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3
agosto 2010

Ieri sera ho visto Amadeus. Lo vidi la prima volta da bambina, ma dovevo essere piccola, perché ricordo solo due cose: Salieri insanguinato all’inizio del film e Mozart che rideva di continuo con uno scemo. Ma il film in qualche modo doveva aver colpito il mio immaginario di bimba, perché avrei sempre voluto rivederlo. Approfittando del giornatone cinema di Sky per l’inaugurazione dei nuovi canali HD, l’ho fatto.
Ora. Ci sarebbe da parlare per giorni di questo film. Che è un capolavoro. Poco importa che la ricostruzione della vicenda Salieri Mozart non sia fedele alla realtà dei fatti. Amadeus è un apologo. Una lunga, ironica, grandiosa, sofferta riflessione sulla vita. Sì, sull’invidia, sul talento, su Dio. Ma soprattutto sulla vita. Sull’ingiustizia della vita.
Già il titolo dice tutto. Amadeus. Amato da Dio. Che poi sarebbe la traduzione letterale del secondo nome di Mozart, Theophilus. In latino, appunto Amadeus. E fin dall’inizio Salieri lo vede così. Un figlio eletto di Dio, addirittura una sua incarnazione. Un fanciullo “vanaglorioso, libidinoso, sconcio, infantile”, un uomo senza qualità, che però Dio ha investito di un talento sovrumano. Ed è qui il busillis, un busillis molto umano, che tutti ci sentiamo di comprendere: perché Mozart sì e Salieri no? Perché Salieri, che ha desiderato la musica per una vita intera, prendendola come sposa in una vita di castità, che si dedica alle note con un rigore da asceta, non riesce a scrivere quella stessa musica che Mozart non fatica neppure un po’ a produrre, che gli viene fuori dalla testa già perfetta, già conclusa, già sublime? A pensarci bene, questo è il problema dell’esistenza.
Ciascuno di noi ha dei sogni, delle aspirazioni. In qualche caso sono velleità artistiche. Ma la stragrande maggioranza di noi non ce la fa. Deve scendere a patti con le proprie capacità, coi propri limiti. E succede che per quanto si ami profondamente fare qualcosa, quella sia, guarda un po’, l’unica cosa che non siamo in grado di fare. Che è una cosa che porta dolore, certo, ma si potrebbe anche sopportare. Se non fosse poi che viene fuori qualcuno che invece quella cosa la fa benissimo, senza alcun merito, senza anni di studio, di impegno, senza sacrificio. Me ne vengono in mente di casi del genere. Dov’è la giustizia in questo?
Il talento è immeritato. Sempre. È un dono che qualcuno ha, e qualcun altro no. Non c’è alcun merito nell’averlo. È come nascere con gli occhi azzurri invece che neri. Un capriccio del caso. Qualcosa che ti scende dal cielo. È incredibile quanta tragicità ci sia in una constatazione simile. Una tragicità che il film, nel suo andamento quasi farsesco, coglie in pieno. Meravigliosa in questo senso è una delle scene finali, con Mozart che detta a Salieri alcuni brani del Requiem. Salieri si affanna a star dietro alla dettatura di Mozart, ma non ci riesce, non ce la fa, non capisce. Perché il talento è incomprensibile, un mistero. Chi ce l’ha appartiene ad un’altra razza, che partecipa del futuro. Salieri è un gran compositore, ma è radicato nel presente. Mozart no. Mozart è avanti, ragiona in un modo che per i suoi contemporanei è incomprensibile (l’imperatore che si lamenta che Le Nozze di Figaro hanno “troppe note”). E così Salieri, che pure per tutto il film è stato benedetto (o meglio maledetto) da un’altra forma di dono, la capacità – unico tra i suoi contemporanei – di comprendere fino in fondo il genio di Mozart, quando entra in contatto con la sua genialità si rende conto di quanto essa sia inafferrabile, inspiegabile, irriducibile ai canoni della musica dell’epoca. Ed è in quella scena che finalmente i due si toccano per davvero: Salieri che succhia via la linfa creativa di Mozart, e non è più per rubargli la sua ultima composizione, ma per sentirsi – in un modo larvato e triste – partecipe di quel genio, e Mozart, che in tutta la sua tracotanza, in tutte le sue pose da rockstar (perché alla fine Forman così ce lo mostra, una rockstar del ‘700 con tanto di vita dissoluta, alcool e debiti a palate), in fin dei conti è alla disperata ricerca dell’approvazione di qualcuno (“pensavo che di me e della mia musica non vi importasse…perdonatemi”).
