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Calciomania

Da bambina, per un po’ ho finto che il calcio mi interessasse. È che quando tutti intorno a te sono eccitati per qualcosa, poi ti viene naturale, specialmente se sei piccolo, cercare di adeguarti. Ho tifato Roma, ho tifato Sampdoria (l’anno dello scudetto), infine mi sono attestata sulla Lazio. Ma la verità è che me ne frega davvero poco. Non è snobismo. È proprio che le partite non mi divertono particolarmente. Mi piace il rito che c’è intorno. Guardare la nazionale con gli amici ha sempre il suo perché, ma finisce là. Mi piacciono altri sport, tipo il nuoto, che mi rendo conto che a tutti sembrerà infinitamente più palloso del calcio, ma tant’è.
In famiglia, ovviamente, le cose non vanno così. Giuliano non è esattamente un ultrà, ma tifa per la Roma. Spesso compra la partita per vederla in tv, segue il campionato. Per cui, quando hanno offerto a mio padre due biglietti omaggio per la partita Roma Palermo, Giuliano si è affrettato a dire che sì, la cosa gli interessava. Gli interessava molto.
Ora, come tutti gli ignoranti di calcio, la mia immagine dello stadio è un posto dove la gente va a menarsi la domenica, per cui la mia preoccupazione principale era la collocazione dei posti omaggio, perché anch’io nella mia ignoranza so che c’è la curva, poi ci sono i distinti, poi c’è la tribuna.
Ci avviamo allo stadio, parcheggiamo a Viterbo, e dopo una piacevole maratona, trafelati arriviamo nel posto dove ritirare i biglietti. Li prendiamo, e ci avviamo con la fiumana umana verso l’Olimpico. Ora, ignorante sì, ma all’Olimpico c’ero già stata in passato: a sentire la lirica e un paio di volte per il Golden Gala. Comunque, arriviamo, e i nostri posti non esistono sul tabellone con la mappa dello stadio. Restiamo perplessi. Ci avviamo comunque verso la tribuna Montemario, che mi dicono essere il posto più chic dell’Olimpico. Cominciamo ad intravedere hostess tacco 12 rigorosamente sopra il metro e settanta e sotto la 42. Intimoriti, ci avviciniamo a chiedere lumi.
“Più avanti, dopo le vetrate”.
Avanziamo, e praticamente tagliamo tutta la tribuna Montemario. Ma ingressi non ce ne sono. Tranne due. Uno con su scritto Ingresso Autorità, e lo scartiamo, l’altro appena appena meno figo del precedente, ma comunque farcito di hostess in tailleur nero. Sarà lì?
Sempre più intimoriti, entriamo e chiediamo ancora a una hostess. Considerate che il nostro look per la vita di tutti i giorni va sul casual assai spinto, che, unito alle nostre tipiche facce da bravi ragazzini, ci fa scambiare sempre per pischelli sottoproletari. Comunque, la tipa vede i biglietti, ci fa un gran sorriso e ci dice: “Sì, è qui, dietro questa parete salite le scale”.
E lì campiamo. I famosi biglietti sono nell’area vipppppppps. Ops. E infatti non puoi fare mezzo metro senza imbatterti in hostess e steward usciti da un catalogo di Dolce e Gabbana, sempre sorridenti e sempre pronti a darti indicazioni. Come se non bastasse, prima dell’accesso allo stadio c’è un’ampia sala con buffet, che io mi limito a rimirare da molto lontano, visto che ho già mangiato ma la fame non mi manca mai. E, finalmente, i posti.
Sono piccoli palchi con mezzi muretti in compensato, stile open space, da una decina di posti l’uno. Dentro, nessun sedile proletario, ma lussuosissime poltrone da cinema con tanto di porta vivande. Nella mia ci entrerebbero due me, e starebbero anche comode. Davanti al palco, un frigobar e uno schermo LCD che mostra la partita. Davanti, i giocatori ad uno sputo. Sulla destra, a cinque metri di distanza, Totti e il figlio in un palco uguale al nostro. Giuliano si esalta, io mi sento come un nobile francese durante la Rivoluzione. È che non mi abituo mai a cose così, anche se il mio lavoro mi ha messo svariate volte in situazioni del genere.
Comunque. A questo punto suppongo vorrete sapere com’era la partita. Io il calcio non l’ho mai visto live, e devo dire che l’azione combinata della poltrona da cinema e del televisorino mi hanno dato l’impressione che fossi a casa sul mio divano. Non ho percepito una sostanziale differenza tra lo star lì o davanti al televisore. A parte la gente. Ecco, la partita è un rito collettivo. Come quando vai ad un concerto. Certo, senti meglio la musica col cd sul tuo fido stereo casalingo, ma vuoi mettere essere lì, con la musica che ti batte nello stomaco, con migliaia di altre persone che urlano e cantano con te, e sfogarti, ballare, cantare…È tutta un’altra cosa. Così, il composto silenzio intorno a noi – a parte un ragazzo mio vicino che s’è sbracciato tutto il tempo a dare indicazioni ai giocatori, “tirala là! Quello lì è libero! Di qua!” – si opponeva il boato della curva. Una cosa allucinante. Migliaia di voci che gridano all’unisono, braccia tese nella stessa direzioni, piedi che fanno tremare l’intero stadio battendo il ritmo sul cemento. La forza della folla, insomma, che tante volte ho avuto modo di vedere, e temere. Ti esalta e ti spaventa. E soprattutto ti trascina. Perché alla fine, niente, ho iniziato a tifare. Debolmente, ma mi era impossibile resistere. Dovevo fare come gli altri, se riuscite a capirmi. E non è che d’improvviso ho cambiato fede calcistica, o ho iniziato ad interessarmi al calcio. È solo che la folla è potente, canta un canto irresistibile. È per questo che le masse fanno le rivoluzioni.
E insomma, niente, mi sono divertita, tutto sommato. È stata un’esperienza. Forse lo rifarei anche, pensa te. Ma, nonostante il mio esempio, Giuliano mi ha giurato che non verrà mai con me allo stadio a vedere la Lazio.

