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Dottorandi

Oggi su Repubblica si parla di me. O meglio, di noi. Dei dottorandi. L’articolo è questo.
La mia condizione di dottoranda è ben descritta dalle prime righe. A volte mi sento proprio come poco dopo la laurea, in quella zona grigia in cui non puoi essere definito: non sei un ricercatore, ma non sei neppure uno studente in senso stretto. Sei qualcosa d’altro, nel mezzo. Ma mi piace. Non posso dire che mi sia pentita di aver fatto il concorso, affatto. Voglio ancora fare l’astrofisico, e lo sto facendo, anche se per lo stato sono uno studente. Il lavoro mi piace, e per due anni della mia vita, con uno ancora davanti a me, ho saputo e saprò cosa fare. Chi te li dà tre anni con un posto di lavoro, oggi?
Ma questo appartiene all’introspezione, all’esperienza personale. Quello su cui voglio soffermarmi invece è la condizione generale del dottorando medio. Che tutto sommato è grato, perché, appunto, per tre anni sa cosa fare della sua vita, ha un contratto e lavora, riuscendo a guadagnarsi un titolo assolutamente indispensabile se si vuole andare avanti con la ricerca.
E allora? I problemi sono due. Innanzitutto la paga, che, come avete letto, si aggira sui mille euro. Per la metà dei dottorandi. L’altra metà in teoria non prende niente. In pratica, se i tempi non sono troppo grami, il tuo professore si ingegna per trovarti qualcosa, tipicamente un assegno di ricerca che ha uno stipendio suppergiù pari alla borsa di dottorato, in qualche fortunato caso superiore. Il problema è che i tempi sono grami, e spesso l’assegno di ricerca vale per un anno, a volte sei mesi. E poi? E poi il tuo professore deve cercare altri fondi, e può capitare che non ne trovi subito, e allora finisci scoperto per qualche mese.
È vero, molti dottorandi – io per prima – vincono il dottorato nell’università in cui si sono laureati. Nel mio gruppo di ricerca, però, io sono l’unica dottoranda romana che ha studiato a Tor Vergata. Gli altri tre ragazzi sono tutti fuori sede. È evidente che allora diventa un problema se per uno, due, tre mesi non hai stipendio. Ci sono i genitori, ok, ma non sempre. E comunque si accede al dottorato tipicamente dopo i venticinque anni, quando uno in linea di massima sarebbe ben lieto di farsi una vita propria. E con mille euro al mese per tre anni, se ti va bene, o contratti da un anno a botta non è che sia facilissimo.
Ma il vero problema è il dopo. Dopo che fai? I concorsi per ricercatore. Che sono rari come l’acqua nel deserto. E quando arrivano, sono inaccessibili alla maggior parte dei nuovi dottori. Perché? Perché essendoci un concorso ogni morte di papa, i precari si accumulano. Esiste gente che ha quarant’anni ed è ancora precaria, e ovviamente ha montagne di titoli. Queste persone – giustamente – vincono i concorsi in virtù dell’esperienze e dei curricula che si sono costruiti in anni di precarietà. Il risultato? Aspettare anche dieci anni per avere un contratto a tempo indeterminato a volte è la regola. Intanto ti arrangi con gli assegni di ricerca, i co.co.co., se sei molto fortunato con un tempo determinato, anche quelli rarissimi.
All’estero, invece, i soldi circolano anche nei momenti di crisi. Nella maggior parte degli stati civili, è anzi durante i periodi di crisi che si investe nella ricerca, che è il motore trainante dell’industria. Per cui, ti accolgono a braccia aperte, con contratti a tempo determinato, post-doc e paghe ben più che dignitose (anche tremila euro). È ovvio che chi non ha famiglie e altre cose che lo blocchino in Italia, se può se ne va.
Ed è qui che volevo arrivare. Un dottorando alla società costa. Le tasse se ne vanno anche nella formazione di studenti e dottorandi. Un sacco di soldi che servono a formare i ricercatori di domani. E quando arriva il momento in cui ciascuno di noi potrebbe ripagare il debito, iniziando a produrre scienza vera, lo stato ci abbandona a noi stessi. Ci dice che dopo quattro anni di laurea e tre di dottorato, non serviamo più. Siamo parassiti inutili perché “non si mangiano panini con dentro Dante”, parole di Tremonti, e mi sento sporca al solo citarle. E quindi molti ragazzi se ne vanno all’estero, a vendere lì le capacità acquisite in Italia, o smettono di fare ricerca, riciclandosi nell’industria se va bene, nel call center se va molto male.
È questa la ragione per cui i problemi dei giovani ricercatori non sono solo fatti della nostra generazione, questioni che riguardano solo noi sfigati dottorandi. Sono soldi che la società tutta dà via a fondo perduto. È uno spreco di risorse che in pochi capiscono.
Sapete con chi ho parlato di questi argomenti l’ultima volta? Con un tassista che mi stava portando a casa da un’intervista. Esatto. Un tassista. Che era stato costretto a cambiare lavoro dal mercato, e che prima faceva – indovinate – il ricercatore in ambito sanitario. E il cerchio si chiude.