Grandioso. Grandioso e tragico.
Poi, ovviamente, su questo tema portante se ne innestano una miriade di altri, proprio come in un pezzo orchestrale. Il rapporto tra un uomo e i propri miti, per dire. In fin dei conti, il vero peccato di Mozart è quello di non corrispondere all’immagine ideale che ne ha Salieri. Salieri s’immagina un uomo sul cui viso, nei cui atteggiamenti in qualche modo il talento abbia lasciato un segno. E invece si trova davanti un ragazzino che rincorre un paio di tette. Dimostrazione di un’altra grande verità: il genio non ci fa migliori. Si può essere straordinari musicisti, grandissimi scrittori, ed essere al contempo persone piccole piccole. Occorrerebbe saper accettare l’umanità dietro il mito, ma la maggior parte della gente non ne è in grado.
Oppure il tema continuo di Dio che truffa l’uomo, lo induce in tentazione per il proprio diletto, prima lo illude, e poi lo punisce. O ancora il rapporto tra vita e arte. Salieri non vive, e la sua arte è povera, sterile, ridotta al rispetto dei canoni dell’epoca, Mozart fa la vita del dissoluto, e la sua musica palpita di vita e di divino. E poi il rapporto coi padri, la follia…un sacco di cose. Messe in scena in un modo grandioso, sostenute da grandissime prove attoriali. Un film che dura tre ore, ma alla fine ti pare ne sia passata al massimo una.
Io non ho mai amato particolarmente Mozart. Qualcuno una volta mi prese in giro, chiedendomi se fosse perché c’erano troppe note. Non è quello. È che è un po’ troppo allegro per i miei gusti. Non a caso l’unica sua cosa che mi piace molto è il Requiem, che è giustamente deprimente, e tutto sommato anche poco riuscito. E nonostante io sia decisamente una Salieri, e questo senso schiacciante di mediocrità me lo porto addosso sempre, come un vestito un po’ stretto, non ho potuto fare a meno di tifare per l’enfant prodige per tutto il tempo: perché il talento ci attrae, il suo essere misterioso, indecifrabile, ci parla di una dimensione altra, ci avvicina, davvero, al divino.
Il film è stato ridoppiato. E te pareva. Ma io tanto non ricordo il doppiaggio originale. E poi devo dire che Max Alto fa veramente un lavoro bello bello bello in modo assurdo.

15
luglio 2010

Ieri sera ho finito di leggere La Strada di Cormac McCarthy. Leggo un libro del genere e mi rendo conto di quanto tutta la storia dei generi, del target e via così sia fuorviante, buona per le case editrici e per i librai per disporre i volumi negli scaffali, ma inutile se non dannosa per il lettore che ha fatto la sua scelta. Un libro è un libro, alla fine non mi interessa la modalità espressiva che l’autore sceglie: l’importante è la sostanza.
Perché questo preambolo. Perché direi che La Strada possa ascriversi al ramo della fantascienza. Ma che appena l’ho realizzato, ho anche concluso che ce ne frega proprio nulla del genere di appartenenza: in fondo, La Strada è un libro d’amore. La trama in due righe: un uomo e suo figlio, un bambino, entrambi senza nome per tutto il corso della narrazione, si muovono in un mondo desolato, colpito da una qualche tragedia mai meglio specificata (apocalisse nucleare? Catastrofe naturale?) che ha sterminato quasi ogni forma di vita, fatta eccezione per pochi, sparuti uomini, ridotti alla stregua di animali. I due vanno verso sud, verso il mare, dove sperano di trovare condizioni di vita più facili. Il resto, è l’elegia di un mondo morente, impazzito. Di tutto ciò che conosciamo come vita, non è rimasto nulla. La bellezza è completamente bandita da una terra dilavata, bruciata fino all’osso, ridotta ad un immenso cimitero polveroso. Cadaveri ovunque, tracce decomposte del mondo che fu: case disabitate, strade deserte, fiori ridotti in cenere. Questo è il mondo nel quale i due protagonisti si muovono, e cercano di sopravvivere.
