Archivi categoria: Senza categoria

The Orville, o la buona falegnameria di una volta

È giunto il momento. Non pensavo, perché quando ho iniziato la visione ero piuttosto scettica. E invece niente, mi sto divertendo, e quindi tocca parlare di The Orville. Riassunto per chi non sapesse di cosa si sta parlando: Seth MacFarlane, quello de I Griffin, per intenderci, si è dato alla serialità televisiva, con quella che, sulla carta, dovrebbe essere una parodia di Star Trek, e che si intitola, appunto, The Orville. La prima stagione conta dodici episodi, ma è stata già approvata una seconda.
Che dire? Partiamo col fatto che, fino a oggi, MacFarlane non mi ispirava grande simpatia. A parte alcuni episodi, non ho mai trovato I Griffin nulla di diverso da una copia peggiorativa de I Simpson, di American Dad salvo solo il pesce e l’alieno – come Stewie ne I Griffin, per altro – e Un Milione di Modi per Morire nel West mi ha lasciata molto perplessa. Ho proprio problemi con la sua comicità, di cui soprattutto non apprezzo i tempi. Quindi, partivo malissimo.
Poi, però, nel quadro è entrata Star Trek: Discovery, e tutti mi dicevano che The Orville era tipo quel che Discovery avrebbe dovuto essere, e niente, le cose sono cambiate.
Ora, è più che evidente che MacFarlane semplicemente voleva rifare Star Trek, The Next Generation, per la precisione. Online c’è un video fan made che girò da pischello con gli amici rifacendo la serie classica, quindi io lo vedo che fa i paperdollari per poter un giorno soddisfare questo sogno da bambino. Il fatto che sia una parodia è una mera foglia di fico per dare una giustificazione all’operazione: si ride poco, soprattutto nei primi episodi si ride pure a sproposito, e, in generale, tutto il prodotto trasuda un amore per TNG ai limiti del feticismo. È tutto uguale. Uguale la plancia, uguale il mondo, nel quale sono stati cambiati due nomi due giusto per ragioni di copyright, uguale il sapore complessivo. Vi giuro, sono identiche pure la regia e la fotografia. Sembra un prodotto uscito paro paro dagli anni a cavallo tra la fine degli ’80 e l’inizio dei ’90. Più che una parodia, è proprio un’operazione di recupero filologico. E, in quanto tale, ai critici ha fatto schifo. Che io, in linea teorica, posso anche capire. Voglio dire, che senso ha? A parte realizzare i sogni di bimbo di MacFarlane. È una cosa del passato, superata da vent’anni, quasi trenta, di televisione che hanno asfaltato quel modo di raccontare storie. Solo che, ripeto, Star Trek adesso è quella roba indefinibile di Discovery, tutto lens flares, fotografia laccatissima, e personaggi senza senso alcuno sulla faccia della terra. E, d’improvviso, inizi a capire anche il senso di una cosa come The Orville. Che, prima di tutto, è onesta.
Non è che ti sta vendendo l’avanguardia. Non è che ti fa un titolo tipo The Butcher’s Knife Cares Not for the Lamb’s Cry per ammannirti poi Klingon che ruttano e tardigradi spaziali che fanno il verso al Dr. Who. Il gioco è scoperto fin da principio: stai guardando un clone fuori tempo massimo di TNG. C’è giusto aggiunto un po’ di quell’umorismo straniante che a MacFarlane piace tanto. E quindi sai perfettamente cosa otterrai: capitani coraggiosi – ma con quel pizzico di sfiga che uno si attende – personaggi simpatici, esplorazione. Il pregio è che si entra subito dentro il mondo: le sceneggiature sono molto semplici, ma per questo solide, i personaggi non particolarmente originali, ma perfettamente delineati, con interazioni chiare e che funzionano. Soprattutto, sembrano per davvero un equipaggio della Flotta Stellare, anche se si chiama Unione Planetaria, a differenza di quelli là della Discovery che sono un gruppo di sociopatici assemblati a caso, più un alieno col trucco più brutto che abbia mai visto.
La trama orizzontale è evanescente, come è giusto che sia, ma i singoli episodi funzionano. Non c’è niente di clamorosamente originale, le tematiche a volte sono tagliate con l’accetta, ma con un minimo di giudizio, vedi puntata sul cambio di genere della neonata, o quella, probabilmente la migliore, finora, sui social. Menzione speciale per la puntata con l’alieno pomicione, in cui finalmente l’umorismo è ben calibrato e perfettamente funzionale alla trama. Il tasso wtf delle azioni dei personaggi è tenuto al minimo, e soprattutto è una serie corale, in cui ognuno ha il suo spazio, e ci sono episodi evidentemente costruiti per farti empatizzare con ciascuno dei personaggi. Arrivata all’episodio 11, mi stan tutti simpatici, ci tengo che si salvino quando sono in pericolo, shippo Ed e Kelly, insomma me ne frega, e infatti sto andando avanti nella visione.
Non sto gridando al capolavoro, intendiamoci. Ma è una cosa fatta bene; in modo estremamente classico, e come si facevano una volta, ma bene, dio mio, bene! È come andare a farsi un giro in parco a tema storico, è una celebrazione dei bei tempi andati, e tutto sommato è un’operazione non solo con una sua dignità, ma persino con del coraggio. In tempi come i nostri, di serie ipertrofiche in cui tutti cercano, con alterne vicende, di sperimentare, di tirare fuori qualcosa di nuovo, MacFarlane si tira fuori, e fa una cosa che non ha paura a farsi superare a destra da tutto il resto della produzione televisiva contemporanea. È un lavoro di artigianato, fatto con passione e amore da chi, è evidentissimo, ama e conosce a menadito il materiale originale. È una bella e solida sedia fatta dal falegname all’angolo, contro il divano di design che è Discovery. Sulla prima almeno ti siedi e stai comoda, sul secondo non capisci neppure dove sta la seduta.
L’ho detto un miliardo di volte, forse è il segno della mia “poetica”, chiamiamola pomposamente così, di autrice, oltre che di fruitrice di prodotti pop: meglio una cosa semplice, senza ambizioni, ben fatta, che una roba che punta in alto e poi fa schifo. Non me ne faccio niente dell’originalità a tutti i costi, degli effetti speciali, dell’aggiornamento alla contemporaneità, se poi dei personaggi mi frega meno di zero, se le storie d’amore che mi proponi sono l’epitome della sciatteria, e se mi annoio per tre quarti della puntata. Lasciamo lo sperimentalismo, anche se mi accorgo che è termine improprio, a chi sa farlo, e in questo periodo abbondano, francamente. Se sai fare solo le sedie, e le sai fare bene, fai quelle.
Non se consigliarvela. Mi rendo conto che per certi versi è una cosa un po’ da nerd veri. MacFarlane è uno di noi, nell’episodio 11 cita il Dr. Who, quindi non credo sia una cosa per tutti i palati. Ma se vi piacciono le serie come le si faceva quando ancora li chiamavamo telefilm, e siete abbastanza tolleranti con l’umorismo fuori luogo – e comunque ce n’è poco – io direi di andare. Di onestà intellettuale in giro ce n’è pochissima, meglio premiare almeno quella di The Orville.

