L’allattamento si sta dimostrando deleterio per me. Non tanto per il gesto in sé, che mi piace molto, a parte quando ti devi svegliare nel cuore della notte per sfamare gli affamati e la palpebra ti casca inesorabilmente, ma per il fatto che mi sta portando a vedere un sacco di tv. Mi spiego. L’allattamento in genere dura un tot. Quindi hai bisogno di un orologio sottomano. Mentre allatti, non puoi fare molto altro. Leggere è complicato, per cui, dopo le prime volte in cui passi il tempo a guardare con aria estatica la creatura che ti ciancica un capezzolo, poi ti abitui, e cerchi qualcos’altro da fare. E guardare la tv è l’ultima alternativa che ti resta.
Avete mai acceso la tv nel pomeriggio? Di pomeriggio davanti alla tv c’è solo la gente che lavora a casa, classificata sbrigativamente sotto la voce “massaia” da chi fa i palinsesti. Ora, a giudicare da quel che ci propinano a quell’ora lì, direi che la visione che un autore televisivo ha della casalinga media è a dir poco desolante. Domina il talk show, quella cosa lì in cui vengono invitati una gnocca, uno che per qualche ragione ignota viene definito intellettuale e se possibile un caso umano, e li si mette a discutere di qualcosa, nella speranza che vengano alle mani. Gli argomenti sono sempre di altissima filosofia: è giusto ritornare in forma dopo il parto, o la neomamma, visto che ormai è appunto Madre (inserire immagine di Madonna con Bambino), deve essere il più sciatta possibile onde dimostrare urbi et orbi che lei si dedica interamente alla prole? È giusto dimagrire o è più sana una che pesa 120 chili e dice di star bene col suo corpo (e infatti è il suo corpo che non sta bene con lei, dato che le impone diabete, cardiopatie varie altre amenità)? È giusto divorziare o bisogna stare insieme per i figli?
Uno dice, vabbeh, l’argomento è un po’ così, ma se viene trattato con intelligenza…In genere il tono è molto da “signora mia, un tempo qui era tutta campagna”. C’è sempre qualcuno che invoca i bei tempi andati (“una volta i giovani…”), un’altra che dall’alto del tacco dodici e della minigonna ascellare tuona parla dell’importanza di essere e non apparire e quell’altro che si appella alla mancanza di moralità. La sagra del luogo comune. Ne esce fuori un’immagine desolante dell’umanità. Gente che sgomita per apparire, che non ha nulla da dire perché sostanzialmente non pensa nulla, e allora si attacca a verità preconfezionate. Io già non ho gran fiducia nell’umanità, e negli italiani men che mai. Questa immersione nel vuoto pneumatico mi sta togliendo quel po’ di speranza residua.
Poi, quando finisci al Grande Fratello capisci di aver toccato il fondo. Il problema più grave dei Nostri è Caio che ha mandato in nomination Tizio. Segue discussione accesa, con pianto finale, sottolineati entrambi da musica melodrammatica. Wow.
Eppure questo nulla mi attrae. Avete presente quando ci si affaccia da un balcone al decimo piano, e uno ha sempre quell’irrazionale istinto di sporgersi e buttarsi di sotto? Quella stupida tentazione del vuoto. Ecco, uguale. Mi affaccio sul baratro, e siccome a differenza del caso del balcone, se mi butto non muoio, mi ci immergo. Per vedere fin dove si può arrivare? Per esplorare tutte le possibili declinazioni del nulla? Non lo so. So solo che tempo due minuti e mi ritrovo a inveire contro il televisore, lamentando la vacuità di quel che sto guardando. Misteri della psiche umana. E in tutto questo, sto anche leggendo di meno. Qualcuno mi salvi.
Da stamattina sarà la terza volta che correggo un post polemico. Poi, sai che c’è? Mi sono accorta che non c’ho voglia di far polemica. Anche quando l’argomento, vivaddio, per una volta non è il fantastico, non sono i miei libri, ma è Avatar.
Per cui mi affaccio alla finestra e mi godo il sole a 4° di questo splendido inverno.
Il carillon delle apine come nuova unità di misura del tempo durante il puerperio umano
L. Troisi et al.
Abstract: Dopo lo straordinario studio sull’accuratezza delle previsioni della nonna sul sesso del nascituro, mi propongo di presentare una nuova ricerca che farà furore ai Premi Ignobel. Si tratta dell’introduzione di una nuova unità di misura che ritengo possa essere molto utile per le puerpere e le neomamme in generale. La nuova unità, usata per la misura del tempo, è stata da me battezzata unità apine. Misura il tempo che la mamma può trascorrere lontana dalla culla dell’infante senza che il medesimo scoppi in pianto disperato.
Definizione: un’unità apina è il tempo che ci mette il classico carillon con le apine che girano, quello col quale siamo state allevate noi tutte mamme di questa generazione (e pure i papà) a fare un giro completo e a fermarsi.
