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Con gli occhi di Irene

Quando si vive in periferia, il centro è lontano quanto un miraggio. Immagino sia una cosa difficile da capire per uno che abita in una città di medie dimensioni. In una metropoli, soprattutto quando così estesa rispetto all’effettiva popolazione come Roma, un abisso divide le borgate dal centro. È come vivere in posti diversi. Da queste parti, quando andiamo al centro, diciamo “Andiamo a Roma”.
Ieri Irene è stata a Roma per la prima volta. In un anno di vita, aveva visto solo Villa Borghese un pomeriggio. Io avevo voglia di fare un po’ di foto, e di farle vedere la sua città. Così abbiamo preso armi e bagagli e siamo partiti.
A lei credo sia piaciuto. Si guardava in giro curiosa: tutte quelle luci, tutta quella gente, e poi la musica…
Io continuo a non riuscire a sentire questo posto mio. Ne posso ammirare la bellezza, ma davvero non riesco a credere che mi appartenga più di quanto non sia dei turisti che ci passano un solo giorno, o una settimana o due.
Però è stato bello fingere per Irene. Lei è romana di seconda generazione, di terza, se si considerano i miei suoceri, e voglio che sappia di cosa è figlia. Voglio che senta questa città più di me, e magari poi scelga da sola se amarla o meno, ma voglio che la conosca. Io forse non ho mai avuto molta scelta: i miei sono stati trapiantati qui a trent’anni dalla Campania, e giustamente non si sono mai sentiti romani. Chiusa nella mia borgata, così distante dal Cupolone, ho sempre preferito sentirmi campana. Il risultato è che adesso, nonostante il mio accento alla Ruggero di Un Sacco Bello, non so davvero cosa sono: vorrei sempre essere da un’altra parte, e se devo pensare a casa penso solo alle sere nevose di Monaco. Ma romana lo sono, qui sono nata, qui sono sempre vissuta, e devo farci i conti.
Ieri ho ammirato le luci, il cielo viola, il bianco assoluto di Trinità dei Monti contro il giallo dei palazzi di Piazza di Spagna, i mille colori di Piazza Navona, il verde delle sue fontane. Ho fatto tante foto, non ne ho trovata neppure una che mi piacesse, a sera, ma è stato bello. Portare Irene a far conoscenza col posto in cui è nata, e vederlo attraverso i suoi occhi. Ho insistito io per uscire, dopo un mese in cui non ho avuto quasi mai voglia di far niente.
Certe volte mi sembra che le cose stiano ricominciando, da capo, per la non…non lo so quale volta, un anno fa più o meno di questo periodo dicevo che si nasce e si muore un sacco di volte, e continuo a crederlo. Se penso ai Natali della mia infanzia mi sembrano distanti un’era geologica, e io ero un’altra persona. Un ciclo si chiude, uno si apre. Dopo un anno, forse finalmente ho partorito davvero, e ho preso seriamente consapevolezza di questo nuovo ruolo che mi sono ritagliata addosso: la mamma. So solo che andare a spasso con la mia famiglia, durante queste feste, è la cosa che più mi pacifica con me stessa.

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Succede solo a Lucca

C’è qualcosa che rende la fiera di Lucca unica nel suo genere. Sì, certo, la roba che puoi trovarci, sì, certo, le dimensioni spropositate, sì, ok, il cosplay ai massimi livelli. Ma non basta.
Lucca per anni è stato per me un mito. “Una volta dovremmo andare a Lucca”, ci dicevamo con Giuliano quando facevamo cosplay. Ma sapevamo che forse non ci saremmo andati mai.
Poi, esce il mio libro, e il secondo lo presento lì. Da allora mi sono innamorata, e Lucca è stata sempre imprescindibile. Praticamente ogni anno mi autoinvito. Devo andarci, o l’annata in qualche modo non è completa. Giusto lo stato di prostrazione pre-parto + diabete mi ha potuta fermare lo scorso anno. Stavolta invece non sono mancata, e la cosa è stata fruttuosa. Procedo per capitoli, probabilmente sarà un post fiume, per cui ve ne agevolo la lettura.