McCarthy non ci risparmia nulla del rosario dell’orrore: cannibalismo, neonati massacrati, in un crescendo di crudezza via via più disturbante. Leggere questo libro non è facile, vi avviso: colpisce duro e a fondo. La catastrofe ha ridotto l’umanità alla sua essenza, e questa essenza non può che essere crudeltà, orrore, follia. La dinamica dei rapporti si è ridotta all’essere preda o predatore: i deboli muoiono e vengono consumati, i forti sopravvivono a un prezzo sempre più alto. Solo l’uomo e il bambino rompono questa logica.
Non hanno altro che se stessi, l’uno l’amore dell’altro, eppure hanno tutto. Si muovono nella disperazione, certi della propria fine, guidati solo dall’affetto che li lega. L’uomo vive solo per il bambino; il bambino ha nel padre l’unica ragione d’essere. Ed è proprio questo legame profondo e commovente che fa sì che questo non sia più un libro su due disperati che vivono l’apocalisse: questo è un libro su un genitore e un figlio, qualsiasi genitore, qualsiasi figlio. La costanza, la pazienza con cui l’uomo ritaglia per il bambino istanti di normalità, in cui gli mostra gli ultimi scampoli di meraviglie che non ha mai conosciuto (il bambino è nato nei giorni della tragedia) è la stessa con cui ciascuno di noi educa i propri figli, consegna loro la staffetta di questo mondo e il bagaglio delle proprie esperienze di vita. Sebbene mia figlia sia piccola, ho rivisto me stessa nell’uomo, il mio desiderio di condividere con lei anche quello che ancora non può capire, perché io so che può già sentirlo.
Al contempo, il libro è un cammino iniziatico (anche se dicendo questo rischio di svelarvi un po’ il finale). Meriteranno di sopravvivere i nostri, forti solo della propria umanità, del loro strenuo rifiuto a trasformarsi in bestie per di rimanere in vita? Il loro affetto, il loro voler restare aggrappati alla ragione, il non volersi piegare ad un mondo di violenza, basterà per guadagnare loro una fetta residua di paradiso?
Quando ho iniziato a leggere, mi è subito sembrato un libro disperato, perché disperato è il mondo in cui si muovono i nostri: non c’è alcun dubbio che la morte è il destino finale di questa umanità, che da quel che è accaduto, qualunque cosa sia, non c’è possibile ritorno. E invece, più proseguivo la lettura più mi rendevo conto che è un libro intriso di un disperato ottimismo, più ottimista di tante altre opere grondanti (falsi) buoni sentimenti. Ma non quell’ottimismo consolatorio e fasullo di tanta letteratura: piuttosto quell’ottimismo che crea la speranza là dove non ce n’è, quell’ottimismo che vuole credere che ci sia una scintilla di divino in ciascuno di noi, e che, per il solo crederci, la crea. E quella scintilla è l’affetto, che pur nella desolazione più assoluta tesse reti di relazioni, dà un senso a ciò che un senso non ha.
Voglio infine rassicurarvi. È un libro appassionante. Sebbene la trama sia per davvero solo quella che vi ho scritto, e dunque alla fine sembri solo un pretesto, il ritmo della narrazione è elevato, si vuole andare avanti. In genere la sera sono sempre molto stanca: vengo da una giornata lavorativa, dalla cena, da sessioni di scrittura in genere piuttosto intense. Eppure avevo voglia di proseguire la lettura, di tenere ancora il libro aperto anche se mi si chiudevano gli occhi. Per altro, questo libro mi ha dimostrato una volta di più che la semplicità dello stile non significa né sciattezza né mancanza di contenuti. Il libro è praticamente fondato sulla paratassi. Giuro, non ci sarà una subordinata in pagine e pagine di narrazione. Ma che stile vuoi avere, quando devi parlare di un mondo ridotto allo scheletro di ciò che era, di un’umanità ricondotta alla mera dimensione bestiale? E in questa semplicità assoluta, ci sono vertici estremi di poesia, vere e proprie coltellate al cuore. Io alla fine stavo per commuovermi, e non mi è mai capitato con un libro.
Io vi dico che è un capolavoro. Non ve lo consiglio semplicemente: è un libro necessario.

