Il Sale della Terra: la mia opinione non richiesta

Entro a gamba tesissima nella polemica letteraria del momento, un po’ perché non mi par vero di poter dire la mia su una polemica letteraria :P , un po’ perché la cosa sarà spunto per la prossima puntata di Terza Pagina. Innanzitutto, per inquadrare per bene la questione, vi invito a leggere questo articolo de Il Post che riassume tutto per bene. Per i pigri, sintetizzo io in modo non esaustivo: negli Stati Uniti una scrittrice bianca ha scritto un romanzo, da noi tradotto Il Sale della Terra, con protagonisti migranti messicani che cercano di arrivare negli USA. Il libro è stato lanciato con gran battage pubblicitario, opzionato per il cinema, e a quanto pare pagato con un anticipo a sei cifre. Peccato che il mondo letterario latinoamericano sia insorto, portandosi dietro anche una fetta di opinione pubblica, accusando il libro di essere superficiale e di rappresentare il Messico e il dramma dei migranti in modo stereotipato.
La polemica tocca numerosi nervi scoperti: la questione dell’appropriazione culturale, che negli States è molto sentita, l’influenza che i movimenti dal basso possono avere sulla creatività e il mondo letterario, infine il problema della rappresentazione della diversità nell’industria culturale. Di tutte queste cose proveremo a parlare a Terza Pagina. Io qui cercherò invece a dare il mio punto di vista strettamente letterario sul testo. Perché l’ho letto, in lingua originale per altro, per avere meno schermi possibili in mezzo, e poter capire più a fondo di cosa si sta parlando. Quindi, sorpresa delle sorprese, questo post alla fine è una recensione :P .
Confesso che la mia conoscenza dell’America Centrale è pressoché nulla. Mai stata in Messico, e anche le mie nozioni su quella specifica via migratoria sono piuttosto carenti; so quel che sappiamo tutti sulle politiche di Trump al riguardo, ma per ovvie ragioni geografiche mi sono sempre più interessata ai fenomeni migratori del Mediterraneo. Non sono quindi la persona più adeguata a giudicare la plausibilità del Messico e del fenomeno migratorio per come raccontati nel libro, e non sarà su questo punto che mi concentrerò. Però leggo e scrivo, e quindi credo di poter esprimere, come tutti i lettori, un giudizio di valore sull’opera.
In uno degli articoli che ho letto in questi giorni per documentarmi sulla faccenda, un editor statunitense che ha voluto rimanere anonimo diceva che il vero problema de Il Sale della Terra è il modo in cui è stato promosso dalla casa editrice che l’ha pubblicato – quella statunitense, ovviamente -. La campagna pubblicitaria è stata tutta puntata sul fatto che è un libro che spiega tramite la fiction l’immigrazione dal centro America verso gli USA. Cummins stessa, nelle note al libro, ne parla in questi termini: una fiction che però ha al centro il dramma di chi attraversa tutto il Messico per andare a stabilirsi negli States. Peccato, diceva l’editor, che il libro sia invece sostanzialmente un thriller, una specie de Il Fuggitivo in salsa Messicana (paragone mio). Ecco, io credo sia vero.
Se Il Sale della Terra fosse stato presentato per quel che davvero è, un polpettone più prossimo alle parodie di telenovelas sudamericane de il Trio che a una docufiction degna di questo nome, ci sarebbe stata un decimo della polemica, ma anche, ovviamente, un decimo delle vendite.
Scendiamo un po’ nel dettaglio. La storia in breve: Lydia ha una una cotta ricambiata per un tizio di cui ignora il vero impiego, ossia il boss dei narcos. Suo marito invece fa il giornalista. Due più due fa quattro, e quando il consorte scrive l’articolo sbagliato sul tipo, quest’ultimo fa sterminare tutta la famiglia di Lydia. Lei e il figlio si salvano per miracolo; a questo punto, Lydia decide che l’unica cosa da fare per salvare la pelle a sé e alla prole è andare negli Stati Uniti. A parte che non mi è ben chiaro come fuggire lungo una strada, quella percorsa dai migranti, controllata dai narcos, per ammissione stessa di Cummins, possa essere il modo migliore per sfuggire a un boss dei narcos che ti vuole morta, il primo problema del libro è una drammatica mancanza di localizzazione della storia.
Il primo terzo della storia potrebbe essere ambientata un po’ ovunque: nulla nella vita di Lydia ci parla del Messico. La sua libreria potrebbe essere tranquillamente quella della mia città, una vita come la sua potrebbe condurla ovunque. Javier, il cattivissimo – ma affascinante, ovvio – boss potrebbe senza problemi essere un mafioso siciliano, o un camorrista campano, oppure Al Capone. Tutti i riferimenti culturali della libraia Lydia sono inoltre inspiegabilmente anglofoni o, al massimo, cileni o colombiani, e sempre limitati a quei nomi che a un occidentale sono ben noti: del suo continente, Lydia legge solo Neruda o Marquez. Va al Wallmart, il figlio ha un berretto di una squadra di baseball statunitense, tutto l’immaginario evocato in termini di paragoni e metafore è strettamente occidentale. La patina latina è data da parole in spagnolo infilate qua e là un po’ a caso, soprattutto nei dialoghi, e compaiono ogni tanto gli avocado, che però, boh, io ne mangio anche in Italia, per cui non mi sembrano significativi. Per di più, Lydia e il figlio conoscono l’inglese e lo parlano a livello di madrelingua, per cui uno si domanda perché questa storia non sia stata ambientata in una periferia malfamata di una città statunitense random: anche là ci sono i trafficanti di droga che ti ammazzano la famiglia, con tanto di polizia corrotta.
Il problema è che lo sguardo sulla storia è prettamente occidentale. Per capirci, uno può non sapere nulla del Cile, ma legge La Casa degli Spiriti, e capisce subito che non siamo in Europa, che lo sguardo sul mondo dell’autrice è altro rispetto al nostro. Così con tutta la letteratura centro e sudamericana, che, declinata ovviamente in modo diverso in ogni specifico stato, ha un sapore inconfondibile, che il lettore coglie a volo. Qua no. Il Sale della Terra è la storia di un’occidentale, raccontata con modi e sguardi occidentali, che, senza una chiara ragione, ci dicono essere ambientata in Messico. Ma questa è una minuzia rispetto agli altri problemi del libro.
Nessuna delle psicologie è credibile. Luca, il figlio di Lydia, ha otto anni, ma fa ragionamenti e prova sentimenti prettamente adulti: il più delle volte parla anche come un adulto. La reazione sua e di Lydia al trauma è risibile, così come le motivazioni dietro i loro comportamenti: Lydia non si convince a prendere un aereo perché sennò Javier la può trovare, visto che deve dare il nome al banco del check-in, ma duecento pagine dopo racconta tutta la sua storia, con nomi e cognomi, a un’anonima funzionaria di banca. Sentimenti, reazioni, vengono quasi sempre raccontate e raramente mostrate, e, quando lo si fa, è con scarsa efficacia. Il problema è che tutto sembra raccontato da parte di chi di questi argomenti ha sentito parlare, ma che nei confronti dei quali non ha una reale adesione. E qui si entra nel vivo di cosa significhi per me scrivere una storia: è ovvio che la capacità di entrare nella pelle di qualcun altro è alla base del meccanismo stesso della letteratura. Flaubert è Madame Bovary, così come Yourcenar può essere Adriano, senza che nessuno dei due sia né una donna né un imperatore romano. Ma il punto è in quel “je suis madame Bovary”, che significa che a un livello profondo Flaubert sentiva riverberare qualcosa di sé, di seminale e vero, in un personaggio per altri versi distantissimo dalla sua personale biografia. È questa esigenza, questa necessità di raccontare una certa storia, perché parla di noi, che fa funzionare il meccanismo. Anch’io, nel mio minuscolo, ho parlato mettendomi nei panni di un uomo mezzosangue, pur essendo una donna ed essendo i miei parenti tutti nati e vissuti in Italia da che io riesca a ricostruire. E allora? E allora ho sentito il bisogno di parlare di Telkar, assumendone per di più la voce, perché volevo parlare del mio non sentirmi mai a casa in nessuna comunità, della mia difficoltà a provare un senso di appartenenza nei confronti della città in cui sono nata, perché i miei genitori invece ci sono immigrati, e tutta la mia famiglia vive altrove. In questo senso, la vicenda di Telkar mi apparteneva. Così Dubhe, Nihal e tutte le altre, in cui ho trasfuso le mie nevrosi, i miei dubbi, i miei dolori. Poi c’è Flaubert e ci sono io, ed è dunque ovvio che questo meccanismo a volte produca altissima letteratura, a volte no, ma di base deve esserci, o davvero ti stai appropriando della vita di qualcun altro senza averne diritto.
Ecco, lo sguardo di Cummins è perennemente esterno: il suo racconto non mette mai davvero il lettore nei panni di una migrante, ma lo conferma invece nei pregiudizi che questi già possiede sull’argomento. Nelle innumerevoli pagine del libro non ho sentito una scintilla di verità in alcuno dei personaggi: tutti fanno cose che ci si attende facciano, per come ne abbiamo sentito parlare dai tg e dai reportage. La Bestia, il treno sul quale i migranti saltano, il deserto del Sonora, il Messico dei narcos…tutto freddo e altro, raccontato non da dentro, col giusto coinvolgimento in termini di sofferenza da parte dell’autore, ma sempre da fuori, con lo stesso sguardo di chi incrocia un barbone per strada e pensa “poverino”.
Mentre lo leggevo, pensavo a Io Khaled vendo uomini e sono innocente, meraviglioso libro di Francesca Mannocchi, che invito tutti a leggere, e in cui l’autrice, giornalista esperta di questi argomenti, si mette addirittura nei panni di un trafficante di uomini. Non solo la vicenda narrata è di una profondità e di un’universalità che ti dilania, ma leggendo impari qualcosa della Libia e della sua travagliata storia contemporanea. È un libro che gronda sangue, in cui l’adesione della scrittrice, e al tempo stesso la sua conoscenza dei temi trattati, è profondissima. Cummins no. Cummins di queste cose ha sentito parlare o non le ha capite a fondo, visto che professa di essersi documentata per quattro anni per scrivere questo libro. Tutto è di superficialità somma, per cui l’identificazione coi protagonisti è davvero difficile. Èd è questo il vero problema, che va anche oltre la questione meramente etnica e l’appropriazione culturale: anche fosse stato ambientato in un contesto diverso, magari più congeniale alla sua autrice, questo è semplicemente un brutto libro, superficiale nel raccontare i problemi che si propone di descrivere e mal scritto nel descrivere le parabole dei personaggi. Che poi sono in esistenti: Lydia, Luca, non vengono modificati in alcun modo da quel che accade loro. Lo sterminio della famiglia, il perdere la loro vita precedente, veder morire i compagni di viaggio non modifica di una virgola le loro psicologie. E allora come fai a immedesimarti? Io sono stata segnata da eventi assolutamente insignificanti occorsi nella mia vita, questi vivono drammi epocali e se li scrollano di dosso come la polvere del deserto. E poi, certo, è un libro che all’imperizia autoriale aggiunge pure il fatto che tale scarsa capacità è applicata a un tema complesso e profondo. Sembra una cosa scritta sull’onda di un sentimento momentaneo, come di chi ha visto dei migranti in tv e ha provato pena. Probabilmente non è così, ma così sembra dallo stile, dal racconto, da tutto. Ti devi rivedere per davvero in quella gente, capirne l’esperienza, e in caso davvero farti strumento e dar loro la voce, come ha fatto Melania Mazzucco in Io sono con te. Storia di Brigitte, altro libro splendido, che ancora vi consiglio, in cui Mazzucco racconta la storia di una migrante. E per farlo non si è “documentata”: si è seduta davanti a lei e l’ha ascoltata per giorni, settimane, e ha messo il suo racconto su carta, prestando le sue capacità narrative alla sua storia potentissima.
Non è vero, come è scritto nelle note al libro, che in questo periodo storico abbiamo bisogno di più voci possibili che raccontino storie di immigrazione. Abbiamo bisogno delle voci giuste che ne parlino, voci che conoscano davvero l’argomento, che l’abbiano metabolizzato e fatto loro. Purtroppo Cummins non lo è; non lo è per un thriller di media qualità che riesca a tenere il lettore avvinto alla pagina, figurarsi per raccontare un fenomeno complesso come le migrazioni umane. E non è una questione etnica: è una questione di squisite qualità letterarie.

