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iPad, prova su strada

Mi accorgo or ora che vi dovevo dalla scorsa settimana un post sull’iPad. Mi sono preparata psicologicamente a quel che detto post scatenerà nei commenti, per cui sono pronta.
Dell’iPad avevo già parlato in passato, quando lo presi. Adesso, dopo tre settimane che ce l’ho, posso tirare un po’ le somme. Innanzitutto, lo uso molto più di quanto credessi. Ha praticamente sostituito del tutto l’Air per la navigazione in rete. I perché sono due: innanzitutto, l’iPad mi permette di navigare dal divano, dal letto e da qualsiasi altra posizione relax mi venga in mente. In teoria anche un portatile permette una cosa del genere, ma pesa di più, è assai meno comodo e riscalda molto. La seconda ragione, è che Safari per iPad è molto, ma molto meglio di Safari per Mac. Molto più rapido, molto più maneggevole. Questa cosa fa passare assolutamente in secondo piano l’assenza (per ora) di multitasking. Mi spiego. Ho l’abitudine di tenere aperte almeno quattro o cinque tab quando navigo. Ovviamente con l’iPad questo non è fisicamente possibile, si può navigare un sito per volta. Ma le pagine restano aperte, e si può passare dall’una all’altra piuttosto facilmente e rapidamente.
L’altro gran punto di forza sono le foto. Da quando ho la reflex (che poi tecnicamente non sarebbe neppure mia ma di Giuliano, ma vabbeh) faccio un sacco di foto. Metterle sull’Air è sempre un po’ un pianto, perché non formatto mai la scheda di memoria, e quando le scarico dentro ce ne sono 1500 almeno di cui 1300 già scaricate. L’operazione si porta via un sacco di tempo, senza contare che poi la navigazione tra le foto è piuttosto lenta e farraginosa. Questo fa sì che poi la loro elaborazione, l’eliminazione delle foto non riuscite siano operazioni lunghe e pallose.
Con l’iPad no. L’iPad è una scheggia a scaricare le foto, e la navigazione è praticamente istantanea, una cosa che è difficile spiegare a parole, occorre testarla. Di per sé, l’iPad non permette di editare le foto, ma ovviamente là fuori è pieno di app che lo fanno. Io ne ho scaricate due particolarmente efficaci, con cui ad esempio ho tagliato le foto dei Muse che ho pubblicato qualche tempo fa. Inutile dire che vedere le foto sull’iPad è assolutamente fantastico: ottima resa dei colori, gran definizione. Quando metteranno poi i nuovi schermi dell’iPhone anche sull’iPad la cosa suppongo diventerà impressionante.
Sulla portatilità manco mi soffermo. Lo infilo in borsa, o nello zainetto quando devo stare più comoda. Il peso non è eccessivo (per altro la mia borsa pesa sempre un sacco), per cui portarselo dietro è un piacere.
Ma io l’iPad l’avevo comprato con la speranza di usarlo per scrivere in treno. Questa funzionalità l’ho testata quando sono salita a Milano per i Muse. Ed è stato fantastico. Ok, Pages per iPad ha ovvie limitazioni, alcune delle quali non mi interessano in alcun modo: il fatto che non formatti per bene il testo, per esempio, non è un problema. Il programma che uso per scrivere non lo fa, quindi sono già abituata così. L’unico vero dramma è l’assenza del conteggio delle battute. Scrivendo capitoli tutti approssimativamente uguali in lunghezza, ne ho bisogno come dell’aria che respiro.
Anche qui, il fatto che non sia multitasking non è un problema. Uscivo da Pages, aprivo GoodReader su cui avevo salvato i capitoli precedenti per consultazione, ritornavo in Pages dove trovavo il testo esattamente dove l’avevo lasciato. Farraginoso? Può sembrarlo, ma l’entrata e l’uscita da un’applicazione all’altra è così rapida che la cosa è sostanzialmente identica al navigare più documenti aperti contemporaneamente. Anzi, quando apro più documenti con Word sul Mac la cosa è persino più lenta.