Sabato: il preludio
Sapevamo che il tempo avrebbe fatto schifo. Però, non so, eravamo animati da una sana incoscienza, probabilmente. E sabato non faceva così schifo. Cielo grigio, ad incorniciare però i colori di un autunno lucchese assolutamente spettacolare: ho provato a fare un paio di foto, ma ero di fretta dalla macchina, per cui non rende proprio per niente.
In valigia avevo una mezza specie di cosplay: il vestito che avevo comprato in viaggio di nozze + il cappuccio preso nel meraviglioso mercatino di Wittelsbach Platz, a Monaco, nel natale del 2005. Ma non ho avuto il coraggio. Avrei dovuto girare per la hall dell’albergo in maschera, e mi vergognavo. Poi, tra il serio e il faceto, mi avevano appena detto “ma sei una madre, queste cose non le puoi più fare”, per cui sono uscita con la mia consueta mantella, e Irene imbacuccatissima al seguito.
Nel complesso, però, fumata nera: impossibile girare la fiera con Irene, che s’è stufata abbastanza presto, ossia dopo che mi sono imbucata allo stand Panini dove mi sono fermata a parlare un po’ con vecchie conoscenze e a fare il pieno di Rat-Man (prendete Avarat, vale). Per cui, il sabato alla fine ha avuto un unico evento degno di nota: una bella cena conviviale con gli amici Mondadoregni, finita con me brilla, e la promessa di grandi cose l’indomani.

Domenica mattina: mio Dio, giro la fiera
Io ho girato una sola fiera di Lucca: la mia prima, quella del 2004. Da lì in poi, mai avuto tempo neppure per respirare. Tutto era sempre una girandola di eventi, molti dei quali partoriti lì al momento, del tipo che incontri caio che ti vuole intervistare, tizio che ti vuole conoscere, sempronio che vuole parlare di lavoro.
Quest’anno ho avuto due ore due tutte per la fiera: un evento clamoroso.
Ci svegliamo con un sottile rumore di pioggia. Ecchessaràmmai, siamo adulti e vaccinati. Lasciamo la pargola coi miei genitori, io trovo il coraggio: mi vesto. Ebbene sì, giro la fiera in cosplay. Avevo un’intervista a mezzogiorno, per cui sotto avevo un vestito normale, ma ho girato la fiera, come avrete modo di vedere più sotto, vestita da Monaca di Monza Rossa Medievale. Una roba che manco vi dico.
Che dire della fiera. Un delirio. Ormai sono vecchia, non so più sgomitare, tanto è vero che chiedevo scusa a tutti, e dopo un’ora e mezza in piedi già barcollo, nonostante la scarpe comodissime (e affatto adatte all’abito, sgrunt…). Però me la sono goduta. Ho preso quel che volevo, ho spulciato, guardato, apprezzato. Solo la parte Comics, ahimè, ma è più di quanto sia riuscita a fare in sei anni di frequentazione della fiera. Gli acquisti, già sciorinati a Fantasy On Air, sono stati: i già citati Avarat e Rat-Man, il primo numero di Lady Oscar (tutta la serie costava uno sproposito, se mi acchiappa magari poi faccio il grande passo), prima e seconda serie di Rayearth, tutti i DVD i Là Sui Monti con Hannette, un mito della mia infanzia, la serie completa di I”s, Deficient & Dragons, anche questo il volume con tutta la saga, l’ultimo libro di Eriadan, l’ottavo, il secondo libro della saga Avelion, di Alessia Mainardi. Che ve ne pare? Ah, e l’immancabile calendario dei Muse. Ho lasciato sul campo tutti i DVD dello Sherlock Holmes di Miyazaki, ma conto di prenderlo in futuro, e un meraviglioso pelouche del Gattobus di Totoro, che però costava un occhio della testa. Poi ci sono gli acquisti del marito, ma sono cose che non leggo, per cui…

