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Informescion

Ieri è andata estremamente bene: non mi aspettavo così tante persone, né così tanto affetto. Per cui grazie a tutti quelli che sono venuti, e a quelli che avrebbero voluto ma non ci sono riusciti.
Oggi però sono a tocchi. Il suono della sveglia è stato estremamente traumatico, e trovare la forza di tirarsi su dal letto è stato complicato.
Mi perdonerete dunque se il post è meramente informativo: donc, su Lucca non mi dilungo oltre, sapete tutto. Vi do solo un’ulteriore informazione: per chi non ci sarà, avrete la possibilità di seguire live l’evento su www.liciatroisi.eu, che farà una diretta. Vi ricordo l’orario: le 16.30.
Per chi non potrà esserci a Lucca, ci sono due occasioni di vedermi, e di vedere Paolo con me, per di più: la prima è il 13 novembre, alla fnac di Milano, alle ore 17.00, e la seconda è il giorno dopo alla fnac di Torino, allo stesso orario.
Infine, last but not least, ve la butto là, come si dice a Roma: Le Leggende del Mondo Emerso – Gli Ultimi Eroi uscirà il 30 novembre.

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Basta poco a fare autunno reprise

Sgrunt…

P.S.
Ho una notizia bella bella bella in modo assurdo per voi, e per chi non ha capito la citazione, filate in videoteca e affittate Zoolander :P . Martedì 26, alle 17.30, alla fanc di Roma insieme a me ci sarà anche Paolo Barbieri. Insomma, per chi ci sarà, si beccherà due autografi al prezzo di uno. Vi aspettiamo!

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Stasera

Io volevo scrivervi un vero post. C’ho pure provato. Ma la caterva di cose da fare mi impedisce di farlo. Sarà per domani. Intanto, vorrei ricordarvi che oggi alle 21.00 potreste ascoltarmi a Fantasy On Air, trasmissione di Radio Impronta Digitale. Sul sito trovate anche tutte le informazioni per farmi domande in diretta. A stasera!

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avviso dal mondo degli insonni

Stamane mi sono svegliata alle 7.30. Lo so. Essere svegli alle 7.30 del mattino di sabato, se non si deve fare qualcosa tipo prendere un treno o andare da qualche parte, è una cosa contro natura. È che ho scoperto il millesimo motivo per odiare l’estate: mia figlia non sopporta il caldo. Come farle torto. Comunque. Mentre facevo colazione ho scritto questo post. L’ho salvato, convinta di averlo pubblicato. E invece no. Per dire. Mi sono accorta dell’errore solo ora. Vabboh.
Volevo semplicemente dirvi che potrete seguire la mia presentazione di domani sera in streaming sul sito www.liciatroisi.eu, così anche se non potrete venire potrete godervi le anticipazioni epocali sul prossimo libro :P