L’uomo aveva fabbricato un flauto per il bambino intagliando un pezzo di giunco raccolto al bordo della strada, lo tirò fuori dal giaccone e glielo diede. Il bambino lo prese senza dire una parola. Dopo un po’ cominciò a rimanere indietro e dopo un altro po’ l’uomo lo sentì suonare. Una musica senza forma per i tempi a venire. O forse l’ultima musica della terra evocata dalle sue stesse ceneri. L’uomo si voltò a guardarlo. Era completamente assorto. Gli sembrò un orfanello triste e solitario che annunciava l’arrivo di uno spettacolo itinerante in una contea o in un villaggio senza sapere che dietro di lui gli attori sono stati portati via dai lupi.

6
luglio 2010

1
C’è un libro che di recente mi è piaciuto, e di cui non vi ho parlato. Male male. In verità, che mi è piaciuto è cognito, visto che l’ho detto anche sulla copertina dello stesso, ma repetita iuvant. Il libro in questione è Gothika di Francesco Falconi. Ok, l’ho letto svariati mesi fa, ma adesso ho avuto tra le mani il cartaceo, ed è stata tutta un altra cosa.
Innanzitutto, è un libro atipico per Francesco, e forse per questo l’ho apprezzato anche di più: mi piace chi sperimenta vie nuove. Non è un fantasy, probabilmente è fantascienza. L’ambientazione, seppur volutamente sfumata, è accattivante: il fatto è che praticamente è il nostro mondo, e questo rende il tutto sottilmente inquietante. Il libro è teso, giocato su un artificio narrativo che ho trovato particolarmente azzeccato, e, che per chi l’ha visto, mi ha ricordato quel gran bel film di Memento. La narrazione è in bilico tra passato e presente, e il passato ci appare a spizzichi e bocconi, tramite vere e proprie visioni del protagonista, e, soprattutto, a ritroso: il primo ricordo è quello più vicino nel tempo, il secondo appena precedente, e via così. Il risultato è che il libro è teso, e il lettore è chiamato a mettere insieme i pezzi, esattamente come è costretto a fare Padre Faust, il protagonista. Ovviamente, questo aumenta il grado di coinvolgimento del lettore, e infatti il libro fila via che è un piacere.
E poi, certo, c’è il messaggio, che in un libro del genere, appartenente alla collana Verdenero, non può che essere un aspetto fondamentale del tutto. Il tema è estremamente delicato (gli OGM e la sperimentazione genetica, per la cronaca), un tema che induce facilmente ad opposti estremismi e a posizioni spesso dettate più dall’ideologia che da una reale analisi dei fatti. Ecco, io apprezzato molto che Francesco non abbia cercato assolutamente di ridurre la complessità del problema, ma anzi abbia cercato di mostrare con la maggior onestà possibile tutti i punti di vista in campo. La questione, come è giusto che sia in un buon libro, alla fine resta aperta, e il lettore semplicemente ne sa più di prima: con queste nuove conoscenze, è pronto a farsi la sua idea.
Insomma, bel libro che vi consiglio di nuovo.

2
La seconda recensione riguarda Twilight. No, non il libro. Il film. L’hanno dato su Sky lo scorso fine settimana e me lo sono visto. Che dire. Grandissima colonna sonora (e non lo dico solo per i Muse), immediatamente acquistata, e bellissima fotografia. Il resto però m’ha lasciata perplessa. Su tutto il film aleggia un’aria da opera indipendente americana che non mi spiegavo, e che con la materia ci azzecca quanto i cavoli a merenda. Poi scopro che la regista in effetti fa film indipendenti, e la cosa mi si chiarisce. Qual è il problema? Che non puoi accoppiarmi dialoghi come quelli del film (tipo la celeberrima frase sull’agnello scemo e il leone masochista) ad una messa in scena così “di nicchia”, se mi passate il termine. Poi finisce che gli elementi soprannaturali della storia ci fanno la figura dei posticci appiccicati là, come infatti accade. Diciamo infatti che, a parte una certa noia strisciante, la cosa più o meno funziona fino a quando Edward non si mostra per ciò che realmente è: a quel punto tutto un “what the fuck…?” grosso come una casa da parte dello spettatore. Certe cose sono semplicemente ridicole: il modo in cui si muovono i vampiri (la corsa accelerata è semplicemente oscena, non vedevo roba cosí dai tempi de I Cavalieri dello Zodiaco, e almeno lì si sopportava perché era un cartone animato), la “sbrilluccicanza” degli stessi al sole, per dirne solo due. Già quando le avevo lette mi avevano lasciata un pochino perplessa, ma vabbeh, gusto mio. Al cinema semplicemente fanno ridere. È che credo si potessero trovar soluzioni diverse, più plausibili, più belle a vedersi.
