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Un anno

Ero appena sveglia, e mi tremavano le mani. Forse perché sotto sotto già sapevo. Il primo test l’avevo fatto due giorni prima, ed era dubbio. I test di gravidanza lo sono sempre, a seconda delle interpretazioni. La linea è troppo debole, o appare dopo i fatidici cinque minuti, o chissà che altro. A volte è spezzata. Come quella mattina. Un pezzetto in alto, uno in basso e niente in mezzo. Tanto bastava per andare a fare il prelievo del sangue.
Nessuna signorina sorridente e compiaciuta ai prelievi, come la prima volta che avevo fatto il test, qualche mese prima di sposarmi. Allora tutte mi facevano gli auguri, anche se il test era un formalità e sapevo che il problema era lo stress di quei giorni e la dieta. Stavolta nessuno mi sorrise o mi fece gli auguri.
Il risultato lo andai a prendere un minuto dopo l’ora in cui mi avevano detto di passare. Non aprii subito il referto. Mi concessi dieci passi di incertezza, quelli che mi separavano dalla macchina. Il cuore a mille, e la risposta stretta in mano, sotto il sigillo fragile di un pezzetto di scotch.
Quando lessi, mi misi a piangere. Era una cosa così grande e bella, che mi soverchiava a tal punto che non potevo che arrendermi alla potenza della vita. Capita ogni giorno a tante donne, da milioni di anni. Quando capita a te è sempre qualcosa di unico, di irripetibile, di esclusivo.
Era un anno fa esatto. Ed esattamente otto mesi dopo, nasceva Irene.

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Tre, due, uno

Tre anni fa, a quest’ora la cerimonia era finita da poco. Io e Giuliano ci stavamo facendo le foto nel borgo di Isola Farnese in compagnia di un fotografo assai poco simpatico e soprattutto di Carlo, il guidatore designato per la gran giornata. Io, sulle spalle una sveglia alle cinque del mattino e due ore di trucco, ero già stanchissima, e volevo solo andarmene in albergo.
“Ma se molliamo il pranzo e andiamo a casa?” dissi ad un certo punto a Giuliano.

Due anni fa ci preparavamo a comprare casa. Quella nuova. Faceva parecchio freddo, quel giorno. Finimmo a festeggiare lungo la strada, in uno squallidissimo ristorante lungo la Tiburtina. Pizza, e giusto una crema catalana tanto per. Il vero festeggiamento sarebbe venuto dopo: cinque giorni a Barcellona, in concomitanza con un congresso in cui eravamo coinvolti entrambi.

Un anno fa festeggiammo in un piccolissimo e delizioso ristorante libanese. Cibo ottimo, e un dubbio che aleggiava tra di noi. Non sapevo se ero già incinta, ma di sicuro già mi ci sentivo. Per altro avevo iniziato ad essere un cane da tartufo, sentivo odori a centinaia di metri di distanza. Non bevevo vino già da un po’. Il test l’avrei fatto il giorno seguente, e avrei scoperto che la pesciolina già era tra noi.

Oggi andrò alla presentazione di Sandrone, e poi in un’enoteca a Frascati. Metterò i trampoli che ho comprato la scorsa settimana, sandali tacco a spillo dieci centimetri. Spero di resistere fino a sera. Tirerò fuori dalla naftalina un vestito che non metto da tre anni e passa. Ma soprattutto, quest’anno per la prima volta saremo in tre.

Buon anniversario di nozze, Licia e Giuliano.

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Uomini e no

Sessantacinque anni fa, il mondo veniva a sapere fin dove l’uomo può spingersi, in quali abissi di orrore può immergersi non solo senza impazzire, ma anche provandoci un certo gusto. Sessantacinque anni fa, il mondo scopriva Auschwitz.
Oggi è la Giornata della Memoria. Al riguardo, una riflessione. Perché ricordare. Per mantenersi vigili. Perché è vero che, come ho già avuto modo di dire qualche anno fa, l’Olocausto ha una sua unicità tra tutte le tragedia di cui è intessuta la storia dell’uomo. Ma questo non significa che quel che scatenò la Shoà non possa ripetersi. Quando si disumanizza qualcuno, quando si decide che ci siamo noi e gli altri, e questi altri sono subumani, sono bestie, ecco che tutto diventa possibile. Perché questa credo sia la lezione di Auschwitz: quando smetto di guardare il volto dell’altro, quando mi rifiuto di riconoscermi nel suo sguardo, può accadere di tutto. E purtroppo la tentazione di dividere l’umanità in uomini e untermenschen è ancora viva, vivissima. Ecco allora che il ricordo può germogliare, dare frutti. Io credo sia questo il senso di questa grigia giornata d’inverno. Del resto, neppure un mese fa Adriano Sofri ha potuto adattare senza troppi problemi la nota poesia di Primo Levi al caso di Rosarno. Ecco, riflettiamoci un attimo.