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The New Pope

Avevo minacciato questa recensione sui social, ed eccola.
Ho pensato un po’ al titolo, ma il problema è che una cosa così è irriducibile a qualcosa di semplice e immediato come un titolo, e allora lasciamo perdere, e basta.
Dunque. Non so neppure da dove cominciare. Perché The New Pope è una roba soverchiante: nelle immagini, nella regia, nei contenuti, nei dialoghi. Ti sovrasta, esattamente come San Pietro e il Vaticano, quelli veri. Sono troppo, e così troppo è pure The New Pope. Troppo bella, soprattutto.
Sgombriamo subito il campo dai fraintendimenti. No, The New Pope non descrive il Vaticano, non è quella la sua ambizione e credo fosse chiaro fin da The Young Pope. Sorrentino far partire il suo discorso da un ragionamento su cos’è il potere quando si suppone esso provenga da Dio, e il modo migliore per farlo è inventarsi la propria personale versione del potere divino con cui il mondo intero è familiare. Infilandoci cose che fanno parte della percezione collettiva del Vaticano, certo, ma, voglio dire, davvero nessuno può pensare che quella cosa lì sia il Vaticano. Posso capire che per un credente, uno parecchio ortodosso, la visione di The New Pope possa essere irritante – non quanto il giovane papa, comunque – ma, a ben guardare, Sorrentino non gioca mai coi santi. Il Vaticano che descrive è una realtà completamente umana: umani tutti i suoi attori, umani i giochi di potere, umani i dilemmi, le fragilità, i peccati. Pure i Papi sono tutti ridotti da figure sacrali a esseri umani come noi tutti; anzi, l’idolatria, sotto sotto presentata come una delle grandi minacce alla Chiesa contemporanea – neppure tanto sotto, a dire il vero… – viene stigmatizzata ogni volta sia possibile. È l’uomo che interessa a Sorrentino, per cui pure queste accuse di blasfemia…boh, secondo me lasciano il tempo che trovano. A meno che uno caschi dal pero alla scoperta che, ahò, pure il Papa è un essere umano, e chi l’avrebbe mai detto.
Detto questo, rimane tutto il resto. Che è immenso. Leggevo da qualche parte ieri che The New Pope è la miglior serie televisiva italiana di sempre, e non potrei essere più d’accordo.
Ho iniziato a vederla scettica. Avevo seguito The Young Pope, ma, a parte un comparto visivo e registico da urlo, non mi aveva entusiasmata. Mi era sembrato un vacuo esercizio di bravura stilistica, sotto il quale però la sostanza fosse un po’ pochina. Anzi, a conti fatti la consideravo una bella trollata. Però la bellezza formale esercita comunque su di me un discreto richiamo, e amo Sorrentino, credo di averlo già detto in passato, e allora mi sono data alla visione durante uno dei miei ultimi viaggi in treno. Sono rimasta catturata praticamente da subito.
Sorrentino prende tutto il buono della sua opera precedente, lo eleva a potenza, e ci aggiunge l’unica cosa che mancava: un’adesione vera e sincera alle regole della serialità. Leggi: c’è una trama.
The Young Pope era davvero quel che ho letto su alcune delle prime recensione di The New Pope, ossia un contenitore di “sorrentinate”: quelle robe lì che tu le vedi e capisci che può averle fatte solo lui, tipo il canguro nei giardini vaticani. Queste sorrentinate, però, non erano legate, e al di là dell’assenza di una trama, che può essere comunque una scelta stilistica, c’era soprattutto una discontinuità tematica: le cose sembravano susseguirsi un po’ a casaccio, anche in contraddizione l’una con l’altra. The New Pope, invece, pur essendo colmo di sorrentinate, file via come una spada, riuscendo nell’incredibile miracolo di spiazzarti ma al tempo stesso soddisfarti. I personaggi sono memorabili, interpretati tra l’altro con una maestria che è raro trovare nella serialità televisiva; ci si rivede in ciascuno di essi, anche nei più estremi, nei più abietti. Tifi per loro, vuoi che trovino una soddisfazione ai loro infiniti dilemmi, e al tempo stesso vuoi che le loro storie non finiscano mai, perché ormai sono diventati tuoi amici. I dialoghi sono di una potenza impressionante, potrei star qui a citare pezzi su pezzi, dai desideri dei cardinali durante il conclave, così commoventi nella loro devastante umanità, al discorso di Voiello durante un certo funerale, all’ultimo discorso di Giovanni Paolo III. Per altro, Silvio Orlando immenso, probabilmente all’interpretazione della sua vita, impeccabile sempre. Le scelte registiche, e pure qua, che gli vuoi dire? Un tripudio di movimenti di macchina, di trovate, di simmetrie sparate in faccia a palate, e al tempo stesso la capacità di essere sobri là dove il racconto lo richiede. La fotografia, pure qua, Luca Bigazzi, stiamo pure a parlarne? La bellezza visiva di questa serie è difficile pure a dirsi. Ogni scena, un’immagine da stamparsi su poster e appendersi in stanza. A volte mi domando se Sorrentino non abbia scelto il Vaticano per via di tutto quel rosso e quel bianco, che si prestano a infiniti giochi di accostamenti e contrasti, di simmetrie e inquadrature. The New Pope bello, e a volte il bello ci vuole, soprattutto quando è usato con tale sapienza. L’esercizio di stile, se ben eseguito, può bastare. Tutto sommato, bastava già in The Young Pope, che pure mi sono vista fino alla fine.
Ma c’è dell’altro. C’è la riflessione sul rapporto dell’uomo col sacro, col miracolo, con Dio. C’è lo studio sul potere, sull’amore, persino sulla Chiesa. Sì, perché questo non è il Vaticano vero, e se si può dire che la serie parta come una specie di fantasy a tema vaticano, poi verso la fine scantona invece nell’utopia, in ciò che Sorrentino sogna per questa Chiesa, cui pure non appartiene, visto che, se non erro, non è credente. Eppure, come altri non credenti – penso a De André, per dirne uno – riesce a cogliere con incredibile acutezza alcuni elementi del messaggio cristiano: l’idea rivoluzionaria di un dio che ti ama persino nei tuoi peccati, e che ti perdona, l’immagine di una chiesa universale che accoglie davvero chiunque, una chiesa degli esclusi che proprio della loro condizione di estranei a tutto, prima di ogni cosa a se stessi, si fa forza. Un’utopia, indubbiamente, ma la narrazione a volte non serve anche a sognare? E allora possiamo anche immaginare un finale come quello di The New Pope, ove ogni cerchio si chiude, e infine tutti trovano la loro pace. E poi ancora il dolore, e il nostro posto nel mondo, la missione – altro messaggio eminentemente cristiano – che siamo chiamati a condurre nelle nostre esistenze. Tutto raccontato con profondità, con sincerità. Ci sono cose sinceramente commoventi, nella serie, quella meravigliosa puntata 7, per dire, che ti fa venir le lacrime agli occhi col semplice seguire una donna che cammina sotto un portico. Ma quanta umanità in quella sofferenza, quanto del dilemma che ognuno di noi deve affrontare nella propria vita, quando dobbiamo fare i conti con l’incomprensibilità del dolore.
Tutto bene, quindi? No. Perché The New Pope non è una serie per tutti. Sorrentino ha una visione, ha una voce, come si direbbe in letteratura, e questa voce può piacere o meno. Soprattutto, è spesso soverchiato dall’imponenza della messa in scena: capisco che può essere difficile per molti andare già solo oltre la sigla con le monache che ballano ammiccanti intorno alla croce al neon. È desiderio di scandalizzare a tutti i costi? Non lo so. Io ho trovato una ragione pressoché dietro ogni provocazione, ma capisco che non tutti hanno la voglia di mettersi là ad andare oltre se già l’attacco è respingente. Io vi invito comunque a proseguire: oltre la badessa nana che fuma il sigaro c’è l’immensità della nostra miseria e della nostra grandezza di uomini, sempre sospesi tra il cielo e la terra, tra gli abissi dell’abiezione e l’insopprimibile desiderio di elevarci. E direi di chiudere qui, con queste righe deliranti, l’ennesimo mio delirio, stavolta su un delirio altrui :) .