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RIP

Avevo intenzione di fare un post meramente informativo, oggi. Ho due miliardi di cose per la testa, tante cose da fare, e un po’ di stanchezza. Poi ho aperto Repubblica, e ho letto questa notizia.
Tra le tante cose che i libri mi hanno permesso ci sono incontri che non credo avrei mai fatto altrimenti. Dino De Laurentiis non l’ho mai incontrato di persona, ma per un certo periodo, per motivi lunghi e tortuosi da spiegare, ci siamo sentiti spesso per telefono.
Era una persona gentilissima, e un vulcano di idee. Aveva in ballo mille progetti, mi era sembrato un entusiasta. Soprattutto, era uno vivo. Aveva novant’anni, ma la cosa sembrava per lui un mero accidente, una tappa obbligata del percorso che non aveva cambiato una virgola il suo modo di fare.
Mi colpì una volta, quando mi disse che il cinema doveva essere meraviglia, un modo di vedere che, da scrittrice del genere, sposo, almeno in parte, ma che mi parve strano per un italiano. In fin dei conti, siamo ancora schiavi di certe rozze categorizzazioni, soprattutto al cinema. Ho scoperto che lo disse anche lui, anni fa, quando gli conferirono il Leone d’Oro alla carriera: “Il problema dei registi italiani è che vogliono fare i film con un occhio alla critica. Noi però siamo show-man e dobbiamo fare film solo per il pubblico. Ora voglio dimostrare al cinema italiano che ci sono grandi storie da raccontare. Ho voglia di tornare in Italia a lavorare per fare dei film che riescano ad uscire dall’Italia”.
Non posso dire che lo conoscessi. Il nostro è stato un incrocio fugace, ma che in qualche modo ha lasciato un segno. Abbiamo perso qualcosa, oggi: un pezzo straordinario di storia del cinema, italiano e internazionale, sicuramente, ma forse anche qualcos’altro. E, inaspettatamente, questo qualcosa ha lasciato un piccolo vuoto in me.

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Sconcezze – Integrazione e assimilazione

Non credo qualcuno si stupisca ancora per qualche scandalo sessuale legato al premier. Ormai per un italiano è pacifico: Churchill fumava il sigaro, Hitler dipingeva quadri di dubbio gusto, Berlusconi fa i festini con le minorenni.
Ok, il caso Ruby ha una serie di corollari gravi che prescindono i costumi sessuali del pres. del cons.: tipo che scopriamo che Berlusconi “aiuta chi è in difficoltà” (a patto che abbia almeno una bella quarta di reggiseno, aggiungo io) evitando il carcere ad una minorenne, per altro spacciandola per chi non è. Mah. Senza contare che ci si può interrogare sulla morale di uno che se ne approfitta di un’adolescente dal percorso esistenziale quanto meno travagliato.
Ma più che altro ci siamo rotti. Cioè, proprio non ne possiamo più. Soprattutto della continua barzelletta che questo governo è diventato. E prima il papi, adesso il bonga bonga. Mezza Italia se la ride, e suppongo lo faccia anche l’intera Europa. Ma la situazione è tragica, altro che, in un paese dove ormai tutto è ridotto al ridicolo, allo sberleffo da caserma. Per cui, Berlusco’, facci un favore: non ce ne frega niente di quel che fai nel privato, ma abbi la decenza almeno di non farcelo sapere, va bene? Risparmiaci i dettagli sulla tua squallida vita privata, non siamo interessati.