Sul lato ossessione amorosa, poi, siamo scarsi. Non è ben chiaro perché Bella si innamori, ancor meno lo è perché lo faccia Edward e la passione tra i due è tiepidina. Voglio dire, da una storia su un amour fou io mi aspetto qualcosa tipo l’ottimo Romeo + Juliet di Lurmhan: eccesso, recitazione sopra le righe, una certa dose di kitsch. Invece il film ha una piega intimista e autoriale che non c’azzecca, lei recita praticamente solo di smorfie e alzate di sopracciglia. Lui quanto meno è un po’ più credibile. Insomma, occasione mancata. Vedremo i successivi. Intanto, mi sa che leggerò anche gli altri libri della saga, magari in lingua e sull’iPad: il primo non mi ha entusiasmata, anche se alcune cose mi son piaciute e ne riconosco tutte le qualità, ma in effetti meritava di essere proseguita.

Contenuti Speciali:
V’è piaciuta l’intervista alla radio, ieri sera? Io mi sono divertita moltissimo, la musica era fantastica, spero che sia piaciuta anche a voi. Se non erro, adesso dovrebbe essere disponibile tipo il podcast sul sito. Per chi si fosse perso il tutto.
Infine, quel che avrei voluto fa stamattina (e che ho fatto domenica), ma purtroppo tocca laura’

23
giugno 2010

La Formula Chimica del Dolore lo presi poco dopo la nascita di Irene (sì, ci metto un sacco a leggere i libri che compro, più che altro perché ne compro a ritmo più sostenuto rispetto ai tempi di lettura). A incuriosirmi, due cose: innanzitutto, il fatto che fosse ambientato in un ospedale. C’ero da poco stata, avevo fatto una serie di riflessioni al riguardo (qualcuna qui) e volevo confrontarmi con altri che avessero fatto esperienze simili, sebbene decisamente più drammatiche. In secondo luogo, il fatto che parlasse di cancro. Non credo esista oggi in Italia persona che non abbia esperienza più o meno diretta di questa malattia: tutti abbiamo un parente, un amico che si è dovuto confrontare con la cosa, e io non faccio eccezione. Indi per cui, lo presi, e lo misi in lista d’attesa.
L’ho preso in mano più o meno una settimana fa, e l’ho letto d’un fiato. Taglio subito la testa al toro e vi dico che è splendido. Splendido ma doloroso.
A riguardo di questo libro mi torna in mente una riflessione di Saviano sui grandi libri, sul fatto che sostituiscano la loro realtà alla tua; ad esempio, Primo Levi non ci ha fatto conoscere il lager, Primo Levi ci ha fatto esperire il lager, ci ha portato lì dentro, ci ha immersi in quella realtà, ha reso ciascun lettore un prigioniero, per il tempo della lettura. Ecco, questa cosa mi è successa con La Formula Chimica del Dolore. È un libro che non va letto, è un libro che si vive. Dalla prima pagina, dominata dalla vividissima descrizione della tosse secca di un moribondo, il lettore finisce nelle pagine, e non si limita a leggere la storia di Filippo, è Filippo. Per questo è un libro doloroso, perché leggerlo è a tutti gli effetti un’esperienza esistenziale. È immergersi nel dolore del mondo, in quel dolore puro e assoluto che ci rende davvero fratelli, che azzera le nostre differenze e ci pone innanzi alla nostra nuda essenza di uomini. Il dolore affratella, nel dolore siamo tutti uguali. E il lettore con Filippo soffre, con lui e tutti gli altri dolenti personaggi che popolano l’ospedale, dalle infermiere ai malati. Ma non soltanto il lettore entra in ospedale, per così dire: il libro in qualche modo fa uscire dall’ospedale tutti i personaggi. È vero, per qualsiasi ragione si finisca in ospedale, si cade in un microcosmo chiuso: bastano poche ore, a volte semplicemente indossare il pigiama e le ciabatte, e si finisce fuori dal mondo, relegati in un limbo in cui non si è né completamente vivi né completamente morti. Il resto è tagliato fuori, ci si percepisce come appartenenti ad una diversa umanità. C’è un filtro tra dentro e fuori: La Formula Chimica del Dolore questo filtro lo infrange, rompendo quell’isolamento che vivono i malati, portandoli in mezzo a noi, nel regno dei sani.