1 Tags: , ,

Prossimi incontri: Roma e Frascati

Natale è passato, ce ne dovremmo essere più o meno fatti tutti una ragione, la vita di tutti i giorni è ricominciata ieri, e anche per me si torna alla consueta routine. Il che significa anche che ricominciano le presentazioni :) .
Il primo appuntamento è questo venerdì, 12 gennaio, ore 20.30, al Liceo Ginnasio Immanuel Kant, qui a Roma, che, incidentalmente, è pure il mio liceo :P . Partecipo alla Notte Bianca dei Licei Classici, e con me ci sarà anche Luca di Fulvio. Siete tutti invitati :) .
Settimana dopo, invece, il 19 gennaio, ci vediamo alla Biblioteca di Frascati alle 18.30, per parlare un po’ di Dominio. Alla fine della presentazione, ci faremo tutti assieme una bella sessione di giochi di ruolo a tema sui miei libri. Dai che è una cosa figa :) .
Bon, per ora tutto qua. In realtà ci sono altre cose all’orizzonte, ma ne parleremo più in là. Come al solito, restate sintonizzati per ulteriori dettagli :) .

0

E poi la stella si spegne

Era un sacco di tempo che non mi prendeva il blues post-natalizio. Da ragazzina era tipo un must del rientro a scuola; pianto e stridore di denti ogni volta che dovevamo mettere via albero e presepe. Per un lungo periodo, quando ancora lavoravo in Università o all’Osservatorio, lo facevo fare a mia madre quando io non c’ero, così non mi deprimevo. Ma siccome poi si cresce, e magari prima o poi si riesce a diventare persone vagamente equilibrate, o magari almeno si esce dall’adolescenza, la cosa passa. E invece adesso mi affaccio alla finestra, sotto questo vento caldo che odio, e scruto Rocca di Papa. E stasera la stella accesa sul paese non c’è. Natale è passato, e io ho già imbustato tutto.
Via l’albero e le decorazioni, via il presepe. Via i dolci, che la regola autoimposta dai tempi della dieta è semplice e implacabile: mangi quel che vuoi i giorni di festa, ma dopo basta, dopo si torna al regime dietetico solito. A parte il pan di zenzero a colazione. Quest’anno ne ho fatto in quantità industriali, e mi durerà fino a Pasqua, credo.
La casa sembra un po’ più vuota, il camino un po’ meno caldo. Il cammino, da qui in avanti, mi appare un lento scivolare verso quell’estate che tollero ogni anno di meno, nonostante l’essermene venuta quassù in collina, nonostante le vacanze.
È che il Natale è un tempo sospeso, quello per eccellenza. Amo tutto quello che gli altri odiano: le luci, anche quelle pacchiane, in mezzo alla strada, i parenti, i regali, le mille occasioni di festa. Mi piace il ruolino di marcia gastronomico: oggi faccio il pan di zenzero, domani il pangiallo, dopodomani i macarons. E l’odore del glühwein, e il fantasticare sul menù e gli addobbi di capodanno, e le infinite occasioni che mi creo per fare qualcosa di creativo, anche se poi mi stanco da matti, e poi giaccio sul divano dicendo che no, mai più, e invece il giorno dopo sono in pista di nuovo, con mille idee.
Ma il problema coi tempi sospesi è uscirne fuori. Rallentare, quando è necessario, e tornare alla solita routine. Non sono brava col cambiamento, neppure con quello piccolo piccolo. E allora finisce che l’abbrivio mi porta via, e faccio i conti col modo in cui è fatta la mia testa, mai equilibrata a sufficienza, mai capace di star dietro al mondo e alle sue regole, ma sempre proiettata da qualche altra parte, in genere dentro di me. E allora viene il 7 gennaio, e sto sul divano cercando di non far cadere l’occhio lì a sinistra, dove stamattina c’era l’albero, e adesso non c’è più niente, e mi commuovo persino vedendo Il Mio Grasso Grosso Matrimonio Greco.
Natale è passato, ed è stato bel Natale. Sono successe cose inaspettate e belle, sono riuscita a fare tutto quel che volevo, un Natale da manuale. Forse per questo mi viene difficile, oggi, tirarmene fuori. O forse è solo che sono andata a mille per due settimane, la testa piena di progetti, le mani sempre indaffarate a fare qualcosa, e so sempre cosa succede, dopo: che la testa rallenta, l’umore si abbassa, e viene il momento down. Una routine alla quale, quanto meno, ormai sono ben abituata. Ci ho costruito su una carriera letteraria, in fin dei conti.
Forse è tempo sospeso anche questo: quel cuscinetto di apatia che serve per riprendere il ritmo solito, da domani. I libri, le presentazioni, tutto il resto. Oggi invece c’è il divano, la coperta, e quella malinconia che col tempo ho imparato a non temere più. Quando arriva, faccia quel che vuole. Domani è un altro giorno.