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Amarcord

Sabato 15 ottobre, mentre a Roma andava di scena la rivoluzione, io ero ad un matrimonio. E non un matrimonio qualsiasi, ma quello della mia migliore amica del ginnasio. Eravamo inseparabili. Passavamo i pomeriggi insieme, ci dicevamo tutto, condividevamo sogni e amori. Ci facevamo anche grandi promesse che saremmo rimaste sempre amiche, che non ci avrebbe mai separato nessuno. Poi, come mi è successo troppe volte nella vita, è arrivato il tempo: siamo cambiate, siamo cresciute, e lentamente ci siamo allontanate. Mi sono trovata un nuovo amore, praticamente antitetico al ragazzo che mi piaceva al ginnasio, sono diventata sempre più la piccola snob E.A.M. (Estranea Alla Massa, come scrivevo sul mio diario con una prosopopea che si può perdonare solo perché ero una ragazzina) che tanti ragazzi sono a quell’età lì e ci siamo perse di vista. Dopo il mio trasloco – prima vivevo nella casa di fianco alla sua – ha dato il colpo di grazia al nostro legame, e ci siamo un po’ perse di vista.
Il suo matrimonio per certi versi è stato un’esperienza lisergica. Al ristorante, schierato in fila, c’era il mio passato. Le figlie del mio vicino di casa, che ricordavo bambine, sono diventate due bellissime giovani donne, che per di più mi leggono anche. La madre stentavo a riconoscerla, sembrava un’altra persona. I bambini erano tutti diventati ragazzi, le persone anziane erano tutte appesantite. E io mi sentivo invece ferma ad un’altra epoca. Sebbene tutto fosse così disperatamente cambiato, avevo l’impressione di essere tornata indietro nel tempo. Io ero ferma a sette anni prima, quando avevo traslocato. O forse a prima ancora, a quando ero una ragazzina tremebonda delle superiori, infagottata in camicie extralarge e con l’apparecchio ai denti. Perché tra tutti gli invitati c’era proprio lui, il ragazzo che mi piaceva al ginnasio.
Non lo vedevo da quasi quattordici anni. In quattro anni in cui abbiamo calcato lo stesso pavimento in linoleum, nel nostro liceo, avremo parlato quattro volte. Le ho tutte registrate sul mio diari dell’epoca, un’orrenda agenda di un begiolino senza personalità. Se mi sforzo, riesco a ricordarmele una ad una. E ricordo le sensazioni che provavo all’epoca, la paura e l’eccitazione di quella prima cotta senza speranza, che mi sembrava la cosa più grande e importante del mondo.
I ricordi che ho di lui si fermano al ginnasio: al liceo avevo già iniziato la mia storia tira e molla col violinista, e di quel ragazzo che mi piaceva solo pochi mesi prima mi ero completamente dimenticata. Non so neppure esattamente dove stesse e cosa facesse mentre io consumavo tutto il rito classico della prima dichiarazione, il primo bacio, la prima delusione d’amore.
Ebbene, per un attimo, quando l’ho intravisto nella folla, mi è sembrato identico ad allora. Ed è stata quest’illusione a farmi sentire per un istante solo in imbarazzo come allora. Pochi secondi, e il tempo si è ripiegato su se stesso. Come allora lui mi ignorava, come allora io mi sentivo in imbarazzo. E poi…e poi niente. Poi passato e presente hanno ripreso ciascuno il loro posto: lui è invecchiato, come me, del resto, e io ho preso tutta un’altra strada, io non sono più la stessa persona di prima. Ho ricominciato a fare foto, come mio solito, sono tornata ad ossessionarmi col cibo – mangio troppo, queste quante calorie saranno, guarda che cosce che mi ritrovo – ho seguito Irene nel parco, ho baciato Giuliano tra i castagni.
