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2
settembre 2010

Un po’ di tempo fa girava questa campagna pubblicitaria della Diesel. Se ne parlò anche qui. Il motto era “be stupid”, e già caschiamo male, perché questa è indubbiamente l’era della stupidità, ci mancava solo qualcuno che facesse diventare l’idiozia una cosa cool. Comunque, io la trovavo estremamente irritante e in più anche un po’ incomprensibile: voglio dire, la stupidità è piuttosto diffusa, ma vivaddio è ancora circondata da un certo stigma sociale. Davvero aiuta a vedere jeans dare del cretino a chi li compra?
Comunque. Più o meno era morta lì. Fino a quando non ho visto la campagna di Piazza Italia, che, per chi non lo sappia, è una catena che vende abiti a prezzi contenuti. Diciamo il contrario di Diesel, che ha fatto della fighettaggine il proprio marchio di fabbrica, per cui non è ti stai comprando un paio di jeans, no, sta comprando il marchio, e quanto quel marchio significati in termini di coolness (oh. mio. Dio. Ho usato quella parola).
Qual è la campagna di Piazza Italia? Si intitola “be’ intelligent”, un chiaro riferimento a quella Diesel. È c’è il solito modello/a, che in questi casi in genere è una casalinga appena più in tiro del normale, o un signore distinto, con addosso capi a bassi prezzi: cappottone lana 39,99 €, jeans 29,99 €, camicetta 9,99 €.
Ora. Non è che Piazza Italia sia meglio di Diesel: suppongo che si facciano entrambi fare i vestiti in Cina dai bambini, o giù di lì. Ma confesso che ogni volta che vedo le pubblicità di Piazza Italia, pur nella loro rozzezza, rispetto alle immagini laccatissime e studiate della Diesel, mi parte un sorriso a 32 denti (che non ho, in effetti; un giorno vi racconterò la triste storia dei cinque che mi mancano). È uno sfottò cosí semplice, così ispirato ad un sano buon senso, che mi sembra sempre una bella prova di intelligenza. E, anche se è stupido pensarlo, ogni volta che le vedo mi sembra un piccolo gesto di resistenza

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Ieri è diventato di dominio pubblico che ho vinto un premio. Questo. Ovviamente sono onorata e felice, ma probabilmente non ne avrei parlato se ieri non mi fossero piovute addosso svariate decine di messaggi di complimenti di vario genere. Non è che non la reputassi una cosa importante, è solo che, boh, dirlo mi sembrava ostentazione, ecco. Sì, non sono una persona normale, ne sono ben conscia.
Comunque. In effetti non è del premio in sé che voglio parlare.
Oggi ho fatto un giro al centro commerciale di cui ieri. Dovevo far la spesa, ma alla fine ho solo comprato due DVD e un libro, oltre al pranzo (kebab, per la cronaca). Ma ho fatto un breve giro per negozi. E il lato oscuro della forza ha iniziato a tentarmi, soprattutto di fronte alle vetrine nuove, quasi del tutto depurate dai vari fondi di magazzino inguardabili generalmente noti come saldi di fine stagione (dai, pensateci: si trova roba decente solo il primo giorno, poi devi navigare tra ettolitri di tessuto per trovare qualcosa di vagamente interessante ad un prezzo abbordabile). E insomma, un tremendo pensiero si è fatto strada in me, mentre provavo un paio di zeppe autunnali tacco 12: fosse il caso di comprarsi un bel vestito nuovo per la premiazione?
Ah, dannato consumismo…

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23
agosto 2010

Avevo pensato un post elegiaco sui cimiteri della Val Gardena, avevo già pronti testi e foto. Solo che poi, niente, mi sono ricordata della promessa, e ho pensato che forse è meglio andare dritti al punto e dirvi in cosa consiste il progetto top secret.
Donc, l’indizio rivelatore nel primo post al riguardo, come colto da uno di voi, era la tag melamania. In effetti il progetto ha a che fare con la Apple. Vi ricordo che c’entra Paolo Barbieri, che è una cosa in un certo senso già vista, ma completamente rivisitata.
Ok, siete pronti?
Davvero davvero?
Non volete aspettare, che so, un altro paio di giorni, e io intanto vi parlo di cimiteri? No?


