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Happy Birthday

Quando ad aprile o giù di lì pensavo al mio ventinovesimo compleanno, immaginavo una cosa epocale. Sarebbe stata una festa col pancione, quindi una cosa particolare, con un sacco di amici, mangiate pantagrueliche e giù di lì. Poi, a settembre, è arrivato Mr. Diabete, e mi sono ammosciata. Certo, uno può sempre festeggiare, ma in quasi tutte le società del mondo festa = tanto cibo, e io tanto cibo non potevo più permettermelo. D’altronde, organizzare una festa in cui tutti mangiavano e io stavo a guardare non è che mi ispirasse molto: sono golosa, e i dolci mi mancano un sacco. Sarebbe stata più una scocciatura che qualcosa di piacevole. Per questo, mi ero abbastanza abbacchiata. Avevo iniziato a immaginare il mio ventinovesimo compleanno come una cosa piuttosto moscia.
Invece devo dire che non è stato per niente così. Tanti auguri da parte di tutti, un po’ di ingegno per concedermi piccoli piaceri culinari che fossero compatibili con la malattia, una sorpresa commovente e una bella serata in famiglia. Ho anche spento le candeline su qualcosa di molto, molto simile ad una torta. A voi indovinare cos’è.

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Ci vuole fantasia, quando sul percorso si incontra qualche piccola difficoltà. E soprattutto ci vogliono tante persone intorno che ti vogliono bene, e vivaddio a me quelle non sono mai mancate. Tutto il resto è superfluo.
È stato proprio un bel compleanno.

Poi, stamane, oltre ai regali che ho ricevuto ieri, mi sono voluta fare anche l’autoregalo. Una mezza pazzia, devo dire, considerando che al momento c’è buio fitto su come saranno i ritmi della mia vita futura. Ma la passione è passione, no…Per cui, più o meno un minuto dopo l’apertura delle vendite, ho preso i biglietti per il concerto dei Muse a S. Siro. Sperando di poterci andare, considerando anche il fracco di soldi che la cosa m’è costata. Ma per Matt, Chris & Dom questo e altro.

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P.S.
Oggi, sul settimanale A, potete trovare una mia intervista. C’è anche una bella foto insieme a due cosplayer vestite da Dubhe; una foto di qualche annetto fa, ma che mi piace sempre un sacco (a parte i miei chili in più :P )

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Muse

I Muse il 21 novembre a Bologna

Mentre leggevo, ho realizzato che in ogni caso non ce l’avrei proprio fatta, anche ignorando i problemi di tempistica connessi ad alimentazione e controlli glicemici vari. Mi manca la forza di andare fino a Bologna, più ancora mi manca la forza di zompettare per due ore.
Questo non vuol dire che avrei non voluto davvero un sacco esserci…Hanno fatto anche Exogenesis I, non ho idea di come, ma è roba da estasi, per quel che mi riguarda.
Mi riconsolo con San Siro il 10 giugno. Forse, e dico forse, ce la posso fare. Chissà. Intanto mi godo lunghi ascolti casalinghi.

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Il gioco dell’autunno…

…o anche L’Enigma della Licia.
Prendete una bottiglia di Martini chiusa e riposta da tempo immemore in una vetrinetta di un salotto qualsiasi. Prendete una ventina di formiche.
Trovate un modo in virtù del quale le formiche possano prendersi, letteralmente, la sbornia della vita

