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Di ritorno e in viaggio

Prima esperienza di post dalla macchina con l’iPhone, vediamo se non vomito…
Sono in viaggio verso Pisa per motivi astrofisici, ma sarò di ritorno in giornata. Considerando che ho rimesso piede a Roma ieri sera alle nove, direi che ho ripreso a fare la globe trotter. Anyway.
Torino. Torino ci voleva, ecco. Un po’ perchè rivedersi con gli amici fa sempre piacere (peccato per quelli, e purtroppo sono molti, che non sono riuscita a incrociare), un po’ perchè avevo bisogno di tornare sul pezzo. I brain storming mi mancavano, mi mancavano gli incontri, l’odore dei libri, quel momento in cui sento che il cervello scatta e inizia a lavorare alacremente. E mi mancava anche la sensazione di far parte di questo mondo strano, per molti misterioso, amato e odiato, che prende un manoscritto e lo fa diventare un’opera pubblicata. Che poi non è molto diverso da qualsiasi altro ambiente lavorativo, ma io lo sfioro solo in queste occasioni. Per il 90% scrivere è una faccenda solitaria.
Comunque. La fiera praticamente non ho avuto tempo di girarla, ma ho comprato ugualmente un bel po’ di libri. La firma copie è andata molto bene, più rilassante del solito, visto che la gente non s’è accalcata ma s’è ben distribuita sull’ora e mezza di sessione firme.
Per il resto, ho passato metà del mio tempo a incrociare Margherita Hack ma a non avere il coraggio di stringerle la mano e dirle che mito è. Sono timida in queste cose, tanto.
Irene è stata incredibilmente buona e paziente, considerando che l’ho portata a 700 km da casa sua e dalle sue abitudini, imponendole anche due viaggi in treno nell’arco di poco più di 24 ore.
Comunque, tirando le somme, esperienza positiva. Mi sento di nuovo in pista, per cui a breve avrete mie notizie.
Ah, per inciso, La Ragazza Drago 3 esce il 1 giugno.

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Per chi suona la campana

Stamattina mi sono svegliata per sfamare la prole (dopo undici ore continuate di sonno!), e Giuliano, di ritorno dalla cucina, mi ha dato questa notizia.
Me la ricordo Piazza Lubyanka; ci passavamo praticamente tutti i giorni nei nostri tentativi di entrare in Piazza Rossa. Era sempre chiusa per via della festa della città, ma noi non lo sapevamo. Ci fermavamo sempre davanti alle transenne, sotto l’occhio un po’ vigile un po’ preoccupato del militare di turno.
Piazza Lubyanka era praticamente sulla direttrice che dal nostro albergo conduceva a Piazza Rossa. In genere ce la facevamo a piedi, ma se eravamo stanchi prendevamo la metro. Una volta credo che siamo scesi a quella fermata. Ho il ricordo di noi che emergiamo dal sottosuolo al traffico di Mosca, in una bella giornata soleggiata. Era il settembre del 2008, ed ero in Russia per la Fiera del Libro di Mosca. Il mal di schiena mi spezzava in due, e andavo avanti a forza di pillole. Giorni freddi si alternavano a giorni caldi, mi rimpinzavo di bliny col caviale e ogni tanto mi concedevo una vodka.
Mi sono riguardata le foto di quei giorni: Gum, il Cremlino, la fiera del libro. Ricordo la metro, le splendide stazioni, le facce serie della gente.
Viaggiare serve a questo: a sentire una strana vicinanza coi posti che hai visitato. Quando ne hai calcato le strade, quando li hai visti, diventano parte della tua vita, e non puoi più considerarli semplici puntini su una mappa. Stabilisci labili legami d’affetto coi luoghi in cui sei stato, con gli sguardi estranei che hai incrociato. Per qualche giorno, hai condiviso il destino con quella città, con quella gente. E piano piano, casa tua diventa il mondo intero.
Per questo, stamattina provo una strana sensazione; non è soltanto un altro attentato in un’altra città lontana: è una ferita alla Mosca di quel settembre di un anno e mezzo fa.

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Ghiaccio, vento e fuoco

In Islanda avremmo voluto andarci in viaggio di nozze. Ci piace il freddo, e poi ci sembrava una terra estrema, particolare, in cui vedere panorami che altrove è impossibile apprezzare. Alla fine optammo per una più tranquilla crociera nel Baltico, in giro soprattutto tra città, piuttosto che tra panorami mozzafiato, ma l’Islanda rimase un’aspirazione. Così, quando abbiamo scoperto una crociera che ci andava, ci siamo accodati.
Premetto che ho visto solo due città, Akureyri, nel nord, e l’immancabile Reykjavik, ma quel poco permette sempre di farti un’idea. E l’idea generale è che l’Islanda è un posto davvero estremo.
Considerato che Reykjavik è la capitale e la città più grande, si può concludere che in Islanda non esiste niente di corrispondente alla nostra idea di grande città. Sono tutti paesotti più o meno grandi, stretti tra un mare d’un blu assoluto, colline verdi, e l’ignoto. L’interno dell’Islanda è il dominio del fuoco e del ghiaccio. Non ci abita nessuno. Fino a non molto tempo fa non c’era mai neppure andato nessuno. Là vivono troll ed elfi, e le potenze della natura che hanno plasmato questo luogo. Pare che gli islandesi ci credano ancora, pur professandosi cristiani. A quanto pare non bastò gettare le statue degli idoli pagani nella cascata di Godafoss, intorno al’anno 1000, per disfarsi davvero di loro.
E quando si gira un po’ per l’Islanda, si capisce perché. È una natura scarna, essenziale, primigenia. Aria che spazza i monti, che sembrano tutti tagliati in cima, come ci fosse passata un’accetta cosmica che li ha mozzati ad una certa altezza, ghiaccio che modella i fiordi, che incide la roccia, e lava che in un ciclo continuo distrugge e crea. L’Islanda sta sulla dorsale medio atlantica, la faglia che separa la placca nordamericana da quella eurasiatica. Per questo, la sua estensione si accresce ogni anno di un paio di centimetri. L’Islanda è la terra com’era milioni di anni fa. L’Islanda cambia in continuazione, ed è una terra per pochi.
Nella zona di Akureyri, c’è ancora un po’ di verde. Erba, principalmente, stesa come un morbido tappeto alle pendici di monti incombenti. Ma basta andare un po’ fuori e la lava già inizia a farsi vedere, facendo capolino intorno a Godafoss.
Ma è la zona di Reykjavik che è davvero impressionante. Si tratta di una penisola completamente vulcanica. I primi campi di lava li trovi nei sobborghi della città, che spuntano qua e là tra casette dei tipici colori di qui: rosso acceso, bianco. Le case sembrano aggrapparsi alla pietra, cercare un appiglio, tra spuntoni e massi frastagliati.
Poi, esci dalla città, ed è semplicemente il deserto. Un’unica, sterminata colata lavica di cinquecento anni fa. E per deserto intendo davvero il nulla. Rocce laviche ovunque, tagliate in due da strade che non hanno nemmeno guardrail, e che in alcuni tratti sono anche sterrate. Un panorama lunare, che in Italia si può ritrovare, in dimensioni ridotte, se si sale sull’Etna. Praticamente nulla cresce sulla lava. Solo un muschio di un giallino malato, che gli islandesi cercano di proteggere in tutti i modi. L’idea è che con l’andare degli anni quel muschio crei un sottile strato di humus, sufficiente a far crescere qualche filo d’erba.
Quando passi in quella zona, e sono chilometri e chilometri, non puoi fare a meno di pensare a marte, o al deserto di Atacama. Posti dove la terra, la nuda terra, si riprende il proprio posto, imponendosi di diritto sulla vita. È il fuoco che crea e distrugge. Perché uno di solito, quando pensa alla natura, ha in testa prati e boschi. Un bel panorama non può fare a meno di un po’ di verde, di acqua, di qualche animale. Ma c’è una bellezza che non ha bisogno della vita, anche la desolazione di un monte spoglio ha una sua grandezza. La grandezza di un pianeta che va avanti anche senza di noi, che in qualche modo vive di vita propria. Roccia, acqua, ghiaccio, vento creano sculture fantastiche, modificano questo guscio sul quale camminiamo e viviamo su tempi scala giganteschi rispetto alla vita di un singolo uomo. È il respiro di un essere enorme, il battito di un cuore sconfinato, che per certi versi di noi uomini se ne frega.
Ci sono valli colorate dal rosso del ferro e il giallo dello zolfo, ribollenti di fanghi caldi, in cui questo immenso respiro torna alla luce; getti caldi di vapore e gas fratturano la crosta, arrivano in superficie, scaldano l’acqua e liquefanno la roccia. E piscine naturali di un azzurro che non credevi potesse esistere in natura, un colore irreale, racchiusi tra rocce nere. La Laguna Blu, per esempio, che resta un posto spettacolare sebbene sia ormai una spa. Ma la costruzione con gli spogliatoi, le passerelle in legno, non riescono ad offuscare la selvaggia bellezza di un posto del genere, straordinario perché inatteso.