La tastiera virtuale è comodissima, persino piacevole da usare. Probabilmente questo è vero per me che uso solo due dita per scrivere, e non vale per chi fa altrimenti, ma io mi sono trovata molto bene. Il tempo di scrittura è lo stesso che su una tastiera reale, l’assenza delle accentate non è gran problema, visto che il software permette di accedervi facilissimamente con un dito solo, e lo strumento di correzione automatica è per lo più eccellente. Certo, ogni tanto capita che corregga dove non dovrebbe, ma apprende dagli errori, ergo basta rifiutare una certa correzione per non vedersela più riproposta nel resto del documento. Ho scritto un intero capitolo sul treno, ed è andata benissimo. Complessivamente, per scrivere in viaggio è più comodo l’iPad rispetto all’Air. In genere il sedile del treno è piuttosto distante dal tavolino, e quindi si è costretti a tenere il mac sulle gambe. Ovviamente, tenere l’iPad sulle ginocchia è più comodo rispetto a tenerci un portatile, per questioni di peso e riscaldamento.
Comunque, uso l’iPad per la scrittura anche in altre situazioni. Ad esempio, quasi tutti i post sono fatti con l’iPad. Insomma, credevo che fosse poco credibile l’uso dell’iPad per il mio lavoro, e invece mi sono dovuta ricredere.
Qualcuno mi domandava: ma come fai a tirare fuori i files dall’iPad. In effetti è un po’ un punto debole. Si può usare DropBox, che ho usato per metterci dentro tutto il nuovo libro. Per tirar fuori il capitolo nuovo, invece, ho usato la mail, banalmente. In effetti però farebbe molto comodo la possibilità di salvare il lavoro su una chiavetta.
Complessivamente, inizio a sperare che l’iPad sia il futuro dei portatili. Intendiamoci, ci sono molte cose che un portatile fa e un iPad no. Per dire, l’astrofisica non posso farla su iPad, perché ho bisogno di una certa potenza di calcolo che l’iPad non può fornirmi, anche se esistessero i programmi atti all’analisi dati. Ma io lavoro praticamente sempre in remoto, coi dati fisicamente lavorati su un server. Per cosa uso l’Air? Per scrivere la sera, per navigare. Esattamente le stesse cose che faccio, nel caso della navigazione anche meglio, con l’iPad.
La gran cosa dell’iPad è la rapidità e la snellezza d’uso. Fa quel che devo quasi istantaneamente. Il passaggio da un’app all’altra è immediato, e questo perché sostanzialmente sotto non c’è un vero e proprio sistema operativo. La personalizzazione dell’iPad, poi, è virtualmente infinita. Di app ce ne sono una marea per tutte le esigenze, per cui ognuno può trasformare l’iPad nel tipo di strumento di cui più necessita. È questa l’altra cosa bella dell’iPad: di per sé, certo, non è nulla di eccezionale. È un supporto che però si può piegare a molteplici usi. È ciò che vuoi che diventi, letteralmente.
Certo, qui si apre il capitolo “le app che puoi usare le sceglie la Apple a sua discrezione”. Mentre sulle App la questione è meramente etica, per quel che riguarda libri e fumetti il problema si fa sostanziale, leggi la recente, e ridicola, storia dell’Ulisse di Joyce. È un problema che occorrerà porsi, in futuro, ma quel che auspico è che l’iPad sia “The shape of things to come” (ancora cito Lost, damn…) e che in futuro ci siano altri prodotti del genere anche non Apple. E a quel punto vedremo se Jobs continuerà ad avere questa ridicola ossessione per la pornografia.
In ogni caso, l’iPad ha altri difetti oltre al problema delle app. Innanzitutto, è un prodotto costoso, troppo. Ok, si ripaga, per carità. Credo che nel mio caso la spesa si ammortizzerà in tempi brevi. Resta il fatto che essendo un prodotto indirizzato più che altro allo svago costa veramente troppo. Un’altra cosa che mi dà fastidio è il costo delle app. Per l’iPhone ancora si trovano in giro molte app gratuite, magari con delle limitazioni, ma si trovano, per l’iPad praticamente non ne esistono. Trovare una app che costi meno di 1 euro è praticamente impossibile. Intendiamoci, ci sono programmi per i quali uno spende senza problemi; l’assenza di applicazioni gratuite e il costo medio superiore a quello delle app per iPhone mi fa però temere che sia partita la speculazione su questo tipo di mercato. Vedremo.
Insomma, il bilancio di queste prime tre settimane di uso è molto positivo. È stata una spesa, ma valeva la pena. E adesso, vedete di non farvi guerra dei commenti :P