All’epoca, eravamo tutti assetati di giustizia, eravamo convinti che avremmo fatto la rivoluzione, e ci infervoravamo alle assemblee d’istituto. Sfilavamo alle manifestazioni, e a volte finiva male. Proprio come i ragazzi che in quello stesso istante, mentre noi celebravamo quel matrimonio, le stavano dando e le stavano prendendo in piazza. Di tutta quella rabbia, di tutto quel desiderio di essere diversi, era rimasto solo il cerchietto strano che indossavo quel giorno, quello con “l’uccello morto”, come lo chiama affettuosamente Giuliano. Il mio tributo ad un’epoca lontana mille e più anni. Resta qualcosa di quel che è stato, di quel che eravamo? Io credo di sì. Quella rabbia, diversa, più adulta, me la porto ancora dentro, e sarà sempre con me. In un angolo della mia mente, nei miei cappelli, nelle mie scarpe colorate, in quel che scrivo, sono ancora la ragazzina che un giorno si alzó in piedi in assemblea – era la prima volta che lo faceva – ed ebbe il coraggio, col cuore a mille, di dire qualcosa che nessuno, lì dentro, condivideva. E come allora, mi prendo i fischi, tiro le maniche della camicia a coprire le mani, ma non smetto di credere che le parole sono armi.

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annegando

Roma allagata è uno dei miei ricordi più antichi. Non so nemmeno quanti anni avessi. Ho in testa quest’immagine di me assieme ai miei genitori, in macchina, mentre le vie sono un unico fiume in piena.
Da allora, a quel ricordo se ne sono sommate decine di altri. Ogni volta che piove, Roma si allaga. È matematico. E non stiamo parlando di semplici pozzanghere. Stiamo parlando di vie con dieci centimetri d’acqua che scorre, di guadi nei quali automaticamente le macchine affogano. Stiamo parlando di morti.
Stamattina mi sono svegliata con un tuono tremendo, per altro dopo una nottata in bianco perché Irene è stata male. Quando mia madre arriva a casa mia, è zuppa. Tempo dieci minuti, e mi chiama mio padre trafelato, dopo due ore e mezza di viaggio per fare venti chilometri, parlandomi di scene apocalittiche. Il risultato è che sono bloccata a casa. Dall’università non mi arrivano notizie: nessuno dei miei colleghi è online. Almeno qui, al quarto piano, l’acqua non arriva. Ma so di gente con la casa allagata e senza corrente.
Non è normale che in un paese che appartiene al lato fortunato succedano cose del genere. A Monaco andavo a lavorare con la bufera, treni, tram e autobus passavano senza problemi, una volta soltanto si sono congelati i binari e il tram è arrivato in ritardo. E intanto il bilancio è di un morto e un disperso. Un morto di pioggia. A Roma, in questo paese, si muore di pioggia.
Guardo fuori alla finestra, e penso che non solo questa città, ma quest’intero paese sta affogando. Dal grande al piccolo, niente funziona più, e mentre perdiamo un pezzo dopo l’altro, nei palazzi del potere chi dovrebbe cercare di salvarci porta a termine il sacco del paese, razziando tutto quanto è rimasto.
Non so se questa botta di pessimismo mi viene fuori dalle troppe immagini di violenza di questi giorni, o da questo cielo gonfio di pioggia. Il fatto è che sono stanca. Stanca delle cose che non funzionano, nessuna, stanca della mancanza di prospettive, stanca di ogni piccola cosa che diventa gigantesca.
E intanto aspetto. Di capire cosa fare oggi, se posso azzardarmi fuori da casa o è meglio che resti qui. Aspettiamo tutti, e forse lo facciamo da troppo tempo.