Domenica a pranzo: l’evento
Avevo un appuntamento a pranzo, un appuntamento sulla cui natura al momento non mi dilungo. Voglio lasciare un po’ di suspence. E insomma, avevo un impegno prima, ossia un’intervista da usare nel materiale della App delle Creature per iPad, iPhone e smartphone vari.
Riassunto delle precedenti puntate: in un futuro prossimo verrà commercializzata un’App ispirata alle Creature del Mondo Emerso. Ci troverete le illustrazioni del libro, ovviamente, ma anche molto altro: schede dei personaggi, ad esempio, illustrazioni ulteriori e inedite, footage vario e interviste, appunto.
Arriviamo nella casa in cui faremo il tutto e scatta la tragedia. Perché io ho contato tipo tre quarti d’ora per il tutto, che mi lascia un certo margine per riuscire a raggiungere Voinonsapetechi a pranzo, e invece la cosa si prende un’ora e mezza secca. E io entro nel panico. Perché odio essere in ritardo. Mi pregio di essere una persona precisa in determinati aspetti della mia vita (in altri nettamente no, ma questo non è uno di quelli): consegno il lavoro entro le dead lines, arrivo sempre puntuale agli appuntamenti, e se non arrivo puntuale è perché sono andata a sbattere da qualche parte con la macchina o mi sono persa miseramente per knock out del navigatore. Per cui, guardo Giuliano terrorizzata, lo prego di mandare sms di scuse preventive, mi macero dentro.
L’appuntamento è alle 13.15, e io finisco il tutto alle 13.15 o giù di lì. Vi tranquillizzo: all’esterno non s’è visto niente. L’intervista è venuta su bene, mi sono anche divertita, mentre una parte di me ovviamente mi urlava che ero in ritardo spa-ven-to-so.
Ma vabbeh, usciamo. Finché siamo al coperto, il cielo è grigio, ma le gocce poche. Facciamo appena in tempo a scendere dalla macchina che si scatena l’apocalisse. E io devo fare mezza Lucca a piedi.
Immaginate la scena.
Le buste degli acquisti mattutini nelle mani. La borsa che pende. Il marito che arranca dietro con l’ombrello urlando: “Ma è inutile che corri, li abbiamo avvisati, e poi ti bagni!”. Io che sego le file, taglio per campi, corro e intanto la pioggia trasforma le vie di Lucca in simpatici torrenti montani. Intanto a telefono continuo a scusarmi, dico che se è tardi no problem, annulliamo, non senza che poi io mi fustighi con un gatto a nove code sulla pubblica piazza.
Una scena pietosa. Comunque. Alle 13.45, o forse più le 14.00, finalmente arrivo. Con un’ora di ritardo. Da Voinonsapetechi.

Domenica primo dopo pranzo: voinonsapetechi

Ok, adesso lo sapete. L’appuntamento era con Leo Ortolani. Del quale, dovreste saperlo, non è che sono fan, ddeppiù. Lui c’è più o meno sempre a Lucca, sempre al di là della mia portata. In genere ci sono frotte e frotte di persone che vogliono incontrarlo, una volta Giuliano ha provato, e c’era una coda stratosferica, e credo occorresse anche munirsi di numerello, per cui ha rinunciato. Francamente non speravo sarei riuscita non dico a conoscerlo, ma manco a intravederlo da lungi. E invece…
Va detto che nell’occasione ho mostrato tutta la mia possanza.
Entro fradicia e senza fiato. Sugli occhiali ho un misto di condensa, pioggia e non so cosa, per cui sono virtualmente cieca. Non distinguo gli uomini dalle donne, non saprei esattamente manco dire quanta gente c’è nella stanza. E per un minuto resto così, come una babbea, balbettando patetiche scuse sul ritardo.
Il resto dell’incontro è purtroppo esattamente come me lo sono immaginato: io che non riesco a dirgli un miliardesimo di quello che vorrei. Tipo che trovo sia un genio. Tipo che non esiste fumetto al mondo che mi faccia fare un minuto secco di risate a scena aperta come quella che mi sono fatta il giorno prima leggendo Avarat. Che 299 è probabilmente la più bella parodia a fumetti che abbia mai letto, e non solo perché è piena di trovate geniali, ma perché trovo che il senso che ha saputo dare alla storia sia strepitoso. Che io davvero non ho abbandonato l’idea folle di fare un giorno io il cosplay di Rat-Man, per il quale ho innegabilmente il physique du rôle – fatta eccezione per le tette – e Giuliano quello di Cinzia. Sì, ok, Giualiano non è molto d’accordo, ma prima o poi lo convinco. E non è che sia mancata occasione per dire queste cose. No. È che non sono stata capace di dirle, perché sono fatta così: perché certe cose posso solo scriverle, mai dirle a voce. Forse piuttosto che conoscere i miei miti dovrei limitarmi a scriver loro delle belle mail chilometriche. E quindi sono stata lì, a guardarlo un po’ come si fa con le apparizioni della Madonna, a versarmi addosso l’aperitivo (sì, è successo, non sto scherzando) e a fare complessivamente la figura della scema. Ma è stato bello. È stato bello star lì a parlare di cinema e fumetti, e di leva militare, roba che mentre lui parlava mi si aprivano in testa tutte le vignette de L’Ultima Burba.