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Bojack Horseman: un viaggio indimenticabile

Ho pensato di parlarne un sacco di volte, ma poi non l’ho mai fatto, e non so perché. Forse a volte le cose sono così perfette che a parlarne si pensa quasi di rovinarle; una cosa come Bojack la guardi, e poi non c’è niente da aggiungere, perché sta tutto là, in quei ventisei minuti in cui poi ognuno vede quel che vuole. Ma adesso Bojack è finito, ed è difficile spiegare il vuoto che mi ha lasciato dentro.
Cominciamo dall’inizio, da quando, credo due anni fa, iniziai, piuttosto riluttante, a guardarlo. Ne avevo sentito parlare bene da tutti, sapevo che dunque era una tappa obbligata, ma non ne avevo granché voglia. Ma avevo necessità di staccarmi dai social, che, come succede periodicamente, iniziavano a farmi più male del solito, e allora ho iniziato.
Devo dirlo, la prima stagione non mi aveva granché entusiasmata. Mi sembrava che Bojack stesse sulla scia di un altro prodotto che aveva detto le stesse cose, ossia Californication: sì, L.A. e l’industria del cinema e della televisione sono il male, il protagonista è uno stronzo autoriferito, ma ha le sue ragioni per esserlo.
È dalla seconda stagione che ho iniziato a vedere altro, sotto la patina superficiale di una critica, tutto sommato indulgente, al mondo dello showbusiness. Non so quando sia successo, ma pian piano Bojack ha iniziato a parlare anche a me. Non era più la storia di una vecchia gloria della tv, in cui io, per altro, non mi sono mai immedesimata, come è capitato invece a tanti miei coetanei, ma qualcosa di più: il racconto triste ma sincero delle nostre esistenze insoddisfatte, della nostra disperata ricerca di una felicità che semplicemente non esiste, e di come la nostra infanzia ci abbia segnati tutti per sempre. E poi, certo, di che razza di tritacarne assurdo sia il successo, di come la società che ci siamo costruiti attorno, questo regno dell’apparire, non faccia altro che masticarci e sputarci via una volta che siamo stati prosciugati di tutto ciò che può interessare al pubblico. Quel che resta, alla fine, è solo un buccia vuota, perché dietro ciò che hai cercato di essere non c’è mai stato davvero altro.
E tutto questo viene raccontato senza compiacimento e senza indulgenza, ma con una sincerità, e una capacità di scavare dietro lo stereotipo, che davvero non ha eguali nell’animazione e nella serialità moderna.
Ho adorato un’infinità di cose. Ne dico una su tutte, molto recente: Diane che fa i conti con la sua depressione. Esiste questo stereotipo che circonda gli psicofarmaci, quest’idea che se li prendi sei un drogato, e che comunque non sei più te stesso, ma intontito e sedato. Ed esiste anche il mito che la creatività ha bisogno di sofferenza, che l’artista mezzo pazzo deve pagare il suo talento con una giusta dose di sofferenza psichica. Ecco, io non so quanto ringraziare Bojack per aver mostrato a tutti che no, non è così. Che sono tutte stronzate, che la depressione è una malattia e si cura, e che se poi non scrivi più non è perché “i farmaci ti intontiscono”, ma magari solo perché ti stai ostinando a scrivere una cosa che non ti appartiene. Eh, o Dio, quant’è bello quando Diana capisce che sì, tanto del dolore della nostra vita è semplicemente inutile, e non ha neppure senso cercargli un significato. La depressione, l’ansia, non ti rendono una persona migliore, non sono ponti che ti portano dall’altro lato del fiume e ti migliorano: è solo dolore, un dolore che va curato. E dire queste cose da dentro, da chi di quei miti si è sempre alimentato, ha una forza diversa, prorompente.
Ora, mentirei se dicessi che quest’ultima stagione mi è piaciuta in toto, o che abbia del tutto apprezzato il finale. Ne capisco il senso, “sometimes life’s a bitch and then you keep living” e, chissà, forse Bojack non meritava un’uscita di scena che mettesse fine a tutti i suoi tormenti. Il suo destino è star qui, e fare i conti con tutto quel che ha fatto nella vita, bere, e poi disintossicarsi ancora, perché questo è quel che facciamo: pentirci, e poi rifare sempre gli stessi sbagli, finché capiamo che a volte il vero atto eroico non è lottare, ma accettare i propri demoni. Ma ho sentito comunque una certa mancanza di compattezza tematica in quest’ultima stagione, e forse un’indecisione sul finale, che tirava tutto da una parte, ma poi magari è mancata la volontà di arrivare all’inevitabile conclusione. Ma non ha importanza. Bojack mi ha regalato un viaggio indimenticabile negli abissi dell’esperienza umana, un racconto privo di qualsiasi autoindulgenza su ciò che siamo una volta liberati da tutti i veli che poniamo tra noi e il mondo, e su quanto male siamo in grado di farci l’un l’altro, anche senza volerlo.
Grazie, Bojack. Quel che mi hai lasciato è destinato a durare per sempre. E a tutti quelli che non l’hanno visto: guardatevelo. Non state lì a temere che faccia male, che vi deprima o chissà che. Le storie sono qua non per consolarci, ma per appassionarci, per tirarci dentro al loro mondo e farci gioire e disperare, per sostituire il loro mondo al nostro, e per farci sospirare, alla fine, de te fabula narratur.

