Archivi categoria: in giro per il mondo

Ido

Questo fine settimana avevo un impegno. Stupidamente non ve ne avevo parlato, perché in fin dei conti la consideravo una cosa privata. E invece non lo era del tutto.
A Gazoldo degli Ippoliti, in provincia di Mantova, c’è un museo di arte moderna; a partire dal 4 settembre, e fino al 31 ottobre, il museo ospita una mostra dei disegni e delle illustrazioni di Paolo Barbieri. L’inaugurazione di detta mostra era ieri sera. Ho pensato subito che dovevo andarci; all’inizio avevo creduto di poter far sovrapporre la cosa col Festivaletteratura di Mantova, ma poi non ho avuto alcun evento in quel contesto, per cui è finita che sono salita solo per la mostra.
Ero contenta di salire. Ero contenta perché la mostra mi sembrava una cosa molto importante, un riconoscimento anche “ufficiale”, se così vogliamo dire, al talento di Paolo, e sentivo che dovevo esserci.
Confesso che il viaggio in sé mi ha abbastanza stremata, e che la giornata mi aveva dato il colpo di grazia. Insomma, davanti al museo ero un po’ cotta. Non che fosse un problema. Tutti i miei fine settimana in giro mi uccidono sempre.
E poi è successo che sono entrata nella sala che ospitava la mostra. Che ho visto le stampe, gli acrilici, gli schizzi. Ho visto Paolo, ho sentito l’applauso che la gente gli ha tributato, ho sentito le parole che per lui si sono spese. E ho finalmente realizzato davvero quanto fossi contenta di essere lì, quanto l’alzataccia la mattina, il viaggio e tutto il resto non contassero veramente più nulla a fronte di quel fremito che sentito percorrere la sala e la platea. Era qualcosa cui ero fiera di far parte, anche se con un piccolo contributo, era una porzione di questa storia incredibile che per nulla al mondo avrei voluto perdermi.
Per questo mi spiace non avervelo detto prima. La sala era già traboccante, ieri sera, ma chissà quanta altra gente avrebbe voluto esserci e non ha potuto solo perché magari non sapeva.
Per questo ve lo dico ora. Se passate nel mantovano, andate al MAM; per me è stata un’emozione straordinaria vedere dal vivo il disegno della spada di Nihal, il primo che la casa editrice mi abbia mai mandato, quando questa storia dei libri è iniziata. O la prima versione di Nihal stessa: ricordo che era sera, e io e Giuliano eravamo in osservatorio per la tesi, e la Mondadori mi spedì il file col disegno. Giuliano la stampò e iniziò a farci il giro dell’osservatorio per farla vedere a tutti.
Ma non c’è solo quello. Ci sono le altre, tantissime copertine: Alice, Conan, persino alcuni lavori per libri che ancora non sono usciti. Ci sono schizzi che non avevo mai visto, e disegni splendidi che non sono illustrazioni, ma lavori inediti di Paolo.
Manca solo una cosa. Un’assenza che nella foga dell’inaugurazione non avevo notato. Nient’altro che uno schizzo, uno schizzo che però per me è importantissimo.
Ce l’ho qui davanti a me, in una cornice a giorno. Lo schizzo del volto di Ido per l’illustrato delle Cronache. Me l’ha regalato ieri Paolo, e non avete idea di cosa significhi per me. Ci sono dentro dieci anni di Mondo Emerso, ci sono dieci anni della mia vita, e c’è tutta la storia della nostra collaborazione, del percorso che io e Paolo abbiamo compiuto, da soli e assieme, in questi anni. Ieri me lo stringevo al petto come la cosa più cara che avessi. Non è solo un disegno meraviglioso. È un simbolo fortissimo.
Grazie infinite, Paolo, per aver dato sostanza e consistenza alle mie visioni. E per aver letteralmente dato vita a Ido.