Domenica pomeriggio: l’apocalisse

Verso le 15.00 parto per riattraversare tutta Lucca e andare all’intervista per Fantasy On Air. Usciamo, il cielo promette male, ma non piove. Il tempo di fermarci a prendere un panino (no, non avevo pranzato) e si scatena l’inferno. Viene giù il mondo. Io e Giuliano abbiamo solo il mio ombrellino da borsetta, che a stento basta per me. Il risultato è che tutta la parte sinistra del mio corpo si bagna. Ma il verbo bagnare non rende. Voi immaginate gli abiti appena usciti dalla lavatrice, ma senza centrifuga. Immaginate quattro strati di vestiti – la cappa, l’abito medievale, una maglietta e una canottiera – zuppi che li si può strizzare. E immaginate un paio di sneakers che si fanno mezza Lucca sotto il diluvio universale. Fin più o meno a metà resistono stoicamente, poi, d’improvviso, come il proverbiale quadro di Novecento di Baricco, decidono che non vale più la pena. E si inzuppano senza preavviso. Roba che sentivo proprio l’acqua traboccare, e andare avanti e indietro nella scarpa in simpatiche onde.
In queste condizioni arrivo a Fantasy On Air, e confesso che per un minuto buono non mi riesce di sorridere. Sto maledicendo la pioggia, l’autunno, la scarpe, la cappa, Lucca e l’universo. Poi torno in me. E faccio quel che devo, mentre l’adrenalina monta.

Domenica pomeriggio: adrenalina

Mentre cerco di capire come fare a non prendere una polmonite, ho il secondo incontro di giornata, stavolta con Voinonpotetecapirechi. Ok, chi conosce il signore con me nella foto di Thomas Baudone di Mondo Nerd (grazie!) capisce perfettamente. Per tutti gli altri, vi dico che all’improvviso scopro che nella stanza con me c’è Terry Brooks. Sì, quello di Shannara. Sì, uno dei miti mondiali del fantasy. E così, senza dire né ai né bai, mentre io sono nella saletta dietro la sala in cui terrò la presentazione, un ragazzo dell’organizzazione mi fa “Vieni che ti presento Terry Brooks”.
La cosa è così improvvisa che non ho tempo di avere paura. Poi ho l’adrenalina che va ovunque, non so bene perché. Per cui gli stringo la mano e parto – giuro – con la conversazione in inglese più fluida che abbia mai avuto in vita mia. Roba che non esito, vado sparata, sorrido, capisco, rispondo. Una parte di me mi guarda da fuori e fa “Ma te da dove sei uscita?”. Aiuta tantissimo il fatto di avere davanti una persona squisita: avremo parlato tre minuti, ma lui è stato di una gentilezza spettacolare, mi ha messo a mio agio con due parole, è stato veramente un incontro piacevolissimo.