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Il mio problema con The Witcher

Era solo questione di tempo, prima che postassi questa recensione. Un po’ questo The Witcher mi attirava, anche per i pareri mediamente polarizzati a riguardo, un po’ si sarebbe trattato di lavoro. E dunque, alla fine, ho iniziato a vedermi la serie. Ora, sono arrivata all’episodio cinque, quindi non so, magari da qui in poi decolla in modo clamoroso, ma mi sento ugualmente di buttare giù il mio parere. Poi, a cambiare idea c’è sempre tempo. Qualche SPOILER.
Andiamo al cuore vero del mio problema con The Witcher. Non ci credo. Non riesco a crederci. Neppure per un attimo. Il punto principale della narrativa fantasy, di qualsiasi tipo, è, come ormai universalmente noto pure alle piante, la sospensione di incredulità. Poiché si parla di cose per lo più impossibili, è necessario che ci sia una solida coerenza interna, che permetta allo spettatore/lettore di compiere quell’atto di fede: decidere di credere a ciò che sta fruendo. Ovviamente, non si tratta di una scelta consapevole: lo spettatore/lettore o ci crede, o non lo fa. Dipende dall’abilità del narratore e dalla capacità di rendere credibile la messa in scena. Ecco, secondo me The Witcher è carente su ambo i punti.
Circa l’abilità della narrazione, invece di scegliere una narrazione più lineare, si decide di adottarne una che zompa tra diverse linee temporali. E vabbè, assolutamente legittimo. Se vuoi fare una cosa del genere, però, la tensione narrativa deve essere alta: a parte che potrebbe essere bene far intuire fin da subito un legame tra le sottotrame, le stesse dovrebbero essere appassionanti, pena perdersi per strada lo spettatore, che nella confusione non trova ragioni per continuare la visione. Invece, questi cinque episodi oscillano tra il vagamente interessante e la noia mortale. Fin più o meno all’episodio quattro, non c’è la vaga traccia di un qualche legame tra i fili narrativi, e quando questo legame appare, è comunque piuttosto labile. Sì, c’è una connessione, ma questa connessione, fin dove sono arrivata io, non sembra avere una ragione narrativa forte. Sembra più che altro un artificio per mettere assieme tutto alla bell’e meglio. I personaggi sono vagamente interessanti, ma tutti incasellati in modo abbastanza netto all’interno di chiari stereotipi del genere: Geralt è un Conan-like, Ciri è la fanciulla in pericolo che però poi presumibilmente calcerà culi, Yennefer la strega cattiva perché c’ha i traumi infantili. Non sarebbe ovviamente un problema, se i personaggi avessero quel minimo di profondità che ti permette l’empatia. E invece no, stanno tutti comodi nel loro stereotipo, senza guizzi, senza reali dilemmi o evidenti possibilità di sviluppo.
Ma la cosa che veramente mi manda ai matti è una dissonanza continua tra gli eventi e la messa in scena. Succedono cose che alludono al famoso “fantasy adulto”: ci sono le tette, il sesso e le orge, per dire, ci sono neonati ammazzati, gente fatta secca perché non fornisce il sospirato erede maschio. Tutte cose che, in teoria, dovrebbero dare realismo al tutto, e alludono a un mondo crudele e oscuro. Peccato che la messa in scena, dai costumi alla fotografia, alluda invece a un contesto da fiaba. Immaginate la trama di Game of Thrones nel mondo di Merlin. Continuamente lo spettatore non capisce che sta guardando: una roba fiabesca su principi e principesse segnate dal destino, o un fantasy storico medievaleggiante brutto, sporco e cattivo? Io, almeno, non lo capisco, col risultato che la mia sospensione di incredulità va a farsi benedire.
Non aiutano le interpretazioni, a partire da quella di Cavil. A parte che trucco e parrucco sono quel che sono, e ogni volta che lo vedo guardare qualcuno coi suoi occhi gialli la mia domanda è se e quanto gli diano fastidio le lenti a contatto, a parte fare le faccette non vedo altri sforzi interpretativi. Calanthe è l’implausibilità fatta persona, un’altra in overactig costante. Belle alcune facce, tipo Ciri e Yennefer, ma per il resto la capacità di rendere credibili i personaggi di sicuro non può contare sulle capacità interpretative. Jaskier forse è il migliore del mazzo, peccato sia al servizio di un personaggio non solo stereotipato alla morte, ma francamente insopportabile. Tra l’altro, non si capisce bene perché, se siamo in un’ambientazione pseudomedievale, debba cantare brani dal sapore dichiaratamente pop contemporaneo.
La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata una pigrizia di sceneggiatura all’episodio quattro, in cui viene fatta una promessa che coinvolge neonati due nanosecondi prima che una tipa vomiti opportunamente a favore di camera per rivelare di essere incinta. E come ti sbagli.
Insomma, per me non ci siamo. Non mi diverte neppure come guilty pleasure, perché semplicemente non mi diverte e basta. La sensazione preponderante è lo spaesamento. E la triste consapevolezza che forse non è più tempo di fantasy classico televisivo, se mai lo è stato. Sì, ok, Games of Thrones, ma il contenuto fantastico era davvero minimo: c’era una strega sola, gli zombie apparivano una volta a stagione, sennò tutto era sulle spalle dei draghi. Mi domando se il problema sia The Witcher e la sua realizzazione, o non sia invece proprio il genere in sé. Si può mostrare uno che lancia lampi dalle mani senza essere ridicoli? Si può essere credibili mostrando elfi e foreste fatate? O tutte queste cose possono trovare uno spazio di plausibilità solo nella nostra fantasia, quando leggiamo e sta a noi l’onere di immaginare?
Non lo so. Ma di certo questo non era il fantasy che stavo cercando.

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Star Trek: Picard. Dunque è possibile.