0

Star Wars VIII – The Last Jedi o Film a Metà

Come due anni fa, quando la Forza si risvegliò, l’alberello di Natale a tema Star Wars è acceso, e io sono pronta a recensire. Nonostante la mia (intollerabile) mancanza di piani per andarmelo a vedere, ieri sera mi sono imbucata allo spettacolo delle 18.30, e ho visto The Last Jedi, che secondo me è L’Ultimo Jedi, ma la distribuzione dice di no, so’ di più, sarà.
A differenza di due anni fa, stavolta ho molto più chiaro cosa penso di questo film, ma sarà comunque lunga. Non c’è nessun vero spoiler, ma accenni piuttosto vaghi alla trama.
Comunque, facciamola breve prima di scendere nel dettaglio: se il film fosse stato tutto come la prima ora e mezza, non starei probabilmente neppure più a scrivere. Avrei archiviato la pratica sequel di Star Wars come una roba che non ha sostanzialmente più molto da dire, se non ciurlare in un manico del quale non è rimasto poi molto. Se invece fosse stato tutto come l’ultima ora, adesso sarei qua a gridare al capolavoro. Perché, sì, il film è drammaticamente diviso in due un po’ in tutto: regia, ritmo, densità di eventi, potenza visiva e della rappresentazione. Il risultato viene portato a casa alla fine solo perché l’ultima ora è meravigliosa, e, incredibilmente, riesce a tirare fuori dal pastrocchio generale un’unità tematica complessiva davvero miracolosa. Vi giuro, sembra che a un certo punto il regista sia entrato in una stanza con dentro riuniti tutti i produttori, li abbia falciati a colpi di AK 47 e abbia urlato sui corpi caldi “E mo si fa come dico io!!”. Proprio con questa moderazione, che è poi la cifra dell’ultima famosa ora.
Per certi versi, sembra che il film abbia fatto propria la lezione di Games of Thrones: voi sapete che, con tutto l’amore del mondo per un prodotto d’eccellenza sotto tanti aspetti, io alla fine penso che sette stagioni della serie siano servite solo a far crescere i draghi di Daenerys e che l’azione comincia davvero all’ultimo minuto dell’ultimo episodio della stagione sette. Ecco. La prima ora e mezza di Star Wars VIII serve a perdere tempo. Sembra che qualcuno gli abbia ordinato di fare due ore e mezza di film, pena la morte, e quindi gli sceneggiatori si siano messi là a pensare come allungare la broda. Quindi vai di lentissimi inseguimenti navali, in cui inseguitore e inseguito, per motivi imperscrutabili, vanno esattamente alla stessa velocità. Meno male che in mezzo ci sono due notevoli combattimenti che non riescono a battere l’irraggiungibile macello dell’inizio dell’Episodio III, ma tengono botta. Poi ci sono piani di combattimento basati sul semplice fatto che nella Resistenza la gente non si parla, perché no gnegnegne, ma che comunque servono solo e letteralmente a perdere tempo, e soprattutto Rei che si fa mille pippe sull’isola delle monache-pesce insieme a uno scorbuticissimo Luke, con tanto di citazione alla scena seminale della caverna de L’Impero Colpisce Ancora, ça va sans dir molto meno potente.
Non che sia un brutto guardare, eh? C’è anche un colpo di scena o giù di lì, però relativamente telefonato. Ma tutto è sostanzialmente piatto e anche già visto. Ed è stato lì che mi sono detta una cosa che avevo già tirato fuori per The Force Awakens: Star Wars non ha più molto da dire, se non fare infinite variazioni su temi già noti, aggiungendoci giusto qualche pezzo in computer graphics in più e tante bestioline carine (voglio un porg, ora).
Poi, lentamente, le cose iniziano a ingranare. Fino al botto. Il colpo di scena vero. Quello in cui Rian Johnson dice “sì, dai, vi ci ho fatto credere, ma ho scherzato: mo facciamo sul serio”. E da lì tutto decolla. Ma davvero. Innanzitutto compare una regia, con un’infilata di scene memorabili che hanno come unico problema che sono tipo ottanta in un’ora. Un tripudio per gli occhi di coattaggine allo stato puro, in cui chiunque, ma davvero chiunque, tira fuori le palle e va over the top, facendo cose che i nerd in genere vedono solo nei loro sogni più umidicci. Tipo c’è un duello che è praticamente speculare a quello (da me amatissimo) di Rey e Kylo nella neve che è una vera goduria per gli occhi (e c’è pure Myra :P ). C’è Luke che tra poco inizieranno a girare meme a pioggia con quello che fa. Ci sono anche delle scene evidentemente paracule, messe lì per fare fan service, ma messe così al posto giusto, fatte così bene, che, voglio dire, lo so che mi stai blandendo, ma in finale chissenefrega, dammene ancora! C’è il pianeta