44 Tags: , , , ,

Morte e vita

I cimiteri mi hanno sempre messo l’angoscia. Fin da piccola, quando passavamo sulla sopraelevata e sbucavamo al Verano, con tutte quelle fioche luci che accendevano la sera, a me mancava l’aria. E così quando andavamo a cimitero a Benevento o a Colle.
Credo siano i fornetti. A Roma si chiamano così le tombe in condominio; avete presente, no? Quelle grosse costruzioni in cemento armato, con vari piani, e dentro decine e decine di piccoli loculi, che se hai sfiga il caro estinto è al decimo piano, e per mettere un fiore devi prendere la scala. Uno in condominio ci passa tipicamente la vita, perché ci deve stare anche da morto, mi chiedo? E poi nel cemento, murato, a svariati metri dalla terra, quella alla quale, secondo le scritture, dovresti tornare. Invece torni la calcestruzzo, in una tremenda quadratura del cerchio: in fin dei conti, vieni già dal cemento armato.
Comunque.
Qualche giorno fa ho fatto un’altra lunga passeggiata. Ripida, soprattutto. Conduce ad una piccola chiese un tre chilometri – e 400 metri più su – dal paese, S. Giacomo. È stata a suo modo un’impresa. Con Irene sulle spalle eravamo stanchissimi, la pendenza si fa sentire tantissimo, e la chiesa ci sembrava un dannato miraggio in cima alla montagna. Poi il bosco si è aperto in una radura minuscola e la chiesa era là, bianca, il campanile alto e sottile.
Come succede spesso da queste parti, nel recinto della chiesa c’era un cimitero. Un cimitero completamente diverso da quelli cui sono abituata io. Una trentina di croci in ferro battuto o in legno, infisse nel terreno appena smosso, su cui erano piantati fiori di vario genere. Era tutto un ronzare di api che andavano da una corolla all’altra.
È strano, ma non c’era niente di angoscioso in quel posto. Sono entrata, e l’aria non mi è mancata. Ho passeggiato tra le lapidi, in quel posto d’infinita pace: gli affreschi naïf sulle pareti della chiesa, i fiori, le croci, le iscrizioni in caratteri gotici. Pochi cognomi, ladini o tedeschi. Foto di vecchietti sorridenti, moglie e marito. 1873, 1964. Due guerre mondiali, epidemie e carestie. Vite forse consumate del tutto tra questi monti. Quanti di loro avevano mai visto altro, oltre al Sassolungo, alla neve, alla fame, alla vita dura? Un vecchietto con un cappello in feltro, un giovane di una ventina d’anni con un volto d’altri tempi. La tomba di alcuni bambini morti piccolissimi tra il 1916 e il 1918.
Ecco, non fosse stato per quei bambini, forse non avrei tremato neppure un po’, lì dentro. Era il cimitero di Spoon River, un microcosmo in cui raccogliere brandelli di vita. Quante storie in un fazzoletto di terra, storie che forse nessuno conosce più, ma che ancora regalano fiori ai monti, in primavera. Non ho mai sentito la morte come qualcosa di naturale. Ma a volte ci sono luoghi in cui la vita ti appare cosí terribilmente semplice, così tremendamente forte, dalla nascita a quella croce di ferro battuto, a guardare il sole sul Sella d’estate, e a dormire sotto la neve d’inverno, che forse puoi fare i conti persino con la vecchiaia e la morte. Guardi i volti sorridenti di due vecchietti, moglie e marito, e pensi che ci metteresti la firma.
E forse, dopo tanto che non ci pensavi più, per mancanza di fede, e per una curiosa disabitudine alla speranza e una tendenza al pessimismo, d’improvviso trovi Dio dove non te l’aspettavi.