Ok, via, basta giocare. In un futuro per nulla remoto – presumibilmente già l’autunno – sarà disponibile una app per iPad delle Creature del Mondo Emerso.
La cosa mi esalta a dir poco, perché da quando ho l’iPad non faccio che pensare che quest’oggettivo, più che per leggerci libri, è nato per metterci su fumetti e libri illustrati. Non avete idea di quanto più belle siano le immagini di Paolo in formato digitale: non c’è di mezzo la stampa che modifica i colori, sono esattamente come le ha pensate lui, i colori sono straordinariamente brillanti…insomma, una gioia per gli occhi.
Ma pensare di mettere su iPad semplicemente il contenuto dell’attuale Creature è una cosa riduttiva. Il formato elettronico permette tutta una serie di contenuti speciali che la carta ovviamente preclude. Tipo animazioni delle illustrazioni. Tipo interviste e contenuti multimediali di vario genere. Che infatti ci saranno.
Ho visto un paio di anteprime, che magari più in là mostrerò anche a voi, e penso che sarà una cosa davvero molto, molto bella. È un modo intelligente e “giusto” di sfruttare questo nuovo modo di fruire contenuti.
Tutto qua.
Comunque, il post sui cimiteri della Val Gardena non l’avete scampato, non credete :P

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17
agosto 2010

Eccomi qua. Più o meno. Anche stavolta post piuttosto telegrafico, con un paio di foto. Poche, perché quelle che ho fatto finora sono tutte orrende e non voglio ammorbarvi più del dovuto.
Piuttosto concentriamoci sul progetto top secret. Innanzitutto, nel precedente messaggio al riguardo c’era un indizio nascosto piuttosto rivelatore, che però nessuno di voi ha colto. Non vi dico qual è, vi invito però a riguardare meglio quel che avevo scritto e impostato.
L’indizio ulteriore al riguardo, invece, è che nella cosa è coinvolto anche Paolo Barbieri, e anche questo è un bell’indizio, via.
Per il resto, questo è quel che vedo la mattina alla finestra, quando ovviamente non ci sono troppe nuvole.

6
agosto 2010

Stamattina dal cielo sembrava dovesse spuntare da un momento all’altro la scritta The Simpson.

Ho finito stamattina Caino. Non mi ha entusiasmata. Sull’argomento ho letto cose che mi sono piaciute di più. E ho realizzato che in gioventù ho fatto letture allucinanti. Credo avessi tipo tredici o quattordici anni quando ho letto La Gloria di Berto. Per altro ve lo consiglio.

Mi muovo da una solitudine all’altra, in questi giorni. Oggi in università, ieri all’osservatorio. Quando, nel 2004, Giuliano andò per tre mesi a lavorare in Cile, io, che in Italia facevo la vedova bianca, iniziai a lavorare tutti i sabati. All’epoca l’osservatorio era un posto vivissimo, pieno di ragazzi, dal lunedì al venerdì risuonava di voci, eravamo anche in sei o sette per stanza. Il sabato diventava un posto stranissimo. Ci andavamo in due o tre, direttore compreso. I corridoi, amplissimi, si allargavano a dismisura, i fantasmi del passato emergevano dal sottosuolo e se ne andavano a spasso per la cupola deserta. A me piaceva da impazzire. Anche per quel breve percorso verso la mensa, per un caffé, che mi toccava fare al buio, alla base della cupola. Due minuti di paura per corroborare la giornata lavorativa. L’osservatorio era così, ieri. Un posto deserto e solitario, un avamposto che un tempo era ai margini del deserto, e ora è circondato ovunque dalla sabbia.