che gratti il sale e sotto c’è il sangue, quello lì dei trailer, in cui questa roba del rosso viene usata all’ennesima potenza, imbastendo tutto un sottotesto di destino e morte che levati. È epica, è il miglior aggiornamento possibile di Star Wars a questi tempi di passaggio che viviamo, è quel che tutta questa trilogia avrebbe dovuto essere nelle tre ore precedenti, dannazione. Quell’ultima ora là ci dice proprio questo: che viviamo in tempi senza più eroi, e quelli rimasti sono tristi, stanchi, e non sono per niente come ce li siamo immaginati. E che anche le cose in cui credevamo, la Forza e quella roba là, quando la vedi per davvero è tutta diversa da come te l’avevano raccontata. Viviamo la fine dell’innocenza, viviamo l’età adulta. Non possiamo più guardare a Star Wars come trent’anni fa, perché siamo cresciuti, e quel che abbiamo adesso per salvare il mondo è la summa di ciò che siamo: due ragazzini sperduti, che cercano il loro posto nel mondo, e che nel farlo fanno cose belle e cose terribili, e, come tutti i ragazzini, hanno poteri immensi, ma una testa da bambini. Ecco, questo è lo Star Wars del XXI secolo, che coglie lo spirito dei tempi, e lo trasfonde in un’epica contemporanea, nella quale possiamo specchiarci e riconoscerci, ma cui possiamo anche ancora credere, come credevamo nella favola di quasi quarant’anni fa.
Tra l’altro, Johnson fa operazione raffinatissima di svuotamento dall’interno dei topoi di Star Wars, una cosa che per certi versi è l’opposto delle strizzate d’occhio (Leo Ortolani®) di Abrams. Tutto sembra andare come già nei film precedenti: il guascone che però poi diventa buono, il cattivo che passa al lato chiaro all’ultimo istante, il maestro ucciso dall’allievo. E invece no. Invece a un certo punto sembra davvero che qualsiasi cosa possa succedere. This is not going to go the way you think, diceva Luke nel trailer, e alla fine, mannaggia a lui, è vero.
Ora, avrete capito che tutta questa parte qui mi ha esaltata. Ma. Ma il film nel suo complesso è davvero troppo discontinuo. Tra l’altro, la saga continua a fallire nel cercare di proporre un cattivo che non sia incarnazione del male assoluto ma che al contempo abbia delle motivazioni valide. Ora, non voglio dire che Kylo sia Anakin II la vendetta, ma, sebbene lo trovi un gran bel personaggio, che in questo film si sviluppa pienamente, secondo me sul lato delle motivazioni c’è ancora da lavorare. Sì quello che ci dicono, ma non basta. Spero nel prossimo film. Taciamo anche dei due personaggi più inutili della nuova saga, Snoke e Phasma. Quest’ultima io speravo venisse un po’ rivalutata in questo nuovo episodio, e invece niente: conta quanto il due di coppe con la briscola a bastoni. Il nulla pneumatico. Snoke si attesta su un’utilità leggermente superiore, ma resta una cosa difficile da decifrare, e soprattutto profondo quanto la pozzangherina che sta nel tempio Jedi dove Luke ha messo le tende.
Quel che porta a casa il risultato, comunque, è il fatto che il film nel suo complesso ha un senso. E il suo senso è che coi vecchi personaggi abbiamo chiuso. Ragazzi, sono andati, hanno dato il loro, ma non hanno più un ruolo da giocare in questa storia. La meravigliosa scena finale col bambino ce lo dice con chiarezza. E, come ha detto qualche mio amico su Facebook, bisogna uccidere i propri padri, a un certo punto, sennò si resta bambini per sempre. E questo film ci mette sopra la lapide.
Sembrerebbe dunque un ottimo ponte lanciato verso il futuro. Solo che in questo futuro ci sta Jar Jar Abrams, regista dell’episodio conclusivo, che nei franchise c’ha il terrore di produrre idee originali, e che è stato la rovina del nuovo Star Trek, tanto è vero che appena si è sciacquato è venuto fuori quel bel prodottino che è Beyond. Abrams è derivativo alla morte, non vedo come possa dare una chiusura a questa storia che non sia il rigiramento di frittata de Il Ritorno dello Jedi. Qua invece le cose sono enormemente più complesse, e Kylo Ren mi sta a tanto così da diventare personaggio memorabile, ma se te me lo riporti a casella zero, e mi diventa Anakin Reloaded, ecco, è la fine.
Per cui, boh. Vorrei essere speranzosa per il futuro, ma non ci riesco. Vorrei andarmelo già a rivedere, ovvio, magari in inglese. Mi tengo questa mezza buona storia, e mi accontento così. Comunque, è la cosa migliore prodotta su Star Wars da Il Ritorno dello Jedi, e vale la pena andarlo a vedere. Per cui, andate, che la Forza è viva e lotta con noi.