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Secondo la Merkel, il multisultiralismo “ha fallito. La Germania non ha manodopera qualificata e non può fare a meno degli immigrati, ma questi si devono integrare e devono adottare la cultura e i valori tedeschi”.
Se ha fallito da loro, vorrei sapere da noi cos’è successo, dove il multiculturalismo non abbiamo manco mai provato ad adottarlo. Comunque. La Merkel ha letto questo sondaggio, ed è corsa ai ripari con un po’ di populismo buono per tutte le stagioni. Ma non mi interessa tanto la parte sul multiculturalismo, quanto quella successiva della dichiarazione. Ossia che gli stranieri si devono integrare, e fin qui, ma che poi devono adottare la cultura e i valori tedeschi. No. Questo, francamente, no. L’unica cosa che uno straniero deve fare quando è ospite di un paese diverso dal suo è obbedire alle sue leggi. Punto. Poi può continuare a mangiare kebab e pizza napoletana, mettersi l’hijab o il turbante dei sik, pregare Allah o Ganesh. Basta che rispetti la legge.
È la sottile differenza tra integrazione e assimilazione. Integrarsi vuol dire non sentirsi davvero stranieri: vuol dire trovarsi a proprio agio in un paese, essere connesso al tessuto sociale e lavorativo, in sintesi essere parte integrante di una società che ti accetta, ti rispetta e non ti giudica per l’abbigliamento, la fede o altro. È un processo a due binari: tu ti sforzi di rispettare usi e costumi del paese in cui sei ospite, quelli che ti ospitano si impegnano a rispettare i tuoi. È uno scambio reciproco.
Chiedere di adeguarsi ai valori e alla cultura tedesca vuol dire chiedere l’assimilazione, vuol dire chiedere di rinunciare alle proprie radici, che così a fondo determinano la nostra identità. Se mai andassi a vivere a Monaco non vorrei proprio rinunciare ad essere italiana, a parlare la mia lingua tra le mura domestiche, per dire, o cucinarmi la parmigiana. E il fatto che io coltivi la mia lingua madre non significa che non sono integrata.
Ma, diciamocela tutta, il problema sono i musulmani. Sono i loro usi e costumi, che nella nostra ignoranza riduciamo al disprezzo della donna e al fondamentalismo religioso, che ci danno fastidio. Ma la donna viene tutelata dalla legge tedesca, e dunque un musulmano che non rispetti la moglie, al pari di un tedesco che non lo fa, e non dubito che ce ne siano a palate, deve risponderne davanti alla legge. Ripeto, è solo questione di rispettare, e far rispettare, la legge. Stop.
Tra l’altro, anche da noi l’assimilazione va molto più di moda dell’integrazione. Avete mai conosciuto il proprietario di qualche ristorante cinese che si chiama Marco, o Paola? Ovviamente non si chiamano così. Ma si cambiano il nome. Così per gli italiani è più facile. Come sei io andassi a vivere in Germania e la gente iniziasse a chiamarmi Felicitas. Ma perché? Voglio dire, ma vi pare poco dover rinunciare al proprio nome per fare meno paura? Il mio nome è quel che sono, anche se non lo amo. Volente o nolente, fa parte della mia identità. E non ci voglio rinunciare, né mi piace che qualcuno ci debba rinunciare perché io ho problemi di pronuncia. Preferisco di gran lunga imparare a pronunciare un nome che alle mie orecchie suona diverso. Non è questo, il multiculturalismo?

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Senza speranza

Oggi il tema della puntata di Io, Chiara e l’Oscuro, una delle trasmissioni di Radio2 che più mi piacciono e che ascolto spesso, era Roma. Perché Roma non piace più agli italiani, ma Roma è veramente meglio o peggio di altre città, cose così.
È buffo che proprio oggi sia emersa questa storia a dir poco agghiacciante della ragazza aggredita ad Anagnina, un posto che sta dietro la scrivania in cui siedo adesso, e che ho bazzicato fin dall’adolescenza.
E proprio stamattina pensavo che Roma forse è stata così amata, e ormai è così odiata, perché è la summa dell’italianità. Tutto quello che un tempo avete amato di questa città, e che ora odiate, è solo il riflesso di ciò che eravate e ora non siete più. L’arte di arrangiarsi, il farsi i fatti propri spesso a discapito degli altri, l’orgoglio per un passato glorioso…non sono cose romane. Sono cose italiane.
Ieri in tv passava Il Medico della Mutua. Un film straordinario, per quanto mi riguarda. Sordi è stato – a ragione – considerato l’emblema della romanità. Un po’ come Totò quello della napoletanità. Ma se i personaggi di Totò sono spesso dolenti, bravi guaglioni presi a mazzate dalla vita, che anche quando delinquono lo fanno con cuore e una specie di onestà di fondo, i personaggi di Sordi sono spesso sordidi, cattivi, meschini. Come il dottor Terzilli, pronto a tutto pur di avere successo. Sordi non ha alcuna indulgenza nei confronti dei suoi personaggi, Sordi nel ’68 ci mostrava quel che siamo sempre stati, e che ora siamo diventati con estrema chiarezza.
Roma è lo specchio di quest’Italia, e per questo quando la guardi ti fa orrore. La metropoli disumanizzante, in cui si vive aggrappati con le mani e coi denti al proprio giardino, ergendogli mura altissime intorno, perché l’altro non è né risorsa né specchio: è solo un nemico. Un posto dove non si pratica più l’accoglienza, in cui il motto è “fatti i cazzi tuoi”. Come la vecchia che scavalca il corpo della ragazza che giace ad Anagnina. Ci poteva essere uno qualsiasi di noi, là per terra. Siamo entità separate che si muovono sperdute in un contesto che le spaventa, tra periferie disumane in cui tutto sembra essere un elogio al brutto: dalle palazzine tutte identiche, barricate nella loro singolarità, ai prati spelacchiati deserti dopo una certa ora, alle mura coperte di scritte inneggianti all’odio (withe power, trans raus, shoa must go on). E intorno a noi non c’è nessuno che ci chiami all’aggregazione, ma tutti che ci invitano invece a separarci, ad avere ancora più paura, dai tg pieni solo di cronaca nera, da seguire morbosamente, come nel caso Scazzi – vera e propria pornografia del dolore e della violenza – o su cui esercitarsi in finta indignazione, come quanto accaduto ad Anagnina venerdì. Tutti col senno di poi a dire che si sarebbero fermati. Chi lo sa. Davvero? E quante volte abbiamo girato la testa di fronte al barbone che dorme alla stazione Termini? Alla prostituta ragazzina aggredita dal cliente? E poi i politici, che sfruttano la nostra paura, la aizzano, perché la prima cosa è creare un nemico, additarcelo. Gli extracomunitari, gli islamici, i cinesi, i rumeni, gli uomini. Tutti.
Siamo tutti così? No, certo. Due anni fa una ragazza venne investita sotto i nostri occhi da un motorino. Si fece subito il capannello, aspettammo con lei i soccorsi, e, a parte un intelligentone che la acchiappò per le braccia per spostarla da terra e togliere l’ingombro dal traffico, tutti furono collaborativi e gentili. Ma alla fine, alla sera, tutti chiudiamo la porta a due mandate, e lasciamo il mondo fuori. Io stesso non saprei neppure descrivere la faccia dei miei vicini di pianerottolo.
E si va avanti così, in un paese che non sa più sperare. Perché questo è il vero morbo che sta portando l’Italia verso l’abisso: l’incapacità generalizzata di pensare un domani diverso.