36 Tags: , , , , , , ,

Poststeig

A me il trekking piace. Se ci pensate è un’attività estremamente fantasy: sa di bei tempi andati, con questo muoversi lento, a piedi, in mezzo alla natura, come dire straniero in terra straniera. E poi c’è quest’idea della meta: esci, e lo fai con lo scopo di raggiungere un obiettivo, che sia la cima del monte, un rifugio o il paese accanto. E quando arrivi sei stranamente soddisfatto, come quando qualcosa di difficile ti riesce bene a lavoro, o hai scritto una cosa che per l’ora successiva ti soddisfa. E insomma, quando posso faccio trekking. È una delle ragioni per le quali di recente vado in vacanza in montagna invece che al mare.
Ora, un bel giorno s’è deciso di fare un trekking classico della Val Gardena: il poststeig, o sentiero della posta. Si tratta di una via che costeggia uno dei costoni della Val Gardena, e nello specifico, ad esempio, connette Ortisei a S. Pietro, un paese poco distante. Ne avevamo fatto qualche giorno prima un pezzettino, c’era sembrato molto bello, e abbiamo pensato di provare l’impresa.
Molto bello è riduttivo. Sali quei dieci gradini che dalla strada asfaltata conducono al sentiero e sei in un altro mondo. La civiltà non è molto distante: quasi sempre si percepisce il suono della statale, a valle. Ma ti sembra di essere distante milioni di chilometri, di trovarti in un posto primordiale, nel quale ti muovi come un invitato a malapena tollerato. Intendiamoci, i boschi della Val Gardena non mi hanno mai comunicato quel senso di selvaggio, di ostile del Lago di Albano, per dire, o del Parco Nazionale d’Abruzzo. C’è sempre qualcosa di accondiscendente, di materno nei boschi della Val Gardena. Ma resta il fatto che si tratta di foresta fitta, in cui la luce penetra piano, filtrando tra ramo e ramo, in cui ti sembra sempre ci sia qualcosa in attesa che ti scruta. Un bosco benevolo, ma pur sempre un bosco, una dimensione nella quale l’uomo mette piede a suo rischio e pericolo.
Il sentiero è abbastanza confortevole, i punti più impervi sono recintati da ringhiere di legno, eppure non mancano le emozioni. Innanzitutto c’è l’acqua, tanta. Filtra dal terreno, scende a valle in torrenti gagliardi, che guadi grazie a malferme passerelle di legno o una lastra di pietra messa lì a bella posta. Poi ci sono le frane. Parecchie. Pendii aspri che interrompono il bosco, aprendo squarci di sole nel regno della penombra perenne, cicatrici bianche di pietroni che tagliano in due il verde del sottobosco. Il sentiero scompare sotto le pietre, e ti tocca intuirne il percorso. Sotto di te, una fuga di alberi sradicati e pietrisco conduce a valle, sopra, la vertigine della roccia franata. Io, che sono imbranata, ho usato anche le mani per avanzare.
Ci sono frane recenti, bianche, apparentemente più malferme, e altre antiche, coperte di muschio verdissimo, le pietre ormai incistate nella terra, parte integrante del panorama. Per esempio, c’era un masso enorme bloccato da un albero, completamente coperto di muschio: la tana di Totoro. Mancava un pezzo, che probabilmente s’era staccato durante l’apocalittica caduta, e che giaceva una decina di metri più a valle.
Poi, qua e là, lo strapiombo si apre alla tua sinistra, il richiamo del vuoto appena trattenuto da parapetti di legno. Sotto, un precipizio verdissimo, gli alberi letteralmente aggrappati ai lembi di terra. Davanti, i dirupi scoscesi e verdissimi dell’altro versante della valle.
Nonostante la pendenza sia bassissima, e il sentiero tutto sommato confortevole, in alcuni punti sono stata inquieta, e mi sono stancata, come è giusto che sia. Fa parte dell’esperienza. La natura è questo, è altro da noi, è qualcosa che c’era prima di noi, ci sarà dopo: resta generazione dopo generazione, contende all’uomo ogni spazio libero, riconquistando terreno non appena si abbassa la guardia. Non è più qualcosa che ci riguardi. Piuttosto è qualcosa che si ammira in silenzio.
Ok, confesso che a S.Pietro non ci siamo arrivati. Dopo un’ora e mezza di cammino e con la prospettiva di altrettanta strada ancora da fare, siamo scesi a valle a Pontives. Da lì, l’autobus fino a Ortisei. Ma tutto sommato non ha avuto davvero importanza. Ha contato piuttosto la fatica, lo stupore, la bellezza.
Qui sotto, un paio di fotone esplicative. Io questo sentiero ve lo consiglio: noi l’abbiamo fatto con Irene al seguito, quindi non è straordinariamente impegnativo, ed è meraviglioso.