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Un sacco di cose

Sabato
Sabato ho fatto quella che con ogni probabilità sarà la mia ultima apparizione in pubblico, lo sapete. E sono stata a L’Aquila. Come avrete vagamente intuito dai post sulle mie vacanze dello scorso anno, sono piuttosto legata all’Abruzzo. È che è una terra così selvaggia e bella…Sì, i monti del Trentino sono straordinari, i panorami meravigliosi, ma devo dire che solo con la natura come ti puoi sentire sul Gran Sasso o in una semplice passeggiata di notte nel Parco Nazionale d’Abruzzo ti ci puoi sentire in pochi altri posti in cui sia stata.
Eppure, appena ho preso l’uscita l’Aquila ovest dell’autostrada ho realizzato che mancavo dalla città dalla bellezza di sei anni. Roba allucinante, considerando che quando c’ero stata mi ero innamorata, e avevo accarezzato l’idea di viverci, prima o poi.
Sono stata in una zona che non avevo mai visitato. Mentre scorrevano i cartelli (Collemaggio, Fontana delle 99 Cannelle) cercavo di sovrapporre i ricordi a quel che vedevo. E ho provato a non soffermarmi sulle crepe sui palazzi, sui muri sbrecciati, sulle finestre desolatamente buie la sera, quando sono andata via. Ne abbiamo avuta a pacchi di pornografia del terremoto, i nostri sguardi ormai non fanno altro che violare il privato di una città che avrà pure il diritto di andare avanti: senza dimenticare quel che è stato, ovviamente, ma anche senza restare intrappolata in certe definizioni da pessimo giornalista.
E sono approdata qui, presso il Campo Alenia Stazione gestito dai volontari di Nuova Acropoli. M’ha intristito pensare che era la prima presentazione che facevo in una città che tanto mi è cara. Voglio dire, sei anni per approdare qui, quando l’Aquila è stata per mesi a un’ora di macchina da casa mia, bella, fresca, intatta.
Devo dire la verità, è stata una delle presentazioni più piacevoli della mia vita. Un’esperienza intensa, stancante di certo, ma bella. La gente attenta, l’ambiente raccolto della tenda, e una certa aria di allegria. È che c’era un forte senso di comunità, come raramente ne ho percepiti. Gli spettatori non erano tutti ospiti del campo, ma si sentiva che per due ore siamo stati tutti uniti da qualcosa, persino io che lì non c’ero mai stata, e un’ora dopo avrei ripreso la via di Roma. E quel qualcosa che ci ha uniti non credo fossi tanto io. Sì, le mie storie di certo, ma non perché abbiano qualcosa di particolare, siano più potenti di altre o cose. Credo che ad unirci fosse una comune ricerca. Un bisogno di stare assieme nonostante tutto. E di comunicarsi qualcosa. Come se ad un tratto quel che dico sempre, che scrivere è partecipare con la propria, misera tessera, al mosaico della vita, fosse diventato più vero, tangibile. E se per me è stata un’esperienza di due ore, mi sono accorta che per gli Aquilani è ormai diventato un modo di essere, da sei mesi a questa parte, l’unica cosa che ti salva. Quando ognuno di noi ha poco, l’unica è mettere assieme quel poco, e se le domande sono soverchianti per il singolo, possono essere affrontate dalla collettività. È questo il senso del vivere assieme, il motivo che ha spinto gli uomini a raggrupparsi, in villaggi, paesi, città, metropoli. Un senso che col tempo abbiamo perso.
M’è piaciuta l’allegria dei volontari e del pubblico, m’è piaciuto sentire quell’accento che alle mie orecchie meridionali appare sempre un po’ simile a quello campano. E stamattina, pensando a quel che avrei scritto oggi, ho pensato che in fin dei conti sono andata fin lì ad imparare qualcosa. Molte cose. Tra cui una che avevo scritto tanti anni fa. Che la speranza non è una cosa data, che c’è o non c’è. Non esistono situazioni in cui è possibile trovarne e situazioni in cui non esiste. La speranza è una cosa che ci diamo, il più grande dei doni che possiamo farci. Va costruita, ricercata con pervicacia, creata. Siamo noi la nostra speranza. E quando, tra le domande che mi sono state fatte, mi hanno chiesto cos’è il coraggio, questo avrei dovuto rispondere: che il coraggio sono un gruppo di volontari che tirano su un campo nel quale non dimenticare chi siamo e cosa ci fa vivere, che dal nulla creano una biblioteca per chi ha perso tutto, che dalla propria casa pericolante va a salvare i libri, che senza un tetto sulla testa è capace di ridere, di rimboccarsi le maniche, di lavorare per la comunità, e che pensa a quando tutto sarà tornato alla normalità, e non sta lì ad attendere che semplicemente accada, ma fa di tutto perché quel domani si realizzi, e al più presto. E mi sono sentita, e mi sento ancora, così piccola, fragile e stupida, con la mia cronica incapacità di non piagnucolare per ogni cosa, di non piangermi addosso ad ogni difficoltà.
È stato bello, bellissimo.
E, per altro, è stata anche la prima volta che qualcuno che non fosse amico o parente, ha fatto un regalo alla pesciolina. Lo vedete nella foto qua sotto. Con l’augurio che anche lei sappia sempre rimboccarsi le maniche, e dotarsi di quella forza che ogni tanto a me difetta, ma che cercherò con tutta me stessa di insegnarle.

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Basita
Sono basita. Che poi, da molti mesi a questa parte, è il mio stato perenne di fronte a certi eventi che accadono in ‘sto paese. Quel che mi basisce è la seguente notizia: per riassumere, Loredana Lipperini è stata denunciata per una recensione. Esatto. Una recensione ad un libro. La scusa la solita: diffamazione. Leggetevi la recensione. E ditemi dove sta la diffamazione. Ma tanto ormai sappiamo come funziona. I nostri politici in questo hanno fatto scuola: non sei allineato sul pensiero unico? Ti blocco querelandoti. Chissenefrega se vinco o perdo. Chissenefrega se hai detto il falso o il vero. Intanto ti ho chiuso la bocca. E comunque, quando ti assolveranno, avrai al massimo diritto a mezza riga in quarantesima pagina sul giornale locale. Un gioco a rischio zero che ci sta imbavagliando tutti, ma proprio tutti.
Io direi che a questo punto dovremmo leggerci in massa la recensione e Navi a Perdere, che per altro ho letto anch’io l’anno scorso, trovandolo avvincente e illuminante.