P.S.
Per chi fosse interessato, sul sito di Radio2 Social Club c’è il podcast della puntata di sabato.

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L’enigma dell’Italia

Trova le dieci, piccole differenze.

Io sono il presidente di tutti, anche il presidente dei tedeschi musulmani e dei musulmani che vivono in Germania. Io dico no a ogni scontro tra le fedi e le culture, il futuro appartiene alle nazioni che sanno essere multiculturali.[...] Io lancio un appello a tutti i cittadini del nostro Paese riunificato: non lasciatevi contagiare dal virus della xenofobia. Certo, chi viene a vivere da noi deve accettare i nostri valori costitutivi, la nostra Costituzione, i nostri usi. Ma pregiudizi e muri contro le minoranze sono cose che non possiamo accettare[...]. Senza dubbio la tradizione cristiana e quella ebraica appartengono storicamente all’identità tedesca, ma nel frattempo anche l’islam è entrato a farvi parte… come scrisse Goethe 200 anni fa, ‘Oriente e Occidente non sono più divisibili’. Ma abbiamo ancora molto da fare per l’integrazione
Christian Wulff, presidente federale tedesco

(riferendosi al caso dell’uccisione di una donna da parte del marito pakistano perché rifiutava un matrimonio combinato per la figlia)
Il fatto che l’omicida non solo fosse in Italia da piu’ di dieci anni, ma fosse anche il proprietario della locale moschea fa riflettere sui danni del multiculturalismo[...] Episodi del genere impongono anche una riflessione sulla necessita’ di modificare in senso restrittivo la legge sulla cittadinanza, per garantire questo status solamente a chi dimostra nei fatti di aderire ai valori civili e morali della nostra società
Isabella Bertolini, deputato del PDL

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Esercito tra i banchi

Avrei voluto fare un post di sole foto, oggi. Foto di Matera, e di quel che da Matera ho riportato indietro. Magari con giusto due righe di spiegazione. Invece iPhoto oggi ha deciso diversamente, per me, scegliendo di non scaricarmi le foto della Canon causa disco rigido troppo pieno di roba. Bon, risolverò presto la cosa. Nel frattempo mi tocca parlare di argomenti molto, molto tristi. Desolanti, direi.
Non so voi, ma io ho la netta impressione che questo paese stia affondando. Non c’è evidentemente nessuno in grado di guidarlo, anneghiamo tra discussioni da bar, insulti di bassa lega, e intanto, come ricordava Gaber in una canzone recentemente linkata su Lipperatura, “E l’Italia giocava alle carte / e parlava di calcio nei bar / e l’Italia rideva e cantava”.
Ecco, mentre ce la ridevamo e ce la cantavamo, la scuola italiana ha raggiunto un nuovo picco negativo, con questa iniziativa. Vi linko direttamente il documento di presentazione del progetto perché quando una collega mi ha segnalato la notizia pensavo si trattasse di uno scherzo o qualcosa del genere. Voglio dire, le notizie che leggiamo in giro non sempre sono attendibili, in genere vado sempre a cercarmi le fonti originali. Beh, stavolta è tutto vero. Tra le attività collaterali allo studio che i ragazzi Lombardi possono fare a scuola c’è anche un bel corso con l’esercito.
Gli scopi?

[...]far vivere ai giovani delle Scuole superiori esperienze di sport e giochi di squadra, ma anche introdurre corsi specifici e prove tecnico/pratiche, per avvicinare la realtà scolastica alle Forze Armate, ai Corpi dello Stato e alla Protezione Civile e Gruppi Volontari di Soccorso.

A quanto pare questa cosa non poteva essere realizzata durante l’ora di educazione fisica, oppure con l’incontro, che ne so, con le associazioni di volontariato. Non capisco poi esattamente cosa c’entri lo sport con l’esercito. O meglio, lo so, ma l’esercito non esiste per dare uno stipendio ai nostri migliori atleti. Ma continuiamo

Vivere questo momento come stimolo per toccare con mano i valori della lealtà, dello spirito di corpo e di squadra, oltre ad acquisire senso di responsabilità e rispetto delle regole e dei principali valori della vita.