Ho letto un bel racconto, molte estati fa. La Raccolta di Silenzi del Dr. Murke, si chiamava, di Böll. Per altro, Opinioni di un Clown è tra i libri d’amore più belli che abbia mai letto. Sì, d’amore. Sì, la critica sociale, l’attacco al cattolicesimo, quel che volete. Ma secondo me è prima di tutto un libro d’amore. Comunque. Parlavamo della Raccolta. Il racconto inizia col Dr. Murke che sale in ascensore, una specie di montacarichi che gli incute una certa paura. È la sua cura. Ogni mattina si fa quei due, tre minuti di paura che lo aiutano a cominciare bene la giornata. Ecco, io ho qualcosa di simile. Il sottoscala del mio palazzo, quel luogo di nessuno tra i piani abitati e il garage. È il regno degli insetti e dei ragni. Ci sono zanzare a profusione, scarafaggi, pochi grilli moribondi scappati dall’olocausto del prato. E, da qualche giorno, un ragnone nero orrendo. Forse è anche morto, non lo so. Sta sempre allo stesso posto. Ma per me, che di ragni e insetti ho la fobia, è assolutamente terrificante. Anche se è morto. Passo di corsa per qui pochi metri, e combatto giornalmente la mia battaglia con la paura. Chissà che un giorno non mi riesca di passare da lì senza angoscia.

21
luglio 2010

È tempo di riflessioni. Lo è sempre, in verità, ma, sarà che sono prossima alla conclusione delle Leggende, sarà l’eco di qualche discussione letteraria in giro per la blogpalla, lo è più del solito.
È che la lettura de La Strada mi ha indotto a qualche riflessione.
Leggere quel libro, ve l’ho detto, è stata un’esperienza esistenziale dura. Splendida, ma dura. Perché ogni pagina era una bomba innescata, e sapevo che ad ogni foglio che giravo avrei potuto trovare qualcosa che mi avrebbe colpita a fondo, che mi avrebbe inorridita, commossa, rattristata.
Ecco, altri libri che ho letto, ovviamente, no. Ci sono libri che ho preso in mano pensando che non avessi nulla da temerne. Dentro non ci avrei trovato protagonisti che rischiavano – davvero – la vita ad ogni pagina. Non ci avrei trovato scene di cannibalismo, adulti e bambini brutalizzati, la cruda descrizione dell’apocalisse. Storie semplici, magari anche ben narrate, in cui le cose procedono su binari rassicuranti, e si può girar pagina senza aver paura di niente.
Ma è un bene, questo?
Perché purtroppo è facile passare dall’idea che un libro non faccia male, alla sconsolata constatazione che è innocuo. E purtroppo, ne ho letti di libri che mi sono sembrati innocui. Come quelle cose della vita un po’ così, che non ti colpiscono se non in superficie. Passano epidermiche, certo non ti fanno male, ma non riescono neppure a smuoverti. Come quelle persone che non vivono, immergendosi nel caos che l’esistenza è, tra gioie, dolori, delusioni, momenti di esaltazione, ma si limitano a sopravvivere: nessun legame forte, nessuna esperienza che li tocchi a fondo. Tutto in superficie, ogni esperienza identica ad un’altra, ugualmente senza peso.
La Strada è tutto il contrario. Fa male, ma è impossibile da dimenticare. L’incontro con un libro del genere ti stravolge, modifica le tue prospettive, aggiunge qualcosa al tuo percorso esistenziale.
E allora parte la domanda. Non credo di essere interessata a fare letteratura. Non aspiro ad entrare nei libri di scuola. Ma non voglio che i miei libri siano innocui. Non è per questo che scrivo. Non è per darvi mezz’ora in spensieratezza, e poi chi s’è visto s’è visto, o almeno non solo per questo.
Lo so. C’è bisogno anche di svago. C’è bisogno di libri che non facciano paura, che semplicemente divertano senza altre pretese. Ma non sono i libri che voglio scrivere io. Vorrei scrivere storie capaci di penetrare anche solo per un istante il vissuto del lettore, fosse anche solo uno di essi. Vorrei scrivere storie che restano, non negli annali, non nelle librerie, ma nelle vite di chi li ha letti.
Sono certa che là fuori è pieno di gente per la quale i miei libri sono ordigni senza innesco, scialbi fuochi d’artificio che ti rallegrano per un po’, e poi spariscono nel buio. Ma c’è anche gente per la quale sono bombe?

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