Forse l’Islanda la immaginavo diversa. Più verde, probabilmente, forse un po’ più banale. È una terra per pochi, persa in mezzo al mare, dominata da panorami aspri, difficili. Ma è un’esperienza da fare. E chissà come sarà l’interno…

P.S.
La foto dei fiori che vedete qua sotto è stata presa all’orto botanico di Akureyri; fiori così in Islanda naturalmente non ce ne sarebbero.

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Oceano

Fa piacere scrivere sul blog proprio mentre si festeggia la prima medaglia italiana ai mondiali di nuoto di Roma (per la cronaca, un bronzo di Tania Cagnotto dal trampolino di tre metri), e per di più poco prima di andarsene in piscina a fare un po’ di moto.
Dunque, torno a voi da un’assenza bella lunga. E proprio perché in quattordici giorni ho scritto qui sopra solo due volte, mi ritrovo pienissima di cose da dire. Ed essere piena di cosa da dire è un po’ come non aver nulla da raccontare. Da cui la mia assenza di questi ultimi due giorni.
Da dove comincio? Su cosa mi soffermo? Ci stanno quattordici giorni di viaggio meditativo sull’oceano, in questo blog? Non lo so. Per altro, da quando ho la reflex la mole delle foto con cui torno dai miei viaggi è stratosferica. Ok, un buon 20% sono provini con diverse impostazioni di luce dello stesso soggetto, ma questo implica una cernita preliminare delle foto, che si porta via quasi lo stesso tempo che impiego a scrivere qualcosa qui sopra.
Che vi faccio vedere? Una foto basta?
Non ho ancora ben deciso come parlarvi di questo viaggio. Alla fine ho pensato che forse conviene dividere in capitoli, e parlare di volta in volta di quel che mi va. E comincio dal viaggio. Dalla nave.
Il mio giro tra capo nord, islanda, scozia e fiordi l’ho fatto in nave. Perché mi piace stare per mare, perché la crociera è un buon modo, abbastanza comodo e rilassante, per visitare un tot di posti in un tot di giorni.
Non era la prima volta che me ne andavo per mare, ma la volta precedente, il 2007 in viaggio di nozze, eravamo stati nel Baltico ad agosto. E navigare nel Baltico o nell’Oceano fa tutta al differenza del mondo.
Una volta uno dei ricercatori con cui lavoro disse che vedere l’Oceano è sempre in qualche modo impressionante, perché si vede che “respira”. E io l’Oceano in effetti non l’avevo mai visto.
È stato strano come ho capito subito che eravamo usciti dallo stretto che separa Danimarca da Norvegia. La nave ha iniziato subito a ballare.
Una nave, chi di voi c’è stato o ne ha visto una lo sa, è una cosa gigantesca. Quando la vedi in porto ti spaventa con la sua mole. Duecento metri di lunghezza, trenta di larghezza, tremila e passa persone a bordo. Una città galleggiante che pensi salda, inamovibile. Quando pensi alle migliaia di tonnellate di stazza, ti gira la testa. Per questo, quando inizia a far su e giù come un fuscello, trasportata da onde alte qualche metro, ti rendi conto che stai solcando qualcosa che non è fatto per te, una forza che se vuole ti spazza via in un momento.
C’è stato un giorno, in navigazione tra l’Islanda e le Orcadi, in cui la situazione s’è fatta impressionante: fuori, la solita nebbia densa e spessa, illuminata da una luce uniforme, e un mare d’un grigio arrabbiato. Ovunque onde incorniciate da corone di spuma. E la nave che beccheggiava avanzando piano, asmatica. L’acqua della piscina interna sembrava impazzita, sbatteva contro le pareti, finiva dappertutto sul pavimento. E se guardavi la prua, la vedevi alzarsi sul mare, sbattere sull’acqua alzando sbuffi di spuma. Ma sull’oceano tutto è lento. La tua nave che avanza, il sole che compie il suo breve arco, nelle terre del nord, e persino le onde. Sembrano trascinarsi stanche, e scuotere svogliate la tua nave. Ma tu intanto fai su e giù, e mentre cammini ti devi appoggiare alle pareti.
È vero, l’oceano respira. Un respiro lento, potente. L’oceano ti guarda passare, si richiude dietro di te, e piomba incurante nello stesso chiuso silenzio di quando l’hai solcato. L’oceano è un po’ un mistero, con le sue mille creature, sotto la pancia della tua nave, che tu non vedi e non senti. Con le sue onde alte, o la sua acqua liscia come olio, i suoi riflessi cangianti, il suo colore livido, o il suo blu assoluto, o ancora la sua calma inquietante e carica d’attesa.
Ma ci vuole stomaco. Nel senso letterale del termine. Essendo io incinta, tutto sommato mi ha detto di lusso. Ho sofferto un giorno solo. Mal di mare. Avrei voluto essere dappertutto tranne che lì. Avrei voluto scendere e farmela a nuoto. Ma poi passa. Dai uno sguardo fuori, guardi l’immensità adirata dell’acqua che ti circonda, e pian piano stai meglio. Finché giungi in porto, e tutto sommato tiri un sospiro di sollievo.

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Di ritorno

Sono ad Amburgo. In attesa del miliardesimo aereo della mia vita. Per ora no ritardo. Però devo comunque aspettare l’imbarco alle 19.15.
Stanotte ho dormito circa tre ore. Non so perché. Sarà preparazione alla maternità, non so. Sono sveglia dalle 6.30 e sono distrutta. Devastata, proprio. E con una voglia insoddisfatta di Scozia. Così. Ci sono passata, e avrei voluto chiedere asilo politico. Oltre a comprare il negozio di fudge.
Davanti a me una bimba tedesca mangia patatine alla paprika e una specie di hotdog in busta. Non pensavo che esistessero gli hotdog imbustati come merendine.
E poi penso a stanotte. Una notte vera. Che attraverserò su un aereo, in volo tra Francoforte e Roma. Si vedranno le stelle? Come sono fatte?
Non si ha idea di quanto possa mancare la notte, se non si prova la sua assenza. Puoi mettere tutte le tende e le persiane che vuoi, tra te e il sole di mezzanotte. Il tuo corpo sente che fuori è giorno, percepisci quella luce implacabile che non ti dà tregua, bloccata in un crepuscolo eterno. La Norvegia, quella a nord del Circolo Polare Artico, di questo periodo è un po’ come il pianeta de Il Piccolo Principe. Tramonti eterni, che non coagulano mai in notti dense di stelle.
La prima volta che dopo quattro, cinque giorni di luce perenne, vedi la notte, ti sembra come quando di inverno ti infili sotto un piumone caldo dopo una sera al gelo. Il buio avvolge e protegge, il buio consola. Ti appiccichi col naso al vetro, studiando quel lieve bagliore che notti sotto il pelo del mare. Il sole è lì, per cui non è ancora notte vera. Ma è buio. Credo che potrei sopportare più facilmente giorni e giorni senza sole. Ma senza stelle no.
Eppure, il sole di mezzanotte è un’esperienza che va fatta. Per spingere il corpo ai suoi limiti, per vedere l’inimmaginabile; un mondo senza buio, un mondo senza tempo. Per affacciarti alle undici di sera sul balcone, mentre la tua nave fende in due l’Oceano Atlantico, e poter vedere questo, sapendo che sarà quel sole a vegliarti il sonno.

