Un po’ di tempo fa girava questa campagna pubblicitaria della Diesel. Se ne parlò anche qui. Il motto era “be stupid”, e già caschiamo male, perché questa è indubbiamente l’era della stupidità, ci mancava solo qualcuno che facesse diventare l’idiozia una cosa cool. Comunque, io la trovavo estremamente irritante e in più anche un po’ incomprensibile: voglio dire, la stupidità è piuttosto diffusa, ma vivaddio è ancora circondata da un certo stigma sociale. Davvero aiuta a vedere jeans dare del cretino a chi li compra?
Comunque. Più o meno era morta lì. Fino a quando non ho visto la campagna di Piazza Italia, che, per chi non lo sappia, è una catena che vende abiti a prezzi contenuti. Diciamo il contrario di Diesel, che ha fatto della fighettaggine il proprio marchio di fabbrica, per cui non è ti stai comprando un paio di jeans, no, sta comprando il marchio, e quanto quel marchio significati in termini di coolness (oh. mio. Dio. Ho usato quella parola).
Qual è la campagna di Piazza Italia? Si intitola “be’ intelligent”, un chiaro riferimento a quella Diesel. È c’è il solito modello/a, che in questi casi in genere è una casalinga appena più in tiro del normale, o un signore distinto, con addosso capi a bassi prezzi: cappottone lana 39,99 €, jeans 29,99 €, camicetta 9,99 €.
Ora. Non è che Piazza Italia sia meglio di Diesel: suppongo che si facciano entrambi fare i vestiti in Cina dai bambini, o giù di lì. Ma confesso che ogni volta che vedo le pubblicità di Piazza Italia, pur nella loro rozzezza, rispetto alle immagini laccatissime e studiate della Diesel, mi parte un sorriso a 32 denti (che non ho, in effetti; un giorno vi racconterò la triste storia dei cinque che mi mancano). È uno sfottò cosí semplice, così ispirato ad un sano buon senso, che mi sembra sempre una bella prova di intelligenza. E, anche se è stupido pensarlo, ogni volta che le vedo mi sembra un piccolo gesto di resistenza
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Ieri è diventato di dominio pubblico che ho vinto un premio. Questo. Ovviamente sono onorata e felice, ma probabilmente non ne avrei parlato se ieri non mi fossero piovute addosso svariate decine di messaggi di complimenti di vario genere. Non è che non la reputassi una cosa importante, è solo che, boh, dirlo mi sembrava ostentazione, ecco. Sì, non sono una persona normale, ne sono ben conscia.
Comunque. In effetti non è del premio in sé che voglio parlare.
Oggi ho fatto un giro al centro commerciale di cui ieri. Dovevo far la spesa, ma alla fine ho solo comprato due DVD e un libro, oltre al pranzo (kebab, per la cronaca). Ma ho fatto un breve giro per negozi. E il lato oscuro della forza ha iniziato a tentarmi, soprattutto di fronte alle vetrine nuove, quasi del tutto depurate dai vari fondi di magazzino inguardabili generalmente noti come saldi di fine stagione (dai, pensateci: si trova roba decente solo il primo giorno, poi devi navigare tra ettolitri di tessuto per trovare qualcosa di vagamente interessante ad un prezzo abbordabile). E insomma, un tremendo pensiero si è fatto strada in me, mentre provavo un paio di zeppe autunnali tacco 12: fosse il caso di comprarsi un bel vestito nuovo per la premiazione?
Ah, dannato consumismo…
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Nel mio quartiere c’è un centro commerciale. Non è una cosa strana. A partire dal ‘90 o giù di lì, quando aprì Cinecittà 2, il primo centro commerciale, a Roma hanno iniziato a spuntare come funghi in ogni dove. Adesso c’è questo nuovo modello che sta colonizzando ogni buco libero in periferia: quartiere + centro commerciale. Tutti più o meno identici, tutti avvolti intorno al Raccordo. Ecco, il mio quartiere è uno di quelli. E ha il suo centro commerciale.
Quando aprì, confesso, fui contenta. Vivevo da sola da poco, e avere il supermercato sotto casa era una comodità senza pari. Poi lì provai per la prima volta il giapponese, e me ne innamorai, e fraternizzai col proprietario. Poi feci amicizia con la gente della libreria, e iniziai ad andarci sempre più spesso. E insomma, sto lì almeno una volta a settimana per i motivi più svariati: spesa, acquisto libri, acquisto cena che non ho voglia di cucinare, semplice passeggiata. È un posto cui tutto sommato sono affezionata. Ma in fin dei conti ciò non toglie che in qualche modo il centro commerciale è il Male. In sé. Per quel che rappresenta. Per quel che è.