Come l’esercito educhi al rispetto della vita, mi sfugge. In linea di massima un esercito serve ad ammazzare altra gente, e questo dovremmo dircelo con franchezza; le missioni di pace – cosiddette – sono compiti incidentali. In effetti quando ti addestrano ti insegnano a sparare, non a mettere fiori nei cannoni.
Cosa si fa negli incontri?

1. CULTURA MILITARE
che già chiamarla cultura mi fa specie…
2. TOPOGRAFIA ED ORIENTAMENTO
che si può fare anche col CAI, senza tirare in ballo l’esercito
3. DIRITTO COSTITUZIONALE
che dovrebbe far parte della normale educazione civica, che, nonostante faccia parte dei curricula, praticamente non esiste come materia scolastica e viene lasciata alla buona volontà di docenti illuminati
4. DIFESA NUCLEARE, BATTERIOLOGICA E CHIMICA
un evergreen di questi difficili tempi post 11/09
5. TRASMISSIONI
6. ARMI E TIRO

e questa, davvero, mi sembra una brillante idea. Prendiamo dei quidicenni e insegnamogli a sparare. Del resto, qui in Italia ancora non abbiamo quei casi à la Columbine che invece allietano i tg dei network americani, mi sembra il caso di colmare questa gap e dare anche ai nostri ragazzi i mezzi per sfogare la loro rabbia adolescenziale.
7. BLS E PRIMO SOCCORSO
e anche questa non è materia esclusiva dell’esercito, anzi
8. MEZZI DELL’ESERCITO
9. SUPERAMENTO OSTACOLI
10. SOPRAVVIVENZA IN AMBIENTI OSTILI

Alla fine del corso, una competizione “sportiva” in cui i cadetti – la parola è esattamente quella usata nel documento – vengono divisi in pattuglie – ancora parola usata nel testo – invitate a svolgere missioni in cui

si mettono in atto tutte le tematiche che vengono trattate durante il corso di formazione.

Suppongo quindi ci si spari anche vicendevolmente. Insomma si gioca alla guerra, mostrando che non è una cosa poi così brutta, che, ok, ammazzi e vieni ammazzato, ma lo fai per un fine superiore, e poi c’è lo spirito di corpo, tanti sani valori, e fai movimento all’aria aperta.
Io mi immagino la gioia di questi ragazzi, che nel giro di sei incontri da studenti diventano “cadetti” organizzati in “battaglioni”. Un’attività del genere non può che divertire un quindicenne. È tutto sommato un gioco che fa leva su tutta una serie di spunti molto forti: l’attività fisica, i “valori” forti in cui credere, la componente ludica, il gusto del proibito con la storia delle armi. Le armi. Avoja a dire Non sono attività paragonabili a tecniche militari, bensì sono le stesse che si svolgono a livello olimpionico. In ogni caso stai insegnando ad un ragazzino, uno che è in una fase delicata della sua esistenza, in cui sta costruendo la sua personalità, la sua etica, a sparare. E non lo fai affatto in un contesto sportivo. Lo fai con gente cui è stato insegnato a sparare alla gente, che nella sua vita alla gente ha dovuto sparare.
È proprio il fatto che sia una cosa evidentemente divertente che la rende assolutamente subdola. Si fa passare per gioco quel che gioco non è. E non serve dire che le nostre truppe sono impegnate prevalentemente in operazioni di pace. Innanzitutto perché i confini di queste operazioni sono messe in discussione da molti, che non tutti sono d’accordo nel dire che si tratta di pace. In ogni caso, un esercito nasce con altri scopi. Ed è una cosa subdola perché la si fa con dei ragazzi, proponendo loro dei disvalori, presentando loro una faccia della medaglia, facendo, diciamocelo, proselitismo. Non è altro che questo. L’esercito non è più di leva, è composto da professionisti. Bisognerà pure trovare il modo di far arruolare i giovani. Ed ecco fatto. Li si fa giocare alla guerra, così, magari, appena escono dalle superiori si arruolano.
Ma quel che più ancora mi sconvolge è che nessuno si lamenta, nessuno protesta. Che vuoi che sia. Almeno ci levano di torno i nostri figli per qualche ora. Il problema è la totale atonia dell’opinione pubblica italiana. Tutto è uguale a tutto, nessuno si interessa di nulla, non esiste più una coscienza civica. Il presente viene subito, più che vissuto, in una visione nichilistica dell’esistenza per cui “adda passà a nuttata”. Ma almeno nella commedia di Eduardo c’era un dolente senso di resistenza, un disperato desiderio di sopravvivenza. All’opinione pubblica italiana questo desiderio manca del tutto. Si lascia vivere, senza più alcuna speranza. Ma io non mi voglio rassegnare a vivere e a far vivere mia figlia in una società in cui non c’è più alcuna tensione ideale, in cui ogni torto, ogni ingiustizia viene vissuta come un male necessario. Ma la forza la fa la massa, e se la massa non c’è, io da sola cosa faccio?
Non lo so. Ma oggi sono stanca e nauseata.