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Al di la’

Siamo oltre il circolo polare artico.
E’ nuvoloso, e c’e’ foschia. Se c’e’ la nebbia sembra di stare in Gordon Pym, persi nel nulla, tra cielo e mare bianchi.
Il sole non tramonta mai, siamo alla centesima e passa ora di giorno, o almeno credo. Con le nuvole e’ impossibile riuscire a capire che il tempo passa. Viaggiamo nel nulla, in un tempo immobile, sospesi. A volte guardo la scia che lascia la nave, o l’oceano che respira, e penso che tutto questo non e’ fatto per noi. C’e’ sempre stato, e sempre ci sara’. Non ha bisogno della mente dell’uomo che lo capisca o lo contempli. E’ il posto in cui noi finiamo, e inizia il mondo.
Come Capo Nord. Un posto di un silenzio assordante. L’ultimo baluardo d’Europa, o qualcosa del genere. Oltre, ghiaccio e balene.

Ho visto posti di una bellezza straordinaria. Mi sono sentita piccola e insignificante. Uno passa la vita a studiare il cosmo, ma deve vedere un fiordo per spostare la prospettiva, e sentirsi un puntino nell’universo. E’ la bellezza di una scogliera, di un ghiacciaio perenne e delle mille cascate in cui si scioglie, che insegna davvero l’umilta’. E’ la’ dove l’uomo e’ un ospite, e la natura crudele, bellissima ed estrema.

Domani saremo in Islanda, tra ghiaccio e fuoco, e ci lasceremo dietro questo oceano sconfinato e silenzioso, nel quale lasciamo una traccia effimera; quella scia lieve che dura qualche minuto. Poi e’ di nuovo il silenzio sconfinato dell’artico.

Buonanotte, voi che la notte l’avete.

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Mia mamma, l’inglese e il greco

A mia madre viaggiare piace. In verità devo ancora trovare qualcuno a cui non piace viaggiare. A parte me che odio gli spostamenti (treni, aerei, macchine, diligenze e tutto ciò che serve per portarti, scomodamente e lentamente, da A a B).
L’anno scorso i miei sono venuti con me a Parigi, quest’anno mi hanno seguita in Grecia (suppongo l’aveste vagamente intuito dalle foto che ho postato). Ora, mia madre non parla inglese. Forse non lo sapete, o forse sì, ma ai miei venerandi tempi, e più ancora a quelli dei miei genitori, l’inglese non si studiava necessariamente a scuola. Funzionava che ti toccava una lingua a scelta tra francese, inglese o altro (per dire, mia zia studiò tedesco). A me e ai miei, in epoche diverse, è toccato il francese. Infatti io ho dovuto studiare l’inglese da sola a diciotto anni, quando mi è diventato indispensabile per proseguire gli studi.
Finché eravamo a Parigi, a mia madre sembrava di stare nel suo elemento. Capiva quel che le dicevano, si faceva capire egregiamente. Passati ad Atene, e constatato con dolore che il greco moderno ha solo una vaghissima somiglianza con quello antico, e comunque quello antico chi se lo ricorda più (con stupore mi sono accorta invece di ricordare la prima e la seconda declinazione latina; non sono andata oltre per non deprimermi…), la nostra piccola compagnia ha ovviamente eletto l’inglese a lingua ufficiale. E sono cominciati i guai.
Perché se Giuliano fa lo shy guy ogni volta che si tratta di usare la lingua di Shakespeare (e mi fa venire i nervi, perché l’inglese lo parla bene, è solo pigro), io e mio padre ce la caviamo tra parole inventate e balbettii sconnessi, mia madre di inglese non capisce un’acca. Mia madre però è un tipo curioso, tenace, e tutto sommato anche chiacchierone, per cui non si è arresa alla difficoltà. Eleggendomi interprete personale, ovviamente.
Non che ci sia nulla di male in principio. È anche una cosa normale. Ma complicata. Stai parlando, di una cosa qualunque. E qualcuno ti tira la manica chiedendo: “Che state dicendo?”.
Tu interrompi la tua fluentissima e faticosissima conversazione e traduci. Mentre lo fai, il resto della compagnia è passata ad altro argomento. Ma la tu’ mamma ha qualcosa da dire su quel che hai appena tradotto.
“Sì, in effetti anch’io penso che A si interessante, ma B è meglio. Traduci. E dai, traduci!”.
Intanto l’argomento si è spostato su quanto C sia buono alla griglia. Tu non sai esattamente che fare. Alla fine parli di C e amen, ma la mamma continua a chiederti di tradurre quel che ha detto, o quanto meno di spiegarle di cosa si sta parlando ora.
Una tragedia. Io mi domando gli interpreti di professione come fanno. Io la mia, durante la presentazione all’Istituto di Cultura Italiana, l’ho veramente invidiata. Ricordarsi tutto quello che dicevo, tradurre a me in italiano mentre con un orecchio segui il resto della conversazione in greco…Roba da impazzire.
E insomma, dopo un po’ è partito il boicottaggio.
“Traduci questa cosa?”.
“Ehm…non so…devo vedere…boh…”.
Cioè, mi rendo conto che è brutto, ma davvero non sapevo che fare.
Ma vi ho detto che la mamma è tenace. Per cui ha deciso di passare ad una strategia diversa. Aveva con sé il microvocabolario di greco. Non le traducevo una cosa? E vai di vocabolario.
La cosa ogni volta mi faceva venire i sudori freddi. No, perché in me era ancora vivo il ricordo di certe mie figure di tolla coi false friends inglesi, o peggio ancora di certe traduzioni automatiche fatte su internet (prendete il sorcio per le palle…dove sorcio sarebbe il mouse e le palle la rotellina dei vecchi modelli). Per altro io in Germania mi vergogno pure a dire danke (mentre, per oscuri motivi, ne faccio ampio uso in Italia…mah), preferendo ripiegare su un più neutro sorriso o un thank you che mi qualifichi come straniera/turista.
Va detto che alla fine le è andata di lusso: ha solo confuso un siamo con un c’è e s’è inventata una parola. Niente “è incredibile come in cantone ‘cosa succede?’ assomigli a ‘tua madre riceve ospiti dalle due alle tre del mattino’” (Ⓒ Rat-Man).
Ricordo che a Barcellona, lo scorso anno, ad una cena di lavoro ero seduta accanto ad un grande vecchio dell’astrometria, Hoeg. Costui mi spiegò di conoscere approssimativamente un decina di lingue. Io già avevo iniziato a sotterrarmi: parlo inglese, capisco il francese…e basta. Lui continuò.
“Ho imparato il cinese perché una volta mi invitarono ad una conferenza in Cina, e allora una quindicina di giorni prima mi misi a studiare la lingua”. Poi mi diede saggio del suo cinese attaccando una discussione con una ragazza che veniva da lì.
Ecco. La mia mamma è un po’ così. Il giorno che mi inviteranno in Corea secondo me imparerà gli ideogrammi.

P.S.
Avrete notato che ho la sindrome della Costa Crociere, quella particolare malattia per cui torni da una vacanza devastato, col cocente desiderio di tornare da dove sei venuto. Che poi a me capita ogni volta che metto piede fuori dai confini patri. Per cui non so quanto dovrete continuare a sorbirvi le mie avventure greche. Probabilmente passerò senza soluzione di continuità da “Licia in Grecia” a “Licia in Norvegia, Islanda e Scozia”. Intanto vi posto una foto che non c’entra niente, a parte il fatto che l’ho fatta in Grecia, ma che mi piaceva.