Ho detto che è una lettura dolorosa. Verissimo. Eppure non c’è nulla nella scrittura che sappia di autocommiserazione, o anche solo che cerchi di stimolare nel lettore la pietà. Le miserie dei corpi stipati nell’ospedale vengono anzi a volte ritratte con estrema crudezza, quasi con fastidio. E tutto nel libro ha una suprema leggerezza. Lo stile è ironico, essenziale, incredibilmente vivo, balza fuori dalla pagina, assieme ai personaggi, così vividi, reali. Ed è grazie a questo stile così limpido, così stupito, se vogliamo, di fronte alla malattia, alla disgrazia che capita tra capo e collo, senza ragione, cieca, che scatta questa adesione viscerale del lettore al libro e alla storia. Proprio perché Filippo attraversa questo mondo di dolore con l’incredulità e l’innocenza di un bimbo, non si può fare a meno di volergli bene, di tifare, e soffrire, con lui.
Ma ridurre questo libro alla mera testimonianza di un malato che lotta contro il cancro è fargli un torto. Come tutti i bei libri, parla di molto altro, si allarga a trattare di vita in senso lato, di tutto ciò che nell’esistenza ci mette alla prova. E infatti io ci ho trovato delle riflessioni incredibilmente simili a quelle che facevo quando mi è stato diagnosticato il diabete. I miei tre mesi da diabetica non sono neppure lontanamente paragonabili all’esperienza del cancro, eppure li ho vissuti come una prova dura, difficile. So che non era una cosa grave, e sapevo che, se tutto fosse andato bene, una volta partorito io sarei tornata normale, e Irene sarebbe stata bene. Ma ricordo con lucidità estrema il giorno in cui ho dovuto usare per la prima volta il glucometro, o farmi un’iniezione di insulina, quel senso strano di un corpo che non ti risponde più, e che pure sta bene. Perché non hai alcun sintomo, sembri una persona sana, eppure dentro di te qualcosa si è ribellato, qualcosa ha deciso di remarti contro.
Nonostante il mio diabete fosse una sciocchezza, mi sono ritrovata a farmi le stesse domande che l’autore si fa nell’ultimo, splendido capitolo del libro: perché mi sono ammalata? Ho fatto qualcosa di male? Saranno state le caramelle che mangiavo dopo pranzo, o tutta la pizza che divoravo nei primi tre mesi di gravidanza? Per questo dico che La Formula Chimica del Dolore non è solo un libro sul cancro: è un libro sul dolore, su cosa ci insegna, e soprattutto un libro sulla vita. Val la pena fare questo viaggio, anche quando il nostro corpo è un grumo di sofferenze e il nostro sprito è triste fino alla morte? La risposta è un sì forte e chiaro. Perché quando ti trovi sul limite, quando d’improvviso un medico ti dice che hai 50% di possibilità di vivere e 50% di morire, improvvisamente senti che la risposta può essere una sola: vivere, vivere, vivere.

“Il dolore mi ha insegnato che la vita è bella anche quando è brutta. Anche nei momenti più bui e ingiusti, la vita è bella. Essere nati è un miracolo, poter vivere è un regalo, e poter sopravvivere, un’occasione. Anche se talvolta si tratta di un compito difficile o, a tratti, faticoso. Ognuno di noi è unico e dunque irripetibile, perché siamo riusciti a essere concepiti, a nascere, a vivere e a sopravvivere, sbaragliando gli altri ottanta milioni di spermatozoi che avrebbero potuto sbattere più velocemente la loro codina, scalciare e sgomitare più in fretta di noi per rubarci l’ovulo, la nostra crociera silenziosa verso la Vita”.

