Ieri mi è arrivata una mail in cui mi si dice che causa uno sciopero del corriere scelto per la consegna del pacchetto di The Resistance dal Regno Unito non hanno idea di quando potranno consegnarmelo. Fantastico. Meno male che esiste iTunes, direi…Anyway, per consolarmi di questa perdita, oggi mi do alla recensione meno attesa dell’anno: The Resistance canzone per canzone. So che non ve ne frega niente, ma questo non mi ha mai fermata dal postare qui sopra
Preferisco lasciare le considerazioni generali in chiusura, per cui andrò in stretto ordine di scaletta, e tirerò le somme alla fine. Per cui, si comincia con Uprising, di cui già parlai. Direi che il nuovo disco inizia nello stesso solco di BH&R, con una canzone catchy à la Supermassive Black Hole. Stesso il genere, minore, stavolta, il senso di straniamento al primo ascolto. Acchiappa, è un ottimo singolo, ti resta in testa. Non sarà la più bella canzone dei Muse della storia, ma il ritornello carica di una strana energia. Ti dà quel senso fallace di speranza che magari un giorno si possa uscire da questo buco nero in cui siamo pian piano scivolati.
Si passa poi, con coerenza, a Resistance, che in qualche modo continua e sviluppa il discorso Uprising. Ora, oggettivamente è una canzone che non aggiunge nulla di nuovo, con una linea melodica non particolarmente originale e qualcosa che sa di già sentito, a parte una batteria assolutamente strepitosa. E sta in questo la sua grandezza. Pur nella semplicità complessiva dell’impianto, nel suo essere se vogliamo “convenzionale” è cantata e suonata con una tale convinzione, con una così profonda adesione, che ti entra dentro fin dal primo ascolto. E non è solo merito della prima parte del ritornello, martellante; è l’atmosfera da fine del mondo, il dolore di cui è intrisa, è la capacità di farmi rileggere 1984, cui ho l’impressione sia sfacciatamente ispirata, sotto una luce completamente diversa. Love is our resistance, e il politico diventa privato e viceversa. Sono parole di cui avevo bisogno. La definirei la sintesi perfetta tra una Starlight e una Sing for Absolution. Forse la migliore canzone dell’album, considerando a parte il trittico finale, un mini CD nel CD.
Prima cesura con Undisclosed Desires. E questi sono i Muse che proprio non ti aspetti. Praticamente assenza di chitarra, in compenso un tappeto di violini sincopati, ritmo spezzato, interrotto. Tutto molto à la Depeche Mode. O à la Bjork. E una voce che da sola tiene su il pezzo. Non avrei mai creduto che una cosa del genere, cantata dai Muse, avrebbe potuto piacermi. E invece mi piace. Molto. Il ritornello, anche stavolta, acchiappa. Sensuale e coinvolgente, si lascia proprio cantare. Per i loro canoni sperimentale, ma un buon sperimentalismo, che ha senso.
Altra inversione di rotta, e si passa a United States of Eurasia: siamo dalle parti di Butterflies & Hurricanes. Molto pianoforte, elementi di rottura nella struttura del pezzo. È una canzone interessante, ma un po’ kitsch. L’inserto arabeggiante è molto bello, alla voce del Bells non si può contestare niente, ma i coretti Queen sono un po’ appiccicati lì, soprattutto quello finale. Ok, canzone ironica, dice qualcuno, ma non tutte le ciambelle riescono col buco, e la grandeur spesso si paga con l’eccesso. Molto bello invece Collateral Damages, che mi ricorda un’operazione di Simon & Garfunkel su Silent Night: il pezzo è un notturno di Chopin, ma i suoni sullo sfondo danno un senso nuovo al tutto. All’ascoltatore interpretare i segnali e dare un senso al titolo…
Quattro colpi di batteria e si passa senza soluzione i continuità a Guiding Light. E si scende un altro gradino in basso. Niente di che, semplicemente non convince. Ritmo troppo lento e strascicato, una ballad troppo ballad, che si tira sì su con un pregevole assolo di chitarra, ma che resta un episodio un po’ sottotono nell’economia complessiva del disco. Ha l’unico pregio di essere una cosa che dai Muse non si era mai sentita, ma per quel che mi riguarda non basta. Non è che sia brutta. Semplicemente non invita all’ascolto. Uno sente le prime note e attende più che altro quel che verrà dopo il pezzo. E dopo viene Unnatural Selection, che qualcuno ha definito efficacemente “la Citizen Erased del 2009″. La varietà, la potenza, e pure la lunghezza, sono quelle. Un pezzo complesso e potente, che parte con un classico poco sfruttato dal gruppo, l’organo (fin qui s’è sentito praticamente solo in Megalomania), per poi partire in quarta con un riffettone che acchiappa fin da subito (e che fa un pochino Agitated, ma non è mica un male). Bella, strana anche questa, soprattutto per il pezzo pseudoblues che interrompe a metà il tutto; ma, al solito, questo è un marchio di fabbrica dei Muse. C’era già in Butterflies & Hurricanes, Citizen Erased, Assassin nella versione Omega Bosses, non vedo perché deprecarla ora, soprattutto se l’inserto non è per niente forzato, ma trova il suo senso nello sviluppo della canzone. Senza contare che beneficia di una chitarra distorta e inquietante che lo rende insolito, e lo lega perfettamente al resto della canzone. Qualche pregevolissimo richiamo System of a Down style.