P.S.
Lunedì, giuro, svelo cos’è il progetto top secret :P

36 Tags: , , , , , , , ,

A bugs Life

Mi rendo conto che un post del genere ha dello sconvolgente per una persona come me, ma a quanto pare non mi conosco bene come credevo.
La mia fobia per insetti e ragni è ben cognita. Arrivo al punto che anche le farfalle non è che proprio mi esaltino. Eppure in questi giorni ho avuto parecchi incontri ravvicinati con fauna dotata di esoscheletro. Non solo non mi ha fatto né paura né impressione, ma mi sono data anche alla fotografia della stessa, ponendomi in posizioni assurde, con lo zoom al massimo, e, soprattutto, a due passi dai suddetti insetti.
Non so. Forse quando li vedo a casa loro li percepisco come meno minacciosi. Forse è vederli dentro casa o giù di lì che me li fa odiare. In giro per boschi li guardo incuriosita e stupita. Oggi sono addirittura passata vicino ad un’arnia ronzante…
Comunque, qui sotto un campionario dei miei incontri ravvicinati col nemico.

P.S.
In effetti, non ha più senso giocare col progetto top secret. Alcuni di voi hanno indovinato. Chi, ve lo dico la prossima volta. Assieme al disvelamento del suddetto progetto. Intanto vi dico solo che il libro illustrato delle Guerre uscirà in autunno, e che i testi ho finito di scriverli poco prima di andare in ferie.

43 Tags: , , , ,

Top secret 2 – dolomitenblick

Eccomi qua. Più o meno. Anche stavolta post piuttosto telegrafico, con un paio di foto. Poche, perché quelle che ho fatto finora sono tutte orrende e non voglio ammorbarvi più del dovuto.
Piuttosto concentriamoci sul progetto top secret. Innanzitutto, nel precedente messaggio al riguardo c’era un indizio nascosto piuttosto rivelatore, che però nessuno di voi ha colto. Non vi dico qual è, vi invito però a riguardare meglio quel che avevo scritto e impostato.
L’indizio ulteriore al riguardo, invece, è che nella cosa è coinvolto anche Paolo Barbieri, e anche questo è un bell’indizio, via.
Per il resto, questo è quel che vedo la mattina alla finestra, quando ovviamente non ci sono troppe nuvole.

56 Tags: , , , ,

From Muenchen

Sono tornata sul patrio suolo. Ho la rete, ma sono morta di stanchezza, indi per cui vi posto soltanto qualche foto e vi segnalo che su Fantasy On Air sono state pubblicate le mie risposte a tutte le domande che non c’è stato tempo di farmi durante la diretta. Le trovate qua. Buona lettura!