21
giugno 2010

Mi accorgo or ora che vi dovevo dalla scorsa settimana un post sull’iPad. Mi sono preparata psicologicamente a quel che detto post scatenerà nei commenti, per cui sono pronta.
Dell’iPad avevo già parlato in passato, quando lo presi. Adesso, dopo tre settimane che ce l’ho, posso tirare un po’ le somme. Innanzitutto, lo uso molto più di quanto credessi. Ha praticamente sostituito del tutto l’Air per la navigazione in rete. I perché sono due: innanzitutto, l’iPad mi permette di navigare dal divano, dal letto e da qualsiasi altra posizione relax mi venga in mente. In teoria anche un portatile permette una cosa del genere, ma pesa di più, è assai meno comodo e riscalda molto. La seconda ragione, è che Safari per iPad è molto, ma molto meglio di Safari per Mac. Molto più rapido, molto più maneggevole. Questa cosa fa passare assolutamente in secondo piano l’assenza (per ora) di multitasking. Mi spiego. Ho l’abitudine di tenere aperte almeno quattro o cinque tab quando navigo. Ovviamente con l’iPad questo non è fisicamente possibile, si può navigare un sito per volta. Ma le pagine restano aperte, e si può passare dall’una all’altra piuttosto facilmente e rapidamente.
L’altro gran punto di forza sono le foto. Da quando ho la reflex (che poi tecnicamente non sarebbe neppure mia ma di Giuliano, ma vabbeh) faccio un sacco di foto. Metterle sull’Air è sempre un po’ un pianto, perché non formatto mai la scheda di memoria, e quando le scarico dentro ce ne sono 1500 almeno di cui 1300 già scaricate. L’operazione si porta via un sacco di tempo, senza contare che poi la navigazione tra le foto è piuttosto lenta e farraginosa. Questo fa sì che poi la loro elaborazione, l’eliminazione delle foto non riuscite siano operazioni lunghe e pallose.
Con l’iPad no. L’iPad è una scheggia a scaricare le foto, e la navigazione è praticamente istantanea, una cosa che è difficile spiegare a parole, occorre testarla. Di per sé, l’iPad non permette di editare le foto, ma ovviamente là fuori è pieno di app che lo fanno. Io ne ho scaricate due particolarmente efficaci, con cui ad esempio ho tagliato le foto dei Muse che ho pubblicato qualche tempo fa. Inutile dire che vedere le foto sull’iPad è assolutamente fantastico: ottima resa dei colori, gran definizione. Quando metteranno poi i nuovi schermi dell’iPhone anche sull’iPad la cosa suppongo diventerà impressionante.
Sulla portatilità manco mi soffermo. Lo infilo in borsa, o nello zainetto quando devo stare più comoda. Il peso non è eccessivo (per altro la mia borsa pesa sempre un sacco), per cui portarselo dietro è un piacere.
Ma io l’iPad l’avevo comprato con la speranza di usarlo per scrivere in treno. Questa funzionalità l’ho testata quando sono salita a Milano per i Muse. Ed è stato fantastico. Ok, Pages per iPad ha ovvie limitazioni, alcune delle quali non mi interessano in alcun modo: il fatto che non formatti per bene il testo, per esempio, non è un problema. Il programma che uso per scrivere non lo fa, quindi sono già abituata così. L’unico vero dramma è l’assenza del conteggio delle battute. Scrivendo capitoli tutti approssimativamente uguali in lunghezza, ne ho bisogno come dell’aria che respiro.
Anche qui, il fatto che non sia multitasking non è un problema. Uscivo da Pages, aprivo GoodReader su cui avevo salvato i capitoli precedenti per consultazione, ritornavo in Pages dove trovavo il testo esattamente dove l’avevo lasciato. Farraginoso? Può sembrarlo, ma l’entrata e l’uscita da un’applicazione all’altra è così rapida che la cosa è sostanzialmente identica al navigare più documenti aperti contemporaneamente. Anzi, quando apro più documenti con Word sul Mac la cosa è persino più lenta.