formiche

P.S.
Me lo hanno indicato da più parti, lo condivido con voi. Ieri pare che i Muse fossero a Quelli che il Calcio, un’ospitata che fanno praticamente ad ogni disco. Per cui, ecco a voi il cantante Dominic Howard (?), il chitarrista Christopher Wostenholm (??), ma soprattutto lo strepitoso batterista Matthew Bellamy (???). Vabbeh, so’ ragazzi, se so’ voluti diverti’. Tutti hanno trovato inquietante la Ventura che che pare non essersi accorta di nulla. Personalmente, non ci vedo niente di così scandaloso. Voglio dire, è ovvio che i gruppi musicali invitati a Quelli che il Calcio sono completamente fuori contesto; non è una trasmissione di musica, è un contenitore pomeridiano che parla di tutto un po’. Prova ne siano le domande della conduttrice, che paga il suo dazio di far pubblicità al gruppo senza particolare verve né voglia. It’s showbiz. In rete tutti incensano il “gesto provocatorio” del gruppo. Secondo me trattasi di semplice voglia di fare i cazzoni. Punto. Se non ti sta bene andare a fare playback, se non ti sta bene andare in una trasmissione dove la conduttrice a malapena sa chi sei, e sostiene che possiedi quaranta elementi orchestrali nel garage di casa, non ci vai, non credo che la Warner poi ti venga a dare fuoco al suddetto garage. Altro conto è che ti vuoi divertire, in un contesto in cui sai per altro di poterlo fare. Poi, vabbeh, sarò io che la retorica à la sex, drugs & rock’n'roll, per cui il musicista rock se non spacca chitarre ogni tre per due e non muore di droga/cirrosi epatica a ventisei anni è poco credibile, l’ho sempre trovata un po’ ridicola, ma mi piace più credere al gesto estemporaneo, fatto per non rompersi troppo le balle durante una marchetta, che al supremo atto di ribellione dei miei stivali.

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The Resistance – The Recensione

Ieri mi è arrivata una mail in cui mi si dice che causa uno sciopero del corriere scelto per la consegna del pacchetto di The Resistance dal Regno Unito non hanno idea di quando potranno consegnarmelo. Fantastico. Meno male che esiste iTunes, direi…Anyway, per consolarmi di questa perdita, oggi mi do alla recensione meno attesa dell’anno: The Resistance canzone per canzone. So che non ve ne frega niente, ma questo non mi ha mai fermata dal postare qui sopra :P

