Studio per fare l’astrofisico da cinque anni, contanto anche la tesi sei. Ho lavorato due anni al centro dati ASI, che si trova dentro l’ESA, l’Agenzia Spaziale Europea, per cui di lanci di satelliti me ne sono passati sotto gli occhi parecchi. Ad ESA non dico ce ne fosse una al mese, ma ce ne sono stati parecchi nei due anni in cui l’ho bazzicato. E in genere c’era la diretta dell’evento. Tanta gente lì dentro aveva lavorato a quello specifico satellite, e aveva piacere di vederlo partire. Io non ho mai assistito. Avevo sempre qualche scadenza, un lavoro in arretrato, o comunque qualcosa da fare. Per cui non avevo mai visto in diretta la partenza di un satellite. Fino a ieri.
Ieri sono partiti Plank e Herschel. Il primo è un satellite che studierà la radiazione cosmica di fondo (qui ho cercato di spiegare di cosa si tratta, qui per chi vuole saperne di più ed è anglofono), mentre il secondo è un telescopio infrarosso. Sono partiti insieme, montati sullo stesso razzo (un Ariane 5, il lanciatore che viene usato di solito per mettere in orbita i satelliti europei), dalla base di Kourou, nella Guyana Francese. Qui all’università, che nella progettazione e nella costruzione del satellite è stata fortemente coinvolta, c’è stata la diretta dell’evento. Lì per lì, a convincermi ad andare è stato il bisogno di staccare un attimo dal lavoro che stavo facendo. Sapevo che sarei rimasta a lavoro fino a tardi, e sentivo il bisogno di un attimo di pausa. Però devo dire che quando sono salita su, sono entrata subito nell’evento. Il count down da un lato, le facce tese delle persone nel centro di controllo a Kourou sullo schermo…non ho lavorato a Plank, presumibilmente non lavorerò mai sui suoi dati, eppure mi sentivo coinvolta da quel lancio. Sono in un periodo della mia vita in cui ho un po’ la lacrima facile, ma devo dire che stavo per commuovermi quando il razzo è partito. Abbiamo seguito quasi con apprensione l’ascesa del lanciatore, il distacco dei booster, e poi la partenza vera e propria dei due satelliti, liberi dal razzo che li ha spinti fuori dall’orbita terrestre e dagli scudi termici che li proteggevano. Solo allora è partito l’applauso, liberatorio. Plank e Herschel erano sulla via di L2, il punto in cui andranno a posizionarsi nello spazio, a circa un milione e mezzo di chilometri dalla Terra.
Forse quest’emozione è difficile da capire per chi non ha mai lavorato su un satellite. Ma io l’ho fatto, e so cosa vuol dire spendere ore della propria vita, anni di lavoro e sentirsi parte di qualcosa di più grande. E tutto quel lavoro può andare letteralmente in fumo in pochi secondi. Il lancio è sempre un momento delicato, possono andare storte un sacco di cose, e si può perdere il satellite. E se lo perdi, se esplode, è finita. Il tuo lavoro è andato in fumo, perché non lo si ricostruirà. Piuttosto se ne farà un altro, con gli stessi scopi, ma fatalmente diverso. Per progettare e costruire un satellite ci vogliono anni, anche venti, col risultato che spesso il satellite ha tecnologia obsoleta già quando parte. Questo non vuol dire che non può far bene il suo lavoro. Semplicemente, i tempi di costruzione sono tali che non si può stare appresso agli sviluppi tecnologici, e ci si monta sopra lo stato dell’arte degli strumenti all’epoca in cui si fa la progettazione e l’assemblaggio. Intanto verranno fuori chip più veloci, HD più capienti, ma poiché tutto deve essere calibrato al millimetro per funzionare, non si può cambiare in corso d’opera il progetto approvato.
Per cui, se si perde un satellite al lancio, se ne costruisce uno diverso, che migliori quello perduto, che usi tecnologia più avanzata. In ogni caso, hai perso parte del tuo lavoro. Non saprai mai se il tuo software avrebbe funzionato bene come immaginavi, se quel nuovo strumento che hai progettato avrebbe svolto bene il suo lavoro. Ecco, io ho percepito questa tensione, ieri. Ho guardato il razzo che saliva, ho sperato che tutto andasse bene. Ho pensato che a volte la scienza rappresenta il meglio di noi. Decine di nazioni si mettono insieme, uomini separati da migliaia di chilometri, da differenze culturali che agli ottusi sembrano incolmabili, lavorano gomito a gomito condividendo il linguaggio universale in cui è scritto il cosmo, la matematica, e in un sovrumano sforzo pacifico realizzano qualcosa che servirà a tutti per capire, per aggiungere un tassellino alla conoscenza dell’universo. L’ho trovato commovente. Mi sono sentita parte di una comunità, e orgogliosa di esserlo. Anche se quei dati non li studierò mai. Perché la conoscenza appartiene a tutti, e chi studia il cosmo non lo fa solo per sé, ma per l’umanità intera.
Nel 2012 partirà Gaia. Alcune delle soluzioni software che verranno usate nell’analisi date derivano anche dal lavoro che ho fatto io per due anni. Allora terrò le dita incrociate e mi mangerò le unghie fino all’osso, e sarò contenta di sapere che anche chi non ha lavorato al progetto attenderà, soffrirà e gioirà con me. Le passioni uniscono.
P.S.
Vi segnalo un’intervista di Roberto Recchioni, lo sceneggiatore del fumetto sul Mondo Emerso. Ci sono anche un paio di anteprime per i più curiosi. Enjoy!