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vento

Scendo dalla macchina tra il rassegnato e l’affaticato. Ho fatto palestra, e mi sento ancora la stanchezza addosso. Mi avvio attraverso il parcheggio dell’università a capo chino. Poi, mentre mi avvicino al viale alberato, alzo gli occhi. Manco da solo un giorno, ma già tutto è cambiato: il giallo dei platani è vivo, intenso. Poi, un colpo di vento. Le foglie si staccano, rotolano a terra, mi tagliano la strada, come un’onda di risacca quando c’è mareggiata. Per un istante mi sembrano vive, e rimango ferma e guardarlo passare, questo mare d’autunno. Sorrido tra me e me, mentre il vento di quieta, le foglie si fermano. È che a volte semplicemente ci dimentichiamo di cercarla, la bellezza.

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Rabbia

Confesso che all’inizio, di quel che è successo a Roma sabato, non avevo capito niente. Ho detto la mia senza avere elementi a sufficienza. Purtroppo non è neppure la prima volta che mi capita. Comunque. Sull’argomento è stato detto tutto, quel che posso aggiungere io è solo chiosa, o riassunto del pensiero d’altri. Al di là di ogni altra cosa – del movimento che sceglie le sue forme di lotta, della violenza che non si può condividere, dell’immagine della madonnina spaccata sparata a piena pagina da tutti i giornali per farti salire la lacrimuccia e inveire contro i manifestanti cattivi, e di conseguenza dell’argomento che la violenza dei pochi ha oscurato nei media le ragioni dei molti – però a me, dopo una giornata passata a leggere i racconti di chi c’era, le riflessioni di chi conosce i movimenti e via così, restano le parole di un mio amico, qualche sera fa a casa mia: “io quelli che spaccano tutti li capisco, e se potessi farei come loro”.
Ecco. Quanti la pensano come il mio amico? Voi vi riconoscete in quel che dice? E considerate che non è un anarchico, non è un “antagonista”, non frequenta i centri sociali, non è insomma il tipo che vi immaginereste svellere un sampietrino alla strada per tirarlo in testa ad un celerino. Non è neppure uno che fa politica attiva.
Perché la questione è tutta qua. La rabbia di sabato è la rabbia di molta altra gente? È condivisa, diffusa, permea la società a questo livello? Perché anch’io sono arrabbiata, anch’io sono frustrata, anch’io ho la nausea. Ma, lo confesso, non scenderei in strada a frantumare la filiale di una banca. E voi? La risposta cambia ogni cosa. Fa la differenza, profonda, tra l’atto di vandalismo che nasce e muore in un pomeriggio, e qualcosa di più profondo, una rabbia di classe vera, che non coinvolge solo chi allo scontro è abituato, ma tutti, anche gli insospettabili. Gente che ritiene che la misura sia colma, e che non ci sia nessun’altra via per il cambiamento che la violenza. La rivoluzione, insomma, per un usare un termine un po’ romantico.
Io non lo so se alla prova dei fatti il mio amico lo prenderebbe in mano, quel sampietrino. Ma se fosse pronto a farlo, mi augurerei che ci fosse qualcuno che gli fornisse una valida alternativa per indirizzare la sua sacrosanta rabbia, per veicolare in forme diverse il suo giustissimo dissenso. Perché non nego che ci siano dei momenti storici in cui non c’è altra via che la violenza – che so, la guerra civile del ’43 -’45 – ma non mi sembra questo il momento. Né mi pare che dare fuoco ad una camionetta dei carabinieri scalfisca di una virgola il sistema economico e politico che ci ha portato dove siamo. E una rabbia che si sfoga sui bersagli sbagliati è una rabbia sterile, gettata inutilmente al vento.