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L’omo de fero corpisce ancora

Avevo una grossa paura, per Iron Man 2. Che l’anima cazzona del primo film andasse perduta nella svolta dark. Perché Harry Potter ci insegna che la svolta dark, di questi tempi bui, è il destino ineludibile dei blockbuster. Per fortuna, il rischio è scongiurato.
Ok, forse non è riuscito proprio come il primo, ok, forse soffre della sindrome da Spiderman 3 (no, non il rincoglionimento dell’eroe, mi spiego più sotto), ma per lo meno ritroviamo il solito Tony Stark, pieno di gnocca fin su ai capelli, belle macchine e rock a palla. E anche la sua fase “‘sto a mori’, me do all’autodistruzzzzione” (è che Tony Stark pensa in romanaccio, lo sento, altro che Malibù) è portata avanti con la consueta autoironia.
Ma veniamo al merito.
I contro.
Il vero problema della saga di Iron Man è lo spreco dei personaggi negativi. Che partono da idee interessanti, vengono ben costruiti, ma poi scoppiano come bolle di sapone di fronte alla prova del combattimento finale. Nel film precedente Obadiah si fa fregare come un pirla, in questo Ivan dura due minuti netti. Adesso si capisce perché manda avanti droni a frotte, perché di suo è una pippa. Peccato. Perché il personaggio era ben fatto, interessante, e soprattutto perfettamente incarnato da un disfatto Mikey Rourke, che da quando non è più un figo ha guadagnato in carisma e capacità interpretative.
Troppa carne al fuoco (la sindrome di Spiderman 3, in cui il nostro se la vedeva con ben 3 cattivi, se non erro). La linearità della trama del primo viene sostituita da una certa confusione in questo secondo episodio, in cui Tony se la deve vedere con: 1) la propria malattia, 2) il suo alterego sfigato Hammer (altro bel personaggio, se posso permettermi, soprattutto grazie a Sam Rockwell), 3) Ivan, 4) lo S.H.I.E.L.D., di cui in realtà non ho ben capito scopi e funzioni. Un po’ troppo direi. Anche la gnocca raddoppia, con una burrosissima e letale Scarlett Johansson, che è un bel vedere, per carità, ma è un po’ buttata lì, soprattutto nel suo rapporto con Pepper Potts (due scene prima si odiano, poi si amano: problemi al montaggio? È saltata una scena?). Un po’ meno carne al fuoco avrebbe giovato ad un film che ha il suo punto di forza nella coattaggine del suo protagonista e delle scene “di menare” (e che, va detto, non si vergogna manco un po’ di essere commercialissimo, e fa bene).
Infine, per chi è digiuno o quasi di fumetti Marvel, alcune cose hanno bisogno dei sottotitoli. Nick Fury? Lo Shield? La scena finale dopo i titoli di coda? Un po’ più di spiegazioni in merito sarebbero state gradite.
I punti di forza.
Questo film sa cosa vuole, e per questo lo ottiene. È la cosa più vicina a roba come Indiana Jones (i tre originali) e altri film d’azione anni ’80 che sia stato recentemente prodotto. Perché non si prende sul serio, sa perfettamente di essere mero intrattenimento, e questa mancanza di ambizioni “alte” giova moltissimo al plot e alla sceneggiatura. Voglio dire, fa piacere per una volta vedere un supereroe che approccia i suoi superproblemi senza troppe pippe mentali, e la sceneggiatura funziona quasi sempre, con scambi divertenti e scoppiettanti.
Ottimo il cast. Vabbeh, Robert Downey Jr, è Tony Stark, poco da dire. Ci piacciono molto il Rourke e Rockwell, come dicevo, anche perché passi Rourke (che però deve la sua rinascita ad un film non esattamente d’azione quale The Wrestler), ma uno Rockwell non è che sia esattamente associato al film d’azione tipico. Vabbeh, io me lo ricordo per Confessioni di una Mente Pericolosa che avevo adorato (lui e il film).
Sugli effetti speciali non mi soffermo. Lo standard ormai è quello, uno non si stupisce più di niente sull’argomento, e anzi la notizia c’è quando qualcuno li toppa, e non mi pare questo il caso.
Insomma.
Non stiamo parlando della storia del cinema. Ma stiamo parlando di due oneste ore in scioltezza, con una cosa divertente e ben confezionata, contro dentro l’uomo che è assurto a mio mito personale nel momento della costruzione dell’acceleratore da garage.