58 Tags: , , ,

In riva al lago

Ieri pomeriggio sono andata al lago di Albano per lavoro. Foto, nello specifico. A me da parte d’altri, per scendere più nel dettaglio.
Mancavo da qualcosa come otto anni o giù di lì. Sì. Ho scritto L’Eredità di Thuban che non vedevo il lago da cinque anni.
Avevo un po’ paura. Il lago non ha emissari, e l’uso dell’acqua, suppongo a fini agricoli, negli anni ha abbassato il livello di parecchio. Temevo di trovarlo deturpato, sfigurato. Invece è ancora quel posto splendido che ricordavo. L’acqua sembra addirittura più pulita di qualche anno fa.
Il lago ha una parte con una serie di piccoli stabilimenti balneari: ci sono spiaggette, e lì il fondo digrada dolcemente. Poi c’è tutta un’ampia zona circondata da un bosco selvaggio, e con le pareti a picco sul lago. Lì, niente spiagge: solo sassi e un fondo che diventa immediatamente profondissimo. Considerate che in tutto il lago ha una circonferenza di un 9 km e una superficie di 6 km², ma è profondo 170 m. È il lago più profondo del Lazio.
A far le foto sono andata nella seconda parte. Immaginate la scena: io con un vestito lungo e con i tacchi che mi arrampico per scendere a riva. Una roba che manco le modelle di alta moda. Per altro l’effetto faceva tantissimo Biancaneve nel bosco, visto che il vestito si impigliava un po’ ovunque. Comunque, aspetti folcloristici a parte, arrivata a riva mi sono seduta su una roccia e ho messo i piedi a mollo. Sotto di me, per un metro, il fondo ineguale di pietroni coperti dalle alghe. Poco più avanti, piante più alte che levavano steli rossastri verso la superficie. Appena più in là, il blu assoluto di un fondo profondissimo e nascosto allo sguardo. Al confine, il ramo di qualche albero affondato durante un’acquazzone. Dietro di me, la pareti di roccia nera, scoscesa, aspra. I colori, il lento moto delle onde, mi hanno ipnotizzata. Sull’acqua, danze di libellule in amore, rosse, guizzanti. E silenzio. Lo sciabordio delle onde. Il lento profilo di un bagnante che pagaia sulla canoa. Sarei potuta rimanere lì in eterno, i piedi in acqua, a godere di quella incarnazione del concetto di pace.
Quel posto milioni d’ani fa era un inferno di fuoco, e ancora oggi, quando piove, deve esser apocalittico. La vegetazione è infestante, selvaggia, oscura. Ma se ti avvicini con la dovuta cautela, col rispetto necessario, allora sa anche regalarti inattesi momenti di quiete.
E quindi, niente. Penso che a breve ci tornerò, stavolta per farci il bagno, come tanti anni fa, quando a portarmici era la mia mamma, d’estate. E oggi ci porterò io Irene.

22 Tags: , , ,

Ritorno

E poi arriva quel periodo dell’anno in cui la nostalgia diventa qualcosa di concreto, sospesa tra gola e stomaco. Quando arriva quel momento, c’è una cosa sola da fare: fare le valige e partire, anche solo per qualche giorno, anche per una passeggiata appena. La mia dose annuale di Germania.
Sì, torno a Monaco. Per qualche giorno, non credo più di due.
Ho cercato di spiegarvi cos’è per me Monaco ne La Clessidra di Aldibah. Mentre scrivevo ad un certo punto ho avuto paura che il libro stesse diventando una specie di gigantesco depliant turistico della città. Perché il terzo de La Ragazza Drago è un unico atto d’amore per un posto che mi ha dato così tanto in questi anni, dal primo incontro, a sedici anni, in gita scolastica, alle innumerevoli volte in cui ci sono stata, dopo. Ieri sera ho iniziato a guardare gli alberghi per la prenotazione e già mi sentivo addosso una frenesia strana, una voglia di iniziare subito il conto alla rovescia.
Per altro, stavolta ci sono due grossi incentivi. Il primo è Irene. In verità, l’ultima volta che sono stata da quelle parti (era per un congresso un anno fa) lei già c’era; era piccola piccola nella mia pancia ma c’era. Ma il desiderio di farle vedere il posto che mamma e papà amano così tanto, in cui in un certo qual modo tutto è iniziato (Monaco è stata la mia prima esperienza di convivenza) è davvero forte. Anche se è ancora piccola e non ricorderà quei pochi giorni. Io so che tutto quel che sta avvenendo adesso lascia in lei tracce, che quel che vede, tocca e sente contribuisce a far di lei la persona che sarà, e io voglio che Monaco sia parte di lei.
E poi adesso ho la reflex, e non mi annoio più a fare fotografie.
L’ultimo giorno da cittadina di Monaco, il 13 febbraio 2006, nevicava. Io uscii lo stesso con la compatta che avevo all’epoca per fare qualche foto. Le ultime della città. Volevo che mi entrasse negli occhi, volevo che restasse con me anche quando il giorno dopo, in mattinata, avrei varcato la frontiera. Ma ne feci poche, e alla fine mi rimase solo l’immagine delle torri della Frauenkirche sotto la neve.
Adesso vado in giro spesso con la reflex, e faccio miliardi di foto, nella remota speranza di riuscire a farne prima o poi di decenti. Ma anche se sono negata, mi sembra di aver capito una cosa: che fotografare vuol dire mostrare le cose non per come sono, ma per come le vediamo. Sarà per questo che in genere le uniche foto che mi soddisfano sono quelle delle persone che mi sono care: Giuliano, Irene, i miei genitori, gli amici.
Ecco, voglio immortalare Monaco per come la sento, quel posto che esiste solo nel mio cuore, che forse davvero non è mai esistito, ma che vive in me giorno e notte. Fino a quando un giorno non mi alzo, e sento che devo tornare. Di nuovo.