Preferisco lasciare le considerazioni generali in chiusura, per cui andrò in stretto ordine di scaletta, e tirerò le somme alla fine. Per cui, si comincia con Uprising, di cui già parlai. Direi che il nuovo disco inizia nello stesso solco di BH&R, con una canzone catchy à la Supermassive Black Hole. Stesso il genere, minore, stavolta, il senso di straniamento al primo ascolto. Acchiappa, è un ottimo singolo, ti resta in testa. Non sarà la più bella canzone dei Muse della storia, ma il ritornello carica di una strana energia. Ti dà quel senso fallace di speranza che magari un giorno si possa uscire da questo buco nero in cui siamo pian piano scivolati.
Si passa poi, con coerenza, a Resistance, che in qualche modo continua e sviluppa il discorso Uprising. Ora, oggettivamente è una canzone che non aggiunge nulla di nuovo, con una linea melodica non particolarmente originale e qualcosa che sa di già sentito, a parte una batteria assolutamente strepitosa. E sta in questo la sua grandezza. Pur nella semplicità complessiva dell’impianto, nel suo essere se vogliamo “convenzionale” è cantata e suonata con una tale convinzione, con una così profonda adesione, che ti entra dentro fin dal primo ascolto. E non è solo merito della prima parte del ritornello, martellante; è l’atmosfera da fine del mondo, il dolore di cui è intrisa, è la capacità di farmi rileggere 1984, cui ho l’impressione sia sfacciatamente ispirata, sotto una luce completamente diversa. Love is our resistance, e il politico diventa privato e viceversa. Sono parole di cui avevo bisogno. La definirei la sintesi perfetta tra una Starlight e una Sing for Absolution. Forse la migliore canzone dell’album, considerando a parte il trittico finale, un mini CD nel CD.
Prima cesura con Undisclosed Desires. E questi sono i Muse che proprio non ti aspetti. Praticamente assenza di chitarra, in compenso un tappeto di violini sincopati, ritmo spezzato, interrotto. Tutto molto à la Depeche Mode. O à la Bjork. E una voce che da sola tiene su il pezzo. Non avrei mai creduto che una cosa del genere, cantata dai Muse, avrebbe potuto piacermi. E invece mi piace. Molto. Il ritornello, anche stavolta, acchiappa. Sensuale e coinvolgente, si lascia proprio cantare. Per i loro canoni sperimentale, ma un buon sperimentalismo, che ha senso.
Altra inversione di rotta, e si passa a United States of Eurasia: siamo dalle parti di Butterflies & Hurricanes. Molto pianoforte, elementi di rottura nella struttura del pezzo. È una canzone interessante, ma un po’ kitsch. L’inserto arabeggiante è molto bello, alla voce del Bells non si può contestare niente, ma i coretti Queen sono un po’ appiccicati lì, soprattutto quello finale. Ok, canzone ironica, dice qualcuno, ma non tutte le ciambelle riescono col buco, e la grandeur spesso si paga con l’eccesso. Molto bello invece Collateral Damages, che mi ricorda un’operazione di Simon & Garfunkel su Silent Night: il pezzo è un notturno di Chopin, ma i suoni sullo sfondo danno un senso nuovo al tutto. All’ascoltatore interpretare i segnali e dare un senso al titolo…
Quattro colpi di batteria e si passa senza soluzione i continuità a Guiding Light. E si scende un altro gradino in basso. Niente di che, semplicemente non convince. Ritmo troppo lento e strascicato, una ballad troppo ballad, che si tira sì su con un pregevole assolo di chitarra, ma che resta un episodio un po’ sottotono nell’economia complessiva del disco. Ha l’unico pregio di essere una cosa che dai Muse non si era mai sentita, ma per quel che mi riguarda non basta. Non è che sia brutta. Semplicemente non invita all’ascolto. Uno sente le prime note e attende più che altro quel che verrà dopo il pezzo. E dopo viene Unnatural Selection, che qualcuno ha definito efficacemente “la Citizen Erased del 2009″. La varietà, la potenza, e pure la lunghezza, sono quelle. Un pezzo complesso e potente, che parte con un classico poco sfruttato dal gruppo, l’organo (fin qui s’è sentito praticamente solo in Megalomania), per poi partire in quarta con un riffettone che acchiappa fin da subito (e che fa un pochino Agitated, ma non è mica un male). Bella, strana anche questa, soprattutto per il pezzo pseudoblues che interrompe a metà il tutto; ma, al solito, questo è un marchio di fabbrica dei Muse. C’era già in Butterflies & Hurricanes, Citizen Erased, Assassin nella versione Omega Bosses, non vedo perché deprecarla ora, soprattutto se l’inserto non è per niente forzato, ma trova il suo senso nello sviluppo della canzone. Senza contare che beneficia di una chitarra distorta e inquietante che lo rende insolito, e lo lega perfettamente al resto della canzone. Qualche pregevolissimo richiamo System of a Down style.
Si resta sempre sul pesante con MK Ultra, canzone quasi perfetta. Strofa potente, riff perfetto, peccato per un ritornello appena sottotono rispetto al resto. Ma è una canzone che resta, e che ti fa venire voglia di cantare a squarciagola.
Ma ci attende un’altra inversione a U con I Belong to You, una roba che non solo non somiglia a nulla che abbiano fatto in passato, ma che non assomiglia proprio a niente che io conosca. Fa molto vaudeville e avanspettacolo. E ha ancora un ponte in mezzo a spezzare il ritmo. Ottimo pianoforte, voce del Bells a ottimi livelli, una canzone veramente strana, ma che si lascia molto apprezzare. La parte francese non è male, fa molto Baudelaire, ma il francese con l’accento inglese è quasi peggio dell’inglese con l’accento francese :P . Comunque, ancora una volta esperimento riuscito.
Poi, silenzio, buio, e si arriva al clou. Exogenesis, sinfonia in tre parti, per buoni tredici, quattordici minuti di ascolto in apnea. Non c’entra niente con quel che s’è ascoltato finora, eppure ne è la summa. A dire il vero, sembra la summa di tutto quanto i Muse abbiano prodotto fino ad oggi, come se ogni disco, ogni canzone, non fosse servita ad altro che ad arrivare fin qui, a questi quattordici minuti col cuore e l’ugola in mano.
Si parte con un tappeto d’archi, che in un paio di minuti di attesa si scioglie in un sottofondo arpeggiato che sembra la controparte sinfonica del tema di Bliss. La tensione accumulata si scioglie sul celebre falsetto à la Microcuts del Bellamy, una cosa che non è che ci era mancata, dddde più. E come la tensione, mi sciolgo anch’io. Come Fury, ma più intensa, più profonda, più sofferta. Quattro minuti di estasi e dolore, quattro minuti di anime che volteggiano al di fuori del corpo, di spazi siderali. Dentro c’è il respiro del cosmo. La vetta, semplicemente.
L’overture si scioglie, è il caso di dirlo, in un romanticissimo pianoforte, cui pian piano si aggiungono gli archi. È tempo di migrare, e di sperare, e la voce di Matt si raccoglie intorno a quest’attimo di religiosa attesa. Poi batteria e basso partono all’attacco, e la sinfonia raggiunge il suo nucleo centrale, un’unione perfetta di rock e classica, quella fusione che è tutto quanto un’onesta fan di Absolution come me avrebbe sempre voluto ascoltare. Ecco quel che i Muse sanno fare per davvero, e lo sanno fare solo loro, il loro marchio distintivo. Forse questa seconda parte non è così bella e straziante come la prima, e forse è l’episodio più debole della sinfonia, ma avrei pagato qualsiasi cifra per un disco intero di episodi minori del genere.
Stacco ancora, e siamo alla fine, l’ultimo terzo, ancora introdotto dal pianoforte, in toni crepuscolari e intimi. Il tempo di far entrare gli archi, e la melodia si fa più tesa, ansiosa e al tempo stesso timorosa di aprirsi ad una nuova speranza. E poi l’esplosione finale, il ritorno alla vita. Ma, come in tutti i brani dei Muse, la speranza è sempre in bilico, una promessa forse non mantenuta, un’illusione. E si torna al piano e agli archi, in un circolo perfetto. E sul finale, sulle note che si spengono, uno rimane un po’ così: pieno e vuoto. Le cose belle ti lasciano sempre un po’ orfano, quando finiscono.