P.S.
A proposito di cosa succede a insegnare ai giovani i “sani valori” e lo “spirito di corpo” vi consiglio un film tedesco particolare, L’Onda

P.P.S.
Guardate un po’ cosa ho trovato tramite June Ross

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Bisogna sparare ai gommoni

Ieri Giuliano m’ha fatto riflettere su questa storia del peschereccio italiano mitragliato dai libici. Ce l’avrete presente, suppongo. Prima di discettare con lui, avevo fatto solo due riflessioni piuttosto spicciole.
La prima: bel trattato di amicizia.
La seconda: a volte la realtà e la fantasia finiscono per sovrapporsi in modo inquietante. Come sapete, leggo Camilleri e sono appassionata di Montalbano. Ecco, questa storia qui è simile in modo inquietante alla trama de Il Ladro di Merendine. Ovviamente, se ne possono trarre tonnellate di considerazioni di vario genere, a seconda del grado di paranoia.
Ma Giuliano ha spostato l’asse dei miei pensieri facendomi leggere questo articolo. In particolare questo passo.

“Anziché chiarire quanto successo, ora le dichiarazioni del titolare del Viminale sembrano complicare l’intera faccenda: perché se la motovedetta libica era perfettamente a conoscenza – come sostiene Marone – di trovarsi di fronte a pescatori italiani, ha aperto il fuoco? E perché i sei militari italiani non lo hanno impedito ai loro “colleghi” libici che fanno parte dell’equipaggio misto? Quelle motovedette, in base al Trattato dell’Amicizia, devono contrastare il fenomeno dell’immigrazione clandestina, non impedire ai pescatori italiani la pesca nelle acque internazionali del golfo della Sirte che i libici ritengono di loro proprietà.

Identificato il busillis? È sottile, in effetti. Semplicemente l’articolo sembra dare per scontato che se si fosse trattato di una carretta dei mari carica di clandestini, non ci sarebbe stato nulla di male: militari libici, per di più coadiuvati da personale italiano, possono dunque sparare ad altezza d’uomo quando si tratta di “contrastare il fenomeno dell’immigrazione clandestina”. Non ci sarebbe nulla di male. Evidentemente fa parte del Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione tra la Repubblica Italiana e la Grande Giamariria Arabica Libica Popolare Socialista. Sì, si chiama così. E francamente non capisco esattamente come sparare ai clandestini rientri nel patto, che all’articolo 6 dice

Le Parti, di comune accordo, agiscono conformemente alle rispettive legislazioni, agli obiettivi e ai principi della Carta delle Nazioni Unite e della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo.

Ma la scema sono io. In fin dei conti, questa è l’epoca dei maiali che son più uguali degli altri animali; forse i clandestini non appartengono alla razza umana, o qualcosa del genere.
Svariati anni fa, qualcuno disse che bisognava sparare ai gommoni che cercavano di attraccare in Italia. Grande clamore, indignazione, e non si fa. Come al solito, basta semplicemente girarsi dall’altro lato. Occhio non vede, cuore non duole. In fin dei conti non siamo noi a sparare, no? Sono i libici.