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Chiedo lumi

Mi rendo conto che di recente questo blog si è concesso un po’ troppi spazi da comizio, con me che dicevo la mia urlando le mie ragioni e voi che stavate a sentire. Per cui, stavolta, vi chiamo a raccolta. Sì, vi chiedo proprio un parere.
Fin qui, ho sempre cercato di tenere Irene fuori da certi stereotipi: pochi vestitini frufru rosa, le Winx ad almeno 200 metri di distanza da casa mia, giochi possibilmente senza connotazione di genere. È che le pressioni sociali ad essere una “brava bimba” mi sembrano così forti che voglio cercare di riequilibrarle mostrando a Irene che può essere quello che vuole, indipendentemente dal sesso. Va pure detto che ad un anno e mezzo la cosa è abbastanza facile, i problemi verranno quando capirà che lei è una bambina e il mondo si divide tra maschi e femmine…Comunque. Tutto questo cappellotto per dire che a me i giocattoli “da femmine” e quelli “da maschi” hanno sempre dato fastidio. Voglio dire, se a me va di giocare ai Lego, perché mi devono regalare le Barbie? Tanto per dire, io non ho mai giocato a far la mamma coi bambolotti. Non mi interessava, semplicemente. Preferivo fingere di essere una giornalista, fare il guerriero medievale o dio solo sa che altro. Solo che Irene ci guarda, e dopo averci guardati, ci imita. E adesso ha questa fissazione del pulire. Prende la scopa e dice “puisci”, e comincia a ramazzare casa. Ha visto me e mia madre farlo, e vuole provarci anche lei. Così, tra i suoi giochi hanno iniziato a spuntare ferri da stiro, scopette, un finto aspirapolvere (quello che uso io la fa impazzire fin da quando era piccolissima). Solo che ogni volta che ce la vedo giocare, mi domando se è cosa buona e giusta. Le starò mica tirando su una piccola casalinga? Sarà mica che il ferro da stiro giocattolo è l’ariete col quale il sessimo farà il suo ingresso a casa mia?
Solo che lei si diverte. Suppongo le piaccia perché la fa sentire grande.
Il dramma si presenta per il compleanno. Da brava madre che scarica sulla figlia i propri desideri frustrati – sob… – vorrei regalarle una casetta di quelle di plastica. Era il mio sogno da bambina. Ho sempre voluto la casetta. La volevo così disperatamente che me ne inventavo una sotto la scrivania della mia camera, coprendola con un lenzuolino che era il mio più fedele compagno di giochi (mi ci sdraiavo sotto per riposarmi, ci disegnavo su la facciata di una casa, me lo drappeggiavo addosso per fingere che fosse un vestito…ce lo avessi ancora probabilmente me lo tirerei dietro anche adesso). E insomma, siccome in vacanza ci ha giocato, e le piaceva, gliela vorremmo regalare. Solo che Giuliano, l’altra sera, è venuto da me col catalogo di Imaginarium in mano.
«Non costasse così tanto, io per il compleanno le regalerei questa» mi ha detto.
Butto l’occhio. Ovvove e vaccapviccio. Una cucina. Una cucina giocattolo di legno coi pensili, il piano cottura, il frigo, il forno. Fulmino Giuliano con lo sguardo.
«Ma…ma…è sessista…».
«Sì, ma pensaci. Lei in cucina si diverte sempre ad aprire i cassetti, a frugare nel frigo, a ficcarsi nella lavastoviglie…sai come si divertirebbe con questa».
E lì ho capito che a Irene sarebbe piaciuta un sacco. Ma veramente.
Per cui, dopo tutte queste righe di delirio, la domanda: voi mamme, e voi figlie, come vi regolate coi giocattoli dotati di connotazione di genere? Da piccole vi hanno regalato la Barbie e adesso sognate di fare le veline? Alle vostre figlie solo meccano e pupazzi dei Gormiti?
Esprimetevi, gente, esprimetevi.