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due anni

Sono giorni in cui per me non è facile scrivere. Cado preda di ossessioni che sono il solito modo col quale reagisco quando succede qualcosa di brutto. Ma non oggi.
Due anni fa il tempo era più o meno come oggi. Forse faceva un po’ più freddo. Non ho ricordi chiari. Meno male che ci sono le foto e i filmini, o tra qualche anno tutto finirà inghiottito dall’ansia di quei giorni, che si è mangiata pezzi interi dei miei ricordi. Ma quelli più vividi sono il rito e il dopo. Perché poi alla fine è il dopo, soprattutto il dopo che conta.
Tanti auguri a me e a Giuliano, e ad maiora.
matrimonio

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Io, Noi, Loro

Non me ne vogliano tutti gli altri posti in cui sono stata per qualche presentazione, ma gli incontri con gli studenti nella mia vecchia scuola hanno sempre qualcosa di speciale.
È che in qualche modo è rimasto tutto come allora e tutto è diverso. La facciata aperta sui giardinetti e il commissariato di polizia, i corridoi ampi, l’aula magna nella quale più di dieci anni fa suonai durante il concerto di fine anno, gli androni nei quali mi appostavo la mattina, aspettando di veder passare il ragazzo che mi piaceva, persino la cartina della grecia, sul muro.
Ma tutto è diverso, perché gli studenti mi danno del lei, e io non sono seduta in platea, incerta se farla o meno la domanda che ho preparato, ma dall’altro lato della cattedra.
Quando dico che buona parte di quel che sono è nato lì dentro non sto facendo complimenti a nessuno. Lo penso davvero. È vero. E vorrei che parte di quel che mi è stato dato in quegli anni, la possibilità di crescere, di essere una persona migliore, di scoprire me e il mondo, tornasse indietro. Per questo a volte torno, e incontro ragazzi che vivono quelle aule in cui anch’io ho sudato, e pianto e gioito.
E dalle brume del tempo, è venuto fuori qualcosa che vorrei farvi vedere. Era il ’97, un anno per me mitico per svariate ragioni. L’estate del ’97. E giungeva a compimento un progetto, uno dei tanti, che avevamo portato avanti durante il ginnasio. Gli Occhi degli Altri, si chiamava. Un nome bellissimo, se ci pensate, che ha influenzato quel che ho scritto qualche giorno fa. Scopo del progetto era appunto la scoperta dell’Altro, della sua diversità, vissuta per una volta non come minaccia o fonte di paura, ma di arricchimento reciproco. Leggemmo libri, ci informammo sul mondo. Personalmente, capii un sacco di cose. E insomma, producemmo un cortometraggio. È stato proiettato di nuovo durante la mia presentazione di sabato. Si capiscono un sacco di cose di me, di quel che scrivo e di questo posto, da quel cortometraggio. Lì per lì ho sghignazzato al vedermi com’ero a sedici anni, bloccata per sempre in quell’istante irripetibile in cui imparavo a conoscere la vita, in tanti sensi diversi. Poi però mi sono fatta prendere dalla foga e dal messaggio di quel corto, che pur con tutti i suoi limiti, con la recitazione stentata e l’audio così così, arriva. Si vede il lavoro che c’è dietro, si vede l’impegno, al di là delle pose da sedicenne che a questo cose non dà importanza. Alla fine penso che ci credevamo davvero. In molti ancora ci crediamo. Eravamo un gruppo di ragazzi appassionati, e ancora lo siamo.
Mi piacerebbe farvelo vedere, ma, sebbene sia pubblico e sia stato proiettato molte volte in questi dieci anni, ho paura che non tutti gradiscano farsi rivedere da un pubblico più vasto com’era in quegli anni. E allora vi incollo il fotogramma che riassume il senso di quel corto. Se mi riesce, prima o poi vi posto la sceneggiatura.
Lo dedico a noi della I B del ’96/’97, e ai miei professori di allora, che per me son davvero stati maestri di vita.

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Ancora sul G8 di Genova

No, perché a me questa storia veramente non va giù. Lui è Christian, ed è sulla colonna destra del mio blog praticamente da quando questo posto è aperto (che per altro è quasi un anno, damn…). È un illustratore freelance, una persona cui voglio molto bene, e quel 22 Luglio del 2001 alla Diaz c’era.
Quel che è successo lo lascio dire a lui e ai suoi disegni, che vi invito a leggere e apprezzare.
La parte di fumetto che trovate sul sito è stata anche pubblicata sul Manifesto del 5 Luglio.
Meditate.