P.S.
Già che siamo in tema Ragazza Drago, mi segnalo questa recensione, che mi piace assai. Poi, vabbeh, arrivo con eoni di ritardo, ma mi piace assai anche quest’altra, ma vabbeh, siamo anche un po’ off topic così :P

16

Itus et reditus + mini-mini-mini recensioni

Non è stato semplice, ma sono riuscita a tornare da Pietrasanta.
Per chi non fosse aggiornato sulla situazione, venti minuti dopo l’arrivo in loco, la batteria della 147 ha pensato bene di defungere e non dare più segni di sé fino alla mattina della partenza, quando la macchina non è partita neppure con i morsetti. Un’ora di panico prima dell’arrivo dell’elettrauto (si sarà rotto qualcosa? Si porteranno la 147 in officina? Resterò in eterno a Pietrasanta?) che ha semplicemente sostituito il pezzo e ci ha permesso di tornare quaggiù nell’afa.
Diciamo che c’è stata una vaga aura di sfiga che ha aleggiato un po’ su tutta la mia partecipazione all’evento. Per esempio, ha attaccato a piovere esattamente quando ho deciso che era tempo di farsi una bella nuotata in piscina. Che ha continuato mentre uscivo dall’albergo per andare a fare il mucchio di cose previste nel pre-presentazione. Per fortuna durante la presentazione ha solo minacciato pioggia, ma non ha piovuto.
A parte questi particolari, però, il bilancio è ottimo.
Innanzitutto perché fa sempre piacere stare un po’ con gli amici, specie quando sono lontani e non è che ci si veda spessissimo. Per altro queste sono quelle occasioni in cui uno rivede tante persone cui vuole bene, ma che incrocia solo per lavoro in contesti del genere. E poi c’era quest’aria da vacanza al mare che mi ricorda sempre le estati della mia infanzia, anche se il costume l’ho tenuto su giusto due minuti per scendere in piscina, vedere che pioveva, e tornarmene su con le pive nel sacco. C’era aria di mare, quell’atmosfera indolente da pomeriggi estivi passati sul letto a riprendersi da lunghe nuotate, e vestiti che a Roma metterei solo dopo averci pensato quaranta volte o giù di lì.
Questa brevissima vacanza per altro è stata anche un test: volevo vedere come ce la cavavamo fuori casa con Irene. Ok, c’è stato Torino, ma c’erano i miei a darmi una mano. Stavolta eravamo solo io e Giuliano a districarci tra interviste, presentazioni, incontri e mammità. Ed è andata molto, molto bene.
Mi fa piacere che Irene impari a viaggiare. Vorrei ereditasse un po’ della mia passione per il viaggio. Vorrei fosse cittadina del mondo, vorrei si sentisse a casa ovunque ci sia qualcuno che l’accolga. E quando la vedo sorridere alle persone nuove che incrociamo, quando la vedo esplorare con quei suoi occhioni e le sue manine posti che non ha mai visto, penso che siamo sulla buona strada.
E poi, certo, è andata molto bene la presentazione. Ancora non mi sono rivista. Mi hanno promossa alla piazza del Duomo, ed è stata un’esperienza lisergica: il palco da rock star, tutta quella gente assiepata là sotto…È stato bello. Spero vi siate divertiti, e non vi abbia steso a furia di chiacchiere più o meno futili. Un grazie gigantesco a Thomas di liciatroisi.eu, che innanzitutto ha trasmesso live la presentazione, e poi mi ha fatto anche una splendido regalo che asap immortalerò e vi farò vedere.