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Semplicemente mamma

Ho cominciato a capire cosa significa oggi per la società essere madre quando ho smesso di allattare. L’allattamento mi piaceva, e avrei voluto continuare fino al sesto mese di Irene, ma purtroppo lei non cresceva e io di latte ne avevo poco. Così sono passata al latte artificiale. Nonostante nessuno intorno a me, pediatra compreso, abbia mai fatto un commento sul mio smettere di allattare, mi sono sentita in colpa. Perché, mentre all’epoca di mia madre si preferiva di gran lunga il latte in polvere, oggi sembra che il latte artificiale sia il male. Iniziai a pensare che avrei esposto Irene alle malattie, che da grande sarebbe diventata obesa, e chissà quali altre tragedie. Perché essere madre (mai essere padre, e la cosa è significativa) al giorno d’oggi non ti viene presentato come una scelta di vita valida quanto un’altra, ma come una missione: la missione di allevare figli sani e perfetti, che un giorno salveranno il mondo.

È sempre colpa della madre. Se partorisci con l’epidurale, non ti attaccherai al bambino, perché il dolore serve a formare questo legame. Se non allatti a richiesta tuo figlio avrà problemi affettivi da grande. Se non lo mandi subito al nido ti starà attaccato alle gonne fino a diciotto anni. Anzi no, se la mandi la nido ti verrà su bisognoso di affetto.
Qualsiasi cosa la madre faccia, avrà ripercussioni drammatiche sul futuro del figlio: l’errore non viene più percepito come qualcosa di inevitabile, connesso al processo che forma l’immagine che una donna ha di sé come madre. No, è una tragedia. E per avvalorare la cosa, si sventolano studi di vario genere, ignorando che la maggior parte di essi si contraddicono l’un l’altro, o sono basati su campioni statisticamente insignificanti.
Ecco, alla fine è successo che ho smesso di stare a sentire le sirene dei libri, dei siti dedicati, delle riviste specializzate. Perché credo che un figlio possa avere qualche chance di venir su equilibrato solo se le persone che si occupano di lui stanno bene prima di tutto con se stesse. E una madre terrorizzata dall’idea di sbagliare non sta bene con se stessa.
Mi piacerebbe che questa storia della maternità venisse desacralizzata. Basta. Far la madre non è una missione, non è un lavoro che annulla qualsiasi cosa la donna sia stata prima del parto. Far la madre è prima di tutto uno dei mestieri più praticati al mondo. E siccome in giro non vedo torme di psicopatici, ma al più gente maleducata, direi che è un mestiere accessibile a tutti, e che gli errori, inevitabili, forse fanno più bene che male.
Dare la vita ad Irene è stata probabilmente la cosa migliore che abbia mai fatto in vita mia. Non pensavo sarebbe stato così bello. Ma Irene ha aggiunto molto alla mia vita, non ha annullato tutto quello che ero prima. Io sono ancora la moglie, la scrittrice, l’appassionata di fumetti, libri, telefilm e cinema, l’astrofisica, spesso anche la ragazzina. E ciascuna di queste figure è uscita modificata dall’incontro con Irene, ma continua ad esistere in me. E io non mi sento, non mi voglio sentire in missione per conto di dio. Io sto facendo quel che mia madre, che mia nonna, che migliaia di donne prime di me hanno fatto, con alterni successi, magari, ma quasi sempre riuscendo ad educare adulti pronti alla vita. E non sono sola. C’è mio marito, che pesa nella vita di mia figlia esattamente quanto peso io, che fa proprio quel che faccio io, la lava, le dà da mangiare, le cambia i pannolini, la ama. Non perché sono donna e l’ho portata in grembo nove mesi, penso di avere su di lei maggiori diritti di Giuliano, o credo che il nostro rapporto sia diverso o più profondo. Le differenze che c’erano tra me madre e lui padre sono finite quando ho dato l’ultima spinta, quel giorno freddissimo di quasi due anni fa.
Mi piacerebbe un mondo in cui la madre è sostenuta nelle sue scelte dalla società: un posto dove quella che partorisce appesa ad una corda cantando in sanscrito sia considerata madre esattamente quanto la donna che partorisce in ospedale con l’epidurale. Un mondo in cui si aiuti la donna a trovare la sua dimensione come madre, senza che le si imponga dall’esterno un modello preconfezionato cui sia tassativo adeguarsi. Sogno un mondo in cui una madre è esattamente identica ad una donna che non ha mai avuto figli. Ma mi rendo conto che la tolleranza non aiuta a vendere libri, e terrorizzare la gente è molto più utile al sistema che renderla libera.
Io, comunque, nel mio piccolo combatto la mia battaglia quotidiana, affidandomi ai consigli delle persone cui voglio bene e imparando insieme ad Irene questo nuovo mestiere.