Ricordi della Diaz

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25 Aprile

 

Lo avrai
camerata Kesselring
il monumento che pretendi da noi italiani
ma con che pietra si costruirà
a deciderlo tocca a noi.
Non coi sassi affumicati
dei borghi inermi straziati dal tuo sterminio
non colla terra dei cimiteri
dove i nostri compagni giovinetti
riposano in serenità
non colla neve inviolata delle montagne
che per due inverni ti sfidarono
non colla primavera di queste valli
che ti videro fuggire.
Ma soltanto col silenzio dei torturati
Più duro d’ogni macigno
soltanto con la roccia di questo patto
giurato fra uomini liberi
che volontari si adunarono
per dignità e non per odio
decisi a riscattare
la vergogna e il terrore del mondo.
Su queste strade se vorrai tornare
ai nostri posti ci ritroverai
morti e vivi collo stesso impegno
popolo serrato intorno al monumento
che si chiama
ora e sempre
RESISTENZA
 
Pietro Calamandrei  

A quanto pare ci siamo dimenticati da dove veniamo e quanto abbiamo pagato la libertà di cui godiamo adesso. E quando questo succede, è sempre pericoloso.
Concludo ricordando che quest’anno ricorrono anche i sessant’anni della Costituzione Italiana. L’altro giorno, nel sottopassaggio del parcheggio di Villa Borghese, mi sono fermata a guardare proprio un cartello che pubblicizzava questa ricorrenza. C’era scritto un articolo della nostra Costituzione, il seguente

Art. 3Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Mi è venuto da sorridere amaramente. Ecco, finiscono con due auguri: che tutti in futuro riescano ad apprezzare la profondità e la grandezza della nostra Costituzione, e che mai più debba venirci di ridere con amarezza al vedere quanto poco i suoi articoli siano applicati.
Buon 25 Aprile, Italia. 

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Un anno

A quella mattina grigia, la più fredda del mese.
Alla paura, l’agitazione, infine alla calma davanti all’altare.
A mio padre che mi accompagna lungo la navata, a mia madre che mi veste.
Alla domenica mattina, già calda di quasi estate, passata a Sutri. Alla firma sul registro dei visitatori: Signora Giuffrida.
A tutti i giorni da allora, quelli belli e quelli brutti. Alla fatica del vivere quotidiano, alla gioia del farlo insieme. Alla sera, quando ci ritroviamo e ci baciamo. Ai film visti seduti sul divano, ai mille viaggi di lavoro e non, all’amore fatto a casa, e in ciascuna città visitata.
Al 14 Aprile del 2007.
Tanti auguri a me e Giuliano.
matrimonio.jpg

Le foto
Il filmino

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Memorie dal sottosuolo

Confesso di essermelo ricordato perché ne ho sentito parlare da Minoli alla TV. Però la data mi era nota. Perchè quasi dieci anni fa partivo per Cracovia. Era un periodo strano e confuso della mia vita, ma quello fu un viaggio che mi segnò. Credo che tutti quelli che vanno ad Auschwitz poi se lo ricordano.
Era un viaggio organizzato dal comune di Roma per il cinquantacinquenario della liquidazione del ghetto. Eravamo un centinaio di studenti di varie scuole superiori di Roma, tra cui anche i ragazzi della scuola ebraica, e i sedici superstiti del ghetto. Lo facemmo in questo periodo perchè fu il 16 ottobre che il ghetto di Roma venne liquidato. Cominciò alle 5.30 del mattino, e alle 14.00 era finita. 1024 ebrei catturati. E ne tornarono sedici. Neppure uno dei bambini che era partito tornò, e una sola donna sopravvisse.
Il nazismo, l’olocausto, sono stati l’avverarsi di un incubo. Uno dei pochi casi nella storia dell’umanità in cui le vittime erano ben al di là dal riuscire ad immaginare ciò che sarebbe loro capitato. Le voci che giravano sui campi di concentramento, per quanto gonfiate dalla paura, sottovalutavano drasticamente la realtà del lager. Perchè semplicemente non si riusciva a credere (e non ci si riesce neppure oggi, purtroppo) che certe cose potessero succedere davvero.
La logica fredda dello sterminio finisce per sposarsi con l’assoluta casualità del fato. Da un lato la scienza con cui il lager e lo sterminio erano organizzati, la freddezza della burocrazia che portava gli ebrei ai forni. Dall’altra l’insensatezza del destino che colpiva tutti senza fare alcuna distinzione. Non contava se eri ricco o povero, se eri una carogna o un santo, e non c’era nulla che potessi fare per redimerti. Eri nato sotto la stella sbagliata, e il solo fatto di essere venuto al mondo in una famiglia piuttosto che in un’altra ti aveva segnato l’esistenza.
La Shoà è un unicum nella storia dell’uomo, ma un unicum che dovrebbe insegnarci qualcosa. Il pericolo non è solo l’antisemitismo, che pure ancora esiste, ove strisciante, ove palese, ma il razzismo, la xenofobia in qualsiasi forma. Perchè quando improvvisamente per noi l’altro cessa di essere una persona, quando il luogo della sua nascita, il colore della sua pelle, il credo che professa finiscono per nascondere ai nostri occhi la sua umanità, ci avviciniamo pericolosamente al baratro di quel 16 ottobre di sessantaquattro anni fa. E di recente questo succede sempre più spesso, per altro senza più quella riprovazione che un tempo circondava certi comportamenti. Per questo occorre ricordare: per vigilare.

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