Ora, qualche considerazione sparsa. Disco sicuramente assai meno compatto di un Absolution, ma più forte rispetto ad un BH&R. Del secondo condivide una certa tensione alla sperimentazione, molto più riuscita, comunque, del primo l’importanza della parte sinfonica. Direi un mix perfetto dei due precedenti lavori, forse la cosa migliore che abbiano prodotto finora. Probabilmente, comunque, quella che mi piace di più. Ci sono episodi minori, ma non ce ne sono sempre? E nella sua eterogeneità, c’è comunque un’unione di intenti di fondo che emerge solo dopo ripetuti, e ripetuti ascolti.
Certo, la sinfonia finale riscatta qualsiasi cosa, con la sua grandezza, la sua capacità di scavare a fondo e suscitare emozioni, e forse sarebbe stato bello avere un disco intero così, ma i Muse non sono questo. I Muse sono un sacco di cose, più che altro sono gioco. Ogni disco, un giocattolo nuovo con cui fare esperimenti pazzi, sul limite scivoloso tra grandezza e ridicolo. Per chi non li apprezza, è una china lungo la quale sono caduti molte volte. Per chi, come me, li adora, sono rimasti quasi sempre sul confine, ed è questo che li rende grandi ai miei occhi. Sono un po’ un gruppo da sospensione dell’incredulità, come riflettevo ieri: inizi l’ascolto di un loro nuovo lavoro, e devi essere pronto a tutto, ma per davvero, senza aspettative di alcuna sorta. Ti devi affidare nelle loro mani, devi dimenticare ciò che sai di loro e lasciarti trasportare. Se ne è valsa la pena lo saprai solo alla fine.
Per il resto, forse testi un pochino sotto la media, ma neppure poi tanto. Ma con tutta questa bella musica con cui baloccarsi, uno non è che ci faccia poi così tanto caso.