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Commentiamo insieme il telefilm del giorno: Lost 06×09

Ci avevano presentato Ab Aeterno come una puntata ricca di rivelazioni stupefacenti. O almeno io avevo capito così. Vi dico solo che il commento di Giuliano a fine visione è stato: “Embé? Non ci hanno detto niente che non sapessimo già”. Che è vero. E questo mi ha indotto a cambiare prospettiva su Lost.
Non si cercano tante le risposte, ormai, quanto le conferme. Al castello di ipotesi che uno s’è costruito in testa.
Comincio col dire che l’episodio è splendido, e che mi ha indotto a depennare una delle famose domande dalla mia lista.
Si comincia con una strizzata d’occhio al fandom, com’è sempre più frequente nelle stagioni dalla seconda in poi (vedi Dave, per esempio). Richard ci induce ad un basito silenzio quando sentenzia: “We are all dead, every single one of us. And this, this, all this, it’s not what you think it is. We’re not on an island, we never were. We’re in Hell”. Che vuol dire tornare alla casella uno: l’ipotesi purgatorio era la più quotata sei anni fa. Ma è solo uno sfogo di un Richard sempre più fuori di brocca, e una simpatica presa un giro da parte di Lindelof e Cuse. Poi si parte col flashback.
Ora, la storia di Richard è potente. La sua metamorfosi da schiavo impaurito a portavoce di Jacob sicuro di sé (almeno fino alla scorsa stagione) è forte, ben resa. Però è anche un po’ eccessiva. Soprattutto la parte iniziale in spagnolo fa molto Milagros. Non che non ci sentiamo coinvolti dal dramma del buon Ricardo, ma c’è qualcosa nella recitazione di un Nestor Carbonell un po’ troppo ansimante che toglie pathos al tutto.
Ma sono le parti sull’isola ad essere davvero potenti. Soprattutto quando in scena entrano Jacob e il suo amichetto.
Innanzitutto, l’immagine della statua di Taweret che si staglia sul cielo livido, tra onde gigantesche e pioggia battente, è fortissima. C’è un senso di mistero, di inquietudine, come se davvero, come dice uno degli schiavi, il diavolo fosse apparso sulla terra. Lost è lì, in quella visione notturna bella e terribile.
Per inciso, scopriamo due cose banali su due feticci di Lost: ci eravamo fatti un sacco di pippe mentali sulla distruzione della statua e su Magnus Hanso. E invece ecco che la statua l’ha sbracata per caso la Black Rock, e che Magnus è morto praticamente prima di mettere piede sull’isola. E, incidentalmente, la Black Rock non è finita in mezzo alla jungla per chissà quale misterioso motivo, ma per un’onda un po’ più grande delle altre. All’anima del rasoio di Occam, direi.
La parte successiva ha un punto debole: che Ricardo è l’uomo più sfigato della terra. Inchiodato a due centimetri dall’acqua, roba che allungando la lingua la liscia di due millimetri, e a uno dal chiodo con cui cerca di liberarsi. Eccheè! La parte di prigionia nella Black Rock è anche francamente troppo lunga. Non ci vogliono cinque minuti di sfighe varie per dirci che Richard se l’è vista brutta, che sta per morire ed è anche terrorizzato da quel po’ che intuisce dell’isola.
Ma poi arriva il nostro fumo nero preferito, e la puntata inizia a volare alto. Farlocke e Jacob a quanto pare si odiano dalla notte dei tempi, ed è significativo che il fumo nero cerchi di far uccidere Jacob da Richard usando le stesse identiche parole usate da Dogen con Sayid. Jacob e l’uomo in nero sono legati a filo doppio, sono due facce della medesima medaglia. E a questo punto, mi sento di cancellare la domanda 5 dal mio elenco di qualche giorno fa. Complimenti a Lindelof e Cuse, che l’hanno messa giù così bene che ormai non ha più importanza sapere chi siano Jacob e l’uomo in nero. Anzi, io proprio non lo voglio sapere. So cosa rappresentano, cosa sono e allora scoprire che uno è dio e l’altro è il diavolo, che uno è Tizio e l’altro Caio davvero non ha più alcuna importanza.
Tutto è tornato a quel Man of Science, Man of Faith della seconda stagione, e anche della prima, quella contrapposizione tra destino e casualità, tra libero arbitrio e predistinazione, in una mirabile quadratura del cerchio, che ci dice che forse gli autori non sapevano tutto fin dal principio, ma sapevano esattamente di cosa stavano parlando.
Il dialogo tra Jacob e Richard è fantastico. Tutto si profila come un crudele gioco. Ma in fin dei conti questo non è il più antico gioco del mondo? Non è la nostra stessa vita una scommessa tra dio e il diavolo? La vita ci tira in mezzo, in questo gioco sovrumano, in cui ci viene chiesto di cavarcela da soli, di distinguere tra bene e male e decidere senza sapere le regole secondo cui dobbiamo giocare. E perché? Perché “It’s all meaningless if I have to force them to do anything”. E allora forse il fumo nero non è del tutto cattivo, ma anche Jacob non è del tutto buono. Semplicemente entrambi sono al di sopra di queste categorie umane. E con questo Lost fa l’ultimo passetto, quello che da divertente storia di mistero su cui arrovellarsi a dramma appassionante perché ognuno di noi può vederci dentro un pezzetto di sé. Ed è sempre stato così. Almeno una volta nella vita siamo scappati con Kate, ci siamo sentiti imperdonabili come Sayid, abbiamo avuto l’ossessione di aggiustare ciò che non va nel mondo come Jack. E tutti, tutti ci sentiamo pedine di un gioco più grande di noi.
Io lo so. Qualcuno dirà: è tutto qua? Due divinità che si giocano a dadi il destino di miriadi di poveri cristi portati contro la loro volontà sull’isola? E vi pare poco? È la Storia. L’unica che valga la pena di raccontare, e che ci raccontiamo, sempre identica a se stessa e sempre diversa, da migliaia di anni.
Cambia il contesto, il punto di vista, ma è sempre quella. E il punto di vista adottato da Lost, con questo gioco infinito di specchi, a me piace. Non mi sento presa in giro. In fin dei conti, anche noi rifiutiamo di accettare la tremenda semplicità dell’esistenza, e ci perdiamo in labirintiche bugie. E Lost è labirintico, inestricabile, e tutta la sovrastruttura serve a nascondere la semplicità della trama di fondo: una serie di personaggi, profondamente soli, messi di fronte al proprio destino.
Ora, non so se Lost non cambierà ancora direzione, se contraddirà queste mie riflessioni di oggi. Spero di no. Ma di sicuro Ab Aeterno rappresenta quest’anima di Lost, un’anima che ha attraversato come un fil rouge tutte le sei stagioni.