Poi, ok, confesso che, così come avevo fatto a Torino, là per là avevo pensato di seguire qualche incontro. C’era solo l’imbarazzo della scelta. Avevo accarezzato l’idea di Camilleri, per dire, che poi comunque non è venuto. Ma sapevo che con Irene al seguito e una giornata fitta di impegni sarebbe stato a dir poco proibitivo. E infatti alla fine sono riuscita a strappare solo la prima mezz’ora o giù di lì dell’incontro di Saviano. Sarei voluta rimanere fino alla fine, ma Irene ha dato parere contrario, e così sono andata via.
L’ho seguito dalle finestre dell’ufficio stampa, dove abbiamo riparato per tenere la pupa al coperto, visto che domenica sera a Pietrasanta pareva autunno inoltrato. Alla finestra, accanto a me, c’era un poliziotto che teneva d’occhio la folla. Poco prima avevo avuto un incontro strano e piacevole, di quelle storie che mi fanno capire quanto le parole scritte ti possano portare lontano, in posti dove da sola non saresti mai stata. Eravamo lì in attesa che l’incontro incominciasse, e la polizia stava piazzando i propri per il servizio di sicurezza. E c’era questo commissario (credo, sono una frana coi gradi militari), e io ero un po’ intimorita, lo sono sempre un po’ davanti all’autorità, e lui molto serio. Finché non mi ha vista, m’ha fatto un gran sorriso, s’è complimentato con me e mi ha spiegato che sua moglie è appassionata dei miei libri. Non so, m’ha fatto uno strano e piacevole effetto vederlo passare d’improvviso dalla serietà del suo lavoro a quel sorriso gentile e caldo. Eravamo in una stanza piena di libri, e Sandrone m’ha suggerito di prenderne uno e dedicarlo alla moglie. E così ho fatto, mentre lui finiva di disporre i suoi sulla piazza e nel palazzo. E io ho pensato di nuovo a quante cose tocca la carta dei miei libri, cose che io non so, che a volte sono anche più grandi di me. Ed è proprio quella carta che mi ha permesso di incontrare così tante vite, incrociarle per un attimo soltanto e condividere magari solo una stretta di mano, un sorriso timido o uno sguardo emozionato. Ma basta anche quel contatto così fugace per sentirsi uniti solo per un istante. In qualche modo quel che ho scritto, anche nella sua semplicità, anche nella sua banalità, mi ha fatto conoscere meglio i miei simili, mi ha socchiuso l’uscio su porzioni di umanità che da sola non avrei mai conosciuto.
Purtroppo, tra Irene che piangeva e io che mi sentivo in colpa perché la tenevo lì, lontana dal suo lettino per il mio piacere personale di sentire dal vivo uno dei miei scrittori preferiti, non sono riuscita a seguire al meglio l’incontro. M’ha fatto impressione veder entrare Saviano circondato da almeno una decina di persone, in una piazza circondata da carabinieri e polizia. Solo in mezzo ad una folla di almeno cinquemila persone, stando ai giornali. Solo proprio perché in mezzo a tutta quella gente. E il lungo, sentito, caldo applauso che la gente gli ha tributato mi è sembrato marcare ancor più quella solitudine. Perché per quanto potessimo spellarci le mani ad applaudire, a far sentire il nostro calore, noi siamo qui, a goderci la nostra vita, e lui è là, a combattere da solo una guerra che ci coinvolge invece tutti. E questa distanza è difficile colmarla.