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Puro delirio

Oggi in Italia è uscito The Resistance.
Io ho fatto la scelta di ordinarmelo from UK, perché volevo la versione con DVD, un onesto compromesso tra il cd normale, in vendita in tutti i negozi, e l’edizione rilegata in pelle umana con Matt, Chris e Dom che ti bussano a casa per la consegna. Va bene il collezionismo, ma 70 euro o giù di lì non me la sono sentita di spenderli.
Ora, il pacchetto dovrebbe arrivare il 14, data di uscita nel resto del mondo.
Potevo aspettare?
No.
Per cui mi sono votata a santo iTunes, che per modici 9.99 euro m’ha recapitato a casa le 11 canzoni.
Non è tempo per una recensione ragionata. Ho fatto un solo ascolto.
No, è tempo per il delirio più puro. È tempo per l’emozione senza filtro.
A parte che praticamente sono 11 canzoni una meglio dell’altra, c’è una cosa, alla fine. Una sinfonia, così la definisce il titolo. Una canzone in tre parti. Ora, a me letteralmente mancano le parole per descrivere una cosa del genere.
Siccome avevo sentito la preview di 30 sec., sapevo che mi aspettava qualcosa di grande, almeno per quei 90 secondi che avevo già ascoltato. Per cui ho interrotto il lavoro, ho preso il mio yogurtino greco, ho accesso lo stereo e mi sono messa sul divano. Per un ascolto puro e incontaminato, attento. A parte lo yogurt, certo.
I primi 4:18 minuti sono la cosa più bella dei Muse che abbia mai ascoltato. Forse una delle cose più belle che abbia mai ascoltato in generale. 25° gradi in questa stanza, ma io avevo brividi a braccia e gambe. Roba che uno si chiede, ma quando l’hanno scritta, a cosa pensavano? Quali immagini, quali suggestioni, producono una cosa così? E il modo in cui quella roba risuona poi in me, in perfetta sintonia con ogni fibra. Perché con la musica che amo non è mai stata questione se sia oggettivamente bella o meno. È questione di come risponda al mio vissuto interiore, al mio immaginario, persino alle cose che scrivo. Come quei libri straordinari che ti rivelano a te stesso, come quei discorsi che ti fanno credere per un istante di aver capito, non sai neppure bene cosa, ma hai capito. Non è così tutto quel che si ama? Ecco, Exogenesis: Symphony part. I (overture) è così. Una roba che ti ricongiunge con la tua parte più profonda, che ti rimette al mondo.
Poi uno dice, vabbeh, il resto della canzone sarà così così. Come quelli che partono col botto, si giocano tutte le cartucce e poi si ammosciano per strada.
No. Si continua su quello stesso tenore. Tredici minuti che volano via come fossero uno solo. Straziante, appassionata, delicata. Un unico fluire di emozioni. Era dalla prima loro canzone che sentii che aspettavo una cosa del genere, era dal passo ritmato dei soldati in apertura di Absolution, era da anni che io sentivo che prima o poi doveva arrivare una cosa così. È quel che avrei sempre voluto sentire dei Muse.
Puro delirio. Ve l’avevo detto.

33

The Resistance – 30 sec preview each track review

The Resistance – 30 sec preview each track

Uprising: mi pare di essermi già espressa

Resistance: si ficca in testa. Il lamento dietro è un sacco figo

Undisclosed Desires: e Matt si trasformò in Bjork. Mi intrippa.