8 Tags: , ,

C’è Spazio per Rat-Man

Visto che l’ultimo post su questo blog si occupava tra le altre cose di comunicazione della scienza, mi sembra giunto il momento di parlare un po’ di C’è Spazio per Tutti. Mi rendo conto che l’ho fatto sedimentare, visto che l’ho letto un mese fa, ma a volte va così.
Un po’ di contesto per chi non sapesse di cosa si parla. Nell’aprile di quest’anno, l’ASI, l’Agenzia Spaziale Italiana, in collaborazione con la Panini, ha annunciato una graphic novel di Leo Ortolani con protagonista Rat-Man e ambientata sulla ISS, la Stazione Spaziale Internazionale, che è un laboratorio scientifico dove si fanno esperimenti in micro-gravità che viaggia 400 km sopra le nostre teste, in orbita intorno alla Terra. Il fumetto ha come protagonista anche Paolo Nespoli, che a luglio di quest’anno è tornato sulla ISS per la sua terza missione.
Al fumetto è stata legata anche un’altra iniziativa: Nespoli ha infatti portato in orbita con sé sulla ISS il “trailer” di C’è Spazio per Tutti, ossia un fumettino di una ventina di pagine che fungeva da anteprima per la graphic novel, e la copertina definitiva del volume (bellissima pure lei, per altro). È stato il primo fumetto a volare nello spazio, e infatti è aperta una richiesta per il suo inserimento nel Guinness dei Primati. Nespoli ha fatto un po’ di video dalla ISS – uno più figo dell’altro, per inciso – in cui parla del fumetto. Che poi è stato pubblicato a novembre, e presentato a Lucca.
Come avrete notato, dal tono didattico-divulgativo ho sbracato lentamente verso quello fan-girlistico, sostanzialmente per due ragioni: il fumetto è splendido (e Ortolani è tra i miei fumettisti preferiti) e ho trovato tutta l’operazione assolutamente perfetta in termini di divulgazione.
Per tanto tempo lo spazio ha affascinato i ragazzini di tutto il mondo, tanto che “da grande voglio fare l’astronauta” era diventata una cosa quasi proverbiale. Poi, un po’ per via del fatto che, conquistata la Luna, la spinta propulsiva che aveva mosso l’esplorazione spaziale si è esaurita, e i protagonisti di quell’epoca, USA e URSS, hanno smesso di buttarci su soldi e continuare l’impresa, un po’ per la crisi delle figure d’autorità, e di conseguenza anche della scienza, l’entusiasmo è scemato. Oggi, quando parli di ISS, più che altro devi passare il tempo a rispondere a domande tipo “ma perché buttiamo soldi per andare nello spazio?”. Per tacere dei complottisti che dicono che gli astronauti sono tutti attori infilati in un set e che la ISS non esiste. Non sogniamo più l’esplorazione. Peggio: non ne capiamo più il senso.
La NASA e tutte le altre agenzie spaziali, ESA e ASI in testa, hanno capito rapidamente il rischio insito in questa disaffezione, e sono corse ai ripari. Penso di non essere l’unica ad aver notato che gli astronauti sono sempre più anche dei bravi comunicatori, oltre che – ovviamente, direi – scienziati, tecnici e pure gente straordinaria (io non riuscirei a farmi sparare verso il blu in una cosa come la Soyuz, né riuscirei a stare manco cinque minuti in un ambiente come quello della ISS, purtroppo…). Chi segue i canali social connessi (fatelo!) si ritrova ogni giorno un contenuto divertente e piacevole diverso: esperimenti con l’acqua, gente che canta Space Oddity, o si fa una pizza. Senza contare tutti i contenuti più prettamente scientifici.