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There and back again – II

7. La gente, l’ospitalità
img_0511_30 Ho dimenticato l’aoristo e le declinazioni (più o meno tutte), ma la mia formazione classica mi ha lasciato una serie di vividi ricordi. Del resto, come avete visto nella precedente puntata, molti nomi dei miei libri sono mutuati dalla mitologia. E ricordo che c’era questa cosa, nel mondo antico, chiamata xenia (ξενία per fare i fighi :P ), che era sostanzialmente il dovere dell’ospitalità. Poiché a quei tempi, tempi della Grecia antica, era frequente che gli dei si facessero un giro dalle nostre parti in vesti umane (mi sono sempre chiesta perché ora abbiano smesso; se leggi la Bibbia, sembra fosse più facile incrociare Dio o un Angelo piuttosto che un comune conoscente), quando uno straniero giungeva in qualche comunità ci si affrettava a trattarlo col massimo dell’ospitalità. La xenia non vincolava solo colui che ospitava, ma anche l’ospite. Era un rapporto di reciproco rispetto. Detta così può sembrare una simpatica abitudine, complessivamente però innocua, ma c’è un episodio mitico che fa capire quanto la cosa fosse invece presa incredibilmente sul serio.
Nell’Iliade c’è un episodio abbastanza conosciuto; ad un certo punto, in battaglia si scontrano un eroe troiano, Glauco, e uno acheo, Diomede. Durante i convenevoli pre-battaglia, i due scoprono che i loro genitori sono stati legati da vincoli di ospitalità. I due allora rifiutano di continuare a combattere in onore di quell’antico legame che aveva unito i loro padri, e anzi si scambiano le armi. Per dire.
Ecco. Il cappellotto introduttivo è stato ampio e un po’ noioso, e forse la conclusione è un po’ banale, ma qualcosa di quella xenia lì è rimasta nella Grecia moderna, perché devo dire sono stata ospitata da persone incredibilmente gentili, pazienti e carine con me. L’ho detto anche ieri, la possibilità di visitare un paese avendo come guida qualcuno che lì ci vive fa tutta la differenza del mondo. Ti permette di vivere quel luogo in un modo assai più profondo, e di sfiorarne l’anima in modi che sarebbero impossibili se fossi solo con te stesso. È la stessa differenza che passa tra il guardare un panorama in cartolina o vederlo dal vivo. E se questo viaggio è stata un’esperienza di vita lo devo alle persone che mi hanno letteralmente accompagnata nel percorso. A partire da Elias che si è sorbito con immensa pazienza il mio inglese traballante e mi ha accompagnata letteralmente per tutti e quattro i giorni di permanenza in Grecia, scarrozzandomi di qua e di là per Atene, al mio editore, Antoni Nikoloudakis, e la sua famiglia, fantastici anfitrioni, che mi hanno fatta sentire accolta e che mi hanno regalato non solo un sacco di ore piacevoli assieme, ma anche tante fantastiche esperienze che da sola non sarei mai riuscita a fare. Non so esprimere chiaramente quanto possa essere consolante e bello non sentirsi solo in terra straniera; per quanto un luogo possa essere splendido e lo si possa apprezzare ed amare per la sua bellezza, andare all’estero fa sempre sentire un po’ spaesati. Sai di inoltrarti in territorio sconosciuto, e ci sono tante piccole su cui ti interroghi, e che ti fanno sentire confuso (non so, ogni volta che vado da qualche parte, ad esempio, mi domando sempre quale sia la politica da seguire circa la mance, avete presente? Si lasciano? Non si lasciano? Qualcuno si offende in un caso o nell’altro?). Sono piccole cose, che però ti danno la dimensione della lontananza da quel luogo che senti come casa, anche quando quel luogo, come nel mio caso, non lo ami poi con questo trasporto. Per questo l’aiuto, l’amicizia delle persone diventa prezioso e molto apprezzato. Ti fa sentire meno solo e spaesato, ti fa, appunto, sentire a casa. Ed è questo il senso vero e profondo dell’ospitalità.
Vi racconto ad esempio un episodio significativo. Martedì mattina ho fatto un’intervista per una fanzine fantasy, ΦΑΝΤAΣTIKA XPONIKA. Innanzitutto, i due giornalisti si sono presentati con l’intera annata 2008 della rivista, che adesso è qui con me a casa (penso che la mia amica greca avrà molto da tradurre in futuro :P ). L’intervista, per la cronaca, è stata molto piacevole. In effetti in genere all’estero mi sento in media più presa sul serio che in Italia (anche in Italia ci sono giornalisti che ti prendono sul serio, soprattutto in tempi più recenti, e non sono pochi, ma trovi anche quelli che ti guardano come se stessero cercando di capire se hai il pollice opponibile o meno). Le domande si concentrano sul senso del libro, su certe scelte di “poetica”, e il giornalista in genere si è letto l’opera, e anche con una certa attenzione, cosa che, devo dire, in Italia non capita proprio sempre. Certo, per me spiegare in inglese perché ho scelto il fantasy e non altro, perché ho scelto di rappresentare la guerra in un certo modo e via così non è stato facile, ma è stato un piacere, dannazione. Un vero piacere. Comunque.
Alla fine dell’intervista, la giornalista mi dice che nei miei libri sono presenti gli alberi di ulivo. Io faccio mente locale. Confesso che ci sono cose delle Cronache che ricordo un po’ poco. Lei mi dice che la cosa le ha fatto venire un’idea, e tira fuori un sacchetto rosso di organza. Dentro c’è questo.

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Non è la prima volta che mi viene fatto un regalo, ovviamente. Sarò fortunata, ma sulla mia strada incontro sempre persone molto gentili, per cui spesso sono tornata a casa da qualche presentazione carica di fiori, disegni o altri splendidi pensieri. Del resto che siete fantastici ve l’ho già detto, ma non lo si ripete mai abbastanza :P . Ma questa volta la cosa mi ha impressionata perché non si trattava di fan nel senso stretto del termine, e ci eravamo appena incontrati, tutto sommato per una cosa di lavoro. Non lo so, ho trovato questo gesto splendido e molto significativo. Tra l’altro la collana mi piace da impazzire, l’ho messa subito e l’ho portata per il resto della mia permanenza in Grecia.
La collana però non è l’unica cosa che ho portato con me. Un pomeriggio sono andata a visitare la casa editrice, che è anche collegata ad una catena di negozi a tema fantasy. E ovviamente lo shop era pieno di draghi e action figures. Immaginatevi la mia reazione. La bambina nel negozio di caramelle, proprio. Potete immaginare il resto della storia. Il mio editore mi ha letteralmente detto “vai e scegli un drago a tuo piacimento, è tuo”. Con gli occhietti che mi brillavano, mi sono immersa nella scelta, che poi è stata complessa e sofferta, perché era piego di cose figherrime. Il risultato lo trovate qua sotto.

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Mi è piaciuto da subito perché è una cosa inusuale per la mia collezione di draghi. E poi è arcana. Questa storia della clessidra mi piace, il tempo che scorre, sembra quasi un manufatto magico, con qualche oscuro incantesimo connesso. Insomma, è un oggetto che parla, che racconta una storia.
Inutile dirvi quanto abbia apprezzato anche questa. Dopo tutto quello che i miei ospiti hanno fatto per me, anche questa ciliegina sulla torta.

8. Tirando le somme

Insomma, è stata una gran bella esperienza. Prima di partire ero contenta. Andavo in un paese che non avevo mai visitato prima, per altro per veder pubblicato il mio libro in una terra che in qualche modo mi è cara, che ha intriso i miei cinque anni di scuola superiore e continua a far parte del mio vissuto.
Ma l’esperienza ha superato ogni mia più rosea aspettativa. È stato un viaggio di persone, profumi e colori, un’esperienza di vita. Mi ha lasciato un sapore dolce in bocca, mi ha fatto capire delle cose di me stessa. E alla fine un viaggio probabilmente questo deve fare. Se non ci si arricchisce, non ha avuto alcun senso spostarsi così tanto, far le valige e partire. Ho imparato nuove dimensioni del viaggiare, ho riscoperto parti di me che non rispolveravo da un po’, ho fatto nuove conoscenze.
Le ultime righe sono proprio per loro, le persone incontrate sulla strada. Per loro, e per tutti coloro che in questi anni mi hanno accolta, confortata, spronata, incoraggiata, aiutata, ovunque fossi e ovunque andassi. E sono tanti, davvero.

For all the people that I met in Greece and made my trip such a wonderful experience; if you ever come by this place, thank you again for everything. I’ll hope we’ll met again in the future!

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There and back again – I

Sarà un post fiume. No, per avvisarvi. È che a volte in quattro giorni succedono cose che neanche in un anno. O almeno, hai l’intelligenza di viverteli con grande intensità, in modo da stamparteli dentro e ricordarli. Un viaggio è sempre un’esperienza di vita. I miei viaggi lo sono sempre stati. Non ricordo chi diceva che quando torni, poi, non lo fai mai davvero dal posto in cui sei partito, se il tuo viaggio ha avuto davvero un senso, se ti ha cambiato, se ha aggiunto un pezzettino alla tua vita. E devo dire che un sacco di volte non sono tornata esattamente a casa. E questo al di là della mia totale insofferenza per gli spostamenti, gli aerei, i treni, le macchine.
Dividerò il tutto in capitoli, così se vorrete potrete leggere un pezzo per volta quando vi va, o leggere solo qualcosa e tralasciare il resto.
Tanto per concludere il cappellotto introduttivo, vi ricordo la meta di quest’ultimo viaggio: Atene, per l’uscita in Grecia del mio primo libro.