Questo posto finto, una brutta copia delle strade all’aperto, in cui la gente si ammassa nei fine settimana, tipicamente incazzata nera per il traffico e la ressa, per cui finisce sempre che si litiga per qualche ragione. Questo luogo scintillante, che mostra il volto sorridente del consumismo più becero: produci, consuma, crepa. Però con un bel nastrino intorno. Questo posto che strozza il piccolo commerciante, che distrugge con la sua impersonalità i rapporti umani che un tempo si stabilivano coi piccoli negozianti del quartiere. Ok, esagero, è evidente. Ma è vero che c’è qualcosa di inquietante nei centri commerciali, sempre.
Ora, nel mio quartiere c’è anche un parco. Tutte le mattine, prima di andare a lavorare, ci vado a spasso con Irene. E da un mese ci sono due novità: il centro commerciale ha regalato al quartiere uno spazio con delle giostre e un’area attrezzata per i cani. Nulla di che, ovviamente, ma prima non c’era niente, semplicemente. I cani non avevano un posto in cui scorrazzare liberi (anche se in teoria se non erro la legge prevederebbe spazi del genere) e i bambini al massimo correvano nell’erba alta. Adesso ci sono le altalene, lo scivolo, un paio di giostrine per arrampicarsi. L’area per i cani ha le panchine per i padroni e una serie di percorsi attrezzati per far divertire gli animali.
Ogni tanto il centro commerciale organizza pure qualche attività un po’ diversa dal solito. Tipo la mostra delle famigerate mucche: una serie di statue di plastica di mucche decorate nei modi più vari da artisti di vario grido. Oppure mostre fotografiche, o attività per i bambini.
Ora, lo so. Tutte queste cose hanno un ritorno per il centro commerciale. È tutta pubblicità. Anche un po’ subdola: tu porti il pupo a giocare, e intanto ti penetra dentro l’idea che il centro commerciale è buono, ti fa dei regali, quindi perché non vai. Eppure…Eppure niente. È stata un’iniziativa che mi è piaciuta. In fin dei conti, potevano anche non regalarci niente, e quel che ci hanno dato serve a cementare un po’ i rapporti sociali nel quartiere, a farcelo vivere e a trasformarlo in un luogo, e togliergli quell’aria da dormitorio. Ed è qualcosa che ci invita pure ad uscire dal centro commerciale, a gravitare anche altrove. Insomma, m’hanno fregata, ecco. Due giostrine, e m’hanno comprata
Errata Corrige
Mi si dice che il percorso agility per i cani è stato donato da un privato, e non dal centro commerciale. Per amor di precisione
Sono preda della sindrome da Costa Crociere. Ce l’avete presente, no, la pubblicità delle crociere. Con questi due che in viaggio hanno fatto la vita dei nababbi, e tornati a casa cadono preda della depressione più nera perché non hanno più la colazione a letto, l’idromassaggio e la massaggiatrice thailandese. Che poi uno si chiede anche “ma chi me lo fa fare di andare in crociera se poi torno e sto così”. Ecco, io l’anno scorso sono stata in crociera, e al ritorno è andato tutto bene. Quest’anno, scesa dalla Val Gardena, la devastazione più totale.
Già scendo dalla macchina, e il passaggio dai 20° di su ai 35° di qua è stato un trauma. Casa che sembrava la sauna turca dell’hotel dove sono stata. Irene incazzata nera perché ha caldo, valige traboccanti mutande sporche, roba da mettere a posto, stanchi morti perché quasi 700 km in otto ore sono una cosa a dir poco devastante. Un’incubo. Una cosa davvero orrenda.
Il giorno dopo non va meglio. Prima mi svegliavo, aprivo la finestra, respiravo l’aria fresca dell’inizio autunno delle Alpi, e guardavo lo splendore del Sassolungo. Adesso respiro – si fa per dire, visto il caldo – la stantia aria di una casa che è stata chiusa per troppo tempo, inciampo tra i panni messi a raffreddare dopo la stiratura e l’asse da stiro ancora in soggiorno, apro la finestra e sento questo delicato afrore di monnezza in putrefazione + bruciato tipico dell’agosto romano e mi godo il panorama di questi quartieri dormitorio che stanno colonizzando la periferia romana. Ah.
Ma che ci vuoi fare. Da tempo ho capito che la bellezza non fa parte della mia vita cittadina. Non fa parte della vita di nessuno che stia in città. Dal boom in poi s’è deciso che l’architettura non ci serviva più, che per avere un tetto sulla testa di nostra proprietà saremmo stati ben lieti di rinunciare alla bellezza estetica dei palazzi, e le città si sono riempite di casermoni quando diceva bene, di orrende palazzine abusive quando diceva male.