Non vorrei fare la figura di Lisa Simpson, la risposta di Springfield a una domanda che nessuno ha posto, ma in effetti qualcuno di voi sui social mi ha chiesto di parlarne, e quindi vado: che ne penso di Picard.
Salto il contesto e le righe di spiegazione, perché suppongo tutti sappiamo di cosa si stia parlando, ossia la nuova serie targata Star Trek. L’unica cosa che vi serve sapere, è la mia opinione – pessima – sull’ultimo prodotto del franchise, ossia Discovery. In sintesi, un prodotto di grandissima pretenziosità, popolato da personaggi per lo più insopportabili, in cui non c’era un’oncia dello spirito che uno spettatore si attenda da un prodotto targato Star Trek. La seconda stagione era un po’ meglio, ma manco tanto.
Allora, che dire. Innanzitutto che un episodio solo è un po’ poco per trarre delle conclusioni generali, ma può bastare per un paio di riflessioni di massima, e soprattutto per chiedersi se ci sono le premesse per qualcosa non dico di eccellente, ma che si ha voglia di continuare a vedere. E la risposta è sì. Sì, vien voglia di andare avanti; sì, c’è una trama, portata avanti col giusto grado di sorpresa, ma anche col corretto contorno di cose che uno vorrebbe, se sta guardando Star Trek. Perché il problema è il solito, il dilemma Star Wars: da un lato devi per forza conquistare un pubblico nuovo, che magari Star Trek non sa che sia, ma dall’altro vorresti tirarti dietro i quarantenni, che spesso sono cresciuti con The Next Generation, e sui quali funziona soprattutto l’effetto nostalgia. Con me Picard parte avvantaggiatissimo, perché Picard, appunto, è il mio capitano preferito, e la stessa cosa vale per un bel po’ di Trekker là fuori. Ma ovviamente non basta.
Picard si districa agevolmente tra le due istanze: da un lato, riesce a ricreare quell’atmosfera che per l’appassionato sa subito di The Next Generation, e lo fa recuperando due dei personaggi più amati ed emblematici di quella stagione (sì, sto parlando di Data), dall’altra decide di non ignorare che il tempo sia passato, ma anzi di sbattercelo in faccia, e rendere l’irrecuperabilità di un certo passato un elemento di trama. Picard è invecchiato, non fa più parte della Flotta Stellare, dalla quale per altro è uscito in polemica con le sue politiche. Ci sono piccole cose che ti fanno capire che un prodotto sta andando nella giusta direzione, e in questa prima puntata quella piccola cosa è Picard che in una scena d’azione non sta là a zompare da un lato all’altro come avesse ancora quarant’anni – una cosa abbastanza ridicola che era successa con Riker in Nemesis, per dire – ma, da bravo ottante, nun gliela fa’. E il fatto che ansimi sulle scale non gli toglie una briciola del suo carisma, ma anzi ci parla di un eroe al tramonto, che però ancora ha cose da dire, pur nei suoi ovvi limiti fisici. Anche perché poi la quota action necessaria è espletata un po’ da tutti i personaggi che gli stanno intorno.
A metà puntata, senza fare troppi spoiler, c’è pure un colpo di scena abbastanza notevole, e la spiegazione del mondo è portata avanti con uno stratagemma abbastanza standard, ma comunque efficace, evitando pallosi spiegoni. Lo sviluppo della trama, per altro, è abbastanza solido da lasciarci la netta sensazione che quel che non abbiamo capito ci verrà spiegato più avanti.
Nota di merito per la fotografia, che più di tantissimi altri aspetti riesce a rendere l’idea che stiamo aggiornando il mito a una versione più moderna.
Insomma, stando a questa prima puntata, Picard è una roba solida, in cui i fan di vecchia data potranno sentirsi a casa senza imbarazzi, e i nuovi si spera troveranno robe interessanti e adatte al loro gusto. Non lo so con certezza perché io sono vecchia dentro e faccio parte della quota nostalgia del target di riferimento.
Il commento che mi sale su dal cuore è “dunque è possibile”, e senza manco troppa fatica: è possibile prendere Star Trek e farne una cosa che non sembri vecchia come il cucco ma mantenga quel cuore di utopia che è il tratto distintivo della saga. È possibile prendere tutto ciò che di buono c’è stato fin qui, e aggiornarlo, senza dar l’impressione di star riscaldando una vecchia minestra, né cercando di andar dietro spasmodicamente alle ultime tendenze del mercato senza averle per altro ben capite. Si può fare, con una cosa che al momento forse non appare memorabile, ma godibile sì.
Io gli do fiducia. Ci voglio credere, perché le premesse ci sono, perché tutto mi pare, mi ripeto, solido, e ormai per me è la cosa principale. E perché gli ingredienti della ricetta, sono di mio gradimento. A questo punto, non resta che attendere venerdì prossimo.

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È giunto il momento che vi parli di Sex Education

Non che ce ne sia bisogno: mi pare che l’apprezzamento per questa serie, per fortuna, stia crescendo a vista d’occhio. Ma per me rappresenta un tale piacere, e una tale rarità nel suo genere, che voglio spiegarvi esattamente perché è secondo me una cosa imperdibile.
Sex Education è una serie britannica che potete seguire su Netflix; ne sono uscite per ora due stagioni, e, come da titolo, parla di sesso in modo esplicito e senza tabù. È una commedia, quindi si ride parecchio, ma sa anche tirare discreti colpi bassi, soprattutto per il pudore e l’assenza di ipocrisia con la quale è capace di parlare di argomenti “sensibili”.
I protagonisti sono gli adolescenti di una scuola superiore inglese, con ampio campionario di tipi umani: gay, etero, asessuali, confusi, ragazzi problematici o secchioni, inibiti o ossessionati dal sesso. Tutti sono alle prese semplicemente con la vita, e siccome una buona fetta della nostra esistenza gira intorno al sesso e ai sentimenti, si parla di quello.
Sex Education è incredibilmente divertente, senza essere mai eccessivo o volgare. Il sesso viene trattato alle stregua di qualsiasi altro aspetto della nostra vita: tutti – più o meno – lo fanno, e dunque se ne può parlare senza tabù e paure. Sex Education soprattutto mette in scena personaggi credibili, in cui ognuno può riconoscersi, e ai quali ci si affeziona in un niente. Bastano pochissime puntate per amarli tutti, anche quelli che potrebbero essere catalogati sotto la dicitura di bulli o stronzi, perché ognuno di loro non è un’etichetta semovente, ma un essere umano a tutto tondo che, come tutti gli esseri umani, se si comporta in un certo modo è perché ha delle ragioni e si dà delle giustificazioni.
Ma fin qui, uno dirà, ce ne sono tante di serie così. La vera specificità di Sex Education, e la ragione per la quale secondo me va visto, se sei giovane, se sei vecchio, se sei sessualmente attivo o non lo sei, è perché riesce in un miracolo: dà una rappresentazione esausativa, accurata e mai offensiva o giudicante di ciò che è la sessualità per l’essere umano.
Avete presente quelle accuse che spesso si muovono, la maggior parte delle volte in modo del tutto pretestuoso, ai moderni prodotti di intrattenimento? “C’è il personaggio gay/trans/nero/asiatico o la protagonista femminile solo perché vogliono essere politically correct”? Se è vero che per lo più queste critiche vengono mosse da chi appartiene alla parte privilegiata della società – in sostanza uomo, bianco, etero, occidentale – perché non vuole appunto perdere i propri privilegi e vuole continuare a offendere le minoranze senza che qualcuno gli venga a rompere le scatole che è un misogeno razzista, è pur vero che certi prodotti non sono in grado di creare modelli credibili di quei personaggi gay/trans o quel che è, ma li infilano nella trama perché si deve fare. Purtroppo, a volte la giusta e sacrosanta rappresentazione di una società plurale scade in un politically correct che lascia il tempo che trova. Ecco, in Sex Education non succede mai. È evidente l’intento davvero educativo e quasi enciclopedico, per cui c’à la pansessuale, ma anche l’asessuale, ma nessuno dei personaggi presentati ti sembra mai un’etichetta semovente o sembra messo lì solo per fare il progressista: ripeto, sono tutte persone, coi loro lati chiari e i loro lati scuri, e sono sempre funzionali alla trama, e in essa bene inseriti. Credo Isaac rappresenti alla grande ciò che sto cercando di dire: Isaac è paraplegico, ed è innanzitutto interpretato da un attore paraplegico, il che fa un gran differenza. Non ci viene mai presentato come se il suo stare in carrozzina esaurisse il suo essere: è una persona a ridotta mobilità, ma una persona prima di tutto, non il povero infelice della porta accanto. La sua condizione non ci viene mai presentata come qualcosa di cui dobbiamo avere pietà, e anzi, l’atteggiamento pietistico nei suoi confronti della vicina viene sempre messo un po’ in ridicolo. Soprattutto, Isaac a volte è sgradevole, e fa cosa sgradevoli, a volte è affascinante, a volte è piacevolmente sarcastico, altre insopportabilmente cinico. È una persona vera.
E così è per tutti. Nessuno di loro si riduce a essere il manifesto della categoria che rappresenta: l’omosessualità è incarnata da personaggi assai diversi tra loro, l’asessualità non viene ridotta alla frigidità. E, seconda cosa fondamentale, mai, mai qualsiasi attività sessuale consenziente viene presentata con la minima traccia di giudizio. Nel mondo di Sex Education sembra davvero che l’unico limite sia il rispetto dell’altro: siamo tutti diversi, tutti strani a nostro modo, ma finché non ci facciamo del male, finché rispettiamo i desideri, o l’assenza degli stessi, altrui, è tutto ok. È il mondo come dovrebbe essere, un luogo in cui il peccato vero è nuocere alle persone, non avere fantasie strane, o non averne affatto.
Guardare Sex Education è per me una boccata d’aria fresca; ne ammiro le capacità di narrazione, ma mi sento anche a casa nel suo universo di giovani confusi, impauriti da se stessi e dal mondo, ma in cui c’è posto davvero per tutti, senza giudizio, senza rimprovero, senza colpa. E la capacità di narrare diventa a volte spettacolare, soprattutto quando si affrontano temi delicati come quello dell’aborto, una delle puntate più belle e struggenti della prima stagione.
Insomma, è bello. È divertente, ben scritto e recitato, appassionate, e ogni tanto si impara pure qualcosa. E c’è pure una Gillian Anderson strepitosa, a suo agio e divertita, che non dico da sola valga il prezzo del biglietto, ma di sicuro ne fa salire le quotazioni. Io ve lo consiglio molto, se non si era capito :P .