Analisi dati: è universalmente riconosciuto il potere ipnotico delle apine. Indipendentemente dall’età dell’infante, quest’ultimo rimarrà catturato dalla micidiale e infallibile azione combinata della musichetta ossessiva del carillon e del moto delle apine. Le apine garantiscono minuti di quiete totale, durante i quali la puerpera potrà dedicarsi alle più svariate attività. Ovviamente, al fermarsi del carillon, l’infante prenderà a lamentarsi veementemente, e perché l’azione ipnotica cessa ex abrupto, e perché le apine tendono ad indurre assuefazione. L’infante vorrà dunque ripetere l’esperienza ipnotica, e piangerà per richiamare la madre alla riattivazione del congegno. In questo modo, la madre avrà un certo lasso di tempo libero, corrispondente alla durata del carillon. Ad esempio, la sottoscritta ha personalmente testato che una doccia con lavaggio dei capelli equivale a due unità apine. Una sessione su internet equivale almeno a cinque o sei unità apine.
Discussione dati: le apine hanno i loro limiti. Innanzitutto, il fatto che vadano continuamente ricaricate. Certo, il progresso tecnologico ci viene in soccorso, grazie ai nuovi carillon motorizzati, che non hanno bisogno di ricarica. La sottoscritta ha però personalmente verificato che il potere ipnotico delle apine è superiore a quello di altri carillon, che risultano dunque indubbiamente più comodi, ma meno efficaci.
Inoltre, la durata dell’effetto ipnotico è limitata. Nel giro di una mezzora circa, l’infante si scoccia di guardare le apine, si distrae e inizia a piangere.
Inoltre, l’apina non può essere usata in eterno. P. et al. hanno dimostrato che quando l’infante possiede la giusta coordinazione motoria inizia a dare la caccia alle apine, e a prenderle con la mano, interrompendo il moto del carillon. Questo momento segna la fine della fase apine, e dunque l’unità di misura potrà essere usata solo per i primi mesi di vita dell’infante.
Ringraziamenti: si ringrazia Irene che ha fattivamente collaborato alla realizzazione di questo studio, e Giuliano che ha montato personalmente le apine usate per questo lavoro.
Ieri ho fatto la mia decentomilionesima visita all’ospedale dove partorirò. Mancavano solo i palloncini e il premio per l’assidua frequentazione. Ma il punto non è questo. Sono andata per la visita anestesiologica, per l’epidurale, avete presente? Diciamo che intendo avvalermi dei moderni ritrovati della medicina per non passare dieci e passa ore a strillare come ti fan vedere nei film. Che poi, vabbeh, pare non funzioni proprio così, ma io non ho una gran soglia del dolore, per cui preferisco avere la sicurezza che se nun gliela fo posso doparmi.
Comunque. L’ambulatorio è locato in un’amena zona dell’ospedale: tra oncologia e diabetologia. Era farcito di cartelli sul diabete. Come vivere col diabete. Come sconfiggere il diabete. Il diabete non ti deve condizionare la vita. Quel tipo di precisazioni che ti fanno solo con le malattie ad alto tasso di sconvolgimento dell’esistenza, insomma. Comunque.
Mentre attendevo di partecipare al seminario per gravide “l’epidurale, se la conosci la scegli”, vedo passare il mio diabetologo. Saluti, sorrisi, sta andando tutto bene? E lì, mi scatta la molla. Non so spiegare come sia accaduto. C’avevo ormai rinunciato. Mi ero rassegnata. Avevo deciso che era troppo una cazzata, che mi sarei trattenuta, che non avrei fatto la figura della madre degenere. E invece.
Io: “Senta, le posso fare una domanda? Probabilmente la più scema della storia?”
Lui: “Dimmi pure”
Io: toccando il cuoricino sulla pancia “No, è che tra un po’ è il mio compleanno, e mi domandavo…ma non c’è proprio niente niente di vagamente dolce che possa concedermi?”.
E intanto penso a quelli che sono diabetici da quando hanno tre anni e non fanno tutte ’ste storie, a tutti i messaggi sui forum di gente come me che diceva “sono piccoli sacrifici che si fanno volentieri per i figli”, a quelli che gli sono capitati problemi ben più gravi in gravidanza. E penso che, veramente, cioè, me la potevo risparmiare. Soprattutto con la glicemia che da due giorni riga dritto.
Lui: “Eh no, proprio niente”.
La sera, vendetta di Montezuma per il mio ardire: glicemia alta, rinforzo di insulina prima di andare a letto. Così impari, donna.
È un periodo in cui ho bisogno di coccolarmi un po’. Col cibo non lo posso fare, visto che nonostante insulina et similia continuo ad essere a regime dietetico strettissimo, per cui cerco vie alternative. Tipo festeggiare Halloween quanto meno con una zucchetta e una tovaglia in tema, oppure cercando di vestirmi carina, compatibilmente col mio essere balena, quando vado in giro per visite ed esami vari.
Ma qual è il modo principe con cui si gratifica una donna che non può mangiare?
Questo
