• ita
  • eng
Official site
14
maggio 2010

Dieci anni fa faceva parecchio caldo. Era un bel maggio, la mia prima primavera da aspirante fisico. Avevamo già iniziato a stenderci al sole sui prati davanti a Tor Vergata, dopo le esercitazioni di laboratorio. Ricordo una discussione lunghissima su Dragon Ball, con la mia testa appoggiata sulla sua pancia. Speravo non finisse più, anche se avevo un’idea vaghissima di chi fosse questo cappero di Vegeta che tanto lo esaltava come personaggio.
Quel giorno di dieci anni fa, mio padre era via in Turchia, era una domenica, e si giocava l’ultima di campionato. Noi ce ne andammo a fare un giro per il centro, un’abitudine che abbiamo perso presto. Finimmo a Villa Borghese, in un posto letteralmente infestato dalle zanzare. Io avevo un vestito sbracciato di jeans che ho dato via solo qualche anno fa, e la scarpe da strega, come le chiamava lui, che a me piacevano tanto, e a lui facevano tutto sommato schifo. Per terra c’erano una specie di orrendi fiori giallicci caduti dagli alberi che si attaccavano alla pelle e ai tessuti. Non mi ricordo come finimmo a parlare delle mie gambe, e lui mi disse che avevo le ginocchia ossute. Ci abbiamo scherzato per anni su questa cosa. Verso le sei mio padre mi telefonò perché la notizia che la Lazio aveva vinto lo scudetto era arrivata fino ad Istanbul.
Ce ne tornammo a casa con la metro, e lui mi regalò una rosa. Ci guardavamo, io seduta e lui in piedi, e ci veniva da ridere. Non ci potevamo nemmeno baciare, perché sfiga voleva che lui si fosse beccato la mononucleosi. Poi, quando la notte era già calata e io ero a casa, quella vecchia, quella di borgata, lui mi chiamò e mi chiese: “Ma allora stiamo insieme?”.
Cavolo. Sono passati dieci anni. Ho passato un terzo della mia vita con Giuliano.

17
aprile 2010

Ero appena sveglia, e mi tremavano le mani. Forse perché sotto sotto già sapevo. Il primo test l’avevo fatto due giorni prima, ed era dubbio. I test di gravidanza lo sono sempre, a seconda delle interpretazioni. La linea è troppo debole, o appare dopo i fatidici cinque minuti, o chissà che altro. A volte è spezzata. Come quella mattina. Un pezzetto in alto, uno in basso e niente in mezzo. Tanto bastava per andare a fare il prelievo del sangue.
Nessuna signorina sorridente e compiaciuta ai prelievi, come la prima volta che avevo fatto il test, qualche mese prima di sposarmi. Allora tutte mi facevano gli auguri, anche se il test era un formalità e sapevo che il problema era lo stress di quei giorni e la dieta. Stavolta nessuno mi sorrise o mi fece gli auguri.
Il risultato lo andai a prendere un minuto dopo l’ora in cui mi avevano detto di passare. Non aprii subito il referto. Mi concessi dieci passi di incertezza, quelli che mi separavano dalla macchina. Il cuore a mille, e la risposta stretta in mano, sotto il sigillo fragile di un pezzetto di scotch.
Quando lessi, mi misi a piangere. Era una cosa così grande e bella, che mi soverchiava a tal punto che non potevo che arrendermi alla potenza della vita. Capita ogni giorno a tante donne, da milioni di anni. Quando capita a te è sempre qualcosa di unico, di irripetibile, di esclusivo.
Era un anno fa esatto. Ed esattamente otto mesi dopo, nasceva Irene.

14
aprile 2010

Tre anni fa, a quest’ora la cerimonia era finita da poco. Io e Giuliano ci stavamo facendo le foto nel borgo di Isola Farnese in compagnia di un fotografo assai poco simpatico e soprattutto di Carlo, il guidatore designato per la gran giornata. Io, sulle spalle una sveglia alle cinque del mattino e due ore di trucco, ero già stanchissima, e volevo solo andarmene in albergo.
“Ma se molliamo il pranzo e andiamo a casa?” dissi ad un certo punto a Giuliano.

Due anni fa ci preparavamo a comprare casa. Quella nuova. Faceva parecchio freddo, quel giorno. Finimmo a festeggiare lungo la strada, in uno squallidissimo ristorante lungo la Tiburtina. Pizza, e giusto una crema catalana tanto per. Il vero festeggiamento sarebbe venuto dopo: cinque giorni a Barcellona, in concomitanza con un congresso in cui eravamo coinvolti entrambi.

Un anno fa festeggiammo in un piccolissimo e delizioso ristorante libanese. Cibo ottimo, e un dubbio che aleggiava tra di noi. Non sapevo se ero già incinta, ma di sicuro già mi ci sentivo. Per altro avevo iniziato ad essere un cane da tartufo, sentivo odori a centinaia di metri di distanza. Non bevevo vino già da un po’. Il test l’avrei fatto il giorno seguente, e avrei scoperto che la pesciolina già era tra noi.

Oggi andrò alla presentazione di Sandrone, e poi in un’enoteca a Frascati. Metterò i trampoli che ho comprato la scorsa settimana, sandali tacco a spillo dieci centimetri. Spero di resistere fino a sera. Tirerò fuori dalla naftalina un vestito che non metto da tre anni e passa. Ma soprattutto, quest’anno per la prima volta saremo in tre.

Buon anniversario di nozze, Licia e Giuliano.

27
gennaio 2010

Sessantacinque anni fa, il mondo veniva a sapere fin dove l’uomo può spingersi, in quali abissi di orrore può immergersi non solo senza impazzire, ma anche provandoci un certo gusto. Sessantacinque anni fa, il mondo scopriva Auschwitz.
Oggi è la Giornata della Memoria. Al riguardo, una riflessione. Perché ricordare. Per mantenersi vigili. Perché è vero che, come ho già avuto modo di dire qualche anno fa, l’Olocausto ha una sua unicità tra tutte le tragedia di cui è intessuta la storia dell’uomo. Ma questo non significa che quel che scatenò la Shoà non possa ripetersi. Quando si disumanizza qualcuno, quando si decide che ci siamo noi e gli altri, e questi altri sono subumani, sono bestie, ecco che tutto diventa possibile. Perché questa credo sia la lezione di Auschwitz: quando smetto di guardare il volto dell’altro, quando mi rifiuto di riconoscermi nel suo sguardo, può accadere di tutto. E purtroppo la tentazione di dividere l’umanità in uomini e untermenschen è ancora viva, vivissima. Ecco allora che il ricordo può germogliare, dare frutti. Io credo sia questo il senso di questa grigia giornata d’inverno. Del resto, neppure un mese fa Adriano Sofri ha potuto adattare senza troppi problemi la nota poesia di Primo Levi al caso di Rosarno. Ecco, riflettiamoci un attimo.

14
aprile 2009

Sono giorni in cui per me non è facile scrivere. Cado preda di ossessioni che sono il solito modo col quale reagisco quando succede qualcosa di brutto. Ma non oggi.
Due anni fa il tempo era più o meno come oggi. Forse faceva un po’ più freddo. Non ho ricordi chiari. Meno male che ci sono le foto e i filmini, o tra qualche anno tutto finirà inghiottito dall’ansia di quei giorni, che si è mangiata pezzi interi dei miei ricordi. Ma quelli più vividi sono il rito e il dopo. Perché poi alla fine è il dopo, soprattutto il dopo che conta.
Tanti auguri a me e a Giuliano, e ad maiora.
matrimonio

Licia Troisi© - Webdesign by Lauryn©