United States of Eurasia: e Matt si trasformò in Freddy Mercury. Anyway, ebbi modo di sentirla tutta. La parte araba mi piace un sacco

Guiding Light: e Matt si traformò in Bono. Dio sia lodato per l’assolo

Unnatural Selection: Muse quasi vecchio stile. Piena

MK Ultra: stesso solco della selezione innaturale. Finalmente un po’ di chitarrina, direi

I Belong to You: quando uno dice il titolo trae in inganno…Strana. Mi ispira molto.

Exogenesis: Symphony Part I (Overture): senza parole. C’ho ancora i brividi. Se è tutta così siamo dalle parti del capolavoro

Exogenesis: Symphony Part II (Cross Pollination): io avrei fatto un album tutto così. Queste sono le cose che vengono loro meglio

Exogenesis: Symphony Part III (Redemption): clap clap clap

21

Uprising!

Premessa praticamente slegata dal resto:
Mio suocero ci ha dato in affidamento la sua 500 nuova per un paio di settimane. La verità è che la 500 c’ha sempre ispirati, a me e Giuliano, e coviamo il segreto desiderio di comprarla anche noi prima o poi, quando la piccola dei miei diventerà troppo vecchietta (oddio, si avvia ormai ai 10 anni, a dire il vero…). E insomma, ieri e oggi l’ho provata. Ma è davvero figa! Scattante, spaziosa e un sacco bellina. Mi soffermo solo su due punti
a) il tettuccio apribile trasparente. Mi piace troppo alzare gli occhi e vedere il cielo. Ti dà un’idea di libertà, di spazi aperti. Il cruscotto sembra allargarsi, gli spazi si dilatano e diventa tutto più bello
b) certe cose che sembra averle fatte la Apple. Tipo i comandi vocali. Che puoi usare col bluetooth del cellulare. “Chiama mamma!” e lei chiama. O la presa USB. Stamane, mentre andavo a fare le analisi del sangue mensili, volevo sentire i Muse. Siccome però in generale l’iPod non si connette alla 500 (con la 147 invece c’è questa possibilità), ho messo cinque song sul pennino USB. Entro in macchina e infilo il pennino, domandandomi come farò a farlo funzionare. Sorpresa. Non devo fare niente. Parte da solo con le prime note di Uprising. E da qui, da quelle prima note, può partire il post odierno :P

The post
Non ne ho parlato molto, ma a settembre uscirà il quinto album da studio dei Muse, The Resistance. Lo so anche, perché ne ho parlato. Perché a novembre e a dicembre scenderanno in Italia per due concerti. E io non ci sarò. Dicono che non è che due ore di pogo o headbanging ininterrotto su musica ad altissimo volume, stipati in un palazzetto dello sport pregno di fumo di tabacco e maria faccia molto bene ad un feto di otto mesi. Dicono. Per cui, no concerto. Con conseguente dolore massimo, mozzicatura dei gomiti e pugni che battono sul petto.
Diciamo che ho preferito rimuovere la cosa per non soffrire. Così passo il tempo libero (da capitoli del nuovo libro, articoli per riviste e esami per il dottorato) a leggere tutto lo scibile umano sulla gravidanza piuttosto che riflettere che i Muse saranno live a 400 km da casa mia e io quella sera starò sbracata sul divano a guardare un DVD. La mia unica speranza ormai è il famoso patto diabolico con Rolling Stone. Ma vabbeh.
Due giorni fa, Google Alert mi avvisa che ci siamo: quella sera il primo singolo tratto da The Resistance, Uprising, verrà trasmesso da una radio inglese, e che il singolo stesso sarà in vendita su iTunes il giorno dopo.
Indovinate un po’. Uprising è ora nell’HD del mio Mac, il mio tesssssssssoro, e l’ho già sentita una decina di volta. Tra cui le due o tre stamattina in macchina, a tutto volume, col pesciolino che secondo me è rimasto un po’ così mentre io lo rassicuravo con un “è la musica preferita di mamma, mi sa che ti ci dovrai abituare”.