Domenica pomeriggio: presentescion

(grazie ancora a Thomas Baudone per la foto!). Io sono da strizzare. E inizio ad avere freddo. E qui giunge in aiuto Paolo Barbieri, che mi presta un maglioncino che gli avanza. Purtroppo mi cambio come avrete intuito: marito e Paolo tirano su i cappotti e mi coprono, e io praticamente mi spoglio in mezzo e dieci persone. Però, capitemi, a parte i piedi immersi in due dita d’acqua, ero zuppa, ma proprio zuppa.
La presentazione mi sembra sia andata bene. Mi spiace enormemente per chi non è riuscito ad entrare, purtroppo per ragioni di sicurezza non si poteva fare altrimenti. E grazie infinite a chi c’era, a tutti i cosplayer, le cui foto cercherò di pubblicare il prima possibile, a chi mi ha fatto domande, a chi mi è stato sentire, e chi c’era e chi avrebbe voluto e non ce l’ha fatta. Mi sono divertita, è stato un bel modo di stare insieme.

Domenica sera: firma copie

Non c’è molto da dire al riguardo, se non che, ancora, mi spiace che ci siano persone che non siano riuscite ad avere l’autografo: anche qui, problemi di sicurezza e di tempistica degli organizzatori hanno impedito di soddisfare tutti. Dai, speriamo ci sia un’altra occasione.
La cosa che mi ha divertita di più è stato il posto in cui abbiamo fatto la firma copie: sì, è quel che credete. Un gigantesco rotolo di carta igienica. È che eravamo nello stand della Tempo, per cui…

Quel che resta

Un sacco di cose, e tanti ringraziamenti da fare. Innanzitutto a Thomas di liciatroisi.eu, che ha trasmesso la diretta e mi ha fatto anche un bellissimo regalo che a breve vi farò vedere. Mi ha anche passato una domanda di uno degli spettatori, nello specifico Andrea da Napoli, che voleva sapere quale fosse il mio cattivo preferito: è una bella gara tra Aster e Kryss. Aster è il primo amore, diciamo, ho sempre provato una grossa empatia per lui. È vero, ha delle idee aberranti, ma in fin dei conti c’è una logica in quel che dice, e soprattutto fa quel che fa perché è disperato. Kryss invece è cattivo fino all’osso, ma credo sia un cattivo con un fascino perverso, qualcuno per il quale si possono fare cose tremende. Si scopriranno meglio i suoi fini ne Gli Ultimi Eroi.
Venendo al regalo di Thomas, eccolo qua

La maglietta è bellissima, e il disegno, fantastico, è di Giacomo aka tuttobianco, cui faccio i complimenti e che ringrazio infinitamente.
Infine, sono partita disarmata e sono tornata con una spada, e che spada. Purtroppo non ricordo il suo nome (se ci sei, batti un colpo e palesati nei commenti o per mail :) ), è un ragazzo che ha realizzato un bellissimo cosplay di San. È stato emozionante vederlo, San è un personaggio cui sono molto affezionata. E aveva con sé una meravigliosa spada di Nihal in gommapiuma, che mi ha regalato alla firma copie. È stato un regalo meraviglioso: confesso che avrei sempre voluto una riproduzione della spada di Nihal, una volta chiesi anche ad alcuni ragazzi che fanno GdR dal vivo se fosse una cosa fattibile, e ho scoperto che non è per nulla banale realizzare una cosa del genere. Ecco a voi la spada (perdonate la faccia da scema, ero stanchissima)

E insomma, grazie ancora una volta a tutti quanti. Sono stati due quasi giorni fantastici e indimenticabili. Non potevo sperare di chiudere meglio – almeno per ora – il ciclo del Mondo Emerso.

P.S.
Metterò presto online altre foto. Chiunque non gradisca che pubblichi la sua foto, me lo faccia sapere. Se ho già pubblicato, provvederò a rimuovere appena me lo direte.
Thomas sta lavorando per mettere online un video della presentazione; quando ce l’avremo, ve lo farò sapere. Intanto potete godervi la mia intervista per Mondo Nerd. Sì, ero molto schizzata.

Intervista Mondo Nerd

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Basta poco a fare autunno reprise

Sgrunt…

P.S.
Ho una notizia bella bella bella in modo assurdo per voi, e per chi non ha capito la citazione, filate in videoteca e affittate Zoolander :P . Martedì 26, alle 17.30, alla fanc di Roma insieme a me ci sarà anche Paolo Barbieri. Insomma, per chi ci sarà, si beccherà due autografi al prezzo di uno. Vi aspettiamo!