P.S.
Ieri ho aggiornato la sezione foto del sito; ci trovate alcune mie foto fattemi da ninna e alcune nuove foto di casa. Le prime son molto belle, le secondo sono solo diverse da quelle che c’erano prima :P

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Avatar

Mission con la gnocca.
Pocahontas coi puffi.
Balla coi Lupi intergalattico.
Diciamo che l’originalità della trama non è esattamente il punto di forza di Avatar. Per questa ragione non condividevo il generale entusiasmo per il film, e in partenza non sentivo tutto questo bisogno di andarlo a vedere. Poi me ne hanno lodato le meraviglie del 3D, e ho pensato che visto che andare a cinema è problematico di questi tempi, tanto valeva andarsi a vedere un film per il quale il grande schermo era indispensabile. E così ieri sono andata a vederlo.
Dicevamo, la trama. Che non è originale. Ma al mondo esistono sostanzialmente due categorie di narratori: i costruttori di personaggi, e i costruttori di mondi. È evidente che in questo film Cameron è un costruttore di mondi. Avatar è Pandora, lo stupefacente mondo alieno in cui il tutto è ambientato. La trama, i personaggi e tutto il resto sono un pretesto per immergerci nei deliri lisergici di Pandora, che in certi momenti sembra veramente il sogno di uno che s’è fatto di LSD. È un difetto questo? Assolutamente no. È solo uno dei modi in cui si può divertire il pubblico. E il pubblico si diverte. Immensamente.
Ci vuole qualche minuto per riuscire ad apprezzare completamente il 3D, che è stupefacente. L’effetto piani di cartone che si sovrappongono, tipico del 3D che fin qui avevo visto a cinema, è quasi del tutto assente. I volti hanno volume, sono davvero tridimensionali. Qualche problema di verosimiglianza c’è ancora con gli oggetti in secondo piano, ma complessivamente il 3D di Avatar è davvero un’esperienza immersiva. Finora, tutti i film 3D che avevo visto utilizzavano questo espediente tecnico come un quid tutto sommato non indispensabile: sì, era una cosa carina, ma che non aggiungeva sostanzialmente niente al 2D. Avatar in 2D è invece un film diverso. Avatar 2D probabilmente non ha molto senso vederlo. È necessaria la profondità di campo per lasciarsi davvero catturare dal film, che è prima di tutto un’esperienza sensoriale, una goduria per gli occhi. È il primo film che basa la sospensione dell’incredulità non sulla potenza della storia o sulla verosimiglianza dei personaggi, ma solo sulla potenza visiva, e sulla sua capacità di coinvolgerti con il 3D. Per dire, la prima volta che ho visto il fumo della sigaretta di Sigourney Waver alzarsi, istintivamente mi sono chiesta chi fosse il pazzo che stava fumando in sala. Ed è tutto così. Ti dimentichi di stare a cinema, e ti senti su Pandora.
L’immedesimazione, il coinvolgimento derivano entrambi dallo splendore delle immagini. Così ci si commuove con Jack la prima volta che immerge i piedi nudi nella terra di Pandora, ci si esalta con Neytiri quando vola sull’ikran (a proposito, voglio l’action figure del turuk, troppo figo), ci si sente in pace col mondo sotto l’albero delle anime.