Ma un tempo il panico non andava evitato?
Stamattina, durante la mia parca colazione (no, calma, stamane ho avuto diritto al miele, le altre mattine solo gallette di riso :P ), leggo questo. Certo. Ormai hanno munto la pandemia oltre ogni possibile limite. Manca ormai solo che la gente ti ammazzi in strada per uno starnuto (in effetti l’altro giorno non mi sentivo tanto sicura sulla metro con la tosse…). Si può passare alla seconda psicosi annuale: l’influenza stagionale fine di mondo. Che ogni anno dovrebbe ucciderci a pacchi ma poi, non si capisce perché, non lo fa. Mah.
Ora, non sono un medico. Ma scoprire che l’OMS ha tolto la dicitura “malattia che causa un enorme numero di malati e morti” dalla definizione di pandemia per poter dichiarare lo stato d’emergenza di quest’anno (qui e qui i documenti a confronto), uno qualche domanda se la fa. Poi esce fuori che i tassi di mortalità sono paragonabili a quelli dell’influenza solita, e che addirittura il virus avrebbe circolato già nel ’97 e nel ’77 (ma non era nuovo?) e le domande si fanno sempre più inquietanti.
Evitare le infezioni è cosa buona e giusta. Avere piani per fronteggiare improvvise emergenze sanitarie è sacrosanto, così come preoccuparsi delle ricadute sociali di malattie fortemente contagiose. Ma giocare a spaventare la gente, no. Perché poi finisce che si fa sterilizzare un palazzo solo per evitare che gli abitanti ti lincino. Ma tanto ormai la strategia è quella: terre et impera, spaventa e comanda. Un gioco sempre molto efficace, ma condotto sul filo del rasoio. La paura, una volta scatenata, non si può più fermare.

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Incontro

Post volante, perché sto andando a dare l’ultimo esame del primo anno di dottorato.
Col mio solito ritardo, vi segnalo semplicemente che domani, ore 18.00, sarò a L’Aquila, al Centro Kairos di Nuova Acropoli, per quello che credo proprio sarà l’ultimo incontro coi lettori prima dell’arrivo di Irene. Ormai sono enorme, per tirarmi su ci vuole il paranco, e mi stanco a pensare :P .
Ci vediamo domani per chi ci sarà, gli altri tenete le dita incrociate per me, thank you :)

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Avvisi dell’ultima ora

Come al solito sono non in ritardo, dde ppiù, ma vorrei vedere voi con
a. due congressi a stretto giro l’uno dall’altro
b. cinque esami da dare entro ottobre
c. libro e fumetto in uscita
d. un ulteriore libro da scrivere
e. una gravidanza che e1. ti fa sempre sentire stanca, e2. ti fa dormire sulle 12 ore al giorno, e3. monopolizza i tuoi pensieri.
Per cui, non so, sono confidente che mi perdonerete.
Le notizie sono due:

anche quest’anno partecipo a Mare di Libri, festival della letteratura per ragazzi di Rimini. Nello specifico, i miei incontri saranno sabato 13 giugno alle 16.30 presso i Musei Comunali in compagnia di Luca Centi, e alle 18.30 un aperitivo con firma dediche presso il Bagno Tiki 26.

Siccome non ci facciamo mancare niente, il giorno dopo, il 14 giugno sarò invece a al Parmafantasy Festival, che si terrà, come dice il nome, a Parma, presso il Parco Ex-Eridania. Il mio incontro è alle 11.00 nella Sala Agorà.

Tutto qua. Un’ultima comunicazione di servizio: in molti si lamentano del fatto di non ricevere più le newsletter. Non vi preoccupate, è normale; è che non sto più trovando il tempo di scriverle. Gestisco il sito da sola, a parte gli ottimi aiuti grafici e tecnici che mi fornisce Lauryn, per cui mi perdo i pezzi per strada. Anche qui, cercate di scusarmi, ma che la mia vita degeneri rapidamente verso il casino appena gli impegni si affastellano è cosa cognita.
Anyway, ci vediamo il 13 o il 14 per chi ci sarà. A tutti, buon fine settimana.