They will not force us
they will stop degrading us
they will not control us
we will be victorious

Non lo so da dove gli è venuta fuori questa botta di entusiasmo liberatorio. Eh sì che il Bells vive in Italia, che tra tutti i paesi cosiddetti sviluppati credo sia uno dei più deprimenti per uno che ha velleità di cambiare il mondo. Per me lo è, per dire. They will force us, he will continue to degrade us (è voi sapete che mi riferisco a tu-sai-chi), they will control us, we will be defeated. E ci aggiungerei anche un bel and no one will care. Ma devo dire che stamane, bloccata nel traffico a 30°, con vari dl si sangue in meno nelle vene, mentre cantavo a squarciagola (yep, almeno il ritornello lo so già), c’ho creduto anch’io. Che si possa fare. Che la resistenza prima o poi ce la farà, che sopra le nuvole c’è sempre il sole e cose così. Che ci dobbiamo credere, quanto meno, perché se non ci crediamo neppure noi, allora è veramente finita. E non è poco.
Per il resto, all’inizio non sapevo che pensare di questa canzone. Non sono i Muse che ho imparato ad adorare
sei anni fa. Del resto, sono cambiati da Absolution, e non è necessariamente un male. Il primo amore non si scorda mai, per cui per me roba come Fury, Hysteria, Ruled by Secrecy e via così sono inarrivabili. Uprising fa molto più Supermassive Black Hole, che là per là mi lasciò perplessa. Però, fin da subito ho avuto voglia di sentirla a ripetizione. È addictive. E al primo ascolto col dirigibile regalo di natale, ho capito che c’era. Semplice, ma con una melodia che è indiscutibilmente loro. Una melodia potente, un basso ossessivo, un paio di inserti che ti straniscono (tipo il “c’mon” preso pari pari dal “call me” dell’omonima canzone delle Blondie). Ma una linea melodica pura, potente, che t’entra in testa. Una voce splendida, per quel che mi riguarda, più intensa e piena del solito, e un ritornello che piglia un sacco. La gente in giro dice che live spaccherà. Ecco, io al live non ci voglio pensare, ma lo sento che questa spaccherà, che sul palco diventerà più pensante e meno dance di quel che sembra.
Siamo dalle parti di Black Holes and Revelations, e forse, se tutto il disco fosse così, come lascia intendere anche l’altra song rilasciata, United States of Eurasia, sarebbe un po’ una pecca. Non che Black Holes blablabla non mi piaccia, ha dentro capolavori come City of Delusion, Hoodoo, Knights of Cydonia. Ma finora non c’è stato un loro disco uguale ad un altro. E vorrei continuassero così, in un percorso assolutamente imprevedibile per i fan. Direi che complessivamente Uprising si riattacca esattamente là dove finiva Black Holes etc., proprio come Take a Bow si riappiccicava a Absolution: prendere il groove dance di Supermassive, ma lo sposa alla tamarraggine di Knights of Cydonia, che resta uno dei loro pezzi più putèèèèèèèèèèèèèèèènti di sempre. L’avete trovata la citazione della canzone ne Un Nuovo Regno? No? Male, male.
Insomma, sono soddisfatta e eccitata per l’uscita. E soprattutto ossessionata. È da stamane che non faccio altro che canticchiare “they will not force us, they will stop degrading us…”. Magari a furia di ripeterlo prima o poi ci credo :P

P.S.
Se foste curiosi, la canzone si può ascoltare per intero qua.