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artisti e fan

Ok, vi giuro che la prossima settimana vi scrivo le mie impressioni della prova su strada dell’iPad. Avrei voluto farlo oggi, ma poi ieri mi sono impelagata nella lettura di una brutta storia e relativi commenti, per cui oggi ho voglia di parlarne.
Dunque, i fatti. Un blog ha scoperto che tutta una serie di battute presenti negli spettacoli e nei libri di Luttazzi sono prese da comici americani, e per prese intendo tradotte, a volte contestualizzate (che so, Repubblicani sostituito con Berlusconi e via così). Il lavoro è stato prodotto da fan del comico, che sono passati da un iniziale stupore ad un sempre crescente sconcerto, fino all’ostilità aperta, anche perché le risposte che Luttazzi ha fornito sono state reputate insufficienti, stizzite e alla fine anche un filo isteriche (si parla di minacce di querela, lotte per togliere da internet un video che presenta i plagi e via così).
Ora, la questione in sé (ha sbagliato Luttazzi? Quanto? Dove? Dobbiamo esigere la sua testa?) non mi interessa più di tanto. Anche perché l’errore, o a voler essere buoni la leggerezza, c’è stato. Quel che mi interessa sono due ordini di discussioni. La prima riguarda il plagio.
Come ricorderete, l’anno scorso più o meno in questo periodo mi trovai coinvolta in una situazione simile. La reazione, ora come allora, è sempre la stessa. Incredulità. Ma perché artisti affermati e dotati di talento, persone intelligenti, fanno cose del genere? Davvero pensavano di non essere beccati? E allora penso che magari davvero erano in buona fede. Per dire, Luttazzi dice che il suo era un gioco con i fan, una caccia alla citazione. Il blog in questione contesta questa ricostruzione, ma non è quel che mi interessa analizzare ora. È che mi domando dove finisca la citazione e inizi il plagio.
Non so se alcuni di voi si sono mai accorti che nei miei libri si nascondo frasi di canzoni che amo. Qualcuno (pochi) ha colto quella che mi è più cara: due righe di Knights of Cydonia in Un Nuovo Regno. Ma c’è anche De André ne La Missione di Sennar (se ben ricordo e non l’ho cassata in qualche revisione…). Ce le ho messe apposta, per marcare il debito che ho nei confronti delle mie fonti d’ispirazione. Ma chi non capisce il gioco, perché quella canzone non la conosce?
Ok, saranno dieci righe a dir tanto in 10 000 pagine di produzione. Ma chi stabilisce quanto devi citare prima di diventare uno che plagia? La legge ha le sue regole, ovviamente, ma a me interessa la questione morale. Davvero l’arte è solo rielaborazione? E quanto si deve rielaborare per non copiare?
La seconda questione, a me ugualmente cara e toccata svariate volte qui sul blog, la sollevano su Lipperatura. Ossia quest’ansia da parte degli ex-fan di Luttazzi di fargli lo scalpo. Ora, leggendo il blog in questione mi pare di capire che ciò che più ha infastidito i fan non è tanto il plagio in sé, quanto il fatto che Luttazzi abbia sempre detto chiaramente di non gradire che qualcuno gli rubi le battute. Il problema dunque è l’incoerenza (oltre alle scuse goffe addotte per giustificare il suo operato). Il che è buffo. Viviamo nel paese dei sepolcri imbiancati, l’ipocrisia è la legge di quest’Italia del XXI secolo, eppure la mancanza di coerenza di un comico ci indigna a tal punto. E qui è il busillis. È che tra artisti e fan si stabilisce un rapporto perverso che fin troppo facilmente può degenerare.
Quando leggiamo, ascoltiamo qualcosa che ci tocca profondamente, immediatamente pensiamo che la persona che l’ha prodotta sia un grand’uomo. Uno che dice delle cose così vere, che risuonano così tanto con la mia visione del mondo, non può che essere una persona speciale. Al contempo, l’arte ci avvicina all’artista, e solo perché sappiamo la sua discografia, o i suoi monologhi, a memoria, siamo convinti di conoscerlo, di esserne quasi amici, e di poter vantare diritti sull’uomo che si cela dietro l’arte. Io credo che in varia misura tutti risentiamo di questo meccanismo. Ognuno di noi ha un idolo. È una cosa simile all’innamoramento adolescenziale, quando passavi ore a guadare il figo della scuola facendoci su mille fantasie, immaginandotelo simpatico, colto, intelligente, e innamorato di te, ovvio. Il problema è che alla resa dei fatti, spesso la nostra immagine mentale sovrastima l’uomo.
Vi confesso una cosa. Quando mi dissero che se avessi scritto il pezzo su Eddie the Head sarei stata ripagata in natura con un’intervista ai Muse, la prima reazione fu panico. Ero pronta a conoscere le persone dietro le canzoni, magari anche antipatiche, o comunque molto diverse da come me le immaginavo? Lasciamo perdere che la risposta non la sappiamo perché ancora non ho avuto il piacere :P (ma direi che sì, sono pronta, ho trent’anni e ce la posso fare :P ). L’importante è che la domanda me la sia fatta.
Al contempo, in certa misura io vivo anche dall’altra parte della barricata, essendo un personaggio pubblico. Mi sono sempre chiesta il perché dell’affetto dei fan (e dell’odio dei detrattori, anche). Voglio dire, ho scritto un libro, non mi pare una gran cosa. Perché la gente mi scrive “sei un mito”, quando anche io ho l’alito pesante la mattina, ho delle meschinità che levati e un carattere difficile da sopportare per chi con me divide il tetto? Mi fa piacere quest’affetto? Certo, ovvio che sì, tutti vogliono essere amati. Mi fa paura? Un po’. Perché so perfettamente che per quanto possa sforzarmi di essere una persona migliore, non sarò mai all’altezza delle aspettative di chi mi vuole bene conoscendo di me solo i miei libri. E che ogni mia deviazione dal modello ideale che i miei fan hanno di me sarà vissuto come un tradimento. Non rispondere ad una mail accorata perché non t’è mai arrivata o l’hai persa in un olocausto dell’hard disk, rifiutare di andare a cena con uno che te lo chiede per mail. Sono tutti sgarbi che qualcuno potrebbe non perdonarti. Esagero? No, affatto.
La vicenda di Luttazzi è proprio questo. La storia di un tradimento. Un tradimento duplice: di Luttazzi verso l’immagine ideale che di lui avevano i fan, e dei fan verso Luttazzi. Probabilmente lui aveva capito che sarebbe finita così. Qualche anno fa chiuse il blog, dicendo che non voleva diventare un messia. Fu una decisione che apprezzai molto. In quest’Italia disperata, Luttazzi percepì di star diventando una specie di eroe dei delusi, e non voleva far la fine di Grillo, che invece ha accettato di “guidare le masse”. Peccato non sia bastato.
Non sto dicendo che Luttazzi non ha sbagliato. Ma mi interessa molto come l’amore si sia trasformato rapidamente in odio, non appena lui e i fan hanno smesso di capirsi. Certo, la sua gestione della situazione è stata goffa e un po’ triste, ed è probabilmente stata la causa di tutto. Ma anche credere che fosse perfetto, quand’era una persona come tutti gli altri, coi suoi limiti, le sue meschinerie e i suoi errori, è stato uno sbaglio. Uno sbaglio che, ripeto, facciamo tutti almeno una volta nella vita.
Poi, certo, c’è la rete. Che evidenzia il peggio di ciascuno di noi. Sparare a zero dallo schermo di un computer è facile, ed è anche lo sport più diffuso sul web. Ma che io non abbia fiducia nella rete è ben risaputo.
La morale di tutto? Non la so. So solo che io personalmente cerco di non farmi illusioni sugli artisti, ma di limitarmi il più possibile ad idolatrare solo la loro arte. Non è facile, ma è più giusto. E per quel che riguarda la Licia personaggio pubblico, cerco di non fare cazzate, e prego che, se mai ne farò, la gente saprà perdonarmele.