Si resta sempre sul pesante con MK Ultra, canzone quasi perfetta. Strofa potente, riff perfetto, peccato per un ritornello appena sottotono rispetto al resto. Ma è una canzone che resta, e che ti fa venire voglia di cantare a squarciagola.
Ma ci attende un’altra inversione a U con I Belong to You, una roba che non solo non somiglia a nulla che abbiano fatto in passato, ma che non assomiglia proprio a niente che io conosca. Fa molto vaudeville e avanspettacolo. E ha ancora un ponte in mezzo a spezzare il ritmo. Ottimo pianoforte, voce del Bells a ottimi livelli, una canzone veramente strana, ma che si lascia molto apprezzare. La parte francese non è male, fa molto Baudelaire, ma il francese con l’accento inglese è quasi peggio dell’inglese con l’accento francese
. Comunque, ancora una volta esperimento riuscito.
Poi, silenzio, buio, e si arriva al clou. Exogenesis, sinfonia in tre parti, per buoni tredici, quattordici minuti di ascolto in apnea. Non c’entra niente con quel che s’è ascoltato finora, eppure ne è la summa. A dire il vero, sembra la summa di tutto quanto i Muse abbiano prodotto fino ad oggi, come se ogni disco, ogni canzone, non fosse servita ad altro che ad arrivare fin qui, a questi quattordici minuti col cuore e l’ugola in mano.
Si parte con un tappeto d’archi, che in un paio di minuti di attesa si scioglie in un sottofondo arpeggiato che sembra la controparte sinfonica del tema di Bliss. La tensione accumulata si scioglie sul celebre falsetto à la Microcuts del Bellamy, una cosa che non è che ci era mancata, dddde più. E come la tensione, mi sciolgo anch’io. Come Fury, ma più intensa, più profonda, più sofferta. Quattro minuti di estasi e dolore, quattro minuti di anime che volteggiano al di fuori del corpo, di spazi siderali. Dentro c’è il respiro del cosmo. La vetta, semplicemente.
L’overture si scioglie, è il caso di dirlo, in un romanticissimo pianoforte, cui pian piano si aggiungono gli archi. È tempo di migrare, e di sperare, e la voce di Matt si raccoglie intorno a quest’attimo di religiosa attesa. Poi batteria e basso partono all’attacco, e la sinfonia raggiunge il suo nucleo centrale, un’unione perfetta di rock e classica, quella fusione che è tutto quanto un’onesta fan di Absolution come me avrebbe sempre voluto ascoltare. Ecco quel che i Muse sanno fare per davvero, e lo sanno fare solo loro, il loro marchio distintivo. Forse questa seconda parte non è così bella e straziante come la prima, e forse è l’episodio più debole della sinfonia, ma avrei pagato qualsiasi cifra per un disco intero di episodi minori del genere.
Stacco ancora, e siamo alla fine, l’ultimo terzo, ancora introdotto dal pianoforte, in toni crepuscolari e intimi. Il tempo di far entrare gli archi, e la melodia si fa più tesa, ansiosa e al tempo stesso timorosa di aprirsi ad una nuova speranza. E poi l’esplosione finale, il ritorno alla vita. Ma, come in tutti i brani dei Muse, la speranza è sempre in bilico, una promessa forse non mantenuta, un’illusione. E si torna al piano e agli archi, in un circolo perfetto. E sul finale, sulle note che si spengono, uno rimane un po’ così: pieno e vuoto. Le cose belle ti lasciano sempre un po’ orfano, quando finiscono.
Ora, qualche considerazione sparsa. Disco sicuramente assai meno compatto di un Absolution, ma più forte rispetto ad un BH&R. Del secondo condivide una certa tensione alla sperimentazione, molto più riuscita, comunque, del primo l’importanza della parte sinfonica. Direi un mix perfetto dei due precedenti lavori, forse la cosa migliore che abbiano prodotto finora. Probabilmente, comunque, quella che mi piace di più. Ci sono episodi minori, ma non ce ne sono sempre? E nella sua eterogeneità, c’è comunque un’unione di intenti di fondo che emerge solo dopo ripetuti, e ripetuti ascolti.
Certo, la sinfonia finale riscatta qualsiasi cosa, con la sua grandezza, la sua capacità di scavare a fondo e suscitare emozioni, e forse sarebbe stato bello avere un disco intero così, ma i Muse non sono questo. I Muse sono un sacco di cose, più che altro sono gioco. Ogni disco, un giocattolo nuovo con cui fare esperimenti pazzi, sul limite scivoloso tra grandezza e ridicolo. Per chi non li apprezza, è una china lungo la quale sono caduti molte volte. Per chi, come me, li adora, sono rimasti quasi sempre sul confine, ed è questo che li rende grandi ai miei occhi. Sono un po’ un gruppo da sospensione dell’incredulità, come riflettevo ieri: inizi l’ascolto di un loro nuovo lavoro, e devi essere pronto a tutto, ma per davvero, senza aspettative di alcuna sorta. Ti devi affidare nelle loro mani, devi dimenticare ciò che sai di loro e lasciarti trasportare. Se ne è valsa la pena lo saprai solo alla fine.
Per il resto, forse testi un pochino sotto la media, ma neppure poi tanto. Ma con tutta questa bella musica con cui baloccarsi, uno non è che ci faccia poi così tanto caso.