1. La forza delle parole

img_0340_30 Quando ti siedi alla scrivania e inizi a scrivere un libro, in genere non ponderi tutte le conseguenze del gesto. Nelle tue fantasie più sfrenate, leggeranno le tue fatiche al massimo i tuoi genitori e il tuo fidanzato, se proprio se un tipo estroverso i tuoi amici. E invece. Invece le parole, le storie, sono il mezzo di trasporto più veloce che ci sia. Se azzecchi la chiave, se per qualche misteriosa alchimia, che sia semplice fortuna o talento, riesci a far vibrare una certa corda, le tue storie prendono il volo, macinano chilometri su chilometri, e ti portano dove non avresti mai pensato di arrivare. I miei libri arrivano prima di me. Fanno il giro d’Europa, si affacciano in oriente, e toccano persone, sfiorano luoghi. E mi conducono con loro, metaforicamente e fisicamente. Da quando scrivo il mondo mi si è spalancato davanti, dall’Italia all’Europa. Ho scoperto luoghi di cui neppure immaginavo l’esistenza, persone che non avrei avuto altro modo di conoscere. E tutto perché uno racconta una storia, uno dei gesti più antichi e seminali che esistano.
Un sacco di anni fa, c’era gente in una penisola del mediterraneo che si raccontava delle storie bellissime, che, come mi ha detto qualche giorno fa VioVyb, dicevano già tutto sulla nostra natura di uomini. Milioni di persone sono cresciuti da allora con quelle storie, le hanno sentite proprie, ne sono stati influenzati volenti o nolenti. Siamo intrisi di miti, noi occidentali, ci portiamo dietro l’anima pagana di quei tempi nel nostro modo di pensare, persino nel nostro modo di pregare i santi. E un bel giorno, la mia misera storia, che deve tanto a quelle storie straordinarie, approda in quella penisola. È un cerchio che si chiude.
Eleusi è una città dell’Attica, famosa per il culto di Demetra.
Le Ondine sono divinità marine, figlie di Nereo.
Laio è il padre di Edipo, protagonista della più straordinaria delle tragedie greche, L’Edipo Re.
Learco è un altro personaggio mitologico dal destino sventurato, ucciso per sbaglio dal padre.
Per dire quanti debiti io paghi alla Grecia.
Per questo il mio ultimo viaggio ha avuto un sapore particolare, di ritorno a casa. Là dove tutto è iniziato. E non solo perché fisicamente noi come occidentali, noi come italiani addirittura, stando a quanto dice Virgilio, siamo nati lì. Ma perché le mie storie provengono anche da quei posti, e ad essi anelavano tornare.

2. Aerei e aeroporti
img_0185_30 Non ne posso più degli aerei e degli aeroporti. Non è paura di volare, o non solo quello. È che gli aeroporti sono dei templi dedicati all’attesa senza costrutto. Una specie di limbo infernale in cui non sei in realtà in nessun luogo. Si assomigliano tutti: stessi negozi, stesso scintillare insopportabile di vetrine, stessi cartelli. Ok, ogni tanto cambia il carattere: a Roma caratteri latini, ad Atene caratteri greci. Ma stop. Gli aeroporti sono quei posti fatti apposta per farti desiderare ardentemente di tornare a casa. Anche se il viaggio è stato splendido, e, sbracata davanti al Tempio di Dioniso, sull’Acropoli, hai seriamente pensato di chiedere asilo politico. Non conta. Davanti al gate desolatamente vuoto sebbene l’ora dell’imbarco sia passata da un pezzo, pensi una cosa sola: voglio andare a casa.
Un’ora di ritardo sulla tratta Roma Atene, due su quella Atene Roma. Il volo dura un’ora e quaranta minuti. E non è manco questione di compagnia aerea. Su un’ora di volo la Lufthansa m’ha dato due ore di ritardo. Forse sono sfigata io. Non lo so. So solo che mi prende a male pensare che tempo dieci giorni e mi tocca un altro volo, stavolta con scalo. Qualcuno si ingegni a inventare il teletrasporto, per favore.

3. Atene

img_0262_30 Se dite che state per andare ad Atene, di sicuro qualcuno vi terrorizzerà. Vi diranno che è un posto dove il caldo toglie il fiato. Vi diranno che c’è un inquinamento allucinante e un casino folle. Vi diranno che tolta l’Acropoli, che comunque, sotto sotto, non è poi ‘sto granché, non c’è niente.
Ok. Non ci credete. A fare caldo fa caldo. Il sole picchia di brutto, e c’è una luce incredibile. Avevo visto una luce così accecante solo in Sicilia. Il sole è una presenza tangibile, sull’Acropoli persino al tramonto tutto è di un bianco abbacinante. Fare foto è stato complicatissimo. Dall’ombra alla luce ci sono variazioni incredibili, cambi di esposizioni e sensibilità che non avete idea. Ho la macchina fotografica piena dello stesso soggetto ripreso con duecento impostazioni diverse. Ma è secco. Infinitamente più secco che a Roma. Per questo si sopporta. Io, donnina incinta col fiatone perenne, sono riuscita a sopravvivere muovendomi per Atene alle due e mezza del pomeriggio. Per dire. Il termometro segnava 36 gradi tondi tondi.
L’inquinamento di Roma è peggio. Quando vado in centro torno tipicamente con la gola in fiamme. Ad Atene no. Il traffico c’è, e il casino è quello di una qualsiasi paese mediterraneo. Se siete stati a Napoli o sulla costiera Amalfitana, o comunque sul mare da Roma in giù, avrete capito cosa intendo. È il caos della gente come noi, nata sotto ginepri e pini marittimi, che in estate ci chiudiamo nella stanza dello scirocco per sopravvivere all’afa, e di sera mettiamo le sedie in mezzo alla strada per sparlare coi vicini.
E L’Acropoli è indescrivibile. L’Acropoli è l’inizio e la fine di ogni cosa. È un posto che entri e sai di appartenerle. Altro che “niente di che”. Poi ci tira un venticello fantastico, che viene dal mare, e c’è quell’odore dolce e resinoso di macchia mediterranea. E anche se togli l’Acropoli, Atene è sempre un bel posto. Per i vicoli, la luce, i mercati, la generale aria di allegria. L’ultimo avamposto dell’occidente, aperto all’oriente, odorosa si miele e mare, speziata, piena di gusti forti. È un posto in cui è bello stare. È un posto da visitare.

3.1 Cose che voi umani…
img_0244_30 Una mattina ce ne siamo andati in questo mercato. Che non è quello della foto. Lì è sotto l’Acropoli, vicino alla Biblioteca di Adriano, in quella zona caratteristica di Atene che si chiama Plaka. L’ho messa perché mi piace, secondo me coglie lo spirito della città. Ma comunque. Siamo andati in questo mercato. Che vende principalmente carne e pesce, e, nelle zone esterne a quella coperta, anche spezie, frutta secca et similia. È un’esperienza unica. Ci puoi fare uno studio dell’anatomia, in quel mercato lì. Quarti di capretti e conigli, maialini da latte, conigli, interiora di ogni genere appesi a ganci. Larghe fette di carne, coltellacci che tagliano quarti di bue…Un trionfo di sangue e carne, una cosa che detta così probabilmente fa impressione, ma che è così colma di vita, di rituali antichi e moderni, di sapori e odori…I conigli macellati sono completamente scuoiati, come da noi (sì, lo so, non è una bella immagine :P ) fatta eccezione per le zampe e la coda, che mantengono la pelliccia. Mi hanno detto che i macellai lo fanno per fugare il dubbio che non di coniglio si tratti, ma di quelli che da qualche parte si chiamano conigli dei tetti…che per altro i gatti ad Atene sono magrissimi. Non so perché. Assenza di topi? Evoluzione genetica?
Per le spezie e la frutta secca, non si può avere la benché minima idea della varietà. Ci sono negozietti piccoli stipati fino al soffitto di bustine di ogni genere e specie. Hanno bastoncini di cannella che sono rami veri e propri, giganteschi, frutta secca d’ogni genere e duemila varietà diverse di olive. Piccole, grandi, verdi, nere, secche, in salamoia, tutte buonissime. Un trionfo di sapori e odori. Ho comprato un mix di spezie che ha profumato la mia camera d’albergo in una serata sola. Confesso invece di aver dovuto desistere sulla soglia del mercato del pesce. Ok, la gravidanza non è una malattia, ma ormai ho l’odorato di Spiderman, e l’odore di pesce mi dà parecchio fastidio, tanto che ho persino difficoltà a mangiarlo.