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Storia di un matrimonio: no, tutto bello, eh, ma…

È un po’ che non scrivo. Non so quantificare esattamente da quando, non sto tenendo il conto, ma credo almeno un mesetto. In verità sono in anticipo di due libri rispetto alla pubblicazione, nel senso che ho scritto due cose che usciranno nella prima metà di quest’anno – a dire il vero sarebbero tre, ma una non credo uscirà mai – e quindi c’è una giustificazione a questa pausa. Non credevo mi mancasse, ogni tanto c’è pur sempre bisogno di fermarsi un po’, e invece forse mi sbagliavo. Perché vi dico tutto questo? Perché mi è presa la fregola da recensione. Che forse è solo un sublimare il mio bisogno di scrivere. Non lo so. Ma dopo Watchmen, e The Rise of Skywalker, vi tocca la mia opinione su un altro film di cui si è parlato un po’, e quindi perché non aggiungere anche il mio inutile commento? Sto parlando di Marriage Story, che, per gli interessati, sta ora su Netflix, e non so se anche in sala. Restiamo in area Adam Driver, come vedete. Ve l’ho detto che mi piace.
Ho scoperto il film perché ne ha parlato Antonio Monda a Terza Pagina (ci guardate tutti i venerdì, sì? Sennò potete recuperare qua :P ), poi in giro ho iniziato a vedere “capolavoroh!” che volavano ad altezza d’uomo, e ho deciso di guardarlo.
Che dire: è un film che vi farà piangere. Ci scommetto tutto quello che ho. Ognuno ci troverà almeno una battuta, uno scambio, un’inquadratura che a un certo punto gli farà venire gli occhi lucidi. Perché è costruito così, perché è un film che parla di rapporti che vanno a finire male senza che si capisca perché, ed è una delle esperienze più universali dell’essere umano. Contemporaneamente, è un film recitato magnificamente: sostanzialmente, tutta la pellicola vive della capacità dei due protagonisti di tirarti dentro per la giacchetta nella storia con la loro bravura assolutamente mostruosa. Questo basta per farne un capolavoro? Per me, no.
Innanzitutto, al netto della perfezione della messa in scena, il senso che si evince dalla visione è ben misero: gli avvocati divorzisti sono stronzi e l’amore non basta. Io a volte mi domando quali traumi abbiano subito gli sceneggiatori americani dal divorzio dei genitori, perché se c’è una figura universale nell’immaginario statunitense è l’avvocato stronzo. Qui per altro interpretato da una strepitosa Laura Dern. Ok, c’è un tentativo di riabilitazione della figura con uno degli avvocati di Charlie, ma capiamo che se vuoi vincere, se vuoi portare a casa un risultato minimo dal tuo divorzio, devi invariabilmente affidarti a feccia umana pronta a camminare sul cadavere caldo del tuo ex-coniuge. Stacce.
Tutto andava più o meno bene, prima che Nicole decidesse che occorreva affidarsi all’avvoltoio Dern: da quel momento in poi, tutto precipita nella consueta spirale di battaglie legali all’ultimo sangue, figli contesi e litigate che manco Muccino.
Veniamo al secondo punto. L’amore non basta. Ma va? Cioè, forse è un messaggio originale in terra statunitense, dove in effetti si cresce nutriti a grandiosi sogni di gloria per il proprio futuro che è abbastanza ovvio non concretizzeranno mai, ma dalle mie parti è la prima cosa che ho capito appena ho iniziato una relazione seria: se vuoi che vada da qualche parte, ti devi impegnare. Sennò alla prima secca si affonda. Per cui, boh, tutto questo spreco di sceneggiatura raffinata, di interpretazioni over the top per una morale tutto sommato abbastanza esilina. Per altro, e qui scantono nel delirio, ve lo dico, la stessa cosa era stata messa in scena in modo secondo me molto più efficace e anche più crudo da un piccolo film italiano che forse qualcuno di voi ricorderà: Casomai. Lì davvero le cose andavano a catafascio senza che si capisse perché: era la vita, che entrava a gamba tesa, e devastava la storia d’amore perfetta. Recuperatelo, se vi capita, a me mise i brividi e piacque davvero molto. Ma piansi, e non di commozione.
Perché qui c’è anche un altro problema: capisco che il punto di vista sulla storia non possa che essere parziale, visto che il regista e sceneggiatore è un uomo, ma davvero Charlie sembra la vittima vera ed è molto più facile empatizzare con lui che con Nicole. Ok, anche lui ha le sue colpe, ma alla fine della fiera davvero non si capisce cosa Nicole voglia, a parte cambiare vita. Ora, ovviamente il regista è liberissimo di raccontare come preferisce la sua storia, ma, non so, ho trovato il tutto un po’ parziale e fastidioso, quasi leggermente sessista – e i figli che vanno sempre con le madri, e le madri che pare si divertano a complicare le cose…brutto, soprattutto di questi tempi – soprattutto per un film che dichiaratamente vuole raccontare un amore che si arena non perché non ci sia più sentimento, ma perché…perché la vita.
Per il resto, che dire? È un bel film ed è ben fatto, e credo valga la pena vederlo, anche solo per il monologo di Dern sulla santificazione della figura della madre nella società contemporanea, un pezzo magistrale che andrebbe stampato e affisso sui muri. Ma capolavoro…boh. È che non ci ho trovato nulla di davvero nuovo. È una storia già vista e già raccontata, non c’è un punto di vista originale. C’è solo una gran bravura formale, di tutti, ma che personalmente non basta per farmi dire che ehi, questa cosa qui mi sta davvero aggiungendo qualcosa. Niente, con me provaci ancora Baumbach. E per voi?

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Star Wars – The Rise of Skywalker. La fine per davvero.