Ecco, C’è Spazio per Tutti si innesta, perfettamente, in questo filone, e fa un passo avanti. Dentro ci trovate una storia solida e bella (non che se ne dubitasse, eh?), e anche una serie di tavole francamente splendide a guardarsi, che ti parlano con incredibile efficacia della grandezza del cosmo, e della dimensione epica dell’impresa che l’uomo compie ogni volta che stacca i piedi da terra e va verso lo spazio. Ma non solo. C’è il senso dell’impresa spaziale, il suo racconto tra il comico e l’epico, la nostra disillusione, e, al tempo stesso, il nostro bisogno di sognare ancora. C’è tutto quello io credo una buona storia, e ancora più una storia di divulgazione, debba fare.
Il racconto dell’esplorazione spaziale è puntuale, precisa e documentata, ma soprattutto molto divertente, punteggiato di quell’umorismo folgorante che noi lettori di Ortolani conosciamo bene. C’è la vita sulla ISS, la spiegazione di cos’è, della microgravità (che, purtroppo, certe volte manco i libri di testo sanno cos’è…). C’è Rat-Man, che è un po’ il nostro alter-ego, e ci fa sentire meno in imbarazzo a porci anche domande sceme, perché lui sarà invariabilmente più scemo di noi. E poi c’è il Sogno. Soprattutto c’è il Sogno. Quello che la conquista spaziale è stata per tanti anni, e adesso non è più. C’è ciò che abbiamo desiderato, e adesso non siamo più in grado neppure di sperare. C’è cosa eravamo, e cosa siamo. E c’è un ponte verso il futuro. C’è il sense of wonder, che della ricerca, sia scientifica che di esplorazione, è la molla, e che credo sia la prima cosa che la scienza deve essere in grado di comunicare.
Il rischio, quando si fa un progetto del genere, è il didascalismo. Mi metto là, e veicolo un tot di informazioni, che però si mangiano la storia, e finiscono per essere fredde e poco efficaci. Ma se tu ti rivolgi a un autore vero, quel rischio non esiste più. In C’è Spazio per Tutti i vari piani di lettura – quello divulgativo, quello narrativo, quello di senso – sono amalgamati l’uno all’altro senza soluzione di continuità, si fondono, e non sai più giustamente ove finisca uno e inizi l’altro. È un racconto che gronda passione da ogni nuvola: per l’attenzione con cui l’esperienza spaziale, passata, presente e futura, è ricostruita, ma anche per come il senso di quest’avventura viene indagato. Tocca là dove la ferita è aperta, verso questo senso di disaffezione e disincanto che è la cifra dei nostri tempi, e, invece di piangersi addosso, propone una soluzione. E allora, a un certo punto, non può che partire anche la commozione. Menzione d’onore, per altro, alle battute sui complottismi di vario segno, che io ho trovato tra le più belle ed efficaci. Non ve le sto a citare perché vi farei un torto: fa parte del piacere della lettura scoprirle una a una.
Ora, io mi sono concentrata sull’aspetto divulgativo, probabilmente un po’ per deformazione professionale, ma ovviamente non è che C’è Spazio per Tutti sui una roba solo per gli impallinati di conquista dello spazio. È prima di tutto una bella storia che può appassionare chiunque, anche chi non sa cos’è la forza di gravità. Alla fine della lettura, si sarà divertito un bel po’, e avrà pure imparato qualcosa, e forse cambierà anche punto di vista sulla questione dell’esplorazione spaziale.
Insomma, ad avercene sempre di più di cose come questa, che riescono a fare divulgazione, e al tempo stesso cogliere lo Zeitgeist e condensarlo più di 200 pagine di divertimento, commozione, passione. È la strada giusta da intraprendere, il modo migliore per cercare di avvicinare quei due lembi della società che si sono separati io non so più neppure dire quando, e riportare un po’ di fiducia, e perché no di speranza, nei confronti della nostra capacità di compiere imprese meravigliose grazie a quella roba lì che abbiamo tra le orecchie, e che ci ha portati così lontani da quando eravamo solo scimmie che sognavano le stelle.