3.2 Atene by night
img_0382_30 Una delle cose più piacevoli di questo viaggio sono stati i miei ospiti, di cui per altro parlerò diffusamente più in là. Non avete idea di quanto sia diverso visitare un paese in solitudine, con unica guida quel che si trova su internet, e farlo con la compagnia di qualcuno che lì ci vive. La prospettiva cambia completamente. Anche perché viaggiare significa anche incontrare altri popoli, e fare nuove conoscenze, e per conoscere davvero lo spirito di un luogo quattro chiacchiere con chi quel posto lo rende vivo le devi scambiare. Per questo non sarò mai abbastanza riconoscente nei confronti dei miei ospiti, che sono stati davvero incredibilmente gentili e pazienti con me.
E poi, uno che in una città ci abita ti può portare in posti di cui ignori l’esistenza. Come questo bar, che sta sull’Hilton di Atene. A parte che già l’albergo in sé è un bel guardare (avete presente il Boomerang del gioco da tavola Hotel? La forma è quella lì), al tredicesimo piano c’è una terrazza, e lì c’è un bar. Lo spettacolo che si gode da lassù è quello della foto di apertura. Una cosa da brividi. Appena sono salita e mi sono affacciata alla balaustra m’è mancato il fiato. L’Acropoli, in tutto il suo sfavillante splendore e nella sua austera eleganza, che naviga sul mare di luci della città di notte. Perché poi Atene è sconfinata, riempie tutta la piana, una città completamente bianca che si stende verso il mare. C’era un bel vento che ci ha ripagato del caldo della giornata, e questo panorama meraviglioso, che non ti stancavi di guardare.

3.3 L’Acropoli e annesso museo
img_0463_30 Ovviamente, l’Acropoli è una tappa obbligata. Ci siamo saliti di pomeriggio, in modo da avere un po’ più di fresco. Ugualmente tutto splendeva di un bianco abbacinante. Il marmo con cui sono costruiti gli edifici sull’Acropoli è molto diverso da quello cui siamo abituati a Roma; il risultato è che il Propileo, L’Eretteo e il Partenone hanno questa splendida sfumatura rosata che al tramonto diventa ancora più evidente.
Ora, innanzitutto già è splendido il colle dell’Acropoli; una rocca rocciosa e aspra, punteggiata di ulivi, che si innalza dai declivi più dolci sui quali la città è adagiata. C’è qualcosa di sacrale nella sua posizione e nel suo aspetto, nella via impervia che vi conduce, nelle mura austere che la circondano. Probabilmente fu per questo che gli ateniesi decisero di costruire proprio lì i loro templi.
Poi, quando ci metti piede, ti rendi conto che sai facendo un viaggio nelle tue origini. Visitare l’Acropoli non è solo guardare un po’ di rovine, stupirsi per l’immensità del Parenone o per l’eleganza dell’Eretteo: è fare un pellegrinaggio mistico, rendere omaggio alle sorgenti del nostro essere, a quel luogo nel quale siamo stati forgiati come persone, in cui il nostro essere pian piano si è sviluppato. E in questo senso è ancora un luogo sacro, un posto cui ci si avvicina con atteggiamento orante. È come tornare dalla propria madre.
Tutto sommato mi ha stupito il grado di conservazione del tutto. A Roma, per esempio, se uno guarda il Colosseo si rende conto di quanto il marmo sia smussato, i contorni poco netti, la costruzione in complesso massacrata dagli anni e dall’incuria dei secoli passati, nonché dagli innumerevoli furti; buona parte della Roma più moderna è fatta con la calce tirata fuori dai marmi dei Fori e del Colosseo. Le colonne del Partenone invece hanno mantenuto intatto il loro splendido colore, e gli angoli delle incisioni sono perfetti, acuti, inalterati. Tutto si staglia con straordinaria precisione sul bianco della roccia e l’azzurro profondo del cielo.
La cosa che mi è piaciuta di più è l’Eretteo, quello con le famose cariatidi che avrete tutti presente. Non è imponente come il Partenone, e se ne sta in una posizione più defilata, ma è così elegante, così austero nella sua silhouette slanciata. Un luogo ombroso dove è piacevole sostare.
E poi ci sono i teatri. Quello di Erode Attico e quello di Dioniso. Leggi le targhe che li presentano e scopri che quelle tragedie che ti hanno appassionata da ragazzina, e che ancora adesso ti fanno tremare il cuore, sono strate rappresentate lì per la prima volta. Lì è passato Sofocle. E quelle scale che stai facendo avranno visto, chissà, i piedi di Socrate, la cui figura ti ha sempre affascinata. Sono passati tutti di lì, e sebbene il tempo abbia cancellato le orme dei loro passi, quel che resta dei loro corpi, sono ancora con te, in quel che sei e in quel che pensi.
Per quel che riguarda il museo, si passa al regno della botta di culo clamorosa, o probabilmente dell’acuto calcolo da parte dei miei ospiti. Fino a un po’ di tempo fa, i reperti trovati sull’Acropoli erano ospitati da un museo piuttosto piccolo, decisamente inadeguato alla mole dei reperti. Il 21 giugno, mentre io atterravo finalmente all’aeroporto Venizelos, veniva inaugurato il nuovo, fantastico museo dell’Acropoli. Che io ho visitato ieri.
Atene è un po’ come Roma. Appena scavi, vengono fuori rovine di un po’ tutte le epoche, dalla preistoria ad oggi. È il destino dei luoghi così intrisi di storia e così antichi, abitati fin da tempi remoti. Per cui, costruendo il nuovo museo sono saltate fuori le rovine di un’intera città, con tanto di suppellettili varie. Riempiono la sala d’ingresso, che è immensa. Il resto, sono reperti ritrovati sull’Acropoli, anche questi risalenti alle diverse epoche della civiltà greca. E, anche stavolta, è stato l’Eretteo con le sue cariatidi a catturarmi completamente. Una cosa interessante del nuovo museo è che i reperti non sono addossati al muro. Non so, se siete mai stati ai Musei Capitolini avrete presente che lì le statue sono in fila lungo le pareti. Questo significa che se ne può tipicamente osservare solo il lato A, almeno per la maggior parte di esse. Al Museo dell’Acropoli ai reperti ci si gira intorno, e le cariatidi possono essere ammirate a 360°. E ne vale la pena. La ricchezza del panneggio delle vesti, la cura straordinaria con cui sono state scolpite le complicate pettinature, l’idea del movimento che riescono a rendere nonostante la complessiva ieraticità della figura. Un capolavoro.
Poi ci sono i fregi del Partenone. In pratica l’ultimo piano del museo è una riproduzione 1:1 della pianta del Partenone, orientata come il tempio, e contiene tutto quanto si è salvato del fregio dello stesso. Che è un’opera ciclopica: considerate il fregio dei due frontoni, poi le metope del fregio esterno e di quello interno. Alcune sono ancora sul Partenone, altre se l’è prese il British Museum (è una lunga storia…) una sta al Louvre, e le restanti, per fortuna, sono ancora ad Atene. Sono la maggior parte, ma devo dire che l’assenza di quelle del British Museum si fa sentire, sebbene ci siano dei calchi che impediscono l’interruzione del flusso del racconto. Perché, ovviamente, il fregio racconta una storia: la lotta tra Atena e Poseidone per il patronato sulla città e la nascita di Atena sui due frontoni, la Gigantomachia, L’Amazzonomachia, la Centauromachia e la Guerra di Troia sul fregio esterno, le feste Panatenaiche e la loro preparazione in quello interno. Una specie di libro su pietra, insomma.
Ho provato a cercare di immaginare l’intera decorazione sul Partenone, ed è qualcosa che la mente stenta a concepire, pur con l’ausilio di tutte le ricostruzioni e i modellini di questo mondo. Doveva essere qualcosa da togliere il fiato.