Ci ho messo tipo due settimane, e alla fine ci sono riuscita per caso, ma infine sono andata a vedere L’Ascesa di Skywalker. Prima di partire con la recensione, che non sarà SUPER SPOILER – ma tanto, voglio dire, a non averlo visto eravamo rimasti io e tipo due eremiti nel deserto di Atacama – ho finalmente la spiegazione del perché l’Universo non voleva che andassi: seduta al cinema, mentre aspetto l’inizio, tra le pubblicità pre-visione partono le inconfondibili note di Last Christmas, versione originale degli Wham. Mi illumino d’immenso e capisco: l’Universo voleva evitarmi di finire nel Whamalla. Grazie, Universo, ho apprezzato. Espletate le formalità, possiamo passare alla recensione. Eh. Eh.
Vabbè, non ho gran fiducia in JJ. Mi dicono che in realtà molti dei danni che io attribuisco a lui siano da ascrivere a Lindelof; non lo so, ma credo siamo tutti abbastanza d’accordo nel dire che nei film di Star Trek e Star Wars sia sempre stato piuttosto derivativo. Into Darkness è L’Ira di Khan peggiorato, e The Force Awakens si tiene molto sul sicuro, riproponendo il canovaccio di A New Hope. A me, a differenza più o meno dell’universo fandom, l’interpretazione del canone – o il suo sovvertimento, meglio – operato da Ryan Johnson in The Last Jedi era piaciuta, indi per cui non avevo grandi speranze su questo Episode IX. Poi avevo iniziato a leggere pareri in giro, che un po’ mi confermavano nei miei timori, o così mi sembrava…e quindi niente, mi sono seduta al cinema prevenuta.
Già su “I morti parlano!” del prologo mi stava prendendo male, per cui, più o meno al minuto due, ho dovuto prendere un bel respiro, e dirmi che toccava che sgombrassi la mente e cercassi di godermi il film senza pregiudizi, o sarebbe stato meglio che mi fossi alzata.
Ora, più o meno fino a metà, ossia alla famigerata agnizione su chi sia Rey, mi è venuto da chiedermi cosa la gente non avesse apprezzato del film. Fin lì c’era più o meno tutto: l’azione, l’umorismo ben dosato, il divertimento. Piccola parentesi: indubbiamente, JJ è uno che l’umorismo di Star Wars l’ha capito e interiorizzato molto più di Johnson. Le battute sono sempre estremamente godibili, ben calibrate, l’uso dei droidi magistrale – anche se l’ulteriore tentativo puccioso col droide monoruota secondo me era del tutto evitabile -. Da quel punto di vista il film è perfetto.
Poi, arriva un punto preciso, in cui d’improvviso mi sono chiesta se a JJ fossero spuntati gli attributi. È il “momento Snoke” del film; ve lo ricordate, in The Last Jedi, quando così, out of the blue, Kylo ammazza Snoke? Poteva benissimo scoprirsi che no, era una finta; si poteva azzerare tutto, restando probabilmente anche nei canoni di una narrazione più lineare. Ma no, è vero, il cattivo muore a metà film e da quel momento la sensazione è che possa accadere qualsiasi cosa.
Ecco, c’è anche in The Rise of Skywalker. A Rey escono i raggi dalle mani, e pare abbia ucciso Chewbacca. Lì, per due minuti, ho percepito che il film poteva decollare. Che da quel momento potevano esserci sviluppi inattesi. Chissà, per una volta magari il buono predestinato non era solo tentato dal Lato Oscuro, ma ci finiva dentro davvero. E invece, stacco di due minuti, e abbiamo scherzato, dai. Ammazza Han, ma, ti prego, non Chewbacca. Pure C3PO alla fine recupera la memoria, che sennò ci intristiamo. Lì avrei dovuto capire.
Io lo sapevo che il fulcro di questo film era rettificare le eresie del precedente, e di queste, soprattutto la più contestata: che Rey fosse figlia di NN. Lo sapevo. Lo sapevo perché le interviste lo lasciavano intendere, lo sapevo perché chi l’aveva già visto lo faceva capire. Quindi, ripeto, lo sapevo. Ma quando si scopre chi è Rey, con una scena che volutamente cita il più famoso “No, I am your father” della storia, lì ho capito che fino a quel momento era stata tutta una finta: no, ragazzi, Star Wars è gente che scopre di essere figlia del cattivo, buoni che per l’ennesima volta finiscono in caverne dove si devono picchiare col loro peggior incubo, cattivi che ti tentano facendoti vedere flotte stellari ribelli devastate da incrociatori galattici. Per JJ Star Wars è questo, senza deviazione alcuna, senza guizzi: una riproposizione il più fedele possibile di cose che erano già state dette egregiamente quaranta anni fa.
Intendiamoci, sono topoi. Non ho niente contro i topoi. Star Wars stesso ne citava a pacchi, non essendo il primo racconto in cui un figlio deve uccidere un padre ingombrante. Ma il problema dei topoi è che confinano col luogo comune: sono così forti perché sono stati ripetuti migliaia di volte nella nostra storia, e proprio per questo, se non li maneggi bene, sei solo il milleunesimo che li ripropone stancamente.
Star Wars trent’anni fa aggiungeva qualcosa a quella storia trita: un’ambientazione assolutamente originale, tanto per cominciare, un mix di western, fantasy e fantascienza che prima di allora nessuno aveva tentato, e poi c’era la principessa che picchiava e salvava, invece di essere salvata, e la scena della grotta in The Empire Strikes Back, nella sua rozzezza, alla luce degli effetti speciali contemporanei, aveva una potenza incredibile, che conserva intatta dopo quarant’anni, perché riportava un mito antico in un contesto moderno. L’hanno rifatta uguale due volte: in The Last Jedi, dove già mi aveva lasciata abbastanza perplessa – ma almeno serviva a capovolgere il mito, spiegandoci che Rey non era nessuno -, e qua, dove invece è para para che nell’episodio V.
The Last Jedi ci ha provato. Può piacere o meno, ma ci ha provato a dare nuova vita a Star Wars. Ha provato ad aggiornare il mito, con un film nel complesso più discontinuo e meno riuscito di questo, ma ci ha provato. The Rise of Skywalker no. The Rise of Skywalker ripropone, con tutti i crismi, per carità, la formula di quarant’anni fa. Le stesse cose con facce nuove. E basta. Ha senso? Boh. Ma l’effetto su di me è stato quello di completare quella vaga sensazione che avevo provato quando per la prima volta avevo visto The Force Awakens. Ve lo ricordate? Avevo percepito che Star Wars non aveva forse più nulla da dare. Ecco, ora ne sono convinta. Questa è la fine vera. Non perché, non senza perizia, JJ ha chiuso tutte le sottotrame, tirando le fila di un intreccio che chiudere per bene era impossibile, visto le libertà che Johnson si era preso. È la fine perché Star Wars inteso così, come un canone immutabile in cui devono esserci per forza delle cose – quelle già elencate, più le battaglie disperate, i ribelli che si salvano all’ultimo minuto – senza possibilità di sgarrare, ecco, quella è una formula che a me non dice più niente. E non sto dicendo che questo Teh Rise of Skywalker non sia un film ben fatto e che non mi sia divertita: sto dicendo che anche basta. Non mi ci ritrovo più, e soprattutto non ritrovo quell’afflato mitico, epico, che continua imperterrito a spirare dai film classici. Non c’è più e basta.
Ora, ognuno avrà la sua idea di cosa sia Star Wars, perché ognuno ha amato cose diverse. Per me è quell’epica lì, che qui, banalmente, non c’è. Ho assistito a tutto con un discreto grado di freddezza, perché a grandi linee sapevo come sarebbe andata. Nella Galassia lontana lontana va così da innumerevoli anni. La gente moriva, e per me era tutto normale, perché le cose andavano come dovevano, come sono sempre andate. Tranne una sola, luminosa eccezione. Ben Solo.
Ben Solo innanzitutto gode dell’interpretazione di uno degli attori che più mi piacciono e più mi suscitano simpatia tra quelli della nuova generazione. Ben Solo non è un personaggio originale, Ben Solo è pure mezzo sghembo, come la sua maschera rimessa insieme con l’Attack rosso, e non tutto torna, in lui. Ma ha una potenza che agli altri manca. Sarà Adam Driver che è bravissimo, e ci crede alla morte. Ma qualsiasi cosa legata al suo arco, l’ho amata. È l’eroe dei nostri tempi, più di Rey, più di tutti gli altri che “vinciamo perché non sia soli” e blablabla che, boh, preferivo molto di più la lode al fallimento di Yoda, che tutto ‘sto buonismo. Che poi, vorrei capire le frotte di ribelli alla fine del film dove stavano quando li chiamava Leia, ma vabbé. Ben è un poveretto che solo alla fine prende in mano davvero il suo destino, e fa quel che deve. È irrisolto fino all’ultimo, l’unica soddisfazione di una vita passata a cercare di raggiungere le inarrivabili aspettative sue e di chi lo circonda la raggiunge un attimo prima di schiattare, novello André, e lì c’è tutto: il dramma vero di chi è costretto a muoversi in tempi senza eroi, e ad esserlo suo malgrado. L’unica figura vera, in mezzo ad action figures semoventi che bene o male conoscono tutti il loro ruolo. Dai, chi ci crede che Ray è tentata. Va da Palpatine già convintissima. Ben ci va con la chiara consapevolezza che ha da schiatta’ e chissà se servirà pure. Ed era partito come un Frignetta.
Per il resto, un paio di appunti collaterali. La Forza ormai è incomprensibile. Già lo era relativamente nei film classici, ma a grandi linee avevi presente cosa potevi e non potevi fare. Adesso no. Adesso Rey ci ferma le navi a mezz’aria, e quindi ti domandi perché non apra le onde novella Mosè per andare alle rovine della Morte Nera. È una roba senza limiti, che a volte si usa, a volte no, non è chiaro perché. È un problema di tutta la nuova trilogia.
Nota di merito, invece, per la capacità di JJ di riannodare i fili. È evidente che prende dal film precedente le cose che gli sono piaciute – la telepatia Rey-Ben, la manovra Holdo, anche se butta lì una battuta per strizzare al solito l’occhio ai fan, ma Poe entra ed esce dalla velocità luce come dalle porte scorrevoli – e blasta quelle odiate – Luke e la spada laser – ma riesce a rimettere tutto assieme anche con una certa classe. Ho apprezzato alcuni rimandi interni, tra cui la nave di Luke al santuario, l’astronave dei genitori di Rey, i libri del credo Jedi…piccole cose, che però danno solidità e coerenza interna all’intreccio. Per quelli che “visivamente è stupendo”, sorry, ma non ho trovato niente di paragonabile all’ultima ora di The Last Jedi e il pianeta che gratti il sale ed esce il sangue. Incomprensibile la scelta di segare Rose, che dà tanto l’idea che si siano voluti compiacere i fan in uno dei loro deliri meno giustificabili e più odiosi (tutta la pippa razzista sul fatto che Rose fosse asiatica, per intenderci).
Per il resto, è un film godibile, ben girato, ben fatto. Ma che domani mi sarò dimenticata. Questione di gusti, con ogni probabilità. Me lo rivedrò di sicuro, innanzitutto in lingua originale, che ormai mi sono abituata alla voci, soprattutto al vocione baritonale di Ben, e poi ci farò tutte le maratone Star Wars, ma le faccio anche con Episode I, II e III, che vedo abbastanza come fumo negli occhi.
Mi rendo conto che alla fine è venuto fuori un confronto continuo con The Last Jedi, e forse è semplicemente sbagliato, e ogni film è un discorso a sé, e tutte le regole di una critica seria, che io non ho mai fatto, e mai farò, perché non ne sono in grado. Ma forse ci avevo creduto, forse ci avevo visto dentro qualcosa, là.
Star Wars è morto, viva Star Wars? Boh. Magari nella serialità, chissà. Forse ha ragione chi dice che ormai la vera creatività sta là, che lì si osa per davvero. Intanto, resta il passato, che non passerà mai, che ci aspetterà fedele ogni volta che faremo partire il file, e la scritta A New Hope riempirà lo schermo nero di stelle.