1 Tags: , , , ,

SOX, la radioattività e la comunicazione della scienza

Questa storia di SOX sta scivolando nel grottesco e nel pericoloso, indi per cui ci spendo altre due parole, oltre a quelle, usate da altri, che ho già provveduto a ricondividere.
Per chi se la fosse persa (beato lui…), breve riassunto. Come tutti saprete, sotto il Gran Sasso c’è un grande laboratorio di fisica delle particelle, gestito dall’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN). Sta lì da 33 anni, quindi non da ieri. Nei laboratori si svolgono svariati esperimenti che riguardano la fisica delle particelle. E qui occorre aprire una parentesi divulgativa.
La materia è composta da atomi, entità molto molto piccole, che non sono però i costituenti ultimi della materia. Gli atomi, infatti, sono composti a loro volta di particelle. Un atomo ve lo potete immaginare così: al centro c’è un nucleo, intorno una nube di elettroni. Gli elettroni sono particelle elementari, ossia, per quanto ne sappiamo, non sono composte da altre particelle. Il nucleo – cui fa riferimento la parola “nucleare” nell’acronimo dell’INFN, nel senso che chi lavora nell’istituto studia le particelle nucleari – è composto da neutroni e protoni, a loro volta composti da quark, che sono altre particelle elementari. Tutto ciò che sappiamo di come è composta la materia, delle particelle e delle loro interazioni è riunita in una teoria che si chiama Modello Standard.
I Laboratori Nazionali del Gran Sasso sono un’eccellenza nella fisica delle particelle, perché sono i più grandi al mondo e fanno fisica di altissimo livello. Da quelle parti si cerca di dare risposta alle grandi domande della fisica contemporanea, e lo si fa con vari esperimenti, che sono attivi anche in questo momento, mentre state leggendo questo post.
Recentemente, si è deciso di fare un nuovo esperimento, SOX, ossia Short-distance Oscillations with boreXino. Lo scopo di SOX è testare il comportamento particolare di una particella elementare che si chiama neutrino. I neutrini non hanno carica elettrica, e hanno una massa piccolissima. Interagiscono pochissimo con la materia, e sono dunque difficilissimi da rilevare. Sempre mentre ve ne state lì a leggere il mio pezzo, miliardi di neutrini sparati dal sole vi stanno attraversando da capo a piedi come foste trasparenti. Ciò che SOX cerca sono i neutrini sterili, ossia neutrini che interagiscono solo tramite la forza di gravità. È un esperimento importante perché, come vi spiegavo qualche post fa, ci sono cose che non tornano nel Modello Standard, che, per altri versi, è una teoria che ben si accorda coi dati sperimentali. Per esempio, l’esistenza dei neutrini sterili potrebbe dare una risposta parziale al problema della materia oscura, ossia il fatto che sembri che nell’Universo ci sia molta più massa di quanta ne vediamo. Lo sappiamo perché ne vediamo gli effetti gravitazionali, ma non emette luce e non interagisce con la materia attraverso nessuna delle altre tre forze fondamentali della natura: l’interazione elettromagnetica, l’interazione debole (che in genere i neutrini sentono) e quella forte. Considerando che secondo le stime più del 60% della massa dell’Universo è oscura, capirete che SOX va a indagare uno dei problemi più importanti della fisica contemporanea.
Ora, SOX si appoggia a un esperimento già in corso ai laboratori, Borexino. L’infografica de Il Post lo spiega molto bene e in termini comprensibili. Spiega anche perché i laboratori si trovano sotto il Gran Sasso: è il modo migliore per captare i neutrini solari – che, ricordiamolo, interagiscono pochissimo con la materia -, gli unici che possono attraversare indisturbati tutta quella massa di roccia, fino ad arrivare al rivelatore. Le altre particelle si fermano prima. A quella profondità sarò dunque ragionevolmente sicuro di rilevare, nel mio esperimento, solo neutrini o giù di lì.