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the power of carnazza

Come vi dicevo qualche tempo fa, sono tornata su Flickr. Ho selezionato alcune foto vagamente guardabili del mazzo di migliaia che ho – escludendo le uniche degne di condivisione, che puntualmente ritraggono primi piani di Irene, e abbiamo deciso che sarà lei, con l’età della ragione, a decidere se e quando farsi vedere in rete – e le ho pubblicate. Un paio non dico che mi soddisfano, ma mi fanno meno schifo delle altre. Vedo però che i miei gusti non coincidono con quelli dei visitatori. Perché, più o meno dal momento in cui ho pubblicizzato il mio account Flickr con online, è partita un’agguerritissima lotta tra due sole foto: questa, e questa. Sono in assoluto quelle con più visualizzazioni. E si capisce anche il perché.
È il potere della carnazza. Uno è infatti mio marito, senza maglietta, che dorme, l’altra sono io a schiena nuda. Ok, magari la foto di me a schiena nuda è anche carina – e infatti l’ha scatta mio marito – ma quella di Giuliano al massimo al massimo è tenera per me che sono la moglie. No, è proprio la dittatura dei centimetri di carne scoperti. Il testa a testa è emozionante: un giorno salgo su io nelle visualizzazioni, poi arriva qualcuno che apprezza di più le grazie maschili e sale Giuliano, e così via da una settimana e passa. Al momento in cui sto scrivendo questo post siamo in perfetta parità: schiena michelangiolesca 335 visualizzazioni, bell’addormentato 335 visualizzazioni. Neanche Miss Italia, davvero.

P.S.
Il titolo è ispirato ad una nota canzone, di una nota cantante, la cui biografia sto leggendo con gusto in questo periodo, scritta da un’altra nota conoscenza di chi frequenta questo blog…

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Si ricomincia

Tra vacanze mie e dei miei, malattia di Irene e inserimento all’asilo, alla fine sono rimasta lontana dal mio ufficio per un mese. Certo, ho lavorato da casa, ma è diverso. Così, oggi, sono tornata all’università, e la sensazione è davvero quella del primo giorno di scuola.
Quest’idea che l’anno cominci a settembre non mi è mai passata dai tempi in cui ancora ero una studentessa. Il 1° gennaio, certo, ma il momento in cui facevo davvero bilanci, in cui le cose cambiavano, era sempre settembre. Via con quella specie di lungo carnevale che era stato l’estate, in cui avevo provato ad essere diversa dal solito, durante la quale erano successe mille cose, e via con un nuovo anno di scuola, fatalmente diverso da tutti i precedenti. L’inizio della scuola era sempre qualcosa di epocale.
Così anche oggi. Mi ritrovo nel mio ufficio, circondata dalle solite cose – la statuina di Emily, la foto con Leo Ortolani – ma tutto mi sembra sottilmente diverso. Guardo le foto dei miei colleghi ad un recente congresso a cui io non ho potuto partecipare, e sento che le cose stanno cambiando. In fin dei conti, a dicembre mi dottoro, è un momento importante, e forse davvero questo è un settembre speciale.
La vita ricomincia, l’aria la mattina è sempre più fresca, e domani torno anche in palestra. La mia vita si assesta su nuovi binari, senza scossoni, un passo al giorno. Si ricomincia.

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Ferie d’agosto

Qui, dopo un po’, sembra esista solo questo golfo e il mare. Il resto del mondo è tagliato fuori, e potrebbe non esistere. Lo sguardo resta incagliato tra gli scogli rossi e i mirti, nella mezzaluna di questo mare di cristallo. Le case giocano a nascondino tra oleandri e bouganville, dietro di noi il nulla, davanti il mediterraneo.
Trascorro le giornate nella stessa routine rigida che mi impongo ovunque vada, qualsiasi cosa faccia: mare, cibo e lavoro si alternano a stretto giro. Resto a mollo più che posso, perché quando sono in acqua per una volta non mi sento goffa, grassa o brutta: scivolo via lieve, muovendomi esattamente come voglio là dove gli altri annaspano, sguazzano. Mi apro il passo nel verde del mare o nel blu della piscina, e macino metri su metri, finalmente ricondotta in unità.
La rete va e viene. Ma non ha molta importanza. La uso solo per lavoro. E per lasciare qui quattro inutili righe.

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