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Massenzio the day after

So di essere in colpevole ritardo. Ma quella che doveva essere non dico una giornata di riposo, ma quanto meno di decompressione dopo una settimana intensa, si è trasformato nel solito balletto. La conclusione è che fino ad adesso non ho avuto un minuto libero per postarvi qualche riflessione su ieri sera.
Dunque, ieri sera. Non posso dire di essere riuscita a godermela. Se fino alle 20.30 ero più o meno tranquilla, dopo il tasso di adrenalina è schizzato alle stelle. Perché poi voi non avete idea, se non ci siete stati, né del contesto né della platea. Vi faccio un po’ di nomi di persone che sono transitate per quel palco: Günter Grass, David Grossman, Ian McEwan, Luis Sepulveda, Abraham B. Yehoshua, Andrea Camilleri, Don Delillo, Dacia Maraini, Paul Auster, Niccolò Ammaniti, Banana Yoshimoto, Salman Rushdie, Amos Oz, Alessandro Baricco, Isabel Allende, Scot Turow, Roberto Saviano, Giancarlo De Cataldo, Gianrico Carofiglio, Jeffery Deaver, Carlo Lucarelli, Joe Richard Landsdale, Nick Hornby, Paolo Giordano. Solo per citarne alcuni, eh, tra cui avrete notato anche un premio Nobel e svariati premi Strega. C’era di che farsi tremare le gambe.
Poi, la Basilica di Massenzio è uno dei monumenti più imponenti e austeri di Roma. Ti giravi a sinistra e tra il campanile della Chiesa di Santa Francesca Romana e il Colosseo, c’era questa luna, questa luna…Senza contare le volte immense della basilica stessa, ovviamente.
Infine, la platea conta 2000 posti. Immaginateveli. Io non ho mai parlato a 2000 persone. Roba da concerto rock. Ed era quasi tutto pieno, per altro.
La scelta del vestito, per quanto quell’abito mi piaccia e secondo me ci stava col racconto, è stata un pochino infelice. Innanzitutto, immaginate andare coi tacchi a stiletto sul brecciolino. Meraviglioso. E poi inciampavo nella gonna. L’obiettivo primario della mia serata è stato quello di non esordire sul palco finendo lunga a terra. Per dire.
L’angoscia comunque è salita quando è iniziata la serata. Ero seconda, per cui ad aprire le danze è stato Lindqvist. O meglio, un attore che ha letto brani dal suo L’estate dei morti viventi. A parte che i brani erano di una potenza e di una forza che mi ha abbastanza avvilita (voglio dire, venire seconda dietro una cosa così ben fatta è tremendo, e portare a casa una figura appena decente una mission impossibile) ma la lettura era, appunto, quella di un attore. Impossibile per me riuscire ad essere ugualmente evocativa con la mia lettura da previsioni del tempo. E vabbeh.
Poi sale lui, Lindqvist, che per la cronaca oltre ad essere bravo, a parlare un inglese meraviglioso, è pure simpatico. E ha fatto il cabarettista e l’autore televisivo. Ossia leggeva da dio. In svedese, ok, ma sebbene sconosciute le parole palpitavano. E il modo in cui interpretava anche con la gestualità, con cui non aveva paura a guardare il pubblico negli occhi…
Mi si avvicina Chiara e mi fa: “Come va?”
E io: “Malissimo”.
E poi è venuto il mio turno. E all’obiettivo di non finire lunga sul palco si è aggiunto quello di non scoppiare a ridere prima di leggere. Mi è già capitato, una volta durante un talk. Non è ilarità. Sono i nervi che saltano come corde di violino.
C’era vento. E faceva freddo. E soprattutto, vivaddio, non vedevo la platea. Neppure una faccia. Solo un buco nero che poteva essere popolato da tutti e nessuno. Un meraviglioso nulla. Ho preso in mano i miei fogli, portati fin lì con una cartellina raccogliticcia con scritto su “Condizionatori” (in genere a casa ci tengo dentro i manuali dei condizionatori) e ho letto senza pensare che ci fosse qualcuno, come ho fatto alla prima prova, nella solitudine della camera da letto di casa mia. Ho letto fregandomene di sembrare ridicola. Ho letto come mi sentivo di fare, guardando la luna ogni tanto, e il pubblico mai. L’unica incertezza, sul primo stacco musicale. Pensavo durasse sui trenta secondi, s’è prolungato e io non sapevo che fare. Ricominciare a leggere? Far finta di niente?
Ma è andata. Con le mani gelate e la lingua felpata. Senza neppure rendermi chiaramente conto di quel che stavo facendo. Senza avere neppure la possibilità di godermela. E mentre leggevo per la decima volta quel cavolo di racconto, già non mi piaceva più. Già avrei cambiato questo, e quello, e quest’altro. L’avrei riscritto tutto, o l’avrei bruciato. Mi sembrava la cosa peggiore avessi mai scritto. Ho pensato che mi avrebbero tirato i pomodori, non lo so, o sarebbero partiti i fischi. Ma ero in gioco. Non potevo far altro che continuare, e leggere come avevo scritto, con la stessa passione con cui quella sera ho buttato giù la storia di Endimione e Selene, perché quella sera c’avevo creduto, tantissimo, e le dita volavano sulla tastiera, ed ero stata soddisfatta, alla fine, me lo ricordo. Ma la soddisfazione della scrittura dura qualche giorno. Poi già sei oltre, poi già non ti riconosci e vorresti buttare tutto.
Applausi. La musica sul palco. Lindqvist che mi mette una mano sulla spalla. Ed è andata.