4. Parlare inglese

img_0206_30 Quando avevo sedici anni, questa forse la sapete già, partecipai ad un forum mondiale della gioventù organizzato dalla FAO, parallelamente al “forum dei grandi” che si teneva a Roma in quel periodo. All’epoca sapevo solo il francese, e per quattro giorni mi sono ritrovata a parlare solo quella lingua, tra amici africani e libanesi. Il mio francese non era un granché, ma la voglia di comunicare tanta, per cui mi buttavo e cercavo di parlare il più possibile. Tornai a casa che sognavo in francese, e mi veniva automatico parlarlo ogni tanto.
Ad Atene è stato un po’ lo stesso. L’inglese mi piace. Guardo la maggior parte delle serie tv che amo in lingua originale, se posso leggo libri in inglese, ed è la mia lingua di lavoro. All’università ho studiato su libri in inglese, gli articoli li scrivo in inglese. Nonostante questo, per me non è esattamente una lingua viva. È che non ho davvero occasione di usarla e parlarla. Mi capita solo ai congressi, e anche lì me ne sto defilata, parlo solo se interrogata e per il resto faccio il mio talk cercando di limitare i danni. Perché, sostanzialmente, mi vergogno del mio inglese. O meglio, ho paura ad usarlo. Penso che tutti lo sappiano meglio di me, penso che il mio faccia schifo. Molto Licesco, se ci pensate. La prima volta che ho sentito l’editor della casa editrice greca è stato a telefono, e mi è preso il panico. Cioé, non solo parlare inglese, ma pure per telefono. Ma devo dire che me la cavai, postai anche trionfante la notizia sul mio facebook.
Stavolta ad Atene non avevo scuse. O tiravo fuori il mio inglese o facevo scena muta. Per cui, per quattro giorni non voglio dire che ho parlato solo inglese ma quasi. Ed è stato un po’ strano, un po’ faticoso e un po’ esaltante. Parlare della tua personale poetica, di cosa pensi del fantasy, della tua scrittura, in una lingua che non è la tua è incredibilmente difficile. Se l’avete mai provato sapete a cosa mi riferisco. Ma la possibilità di parlare di questi argomenti con persone che hanno ovviamente un punto di vista differente, scambiarsi opinioni, confrontarsi, è esaltante. Ti dà l’idea di avere il mondo a portata di mano.
È vero, non è detto che dovunque tu vada l’inglese di salverà. In Spagna lo usi col 50% della popolazione, con gli altri ti arrangi, in Russia forse anche meno. Ma è la tua ancora di salvezza. Il tuo unico modo per cercare di capire un po’ il mondo e le infinite popolazioni che lo abitano. E in Grecia funziona bene, devo dire. D’altronde, loro non doppiano i film: li vedono in lingua coi sottotitoli. Che fa una bella differenza, direi.

5. La cucina

img_0293_30 In genere, quando si pensa a cucine estere particolarmente buone, uno si butta sempre su quella francese. Nel mondo credo sia più rinomata di quella italiana. Ora. La cucina francese non è male. Les escargots sono molto buone, le crȇpes suzettes hanno il loro perché. Però, per il mio palato, le culture dell’olio d’oliva sono assolutamente superiori a quelle del burro. Non c’è proprio paragone. Per quel che riguarda il mio gusto, nulla può battere il trionfo di sapori della cucina dei popoli mediterranei, così ricca, gustosa, piena di inventiva. Profumi, odori e colori che non sono mai trovato nel nord europa, per dire. E a me la cucina bavarese piace, ve lo ricordate. Ma la cucina greca è ad un altro livello.
Per dire, sono diventata dipendente dallo tzatziki. È una cosa troppo buona. È una salsa di yogurt e cetrioli, così dannatamente fresca, così terribilmente profumata d’aglio…Ho deciso che devo imparare a cucinarla. Oppure la baklava, così deliziosamente mieloso. Il miele c’è un po’ i tutti i dolci greci, così come la frutta secca. Essendo un amante di entrambi potete immaginare la mia gioia. La mattina di lunedì mi sono svegliata con in bocca sapore di tzatziki e baklava. Mi rendo conto che l’abbinamento può sembrare piuttosto azzardato, ma ne avevo mangiato un sacco di entrambi.
La pita, poi, che è una specie di pizza in genere bella oliosa, è imperdibile. Ma vogliamo parlare delle insalate? Una festa per gli occhi, col rosso dei pomodori, il viola delle cipolle, il nero delle olive e il bianco di quella splendida fetta di feta che in genere sta in cima al piatto, il tutto colorato da un filo di olio dorato. Un giorno ho provato la versione cretese: da Creta vengono questa specie di fantastiche freselle (sono identiche a quelle che si trovano in campania) che vengono ammollate nell’acqua. Sopra c’era una cascata di pomodori tagliati fini, capperi, olive e una pioggia di bianca feta tritata. Estivo, fresco e assolutamente sostanzioso.
Comunque, l’esperienza definitiva a livello di cucina l’abbiamo fatta la sera di martedì. I nostri straordinari ospiti, infatti, ci hanno portato in questo ristorante che serve piatti cucinati usando solo materie prime che esistevano all’epoca degli antichi greci. Via quindi pomodori, patate, zucchero et similia. Vicino ad ogni piatto del menù, un brano classico nel quale la ricetta veniva citata. Vi dico solo che abbiamo mangiato solo con cucchiaio e coltello, perché la forchetta è di origine bizantina. C’era persino il menù in greco antico, che ormai mi risulta incomprensibile più o meno come quello moderno (ah, i bei tempi della maturità, quando traducevo Platone e Omero…). È stata un’esperienza straordinaria. C’era molto agrodolce, e io adoro l’agrodolce. Giuliano si è innamorato di questo piatto, la fava (ok, lo so, per un romano suona male :P ), che è una crema di un legume piuttosto raro in Italia, la cicerchia. Mi sono procurata una bustina anche di quella, così provo a preparargliela. Io invece sono rimasta rapita dal vino col miele, una vera delizia. Prima che qualcuno insorga circa il mio attuale stato (non si beve in gravidanza!), rassicuratevi, era un bicchierino da aperitivo. È praticamente il primo alcol che bevo da quando sono incinta, anche se in verità potrei bere un bicchiere di vino al giorno.
Ora mi sono messa in testa di cucinare un giorno una cena greca. Mancheranno probabilmente gli odori di quella terra, e sì, lo yogurt greco che si trova in Italia è cugino di quello che si vende in Grecia, ma ci voglio provare. Così, per ricordare un viaggio che è stato anche un pellegrinaggio del gusto.