Inutile star qui a dirsi “eh, ma è tutta apparenza, la sostanza non c’è, il cinema è altro”. Sì, il cinema è anche altro, ma è pure sense of wonder, e il film ne è pieno. Avatar è la summa di una concezione che vede nel cinema qualcosa che deve lasciarci a bocca aperta, che deve farci esperire l’inimmaginabile. Perché, d’altronde, quale altro mezzo può portarti con tanta verosimiglianza in un mondo che non esiste? Avatar è uno splendido giocattolo per grandi e piccini, qualcosa che ti trasporta in un altro universo per due ore e mezza. Poco? Per niente. Saper intrattenere ai livelli in cui lo fa Cameron è pura arte. Perché, diciamoci la verità, è un genio uno che prende la storia più frusta del mondo e con quattro personaggi in croce, tagliati con l’accetta, riesce ad appassionarti per due ore e mezza, dico due ore e mezza, senza momenti di stanca, e facendoti pure sopportare le fatiche che il 3D impone per forza di cose ai tuoi occhi. Tutte le grandi opere raccontano storie banali, ma da punti di vista inediti, in modo tale che si scopra qualcosa di nuovo, e che tutti ci si senta parte della narrazione, ci si ritrovi qualcosa di proprio.
Che poi, a dirla tutta, io pensavo peggio a livello di trama. A rifletterci è una storia davvero esile, ma Cameron la racconta con piglio deciso e grande onestà, per altro strizzando l’occhio al cinefilo che è in noi (Tsu’tey è paro paro Vento dei Capelli di Balla coi Lupi, per dire), e riesce a dare solidità e allo script e alla narrazione. Cameron sa che sta raccontando una cosa semplice, Cameron non ce la spaccia per una grande tragedia. Io penso che la consapevolezza di ciò che si sta facendo, la padronanza assoluta dei mezzi con cui si racconta una storia, faccia la differenza tra la cazzata e il capolavoro.
Certo, tutto un po’ schematico. La vera pecca credo stia nella eccessiva forzatura di certi riferimenti alla contemporaneità (Jake che dice “è così che si fa per prendersi qualcosa, si trasforma chi ce l’ha in un nemico” o giù di lì, o il cattivone che arringa i suoi prima della battaglia dicendo “risponderemo al terrore col terrore”): voglio dire, è fin troppo chiaro che ci stai mandando un messaggio antimperialista, è evidente che in trasparenza c’è l’Iraq, c’era davvero bisogno di spiattellarcelo in faccia? Ma sono due battute su 166 minuti, ci vuole pure un po’ di malizia per trovarlo fastidioso.
Per il resto, una sola cosa m’ha dato fastidio: la foresta ignifuga a intermittenza. Non è possibile che Jake nella scena notturna sventoli qua e là un fiaccolone clamoroso senza dar fuoco manco a mezzo albero, visto per altro che la foresta brucia eccome (e infatti l’albero casa piglia fuoco come uno zolfanello, parecchie scene più in là). È una stronzata, ma purtroppo il diavolo si nasconde nei dettagli.
Ora mi domando che senso avrà far uscire il DVD, a meno di dotarmi di proiettore 3D a casa, più occhialetti per la visione. È un film da cinema, stop. Fuori dalla sala perde il 90% del suo fascino.
Anyway, come avrete capito il film mi ha incantata. Pollici entrambi gioiosamente in su per il film dell’anno. Ha ragione chi diceva che è un po’ il Star Wars della nostra generazione: non ci credevo, ma Cameron ha per davvero tracciato una linea ante e post Avatar per il cinema moderno.