Non so se sia andata bene. Non sta a me dirlo, direi. Il racconto lo potete leggere qui, così vi fate un’idea. Un mio amico ha ripreso tutto l’evento, ma il video al momento non c l’ho, per cui…ciccia. Ma qui trovate il trailer che è stato proiettato prima della mia lettura. Qui, invece, un’intervista che ho rilasciato il giorno prima, presso la Casa delle Letterature.
Infine, rubo qualche foto alla mia amica Pamela. Più tardi, se mi resta la forza, le inserisco anche nella sezione apposita del sito. Intanto, voglio ringraziare tutti gli amici e i conoscenti che sono venuti a vedermi. Era un momento importantissimo della mia vita, e avevo bisogno di supporto. Sapere che l’avete voluto condividere con me e che in quel buio voi c’eravate è stato importantissimo. Grazie, e perdonatemi se non sono riuscita a dedicarvi molto tempo. Cercheremo di rifarci in futuro, ma sappiate che ho apprezzato da morire il vostro gesto.

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Stasera

Stamattina sono su Repubblica Online. La…uno…due…quattordicesima notizia. Sono comunque più alta del lancio di Plank e Herschel, per dire :P .
No, fa effetto. Molto. Per altro mi si dice che oggi Il Tempo pubblica un’anticipazione del racconto che leggerò stasera, Raggio di Luna. Che però non ha protagonista un bambino e non è una specie di Sesto Senso :P . Non so come sia venuta fuori questa notizia. Comunque, avrete modo di giudicare stasera. Mi si dice anche che potrete sentire una mia intervista su RDS Roma, non so esattamente a che ora, e una alle 18.00 circa su Radio Città Futura. Insomma, giornata densa. Non che ieri non lo sia stata. La cosa più divertente sono stati i fotografi. Avete presente, che so, Cannes? La diva sul tappeto rosso, i fotografi assiepati che la chiamano…ecco, togliete la diva e il tappeto rosso. Il resto c’era. Mi veniva da ridere. Era una situazione divertente e paradossale. Non sapevo dove guardare, quanto guardare da un lato e dall’altro, né ovviamente cosa fare con le mie mani.
Mi sento molto in atmosfera da saggio di fine anno. Quando a scuola si organizza la mostra o la recita. Ricordo la mostra di quarto ginnaso, ad esempio, in una villa davanti alla mia scuola. Avevo un raffreddore cosmico, ma stetti comunque al mio posto. Anche perché affisse c’erano le foto dello spettacolo teatrale cui aveva partecipato il tipo di cui ero cotta all’epoca. Mi attendevano tre mesi senza vederlo (e intendo proprio vederlo, perché non ci avevo mai parlato e lui ignorava chi fossi) e volevo fare il pieno di sue immagini.
Oppure il concerto di fine prima liceo, la prima volta (e l’unica anche) in cui ho suonato un assolo di flauto. Andò bene, ricordo, anche perché avevo trovato da qualcosa come due giorni il mio primo fidanzato.
L’atmosfera è la stessa. L’estate. La “prova”. L’emozione. Ho fatto le prove, ieri sera. Spero di non leggere troppo veloce e neppure di risultare fredda come uno stoccafisso. Ricordo che una volta lessi il salmo in Chiesa, e mia madre disse che sembrava leggessi le previsioni del tempo. Brrrr.
Anyway, chi vivrà vedrà. E poi, finita questa, potrò dedicarmi anima e corpo al terrore da congresso.
A stasera!