6. La presentazione
img_0356_30 Quando ho cominciato la mia attività di scrittrice, le mie presentazioni erano posti un po’ desolati. La prima, in quel della Fiera del Libro di Torino, contava sulle 20 persone, ma ce ne furono altre, dopo, con assai meno astanti. Ne ricordo una in cui eravamo tipo in tre.
Niente di strano. Sei un pischello, nessuno ti conosce, devi ancora farti il tuo pubblico. In genere questa situazione si ripresenta all’estero. Non sei esattamente Dan Brown, per cui in genere è un successo se nella tua prima presentazione fuori dai confini patri conti venti, trenta presenze a incontro. Per cui potete immaginarvi lo stupore quando mi sono trovata davanti la folla di cui la foto. Non avrei immaginato una presenza così massiccia di pubblico neppure nelle mie fantasie più sfrenate. Eravamo all’Istituto di Cultura Italiana, per la cronaca, e, sempre per la cronaca, se trovo tempo entro stasera posterò un po’ di foto ulteriori sul sito. Per altro mi accorgo adesso che eravamo tutti vestiti di nero, tipo gran sera :P .
La sorpresa non è comunque stata solo la folla, che pure è stato un bel colpo. La sorpresa è stata la partecipazione della gente all’evento, e le parole che quella sera sono state dette. Innanzitutto ho avuto modo di conoscere la traduttrice del mio libro, Evi Tsekoura (l’avrò scritto bene? In greco è Εύη Τσεκούρα, vedete un po’ voi). È sempre bello conoscere i traduttori. In qualche modo ti rendi conto che fanno parte del processo creativo assai più di quanto un lettore possa immaginare; quando parlano di un libro che hanno tradotto c’è sempre una sorta di affetto nelle loro parole, che per uno scrittore è qualcosa di fantastico. Voglio dire, il traduttore ti dà voce in un’altra lingua, un processo complicato, passibile di moltissimi errori, un traduttore, un bravo traduttore, in un certo qual modo “riscrive” la tua storia per un altra mentalità, per altre terre e altri popoli. Per me è stato fantastico ritrovare nelle parole di Evi una serie di tematiche che avevo cercato di infondere nei miei libri. Fare lo scrittore, soprattutto di genere, a volte è un po’ frustrante. Ovviamente il tuo primo obiettivo è divertire il pubblico, lo sai, ma questo non significa che tu non abbia anche l’aspirazione a “dire qualcosa” con la tua storia. Si scrive per comunicare emozioni ed idee. Ma non sempre questa cosa viene colta. Un sacco di volte passa solo la mera trama, e tutti, nel bene e nel male, si concentrano su quella. Ne abbiamo parlato una sera anche con Elias Chountalas, che è stato la persona della casa editrice con cui più ho interagito in questi giorni, e che poi è il ragazzo all’estrema sinistra del tavolo. Per la cronaca, nella foto postata Evi è la seconda da sinistra. Questo può anche significare che non sei stato abbastanza abile da riuscire a mettere in luce il contenuto, ovviamente. Fa parte del gioco. Per questo per me è stato fantastico sentire che alcune, parecchie delle cose che mi stavano a cuore mentre scrivevo la storia di Nihal erano passate, ed erano passate persino per qualcuno che vive a migliaia di chilometri dal posto in cui quelle storie sono state scritte. Per qualche istante mi sono illusa di essere riuscita in una piccola parte del compito che più o meno ogni scrittore si propone: essere un pochino, almeno un pochino, universale.
È stato molto interessante ascoltare anche Stella Pekiaridi (pure qua, non sono sicura della traslitterazione…la vedete all’estrema destra del tavolo, in foto), che ha parlato dei problemi della traduzione in generale, e del fantasy in particolare.
Non so, a volte ho l’impressione che il fantasy sia preso un pochino più sul serio all’estero che qui in Italia. Sento fare molti più discorsi sui contenuti, sulla discendenza dalla mitologia, e altre cose “serie” del genere che in Italia in genere la gente dice sottovoce, per tema poi che qualcuno le rida dietro. Lunedì sera sono passate da noi al pubblico con grande naturalezza. Per cui, alla fine, quando è toccato parlare a me, ho cambiato il discorso che mi ero preparata (preparata è una parola grossa; avevo pensato a due o tre cose da dire, poi in genere vado a braccio). Perché ho capito delle cose ascoltando gli altri relatori, mi sono resa conto di quanto per me fosse importante essere lì, ed esserci in quel momento. Tra l’altro la cosa divertente era che avevo una traduttrice simultanea (bravissima, la vedete al mio fianco della foto, la sig. Stratou, sempre traslitterazione perdonando). È stato molto piacevole poter seguire passo passo quando veniva detto intorno a me. Non c’è stato un momento in cui mi sia sentita tagliata fuori, la lingua non era un problema ed è stato uno spasso.
Ma c’era ancora una sorpresa per me. Ora, quando nessuno ti conosce, quando per altro sei pure in terra straniera, non è che le curiosità a tuo riguardo abbondino. È un classico che alle prime presentazioni nessuno ti faccia domande. Almeno, in Italia funziona così. In Grecia non direi. C’erano un sacco di mani alzate. Qualcuno non è neppure riuscito a fare la domanda perché abbiamo dovuto chiudere l’incontro per esaurimento del tempo. C’è stata anche l’immancabile “quanto conta l’astrofisica nella tua scrittura” che mi fanno veramente dappertutto, dagli Appennini alle Ande, tanto è vero che l’ho anche detto.
Insomma, è stata una serata dannatamente piacevole, calda, in cui mi sono sentita accolta. Non è mica poco. E le persone dell’Istituto di Cultura Italiana, gli organizzatori, sono stati fantastici. Davvero, sono tornata da questo viaggio con debiti di riconoscenza giganteschi verso un sacco di persone. Non avete idea di quanto sia bello vedere la passione premiata, l’impegno riconosciuto, e tutto funziona come deve, tutto gira per il verso giusto. Ed è stato fantastico provare queste sensazioni così lontano da casa.

Il resto del post potrete leggerlo domani (oggi non ho fatto in tempo :P ). Nel frattempo, un paio di notizie.
Sulla home page di Repubblica.it potete sentire un mio breve e sconnesso commento sulle tracce dell’esame di maturità. Il link è questo.
Meltin’ Pot ha pubblicato una mia intervista; la potete leggere qua.
Infine, sul sito della Panini c’è un’anteprima del secondo numero del fumetto dedicato alle avventure di Nihal. Il link è questo.
A domani!

43

Riguardati!

Quando ho scoperto di essere incinta ho attraversato il periodo donna di vetro. Ero convinta che anche a muovermi normalmente potessi fare danni. Avevo smesso di fare il letto, giacevo sul divano girandomi anche con grande cautela, non sollevavo neppure le cartacce da terra. Ok, un pochino ci marciavo. La pigrizia scorre potente in me. Ma ero spaventata davvero.
Poi ho fatto la prima visita, e ho scoperto che il mio ginecologo è per “la gravidanza non è una malattia, fai la tua vita di sempre”.
“Quindi posso andare al congresso a Pisa”.
Dimmi di no, dimmi di no, dimmi di no…
“Ma certo!”
“Sì, ma la settimana dopo sono a Torino”
“E che problema c’è”
“E dopo ancora a Garching, in Germania”
Almeno il secondo congresso in un mese evitamelo, ti prego, te lo chiedo col mio sguardo supplice
“Assolutamente nessun problema”.
Poi il tempo passa, e uno si accorge che il pupo tutto sommato è più resistente di quel che si creda, e pian piano uno ricomincia a muoversi, ricomincia a ramazzare per casa, finché sull’aereo le valige se le sistema da sola.
In effetti adesso faccio la mia vita di sempre, e sto anche bene. Anzi, è divertente far le solite cose, le presentazioni, i viaggi, sapendo che c’è anche lui/lei. Mi dà coraggio.
Però, la prima cosa che s’impara quando si è incinte, è che la gravidanza è un fatto collettivo, e tutti, ma proprio tutti vogliono farne parte. In buona fede, ovviamente. Ma tutti hanno da dire la loro, convinti di far bene e di essere utili.
Da quello che ti fa l’elenco della roba che non puoi mangiare, che pian piano si allarga a qualsiasi cosa sia stata coltivata a o cresciuta vicino alla terra (quindi, non so, forse si salva solo la roba liofilizzata), a quello che ti terrorizza coi racconti del terrore sul parto.
Però la cosa che ti dicono tutti, ma proprio tutti, è “Riguardati”. A volte te lo dicono anche prima che tu sia incinta, e alla riproduzione hai appena iniziato a pensarci: “Con la vita che fai non c’è posto per i figli”.
Finora non c’è stato nessuno che non abbia quanto meno alzato un sopracciglio di fronte ad almeno uno dei miei impegni. Lo ammetto, sono tanti. Li sto diminuendo il più possibile, perché ovviamente mi stanco di più, adesso, e perché quando avrò più pancia la deambulazione inizierà ad essere un problema. Ma anche perché voglio starmene un po’ per i fatti miei, dedicarmi al pancino, a Giuliano, alla mia famiglia, agli amici. Ma tutto quel che faccio è sotto controllo medico. Mi informo, non forzo i miei limiti, e in effetti non sono particolarmente stanca. A parte ovviamente che più che una gravidanza questo è un letargo, visto che dormo in media dieci ore al giorno.
Eppure “riguardati” continua ad essere il liet motiv di questi giorni.
Tutto questo pistolotto per dirvi che settimana prossima non ci sono. Vado in Grecia. Anche qui, mi hanno terrorizzato un po’ tutti.
“Atene è caldissima di ‘sto periodo!”
“C’è un inquinamento che levati!”
“No, l’acropoli no, è un bordello salirci”
È lavoro. Pubblicano i miei libri in Grecia e mi hanno invitata ad Atene. Io ci vado con piacere. Cinque anni della mia vita, quelli del liceo, li ho vissuti a contatto col mondo greco e latino. Senza contare I Cavalieri dello Zodiaco :P .
Per cui non preoccupatevi, tutto bene quaggiù, e ci vediamo giovedì, o ci sentiamo da Atene se trovo una rete disponibile.
Buon fine settimana a tutti!

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