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Funziona quasi tutto

Sì. In questi ultimi giorni il sito ha avuto problemi. È partito tutto da un link nei commenti (nella parte OT dei commenti, per altro…) che indirizzava ad un sito con su un malware di qualche genere. Ma quello è stato solo l’inizio.
Ora, io confesso di saper a malapena usare due codici html in croce, e di cavarmela su questo sito solo grazie a WordPress, per cui non so dirvi esattamente cosa è successo. So solo che è stato un casino. Risolto, as usual, da Lauryn, sempre sia lodata.
Come avete modo di vedere, non funge tutto. Il link al blog non funge, ad esempio. La cosa dovrebbe risolversi a breve. È stata dura, ma pare che ne stiamo uscendo. D’ora in avanti cercherò di stare più attenta, per quanto possibile.
Per il resto, uno passa quattro giorni a dirsi che se non avesse il blog down, ah, quante cose scriverebbe! Poi il blog torna su, e non ha niente da dire. Se non che il blog è di nuovo su, ovvio.
Vi lascio. Irene dorme il sonno dei giusti (leggi: l’abbiocco postprandiale), e io ne approfitto per fare una telefonata e leggere un po’. Fino alla prossima poppata, obviously.
Au revoir.

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Post breve e irrefrenabila

Irene ora ha esattamente 11 ore e 28 minuti. Ha gli occhi grandi grandi, una vocina sottile sottile, un sacco di capelli e quando piange le trema il labbro inferiore proprio come me.
Non so se vi racconterò il parto: appartengo al novero di donne che ne uscita abbastanza stravolta. E non perchè debba essere necessariamente una brutta esperienza, ma perchè, nonostante un’equipe di medici e ostetriche davvero straordinaria e l’epidurale, per mezz’ora ho provato roba che non augurerei al mio peggior nemico :P .
Ma del resto dio l’ha detto, partorirai con dolore, poi l’uomo per fortuna s’è inventato la santa analgesia, sempre sia benedetta :P
E insomma così, solo per darvi la lieta novella. Ora vo ad allattare, sperando che Irene inizia a capire come funge una tetta :P

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Breve post di servizio

Oggi, ore 16.30 circa, potrete sentirmi in un’intervista su Fahrenheit, programa di RadioTre. Per chiunque abbia piacere a sentire la mia vocina :)

P.S.
Ah già che ci sono, e i primi commenti a Figlia del Sangue iniziano a venire alla luce, vi segnalo questa recensione di Val. Per rispondere all’ultima richiesta, non so se scriverò mai qualcosa di diverso dal fantasy: a volte ci penso, ma ho bisogno di una buona storia, e certe volte penso che il fantastico faccia parte del mio dna. Il che però non vuol necessariamente dire che possa produrre solo fantasy. In fin dei conti, il racconto per Massenzio ha elementi fantastici, ma non è un fantasy.

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P.S.