Certo, è bello vedere così tanta gente star lì a sentir parlare di letteratura impegnata, di mafie. È stato bello percepire l’affetto vero di quell’applauso, del silenzio assorto che accompagnava le parole di Vargas Llosa e Saviano (a parte qualcuno che strillava da qualche parte, non riuscivo a ricostruire dove e chi). È un segno di qualcosa? Era la parte virtuosa dell’Italia, quella che stava là, come dice Giuliano, quella che magari domani cambierà le cose? Non lo so. Continuo a pensare che in questa storia a tutti noi sia richiesti un ruolo più attivo di quello dello spettatore che ascolta, applaude, e forse un po’ si commuove. Ma forse sono io ad essere un po’ pessimista.
Poi vabbeh, le parole di Saviano sulla letteratura, sulle parole che sono in grado di cambiare le cose, mi hanno scatenato pippe esistenziali su quel che scrivo a frotte. Ma quel che faccio io, le mie storie, hanno mai fatto la differenza per qualcuno, anche una differenza minima, insignificante? Parlano o stanno là mute, vivono finché le leggi, per poi morire non appena chiudi il libro? E se è così, cosa posso fare per renderle vive, per comunicare quel che ho dentro, cercare di cambiare qualcosa dalla mia scrivania? Saremo sempre innocue, io e le mie storie?
Mi consolo dicendomi che almeno ogni tanto ‘ste domande me le faccio, finché è così c’è ancora margine per un po’ di crescita.
Comunque. Come al solito il racconto delle esperienze che faccio si trasforma qui sopra in delirio informe, in una massa di suggestioni tra le quali è difficile districarsi. E tanto per aggiungere carne al fuoco, scarto, cambio argomento (più o meno) e vi avviso che oggi esce Ti Voglio Vivere di Rossella/Ninna. Io l’ho letto qualche mese fa in bozze (essere stata la testimone di nozze dell’autrice certe volte aiuta :P ), ma adesso lo sto rileggendo con piacere. C’ho anche le prove, esibite in fondo a questo post. Sulla copertina potete leggere il mio parere. Ragazzi, è un libro piacevole, in cui ognuno di noi può ritrovare un pezzo della propria vita. Io sono tornata indietro negli anni, ho ricordato amicizie che si sono perse nei tornanti della vita, la confusione e l’esaltazione di quegli anni, la crudeltà e la tragedia, persino. Secondo me vi divertirete anche voi a leggerlo, vedrete :) .
Ah, c’è anche il sito che è un sacco carino.

19

qualche foto migliore di ieri

Grazie ad una facilissima e ottima App per iPad per l’elaborazione delle foto, eccovi qualche immagine di ieri sera scelta con più criterio.
Vi invito a considerare le condizioni in cui il marito le ha fatte: tra noi e il palco c’era tutto il parterre, davanti avevamo un tipo cui forse avrei dovuto chiedere l’autografo, visto che il suo pugno è protagonista di metà delle foto (poco male, il mio di pugno sarà nelle foto di quelli dietro di me :P ), e soprattutto di fianco aveva me che mi agitavo come un’ossessa spaccandogli i timpani con la mia aggraziata vocina. Insomma, io direi che nel complesso è stato proprio bravo :P

30