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Basta poco a fare autunno

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Frammenti

Mettiamo le cose in chiaro

Scarpone…

…ma soprattutto scarpine

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A volte

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Essenza e apparenza

L’altro giorno sono uscita con una mia amica per rifare il guardaroba autunnale alle pargole; le nostre figlie sono praticamente coetanee, per cui abbiamo condiviso un po’ tutto: gravidanza, parto, prime ansie, le pupe che iniziano a fare da da e via così.
Entriamo dunque in questo negozio e lei prende un paio di cose. Andiamo a pagare e la commessa fa: “Faccio il pacco regalo?”.
Al no mette tutto in busta e insiste: “Se volete vi faccio lo scontrino senza prezzo, così la mamma in caso può cambiarlo”. E io: “Veramente la mamma è lei”.
Scuse a profusione, e morta là. Non è la prima volta che mi capita. Mi succedeva di continuo in gravidanza, almeno fino al sesto mese, quando poi la pancia s’è vista e quindi c’era poco da equivocare. Mi è successo ieri con un paio di scarpe che ho preso ad Irene.
E mi è venuto da pensare alle passeggiate che faccio con lei al parco. Guardo le altre mamme, e tipicamente sembrano tutte, chi più chi meno, ragazzine.
Ricordo che quando presi la fatale decisione il mio problema principale era che poi dopo sarei diventata adulta senza alcuna via di scampo. Prima di un figlio ero ancora una ragazza, dopo ero una signora. Chissà che mi immaginavo. Col parto ho giusto guadagnato un mal di schiena perenne e un capello bianco. Ma a volte lo penso ancora. Che non sono più una ragazza.
Vado in giro per presentazioni, e ancora mi definiscono “giovanissima autrice”, quando io alla parola “giovanissimo” associo immagini di brufolosi sedicenni. Ho trent’anni, tutto sommato. Ok, ancora ventinove – credo di essere l’unica donna al mondo ad alzarsi l’età – ma solo per due mesi. E a trent’anni non sei più una ragazza, almeno nella mia visione delle cose.
E tutto questo si salda ad un libro che ho letto di recente, Non è un Paese per Vecchie. Al di là delle riflessioni di certo più profonde che un testo del genere dovrebbe stimolarmi, mi guardo allo specchio, coi miei jeans da cui fa capolino la catena del cipollone, con le mie sneakers colorate, gli orecchini uno diverso dall’altro, e mi domando se non sto negando la verità delle cose. Che l’adolescenza è (dovrebbe) essere finita da un pezzo, che ho tonnellate di responsabilità sulle spalle e gli occhi di una figlia che incrociano i miei per capire il mondo e i suoi misteri.
Forse ci stiamo tutte negando la verità. Tutte noi giovani mamme sprint, la mattina al parco con le scarpe da ginnastica e il jeans a vita bassa. Forse non vogliamo accettare la realtà: che si invecchia, si muore.
“Sembra più giovane” mi dice il medico in vacanza, quando vado da lui per un’iniezione e gli dico che ho ventinove anni.
“Sembri una ragazzina” mi dice mia madre quando mi incrocia la mattina.
Appunto. Sembro. E inizio a domandarmi se non sia un patetico travestimento, un fingere di essere quel che non sono. Non più, almeno.
Ma poi rifletto che il mio cappello, le mie scarpe colorate, l’orecchino lungo a destra e quello piccolissimo a sinistra, fanno parte di me come le mie mani, le mie gambe, il mio naso storto e il mento grosso. Sono io. Sono io adesso, sono stata io a quindici anni, e sarò ancora io quando di anni ne avrò sessanta, settanta e via così. In fin dei conti non è una posa. È la mia seconda pelle. Per cui continuerò ad attraversare il mondo così, in sneakers, incassando i complimenti fin quando ci saranno e prendendomi gli sguardi perplessi, che a quelli sono abituata da sempre.