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Watchmen al cinema e io in tv

Quando leggerete questo post, io non sarò qui.
Calma. Nel senso che sarò a lezione. Ho lezione dalle 9.00 alle 11.00. La dura vita del dottorando. Allora, con gli occhi gonfi e un malessere di natura imprecisata, mi sono messa a scrivere ieri sera. Che sarebbe ora. Capperi, mi sento un po’ in una puntata di Lost a fare questi discorsi…Comunque. Oggi, cioè ieri, ero partita con l’intenzione di fare un post su Watchmen. Solo che mi sono svegliata premasticata, e ho soprasseduto. Sono premasticata anche ora, ma ho da segnalarvi una cosa, per cui devo scrivere in ogni caso, e allora ho pensato di provare a buttare giù il post che volevo fare stamane. Perché ridendo e scherzando poi non vi ho detto cosa ne penso di Watchmen. A dire il vero non lo so.
Ho letto Watchmen quest’estate, e l’ho trovato straordinario. Non così compatto e potente come V for Vendetta, ma straordinario. E ho subito pensato che il film avrebbe fatto un casino. Watchmen è quanto di meno cinematografico esista. Perché ti vende fischi per fiaschi, dato che è un fumetto di supereroi che non parla di supereroi, se mi passate il pasticcio. Quindi temevo che se ne sarebbe tratto un blockbuster che tradiva il senso dell’opera a favore di una maggiore fruibilità da parte del pubblico medio. Non è un caso che sabato a vederlo ci fossero i sei idioti dello scorso post. Poi però ho saputo che il regista era Zack Filologo Snyder e ho pensato che forse ne poteva uscire qualcosa di buono, e i primi trailer erano assai promettenti.
Ora. Il mio giudizio sul film è completamente obnubilato dalla gratitudine a Snyder per aver avuto il coraggio di proporre in sala Watchmen senza nessun abbellimento commerciale. La storia è la fotocopia carbone del fumetto, il senso ci sta tutto, nonostante la veniale infedeltà nel finale. Snyder non ha dato al pubblico quel che voleva. Snyder ha messo su pellicola Watchmen, punto, e nel farlo ha guardato praticamente solo ai fan del fumetto.
Per altro, la colonna sonora è straordinaria, è da ieri che me la sparo nelle orecchie per tenermi su nelle lunghe riduzioni dati.
Però. Però Snyder come regista praticamente non esiste. Prendiamo 300 e prendiamo Watchmen. A parte un uso insistito e forse anche un po’ inutile del bullet time, non ci sono punti in comune. 300 è la celebrazione del superuomo, Watchmen la decostruzione dello stesso. E questa cosa lascia perplessi. Voglio dire, dov’è Snyder nella sua opera? Cosa c’ha messo di suo? Una colonna sonora da urlo, direi, e un’adesione viscerale, appunto filologica al fumetto. E basta. È un po’ come quei pittori che passano al vita a copiare i quadri degli altri. Dov’è la loro firma?
Io sono lieta di vedere Rorscharch, il Dr. Manhattan e tutti gli altri in carne e ossa, ma ho la vaga sensazione che forse non basti. Manca quel po’ di reinterpretazione, di rielaborazione che avrebbe giovato al tutto. E poi devo dire che la seconda metà si trascina un pochino, o quanto meno io ho dovuto farmi un po’ forza per arrivare in fondo.
Ho imparato qualcosa. Che se vuoi ridurre qualcosa a qualcos’altro, devi un po’ tradirlo, o la cosa lascia l’amaro in bocca. Per quanto il film mi sia piaciuto, per carità.
Veniamo alla segnalazione: oggi, nel senso di 18 marzo, alle 12.00 mi potrete vedere su Repubblica Tv. Spero di essere un po’ più in vena di ieri, perché sennò avrò due occhi da pesce lesso impagabili. Poi mi saprete dire.

P.S.
Per chi fosse curioso di vedere l’incontro di oggi a Repubblica Tv, lo trovate qua

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