Sessantacinque anni fa, il mondo veniva a sapere fin dove l’uomo può spingersi, in quali abissi di orrore può immergersi non solo senza impazzire, ma anche provandoci un certo gusto. Sessantacinque anni fa, il mondo scopriva Auschwitz.
Oggi è la Giornata della Memoria. Al riguardo, una riflessione. Perché ricordare. Per mantenersi vigili. Perché è vero che, come ho già avuto modo di dire qualche anno fa, l’Olocausto ha una sua unicità tra tutte le tragedia di cui è intessuta la storia dell’uomo. Ma questo non significa che quel che scatenò la Shoà non possa ripetersi. Quando si disumanizza qualcuno, quando si decide che ci siamo noi e gli altri, e questi altri sono subumani, sono bestie, ecco che tutto diventa possibile. Perché questa credo sia la lezione di Auschwitz: quando smetto di guardare il volto dell’altro, quando mi rifiuto di riconoscermi nel suo sguardo, può accadere di tutto. E purtroppo la tentazione di dividere l’umanità in uomini e untermenschen è ancora viva, vivissima. Ecco allora che il ricordo può germogliare, dare frutti. Io credo sia questo il senso di questa grigia giornata d’inverno. Del resto, neppure un mese fa Adriano Sofri ha potuto adattare senza troppi problemi la nota poesia di Primo Levi al caso di Rosarno. Ecco, riflettiamoci un attimo.
Sono giorni in cui per me non è facile scrivere. Cado preda di ossessioni che sono il solito modo col quale reagisco quando succede qualcosa di brutto. Ma non oggi.
Due anni fa il tempo era più o meno come oggi. Forse faceva un po’ più freddo. Non ho ricordi chiari. Meno male che ci sono le foto e i filmini, o tra qualche anno tutto finirà inghiottito dall’ansia di quei giorni, che si è mangiata pezzi interi dei miei ricordi. Ma quelli più vividi sono il rito e il dopo. Perché poi alla fine è il dopo, soprattutto il dopo che conta.
Tanti auguri a me e a Giuliano, e ad maiora.

Non me ne vogliano tutti gli altri posti in cui sono stata per qualche presentazione, ma gli incontri con gli studenti nella mia vecchia scuola hanno sempre qualcosa di speciale.
È che in qualche modo è rimasto tutto come allora e tutto è diverso. La facciata aperta sui giardinetti e il commissariato di polizia, i corridoi ampi, l’aula magna nella quale più di dieci anni fa suonai durante il concerto di fine anno, gli androni nei quali mi appostavo la mattina, aspettando di veder passare il ragazzo che mi piaceva, persino la cartina della grecia, sul muro.
Ma tutto è diverso, perché gli studenti mi danno del lei, e io non sono seduta in platea, incerta se farla o meno la domanda che ho preparato, ma dall’altro lato della cattedra.
Quando dico che buona parte di quel che sono è nato lì dentro non sto facendo complimenti a nessuno. Lo penso davvero. È vero. E vorrei che parte di quel che mi è stato dato in quegli anni, la possibilità di crescere, di essere una persona migliore, di scoprire me e il mondo, tornasse indietro. Per questo a volte torno, e incontro ragazzi che vivono quelle aule in cui anch’io ho sudato, e pianto e gioito.
E dalle brume del tempo, è venuto fuori qualcosa che vorrei farvi vedere. Era il ‘97, un anno per me mitico per svariate ragioni. L’estate del ‘97. E giungeva a compimento un progetto, uno dei tanti, che avevamo portato avanti durante il ginnasio. Gli Occhi degli Altri, si chiamava. Un nome bellissimo, se ci pensate, che ha influenzato quel che ho scritto qualche giorno fa. Scopo del progetto era appunto la scoperta dell’Altro, della sua diversità, vissuta per una volta non come minaccia o fonte di paura, ma di arricchimento reciproco. Leggemmo libri, ci informammo sul mondo. Personalmente, capii un sacco di cose. E insomma, producemmo un cortometraggio. È stato proiettato di nuovo durante la mia presentazione di sabato. Si capiscono un sacco di cose di me, di quel che scrivo e di questo posto, da quel cortometraggio. Lì per lì ho sghignazzato al vedermi com’ero a sedici anni, bloccata per sempre in quell’istante irripetibile in cui imparavo a conoscere la vita, in tanti sensi diversi. Poi però mi sono fatta prendere dalla foga e dal messaggio di quel corto, che pur con tutti i suoi limiti, con la recitazione stentata e l’audio così così, arriva. Si vede il lavoro che c’è dietro, si vede l’impegno, al di là delle pose da sedicenne che a questo cose non dà importanza. Alla fine penso che ci credevamo davvero. In molti ancora ci crediamo. Eravamo un gruppo di ragazzi appassionati, e ancora lo siamo.
Mi piacerebbe farvelo vedere, ma, sebbene sia pubblico e sia stato proiettato molte volte in questi dieci anni, ho paura che non tutti gradiscano farsi rivedere da un pubblico più vasto com’era in quegli anni. E allora vi incollo il fotogramma che riassume il senso di quel corto. Se mi riesce, prima o poi vi posto la sceneggiatura.
Lo dedico a noi della I B del ‘96/’97, e ai miei professori di allora, che per me son davvero stati maestri di vita.

No, perché a me questa storia veramente non va giù. Lui è Christian, ed è sulla colonna destra del mio blog praticamente da quando questo posto è aperto (che per altro è quasi un anno, damn…). È un illustratore freelance, una persona cui voglio molto bene, e quel 22 Luglio del 2001 alla Diaz c’era.
Quel che è successo lo lascio dire a lui e ai suoi disegni, che vi invito a leggere e apprezzare.
La parte di fumetto che trovate sul sito è stata anche pubblicata sul Manifesto del 5 Luglio.
Meditate.
Ricordi della Diaz
Lo avrai
camerata Kesselring
il monumento che pretendi da noi italiani
ma con che pietra si costruirà
a deciderlo tocca a noi.
Non coi sassi affumicati
dei borghi inermi straziati dal tuo sterminio
non colla terra dei cimiteri
dove i nostri compagni giovinetti
riposano in serenità
non colla neve inviolata delle montagne
che per due inverni ti sfidarono
non colla primavera di queste valli
che ti videro fuggire.
Ma soltanto col silenzio dei torturati
Più duro d’ogni macigno
soltanto con la roccia di questo patto
giurato fra uomini liberi
che volontari si adunarono
per dignità e non per odio
decisi a riscattare
la vergogna e il terrore del mondo.
Su queste strade se vorrai tornare
ai nostri posti ci ritroverai
morti e vivi collo stesso impegno
popolo serrato intorno al monumento
che si chiama
ora e sempre
RESISTENZA
Pietro Calamandrei
A quanto pare ci siamo dimenticati da dove veniamo e quanto abbiamo pagato la libertà di cui godiamo adesso. E quando questo succede, è sempre pericoloso.
Concludo ricordando che quest’anno ricorrono anche i sessant’anni della Costituzione Italiana. L’altro giorno, nel sottopassaggio del parcheggio di Villa Borghese, mi sono fermata a guardare proprio un cartello che pubblicizzava questa ricorrenza. C’era scritto un articolo della nostra Costituzione, il seguente
Art. 3Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.
Mi è venuto da sorridere amaramente. Ecco, finiscono con due auguri: che tutti in futuro riescano ad apprezzare la profondità e la grandezza della nostra Costituzione, e che mai più debba venirci di ridere con amarezza al vedere quanto poco i suoi articoli siano applicati.
Buon 25 Aprile, Italia.