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L’inattesa recensione di fine anno

Sul filo di lana, recensisco. No, ragazzi, non è Episode IX, che, mannaggia l’influenza e i malanni vari, ancora non sono riuscita ad andare a vedere. No, non è il mandaloriano, perché non se ne parla fino a marzo e non suggerite soluzioni che fino a prova contraria sono comunque reati, e io non me ne vanterei online, per dire. No, si parla di The Watchmen. Siccome stavate tutti lì a dire che razza di capolavoro fosse, alla fine me lo sono recuperato.
Partiamo da due dati di fatto: Lost prima e Prometheus poi mi hanno abbastanza indisposta nei confronti di Lindelof, l’uomo col disbrigo di trama minimo e l’incasinamento di trama massimo. E poi secondo me al Watchmen di Moore e Gibbons non c’era nulla da togliere né aggiungere. Capolavoro, punto. Il film di Snyder per certi versi non era male, ma è una copia carbone del fumetto – fatte eccezione per l’unico cambiamento circa la seppia interdimensionale – con un livello di rielaborazione pari a zero spaccato, per cui anche quello, al netto di tutto, era inutile. Quindi, sequel di Watchmen realizzato da Lindelof per me significava ordine restrittivo per tenersi ad almeno trenta metri dal prodotto in questione. Poi, come è andata ce lo immaginiamo tutti, visto che sto qui a scrivere.
Dunque. Non sono ovviamente partita con le migliori intenzioni, ma praticamente al minuto due ci ero già dentro. Mi è difficile spiegarlo, ma, nonostante si tratti di un sequel, che per altro va anche a toccare il canone del fumetto, cambiandone un elemento, e che non ha problemi a fare voli pindarici circa il futuro di svariati personaggi cardine, l’aria che ci spira dentro è terribilmente Watchmen. Inizi a guardarlo, e le sensazioni, il mondo, sono quelli giusti. È veramente un seguito del fumetto, come avrebbe potuto scriverlo – che Alan mi perdoni – Moore stesso. Lindelof non ha solo letto e amato Watchmen, l’ha capito. E allora è un attimo innamorarsi di quel mondo disilluso e sull’orlo del precipizio, di quest’umanità dolente che niente e nessuno può salvare, di questi guardiani umani, troppo umani. È incredibile, ripeto, una cosa che non ritenevo possibile. E invece.
Per altro, tutto ciò che ho sempre odiato nel modo in cui Lindelof lavora, qui diventa un pregio. All’inizio, non ci capisci niente, ma, incredibilmente, non provi frustrazione: qualcosa, nell’atmosfera, nei personaggi, ti invita a fidarti. Anche se l’ultima volta che l’hai fatto hai dovuto farti andare giù – spoiler – l’isola che se la stappi affonda. La trama si dipana con sapienza, un tassello dopo l’altro, in una narrazione corale in cui nessuno però è lasciato indietro, che, ancora, è una delle caratteristiche forti del fumetto. Piano i pezzi vanno al loro posto, e alla fine, incredibile, tutto torna: non ci sono punti oscuri, nonostante la trama sia un discreto casino. Tutto è chiaro, tutte le sottotrame si chiudono, e la conclusione aperta – sapientemente aperta, può essere un finale definitivo o un debole gancio per una seconda stagione – sebbene io la trovi leggermente contraddittoria col senso generale del resto della serie, ci sta. Mentre lo vedevo pensavo che io avrei proprio chiuso là, su quella scena, prima che…e infatti, giustamente, la storia si chiude.
Poi potrei star qui a elogiare l’attualità del tutto, il coraggio di calare il mondo di Watchmen nella contemporaneità del pericolo rappresentato dal suprematismo bianco, o lo sviluppo dato alla figura di Ozymandias. Funziona tutto, c’è poco da dire, anche grazie ad altissimi valori produttivi: la colonna sonora è da sturbo – anche se un po’ meno Lacrymosa di Mozart forse era meglio – la fotografia, la regia…tutto alla grande. Ma la cosa migliore è di gran lunga la sceneggiatura, il meccanismo perfettamente oliato che procede senza intoppi, in una fedeltà allo spirito di Watchmen che non è solo encomiabile, è commovente. Pochi gli appunti: so che che molti hanno amato di più la seconda metà della serie, ma io credo invece che da un certo punto in poi le cose peggiorino leggermente. La svolta di trama circa i mezzi usati dai cattivi l’ho trovata un po’ dozzinale e mi ha un po’ guastata la sospensione di incredulità, anche se la stessa cosa mi era capitata con la seppia galattica del fumetto, quindi, boh, forse era voluto. Nonostante la serie si prenda, come già detto, delle libertà rispetto anche al materiale originale – e fa benissimo – tende tantissimo a replicarne certe dinamiche, in modo forse un po’ troppo pedissequo. Non scendo nello spoiler, ma il rapporto tra due personaggi è sparato quello tra altri due nel fumetto: c’era bisogno di ripetere? Infine, la sfiga da cui è colpito uno dei personaggi è una roba francamente grottesca: e che è!
Comunque, gran bel prodottino. Non l’avrei mai detto, ripeto, anche perché è evidentemente una roba alta che mira in alto, solo che, a differenza di tante altre cose con le medesime ambizioni, centra alla grande il bersaglio, e allora ben venga anche una certa supponenza di fondo, se poi l’arrosto c’è.
Io ve la consiglio molto, soprattutto se avete amato il fumetto. Se non lo avete letto, primo rimediate, secondo vi perdete parecchio della serie.

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Più Libri Più Liberi

Dunque, abbiamo la mia schedula per Più Libri Più Liberi, la fiera della piccola e media editoria, che si tiene dal 4 all’8 dicembre qui a Roma, all’EUR, alla Nuvola di Fuksas.
Si comincia venerdì 6 dicembre; dalle ore 16.00 alle ore 17.00 sarò allo stand Comics&Science a firmarvi cose, mentre dalle 17.00 alle 18.00 sarò allo stand Tunué, sempre a firmare.
Il giorno successivo, sabato 7 dicembre, dalle 14.00 alle 16.00 sarò ancora allo stand Tunué per un firma copie, mentre alle 17.30 con Francesco Troccoli e Marcelo Figueras in collegamento da Buenos Aires presenteremo il libro di quest’ultimo, Il Re dei Rovi.
Poi, mi fermo. Sono piuttosto stanca, e ho davvero bisogno di tirare un po’ il fiato, quindi, fino a fine anno, non mi vedrete in giro :) . Si ricominciano le danze poi con l’anno nuovo.
Ci si vede per chi verrà!

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