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Muto sono

La parole di Berlusconi ho avuto il dispiacere di sentirle dalla sua viva voce alla radio, mentre tornavo dalla palestra. Mi sono domandata quanto in basso quest’uomo può far scendere la mia considerazione per lui: quando pensi che il fondo sia stato toccato, prende una pala e inizia a scavare.
Non che siano cose nuove. Fa parte del suo pensiero l’idea che la mafia sia Cosa Nostra, che i panni sporchi si lavino in casa e che Saviano & co. siano dei rompicoglioni. Questo non vuol dire che la cosa debba smettere di indignarci. In fin dei conti il gioco è questo: ripetere una cosa all’infinito, finché anche la falsità diventa verità e finché chi può indignarsi si stanca di farlo, e archivia la sparata del giorno nel cassetto apposito. Ecco. Direi che noi non si smette di indignarci, neppure alla milionesima ripetizione. E la nostra indignazione dobbiamo continuare a mostrarla.
Ora, che Gomorra è una pubblicità per la mafia fa già ribrezzo sentirlo dire da uno al bar sport di Casal di Principe, figurarsi dalla bocca del presidente del consiglio. E, mi spiace, non si tratta proprio di diritto di critica. Critica è entrare nel merito del libro, del suo stile, non bollarne la denuncia di cui si fa portatore come “dannosa”. E comunque non è che una cazzata, siccome è uscita dalla bocca del presidente, diventa improvvisamente articolo di fede. Ma che razza di discorso è? All’improvviso il problema non è più che in Italia ci sia la mafia, che abbia un giro d’affari enorme, che letteralmente possegga larghe fette del paese, dove ha bellamente sostituito lo stato, ma che se ne parli. Visto che si ride per non piangere, non posso che linkare questo geniale post di Don Zauker.
Ma d’altronde, i sepolcri imbiancati sono al potere, abbiamo poco di cui stupirci. In un paese che vorrebbe far tornare illegale l’aborto, così chi ha i soldi si paga nel silenzio l’operazione, e chi i soldi non ce li ha muore in mano alle mammane, ma sempre senza fare scandalo, sempre nell’ombra, in cui è ritenuto giusto che uno sposato vada a mignotte, basta che lo faccia con discrezione, e che soprattutto la moglie non si azzardi a lamentarsi, mi sembra la naturale conseguenza che il problema non sia la mafia, ma che se ne parli. E altrettanto logico è dunque che molta gente non si indigni per quest’uscita del presidente, che qualcuno dica anche “ma sì, ha ragione”, che tanto ormai dare addosso a Saviano è sport nazionale, sei un po’ out se dici che il libro t’è piaciuto, che lo trovi necessario e che ne vorresti a grappoli in libreria, di libri come Gomorra.
Il problema ha smesso di essere Berlusconi da parecchi anni. Il problema è il sonno delle coscienza, il coma profondo in cui è sprofondata la società civile italiana, che ha perso persino il senso di certe parole. Ci sono cose che non si capiscono più, tipo perché quella affermata da Berlusconi non è una legittima opinione, ma uno sputo in faccia alle vittime della mafia, a chi ha dato e dà la vita per combatterla.
Forse il problema è che chi s’arrabbia fa poco rumore. Forse dovremmo essere un po’ più casinisti.

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Yawn…

Ieri è stata proprio una bella serata. Ma un po’ totalizzante. Sono uscita alle 16.30 da casa mia e sono rientrata alle 23.30, felice quanto vuoi (e anche un po’ brilla, come non mi capitava da un sacco di tempo, visto che è un anno circa che non bevo), ma distrutta. Per altro, provate voi a camminare coi tacchi a spillo sui sanpietrini di Frascati. E che io avevo timore della camminata al centro di Roma per raggiungere Galleria Sordi. Ma vabbeh. Alla fine, sono semplicemente assonnata. Per cui mi limito a linkare un articolo che ho letto stamattina. Una di quelle cose che ti fanno sentire meno solo. Che ti fanno sperare che le cose possano cambiare.

Hans Küng su Ratzinger

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