Comunque. C’è Irene, c’è mio marito, e questo basta. Per il resto, ogni tanto mi concedo quella boccata d’aria fresca: la passeggiata nel bosco, il breve viaggio di lavoro che mi permette di vedere posti nuovi. Quel po’ di bellezza di cui tutti abbiamo bisogno. E si tira avanti. In attesa della prossima vacanza.
Mi rendo conto che un post del genere ha dello sconvolgente per una persona come me, ma a quanto pare non mi conosco bene come credevo.
La mia fobia per insetti e ragni è ben cognita. Arrivo al punto che anche le farfalle non è che proprio mi esaltino. Eppure in questi giorni ho avuto parecchi incontri ravvicinati con fauna dotata di esoscheletro. Non solo non mi ha fatto né paura né impressione, ma mi sono data anche alla fotografia della stessa, ponendomi in posizioni assurde, con lo zoom al massimo, e, soprattutto, a due passi dai suddetti insetti.
Non so. Forse quando li vedo a casa loro li percepisco come meno minacciosi. Forse è vederli dentro casa o giù di lì che me li fa odiare. In giro per boschi li guardo incuriosita e stupita. Oggi sono addirittura passata vicino ad un’arnia ronzante…
Comunque, qui sotto un campionario dei miei incontri ravvicinati col nemico.
P.S.
In effetti, non ha più senso giocare col progetto top secret. Alcuni di voi hanno indovinato. Chi, ve lo dico la prossima volta. Assieme al disvelamento del suddetto progetto. Intanto vi dico solo che il libro illustrato delle Guerre uscirà in autunno, e che i testi ho finito di scriverli poco prima di andare in ferie.
Stamattina dal cielo sembrava dovesse spuntare da un momento all’altro la scritta The Simpson.
Ho finito stamattina Caino. Non mi ha entusiasmata. Sull’argomento ho letto cose che mi sono piaciute di più. E ho realizzato che in gioventù ho fatto letture allucinanti. Credo avessi tipo tredici o quattordici anni quando ho letto La Gloria di Berto. Per altro ve lo consiglio.
Mi muovo da una solitudine all’altra, in questi giorni. Oggi in università, ieri all’osservatorio. Quando, nel 2004, Giuliano andò per tre mesi a lavorare in Cile, io, che in Italia facevo la vedova bianca, iniziai a lavorare tutti i sabati. All’epoca l’osservatorio era un posto vivissimo, pieno di ragazzi, dal lunedì al venerdì risuonava di voci, eravamo anche in sei o sette per stanza. Il sabato diventava un posto stranissimo. Ci andavamo in due o tre, direttore compreso. I corridoi, amplissimi, si allargavano a dismisura, i fantasmi del passato emergevano dal sottosuolo e se ne andavano a spasso per la cupola deserta. A me piaceva da impazzire. Anche per quel breve percorso verso la mensa, per un caffé, che mi toccava fare al buio, alla base della cupola. Due minuti di paura per corroborare la giornata lavorativa. L’osservatorio era così, ieri. Un posto deserto e solitario, un avamposto che un tempo era ai margini del deserto, e ora è circondato ovunque dalla sabbia.
Ho letto un bel racconto, molte estati fa. La Raccolta di Silenzi del Dr. Murke, si chiamava, di Böll. Per altro, Opinioni di un Clown è tra i libri d’amore più belli che abbia mai letto. Sì, d’amore. Sì, la critica sociale, l’attacco al cattolicesimo, quel che volete. Ma secondo me è prima di tutto un libro d’amore. Comunque. Parlavamo della Raccolta. Il racconto inizia col Dr. Murke che sale in ascensore, una specie di montacarichi che gli incute una certa paura. È la sua cura. Ogni mattina si fa quei due, tre minuti di paura che lo aiutano a cominciare bene la giornata. Ecco, io ho qualcosa di simile. Il sottoscala del mio palazzo, quel luogo di nessuno tra i piani abitati e il garage. È il regno degli insetti e dei ragni. Ci sono zanzare a profusione, scarafaggi, pochi grilli moribondi scappati dall’olocausto del prato. E, da qualche giorno, un ragnone nero orrendo. Forse è anche morto, non lo so. Sta sempre allo stesso posto. Ma per me, che di ragni e insetti ho la fobia, è assolutamente terrificante. Anche se è morto. Passo di corsa per qui pochi metri, e combatto giornalmente la mia battaglia con la paura. Chissà che un giorno non mi riesca di passare da lì senza angoscia.