La tastiera virtuale è comodissima, persino piacevole da usare. Probabilmente questo è vero per me che uso solo due dita per scrivere, e non vale per chi fa altrimenti, ma io mi sono trovata molto bene. Il tempo di scrittura è lo stesso che su una tastiera reale, l’assenza delle accentate non è gran problema, visto che il software permette di accedervi facilissimamente con un dito solo, e lo strumento di correzione automatica è per lo più eccellente. Certo, ogni tanto capita che corregga dove non dovrebbe, ma apprende dagli errori, ergo basta rifiutare una certa correzione per non vedersela più riproposta nel resto del documento. Ho scritto un intero capitolo sul treno, ed è andata benissimo. Complessivamente, per scrivere in viaggio è più comodo l’iPad rispetto all’Air. In genere il sedile del treno è piuttosto distante dal tavolino, e quindi si è costretti a tenere il mac sulle gambe. Ovviamente, tenere l’iPad sulle ginocchia è più comodo rispetto a tenerci un portatile, per questioni di peso e riscaldamento.
Comunque, uso l’iPad per la scrittura anche in altre situazioni. Ad esempio, quasi tutti i post sono fatti con l’iPad. Insomma, credevo che fosse poco credibile l’uso dell’iPad per il mio lavoro, e invece mi sono dovuta ricredere.
Qualcuno mi domandava: ma come fai a tirare fuori i files dall’iPad. In effetti è un po’ un punto debole. Si può usare DropBox, che ho usato per metterci dentro tutto il nuovo libro. Per tirar fuori il capitolo nuovo, invece, ho usato la mail, banalmente. In effetti però farebbe molto comodo la possibilità di salvare il lavoro su una chiavetta.
Complessivamente, inizio a sperare che l’iPad sia il futuro dei portatili. Intendiamoci, ci sono molte cose che un portatile fa e un iPad no. Per dire, l’astrofisica non posso farla su iPad, perché ho bisogno di una certa potenza di calcolo che l’iPad non può fornirmi, anche se esistessero i programmi atti all’analisi dati. Ma io lavoro praticamente sempre in remoto, coi dati fisicamente lavorati su un server. Per cosa uso l’Air? Per scrivere la sera, per navigare. Esattamente le stesse cose che faccio, nel caso della navigazione anche meglio, con l’iPad.
La gran cosa dell’iPad è la rapidità e la snellezza d’uso. Fa quel che devo quasi istantaneamente. Il passaggio da un’app all’altra è immediato, e questo perché sostanzialmente sotto non c’è un vero e proprio sistema operativo. La personalizzazione dell’iPad, poi, è virtualmente infinita. Di app ce ne sono una marea per tutte le esigenze, per cui ognuno può trasformare l’iPad nel tipo di strumento di cui più necessita. È questa l’altra cosa bella dell’iPad: di per sé, certo, non è nulla di eccezionale. È un supporto che però si può piegare a molteplici usi. È ciò che vuoi che diventi, letteralmente.
Certo, qui si apre il capitolo “le app che puoi usare le sceglie la Apple a sua discrezione”. Mentre sulle App la questione è meramente etica, per quel che riguarda libri e fumetti il problema si fa sostanziale, leggi la recente, e ridicola, storia dell’Ulisse di Joyce. È un problema che occorrerà porsi, in futuro, ma quel che auspico è che l’iPad sia “The shape of things to come” (ancora cito Lost, damn…) e che in futuro ci siano altri prodotti del genere anche non Apple. E a quel punto vedremo se Jobs continuerà ad avere questa ridicola ossessione per la pornografia.
In ogni caso, l’iPad ha altri difetti oltre al problema delle app. Innanzitutto, è un prodotto costoso, troppo. Ok, si ripaga, per carità. Credo che nel mio caso la spesa si ammortizzerà in tempi brevi. Resta il fatto che essendo un prodotto indirizzato più che altro allo svago costa veramente troppo. Un’altra cosa che mi dà fastidio è il costo delle app. Per l’iPhone ancora si trovano in giro molte app gratuite, magari con delle limitazioni, ma si trovano, per l’iPad praticamente non ne esistono. Trovare una app che costi meno di 1 euro è praticamente impossibile. Intendiamoci, ci sono programmi per i quali uno spende senza problemi; l’assenza di applicazioni gratuite e il costo medio superiore a quello delle app per iPhone mi fa però temere che sia partita la speculazione su questo tipo di mercato. Vedremo.
Insomma, il bilancio di queste prime tre settimane di uso è molto positivo. È stata una spesa, ma valeva la pena. E adesso, vedete di non farvi guerra dei commenti :P

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