Il male che il popolo degli elfi ha seminato nel Mondo Emerso sta decimando la popolazione e ha gettato città e villaggi in un gorgo di violenza e disperazione. Mentre la sacerdotessa Theana cerca una cura per il morbo e la regina Dubhe organizza una debole resistenza contro le milizie elfiche, la sola speranza del Regno minaccia di svanire: Adhara, la ragazza senza passato.
Perché Adhara è molto più che una guerriera: è un’arma, la più potente che il Mondo Emerso abbia mai posseduto nella lotta contro chi insidia la sua pace.
E soprattutto, Adhara non è una predestinata: è una Consacrata, una creatura generata al solo scopo di combattere il Marvash, il male assoluto che eternamente si alterna al bene nei cicli della storia. Ma il suo destino era un altro, quello di una ragazza mortale abbandonata dalla vita su un prato, e quel destino ora vuole riprendere il suo corso, a costo di distruggerla.
Un nuovo, imprevisto nemico ostacola Adhara nella sua missione: non più l’amore per Amhal e la sua anima dannata, non più la follia della peste, ma un’ombra inestinguibile che le chiederà un prezzo altissimo.

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Non era poi così difficile

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Il nome dell’immagine era preferenziale_notizia.jpg; sono le due parole scritte in corsivo nei totoletti del post precedente.

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Depistaggi e notizie

Corsia preferenziale
Ieri sono andata in piscina. Ci vado due volte a settimana, per tenermi un po’ in forma. E insomma ieri vado. Entro, e vedo il bagnino che si appropinqua. Ora, io ho sempre paura che un giorno mi dicano qualcosa: tipo che ho troppa panza e non si fidano a farmi entrare in acqua, oppure che col panzone non sono gradita in costume a due pezzi sportivo (non che mi piaccia mettermelo, ma mi evita una pressione sulla pancia che la fa diventare rossa). Ma il tipo sorride, per cui…
Lui: “Sai, oggi non so se conviene che entri in acqua nel tuo stato”
Io nel panico. Sorriso fisso, faccia a punto interrogativo.
Lui: “È che è fredda”
Io tiro un mezzo sospiro di sollievo. “Quanti gradi?”
Lui: “28″
Io metto la manina in acqua. Ad essere fredda e fredda, ma non eccessivamente. Voglio dire, ho fatto il bagno in roba incommensurabilmente più gelida. Tipo la piscina della nave quest’estate, che era di acqua marina, suppongo presa direttamente dal mar glaciale artico, perché sono dovuta uscire dopo due minuti causa incipiente assideramento.
Io: “Senti, io ci provo ad entrare, se poi è troppo fredda al limite esco”
Lui: “Ok, allora ti libero una corsia”.
Resto gelata. Cioè. Mi libera una corsia. Mi fa stare da sola in corsia. Il sogno proibito dei miei primi tre mesi di gravidanza di nuoto. Perché ogni volta che uno entrava in acqua nella mia corsia le mie mani andavano immediatamente all’allora inesistente pancia: avevo il terrore che mi ci dessero una botta. Per cui, all’annuncio del bagnino resto visibilmente basita e incredula, mentre lui chiede gentilmente all’occupante della prima corsia di spostarsi.
Entro, e faccio due terzi del programma di nuoto previsto. Si sa mai, fosse davvero troppo fredda l’acqua…Ma mi vergogno come una ladra. Perché appena entra un nuovo nuotatore, il mio amico bagnino gli fa presente di non occupare la mia corsia. Che è una cosa che apprezzo da morire, stavo per uscire fuori dall’acqua e abbracciarlo, quel fantastico bagnino. Però mi sono anche vergognata. Non mi andava molto di dar fastidio agli altri in vasca. Che poi, vabbeh, eravamo quattro gatti, e quindi più o meno eravamo uno per corsia in ogni caso. Ma mi faceva strano lo stesso.
Poi, ok, oggi sono tornata coi piedi per terra, dato che ho fatto la fila in banca (anche se, arrivato il mio turno, il bancario m’ha detto che dovevo chiedere di passare avanti). Forse anche un po’ meglio così, via :P

La notizia
Allora, abbiamo la data di uscita del secondo libro de Le Leggende del Mondo Emerso, che, per la cronaca, si intitola Figlia del Sangue. Sì, mi sono data alla roba truce :P . Comunque, l’uscita è il 17 novembre. Come vedete, non manca molto. È possibile anche che faccia una presentazione a Roma. Forse. Stay tuned per ulteriori informazioni al riguardo.
Ah, abbiamo anche la copertina. Che però è “nascosta” nel post. Nello specifico, il suo nome è nascosto nel post. Il file lo trovate qua
http://www.liciatroisi.it/immagini/
Il file è un .jpg. A voi trovare il nome. Per chi non ci riesce, stasera pubblicherò in chiaro la copertina.
Buona (piccola) caccia :)

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