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Nostalgia

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Morte e vita

I cimiteri mi hanno sempre messo l’angoscia. Fin da piccola, quando passavamo sulla sopraelevata e sbucavamo al Verano, con tutte quelle fioche luci che accendevano la sera, a me mancava l’aria. E così quando andavamo a cimitero a Benevento o a Colle.
Credo siano i fornetti. A Roma si chiamano così le tombe in condominio; avete presente, no? Quelle grosse costruzioni in cemento armato, con vari piani, e dentro decine e decine di piccoli loculi, che se hai sfiga il caro estinto è al decimo piano, e per mettere un fiore devi prendere la scala. Uno in condominio ci passa tipicamente la vita, perché ci deve stare anche da morto, mi chiedo? E poi nel cemento, murato, a svariati metri dalla terra, quella alla quale, secondo le scritture, dovresti tornare. Invece torni la calcestruzzo, in una tremenda quadratura del cerchio: in fin dei conti, vieni già dal cemento armato.
Comunque.
Qualche giorno fa ho fatto un’altra lunga passeggiata. Ripida, soprattutto. Conduce ad una piccola chiese un tre chilometri – e 400 metri più su – dal paese, S. Giacomo. È stata a suo modo un’impresa. Con Irene sulle spalle eravamo stanchissimi, la pendenza si fa sentire tantissimo, e la chiesa ci sembrava un dannato miraggio in cima alla montagna. Poi il bosco si è aperto in una radura minuscola e la chiesa era là, bianca, il campanile alto e sottile.
Come succede spesso da queste parti, nel recinto della chiesa c’era un cimitero. Un cimitero completamente diverso da quelli cui sono abituata io. Una trentina di croci in ferro battuto o in legno, infisse nel terreno appena smosso, su cui erano piantati fiori di vario genere. Era tutto un ronzare di api che andavano da una corolla all’altra.
È strano, ma non c’era niente di angoscioso in quel posto. Sono entrata, e l’aria non mi è mancata. Ho passeggiato tra le lapidi, in quel posto d’infinita pace: gli affreschi naïf sulle pareti della chiesa, i fiori, le croci, le iscrizioni in caratteri gotici. Pochi cognomi, ladini o tedeschi. Foto di vecchietti sorridenti, moglie e marito. 1873, 1964. Due guerre mondiali, epidemie e carestie. Vite forse consumate del tutto tra questi monti. Quanti di loro avevano mai visto altro, oltre al Sassolungo, alla neve, alla fame, alla vita dura? Un vecchietto con un cappello in feltro, un giovane di una ventina d’anni con un volto d’altri tempi. La tomba di alcuni bambini morti piccolissimi tra il 1916 e il 1918.
Ecco, non fosse stato per quei bambini, forse non avrei tremato neppure un po’, lì dentro. Era il cimitero di Spoon River, un microcosmo in cui raccogliere brandelli di vita. Quante storie in un fazzoletto di terra, storie che forse nessuno conosce più, ma che ancora regalano fiori ai monti, in primavera. Non ho mai sentito la morte come qualcosa di naturale. Ma a volte ci sono luoghi in cui la vita ti appare cosí terribilmente semplice, così tremendamente forte, dalla nascita a quella croce di ferro battuto, a guardare il sole sul Sella d’estate, e a dormire sotto la neve d’inverno, che forse puoi fare i conti persino con la vecchiaia e la morte. Guardi i volti sorridenti di due vecchietti, moglie e marito, e pensi che ci metteresti la firma.
E forse, dopo tanto che non ci pensavi più, per mancanza di fede, e per una curiosa disabitudine alla speranza e una tendenza al pessimismo, d’improvviso trovi Dio dove non te l’aspettavi.

