tempo, la tecnologia ci ha dato l’illusione che l’imponderabile fosse sempre sotto controllo. La strumentazione sofisticata, i mille sistemi di rilevazione, le comunicazioni continue. Non sei mai solo in viaggio. Eppure…Eppure l’imponderabile esiste, che si chiami errore umano – come pare sia il caso della Concordia – o una forza della natura contro la quale non hai difese.
In crociera, chi vuole può illudersi di stare in albergo. La nave è così grossa che il rollio è consistente solo in caso di mare grosso. Per il resto, hai tutte le comodità della terra ferma, e mille motivi di distrazione e divertimento. Puoi scordati di star per mare, tanto più che in molti casi si viaggia solo di notte. Ma a volte basta soltanto uscire sul ponte, e quell’illusione di certezza, di tranquillità, scompare di fronte alla vista della solitudine immensa e schiacciante del mare aperto. Un posto che urla ostilità, un posto che palesemente non è fatto per l’uomo. Troppo immenso, troppo desolato, troppo intollerabilmente grande. Nella mia ultima crociera, abbiamo navigato per due giorni sopra il Circolo Polare Artico. Era luglio, e dunque la notte non esisteva. Appena ti allontanavi di qualche miglio dalla riva, una nebbia densa avvolgeva ogni cosa. La luce era sempre la stessa, a tutte le ore del giorno e della notte. Il cielo a malapena si distingueva dal mare, e il confine tra i due era impossibile da tracciare. Tutto era identico a se stesso, immutabile, appuntare lo sguardo su qualcosa, qualsiasi cosa era impossibile. Eravamo tremila persone in mezzo al niente, impegnate a distrarsi da quella solitudine più spaventosa di qualsiasi deserto. Niente distillato. E non aveva granché importanza che ad un prezzo spropositato potevi collegarti per un’ora via Internet e sentirti vagamente connesso alla civiltà. Se fosse successo qualcosa lì, su quel mare ghiacciato, in mezzo alla nebbia, chi ci avrebbe salvati?
Quando il mare s’è fatto grosso, tipo al secondo giorno, ho capito quanto spaventosamente potente fosse quel regno in cui ci stavamo inoltrando. Una nave da crociera, quando la vedi ormeggiata nel porto, sembra mastodontica, inamovibile. Ti sembra che niente possa smuoverla. E invece. E invece la nave beccheggiava, la prua che andava su e giù di svariati metri. Mentre camminavi, sentivi il pavimento che ti mancava sotto i piedi, mentre l’acqua delle piscine coperte sbatteva impazzita contro le pareti. E non era neppure tempesta. E bastava a farci sentire sperduti su un guscio di noce.
Il senso di sicurezza che ci accompagna quando ci muoviamo per il mondo è pura illusione. Ci sono sono cose, in questa terra, che non sono nate per noi, e che, quando le invadiamo, ci tollerano a malapena. Una nave è sempre un guscio di noce che galleggia, un aereo un pezzo di metallo sostenuto in cielo da forze che la maggior parte della gente non conosce e non capisce. E noi, formiche che si arrampicano sulla superficie curva di questo pianeta.

“Suonavamo perché l’Oceano è grande, e fa paura, suonavamo perché la gente non sentisse passare il tempo, e si dimenticasse dov’era e chi era. Suonavamo per farli ballare, perché se balli non puoi morire, e ti senti Dio. E suonavamo il ragtime, perché è la musica su cui Dio balla, quando nessuno lo vede. Su cui Dio ballava, se solo era negro.”

P.S.
Mi rendo conto che tutto questo c’entra davvero poco con una tragedia che, se la ricostruzione che si sta delineando verrà confermata, dipende praticamente esclusivamente da una serie di errori umani e leggerezze davvero difficili da giustificare. È solo che mi ha ricordato queste vecchie riflessioni che hanno sedimentato a lungo in me, e che, per chissà quale ragione, sono venute fuori appena ho visto il relitto mezzo affondato

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Merlin

Col nuovo record di quattro – dico QUATTRO – anni di ritardo, verso la fine dello scorso anno mi sono avvicinata a Merlin, la serie BBC sulle avventure dei giovani Merlino e Artù. L’ho fatto con una certa dose di scetticismo; sembrava una cosa molto nella media, nulla di particolare. Però ero un po’ orfana di roba da vedere, mi serviva qualcosa di leggero e divertente e Merlin sembrava fare al caso mio. Per altro, mi aveva già incuriosita l’anno di uscita, perché Edimburgo, che visitai proprio in quel periodo, era piena di manifesti col faccione di Colin Morgan.
Al momento sono alla visione della seconda serie, più o meno metà – visione rigorosamente in inglese, perché ogni tanto l’accento british fa veramente bene alle orecchie – e quindi direi che la fase di beta testing è conclusa e si possono tirare le somme. Intendiamoci, è un prodotto medio sotto tutti gli aspetti: nulla di eccezionale sul fronte delle interpretazioni, anche se non c’è nessuno che sia proprio cane, fatta forse eccezione per un Lancillotto decisamente monocorde, nulla nella sceneggiatura che faccia gridare al miracolo, nessun soggetto particolarmente ispirato, e soprattutto effetti speciali da serie televisiva, ossia le bestie, fatta eccezione per il drago, si vedono poco, e quel che si vede non è un granché. Però. Però, ragazzi, io mi sto appassionando. Quei 45 minuti la sera che dedico alla visione mi rilassano, mi rimettono in pace col mondo. Perché se c’è una cosa in cui Merlin eccelle è il ritmo: non ti annoi mai. Nelle puntate succedono sempre un bel po’ di cose, non ci sono momenti di stanca, gli autori sanno quando buttarla sull’ironico e quando invece fare più i seri. L’impressione generale è di un prodotto perfettamente cosciente dei propri limiti, ma anche dei propri punti di forza. Inutile attendersi le psicologie complesse di un Games of Thrones o l’irriverenza di un Misfits. Qui ci si diverte con una rivisitazione simpatica dei grandi classici dell’high fantasy. L’assenza di presuntuosità, l’impressione che gli autori sappiano sempre esattamente quel che stanno facendo e l’onestà complessiva del tutto rendono la serie straordinariamente piacevole da vedere. Voglio dire, nulla di immancabile, non è quella roba che ti fa urlare al capolavoro o genera dipendenza, ma dove sta scritto che uno abbia sempre voglia di capolavori, no?
Per altro, tutti i limiti della serie non significano che a volte non si affondi un po’ di più con le trame; ci sono state un paio di puntate della prima stagione – penso a The Beginning of the End, The Moment of Truth o To Kill the King – in cui certi temi un po’ più “pesanti” vengono affrontati in modo non banale. C’è poi una certa ambiguità di fondo che anima alcuni personaggi, e che non viene mai del tutto risolta, ma anzi indagata in modo interessante: penso a Uther, o Morgana. Anche l’immancabile triangolo che inizia a intravedersi nella seconda stagione non è poi così stantio quanto si potrebbe credere.
Insomma, ripeto, non vi dico “vedetevelo perché è imprescindibile”, ma se un domani aveste voglia di una cosa leggera da vedere in scioltezza, ve lo consiglierei di certo.

P.S.
Per favore, no spoiler nei commenti, per chi stesse seguendo la cosa in contemporanea con il Regno Unito. Ok, la storia la sappiamo tutti, ma Merlin si prende un fracco di licenze poetiche sulla versione classica del mito di Artù, e tutto sommato io non ho voglia di scoprire in anticipo come la storia prosegua.

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