43

wrong passion

I Muse sono stati la mia prima vera passione musicale. Alla veneranda età di ventitré anni, lo so. Prima c’erano stati i Nirvana, ma essendo giù sciolti quando li conobbi, la cosa era un po’ diversa. Non avevo dischi da aspettare, né nuove interviste da leggere. Mi restava solo la loro musica. Che forse è anche un bene. Ma vabbeh.
Forse ricorderete tutti con quanta ansia aspettassi il nuovo disco dei Muse, quasi tre anni fa. Era la prima volta che ero così ansiosa per l’uscita di un cd. E non pensavo avrei mai atteso un disco che non fosse dei loro. E invece.
Intendiamoci, l’eccitazione puramente groupie con cui aspetto che i tre di Teignmouth producano il loro quinto lavoro in studio è qualcosa che è impossibile replicare per altri artisti. Però in questi giorni ho atteso The Sound of Universe, dei Depeche Mode. Piccola parentesi. Dei Depeche Mode conosco per intero un solo disco, Playing the Angel, che mi piace moltissimo. Macrovision, per altro, come ebbi a dire in un post di qualche tempo fa, rappresenta perfettamente ciò che provo quando sento musica che mi piace. Poi, vabbeh, conosco i capisaldi, tipo la meravigliosa Enjoy the Silence, Personal Jesus, e poi Freelove, che ossessionò un’estate lontana.
Dunque perché l’attesa. Innanzitutto perché in questo periodo non so che sentire. Il centinaio di dischi che ho lo conosco a memoria. E mandarmi in loop fino alla nausea Dark Passion Play, la mia attuale fissazione musicale, non mi sembra il caso. E poi, un giorno, vagando per soundblog, ho beccato un video youtube con su Wrong, il nuovo singolo. Amore a primo ascolto. Folgorazione lungo la via di damasco. Non so, in fin dei conti tutti abbiamo dei giorni in cui ci sentiamo così, sbagliati fin nel midollo, inadatti alla vita, wrong.
Così, ieri, approfittando di una spesa più consistente del solito causa cena con amici domani, sono passata dal negozio di dischi e ho preso Sounds of the Universe. Non ho ancora avuto modo di sentirlo per bene. Ieri sera, proprio sul più bello, è arrivato Giuliano e ci siam messi a parlare. Stamattina, in macchina, è arrivata una telefonata fantastica con una bellissima notizia, e quindi niente, mi sono messa a chiacchierare. Confido nelle lunghe ore di riduzione dati che mi attendono.
Intanto, vi lascio con un inquietante buongiorno. Il video di Wrong. Che secondo me è un capolavoro.

46

Sto pian piano prendendo possesso della nuova casa. Fare albero e presepe, invitare gli amici per chiacchierare nel dopocena, pulire.
Un sostanziale passo per trasformare il nuovo appartamento nella mia casa l’ho fatto sabato sera. Un po’ di tempo fa mi hanno regalato questo. A parte la bellezza dell’oggetto in sé, ha una qualità audio straordinaria per un compatto. L’ho messo in camera da letto, sul comò.
Sabato sera Giuliano era andato a prendere un po’ di roba a casa vecchia, e io ero sola. Così ho fatto una cosa che non facevo da almeno tre anni. Mi sono chiusa in camera, ho spento tutte le luci, e ho lasciato che la musica andasse. Venti minuti immersa tra le note, dimentica di qualsiasi cosa non fosse il battito potente della batteria, l’urlo della chitarra elettrica, e la voce di Matt Bellamy, of course.
Ho ritrovato una dimensione che avevo completamente perduto. Ho ritrovato il piacere di concedersi del tempo, di stare stesa sul letto e lasciare che i pensieri fluiscano liberi, che le immagini emergano pure alla coscienza.
Ed è stato lì, mentre ero stesa sul letto a braccia aperte e intorno a me non c’era altro che musica, che ho capito che in quella casa sarò felice.

P.S.
Oggi si parla di me su Il Giornale, qui e qui. Si tratta di un estratto di un’intervista più lunga che dovrebbe essere pubblicata domani. Provvederò a segnalarvelo.

31

Concentrarsi e rilassarsi

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