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Poststeig

A me il trekking piace. Se ci pensate è un’attività estremamente fantasy: sa di bei tempi andati, con questo muoversi lento, a piedi, in mezzo alla natura, come dire straniero in terra straniera. E poi c’è quest’idea della meta: esci, e lo fai con lo scopo di raggiungere un obiettivo, che sia la cima del monte, un rifugio o il paese accanto. E quando arrivi sei stranamente soddisfatto, come quando qualcosa di difficile ti riesce bene a lavoro, o hai scritto una cosa che per l’ora successiva ti soddisfa. E insomma, quando posso faccio trekking. È una delle ragioni per le quali di recente vado in vacanza in montagna invece che al mare.
Ora, un bel giorno s’è deciso di fare un trekking classico della Val Gardena: il poststeig, o sentiero della posta. Si tratta di una via che costeggia uno dei costoni della Val Gardena, e nello specifico, ad esempio, connette Ortisei a S. Pietro, un paese poco distante. Ne avevamo fatto qualche giorno prima un pezzettino, c’era sembrato molto bello, e abbiamo pensato di provare l’impresa.
Molto bello è riduttivo. Sali quei dieci gradini che dalla strada asfaltata conducono al sentiero e sei in un altro mondo. La civiltà non è molto distante: quasi sempre si percepisce il suono della statale, a valle. Ma ti sembra di essere distante milioni di chilometri, di trovarti in un posto primordiale, nel quale ti muovi come un invitato a malapena tollerato. Intendiamoci, i boschi della Val Gardena non mi hanno mai comunicato quel senso di selvaggio, di ostile del Lago di Albano, per dire, o del Parco Nazionale d’Abruzzo. C’è sempre qualcosa di accondiscendente, di materno nei boschi della Val Gardena. Ma resta il fatto che si tratta di foresta fitta, in cui la luce penetra piano, filtrando tra ramo e ramo, in cui ti sembra sempre ci sia qualcosa in attesa che ti scruta. Un bosco benevolo, ma pur sempre un bosco, una dimensione nella quale l’uomo mette piede a suo rischio e pericolo.
Il sentiero è abbastanza confortevole, i punti più impervi sono recintati da ringhiere di legno, eppure non mancano le emozioni. Innanzitutto c’è l’acqua, tanta. Filtra dal terreno, scende a valle in torrenti gagliardi, che guadi grazie a malferme passerelle di legno o una lastra di pietra messa lì a bella posta. Poi ci sono le frane. Parecchie. Pendii aspri che interrompono il bosco, aprendo squarci di sole nel regno della penombra perenne, cicatrici bianche di pietroni che tagliano in due il verde del sottobosco. Il sentiero scompare sotto le pietre, e ti tocca intuirne il percorso. Sotto di te, una fuga di alberi sradicati e pietrisco conduce a valle, sopra, la vertigine della roccia franata. Io, che sono imbranata, ho usato anche le mani per avanzare.
Ci sono frane recenti, bianche, apparentemente più malferme, e altre antiche, coperte di muschio verdissimo, le pietre ormai incistate nella terra, parte integrante del panorama. Per esempio, c’era un masso enorme bloccato da un albero, completamente coperto di muschio: la tana di Totoro. Mancava un pezzo, che probabilmente s’era staccato durante l’apocalittica caduta, e che giaceva una decina di metri più a valle.
Poi, qua e là, lo strapiombo si apre alla tua sinistra, il richiamo del vuoto appena trattenuto da parapetti di legno. Sotto, un precipizio verdissimo, gli alberi letteralmente aggrappati ai lembi di terra. Davanti, i dirupi scoscesi e verdissimi dell’altro versante della valle.
Nonostante la pendenza sia bassissima, e il sentiero tutto sommato confortevole, in alcuni punti sono stata inquieta, e mi sono stancata, come è giusto che sia. Fa parte dell’esperienza. La natura è questo, è altro da noi, è qualcosa che c’era prima di noi, ci sarà dopo: resta generazione dopo generazione, contende all’uomo ogni spazio libero, riconquistando terreno non appena si abbassa la guardia. Non è più qualcosa che ci riguardi. Piuttosto è qualcosa che si ammira in silenzio.
Ok, confesso che a S.Pietro non ci siamo arrivati. Dopo un’ora e mezza di cammino e con la prospettiva di altrettanta strada ancora da fare, siamo scesi a valle a Pontives. Da lì, l’autobus fino a Ortisei. Ma tutto sommato non ha avuto davvero importanza. Ha contato piuttosto la fatica, lo stupore, la bellezza.
Qui sotto, un paio di fotone esplicative. Io questo sentiero ve lo consiglio: noi l’abbiamo fatto con Irene al seguito, quindi non è straordinariamente impegnativo, ed è meraviglioso.

P.S.
Lunedì, giuro, svelo cos’è il progetto top secret :P

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