Ora, veniamo a SOX. SOX deve sostanzialmente rivelare neutrini che scompaiono. Per questo ha bisogno di una sorgente che ne emetta un numero noto. Se qualche neutrino scompare, ne vedrò meno rispetto a quanto mi attendo. È più complicato di così, ma in linea di massima è una prima approssimazione dell’esperimento. I neutrini ad esempio si producono durante i decadimenti radioattivi. Qui ci serve un’altra parentesi: i decadimenti radioattivi sono quei processi naturali per cui un certo elemento spontaneamente si trasforma in un altro con un numero atomico differente, ossia con un numero di protoni, nel nucleo, diverso. Esempio: il fluoro-18 ha un nucleo formato da 9 protoni e 9 neutroni. Un protone spontaneamente decade in una coppia formata da un neutrone e un positrone (altra particella elementare), con la produzione di un neutrino. Nel complesso si forma l’ossigeno-18, in cui il numero di neutroni nel nucleo è 10, mentre quello dei protoni ora è 8. Durante questi processi si producono un bel po’ di particelle e radiazioni di vario genere che non fanno granché bene alla vita. Badate bene, è una roba diversa dalla fissione nucleare, in cui spariamo neutroni contro dei nuclei atomici per romperli e tirarne fuori energia. La fissione avviene in modo controllato nelle centrali nucleari, e in modo incontrollato nelle bombe atomiche.
Così, per renderla una roba un po’ meno spaventosa e aliena, vi posso dire che con la radioattività abbiamo un rapporto giornaliero. Roma ha una radioattività naturale piuttosto elevata, dovuta al fatto che giace per lo più su rocce vulcaniche. Infatti ad esempio il tufo, pietra vulcanica con la quale noi romani abbiamo grande dimestichezza, dato che si usa spesso per le costruzioni, produce il radon, un gas pericoloso per la salute. Se abitate in una casa di tufo, comunque, basta areare i locali e farlo uscire. Ma, per esempio, anche le banane sono radioattive: dentro c’è il potassio. Inoltre, usiamo la radioattività anche a scopi “benefici”, diciamo così: in medicina si usano sorgenti radioattive sia per la diagnostica (la PET, ad esempio), che con scopi terapeutici (la radioterapia per i tumori, ad esempio). Gli operatori che lavorano con queste sorgenti adottano schermature e protezioni di vario genere, e anche l’uso che se ne fa è limitato entro margini di sicurezza per il paziente. Infatti con la radioattività non si scherza: quando se ne assume troppa, ci si ammala, in casi di gravi intossicazioni si muore. Marie Curie, una scienziata che ha fatto molti studi proprio sulla radioattività, è morta per le conseguenze di un’esposizione prolungata a materiali radioattivi.
Comunque, torniamo a SOX. SOX, dicevamo, ha bisogno di una sorgente di neutrini, e l’ha trovata in un materiale radioattivo: il Cerio-144. Che è radioattivo forte, una cosa necessaria per avere un buon numero di neutrini (ricordate? Interagiscono poco con la materia, quindi ce ne vogliono tanti). Ora, l’esperimento, lo ripeto, è volto a rivelare i neutrini. Non tutti gli altri prodotti del decadimento radioattivo. Questi ultimi devono essere schermati, e molto bene, pena il fallimento dell’esperimento. In sé, la tecnologia per schermare i prodotti di un decadimento radioattivo non è roba nuova. Per esempio, il piombo in genere è molto usato per bloccare i raggi gamma, che vengono prodotti durante alcuni tipi di decadimenti. Dato che però qui abbiamo a che fare con sorgenti molto radioattive, e schermarne i prodotti di decadimento è importantissimo, i progettisti di SOX hanno inventato un contenitore metallico pesante svariate tonnellate, fatto di rame, acciaio e tungsteno, nel quale la sorgente radioattiva resterà confinata per sempre. Dal contenitore escono quasi esclusivamente neutrini, che non fanno male a nessuno. La radioattività residua del sistema sorgente di neutrini+contenitore è piuttosto bassa. Per dare un’idea, le persone che metteranno in sede la sorgente assorbiranno una dose di radiazioni paragonabile a quella di una radiografia dentistica. Gli altri prodotti del decadimento rimangono nel contenitore, che non si può aprire, e ha le pareti spesse 19 cm. In sostanza, è un cilindro alto circa mezzo metro, con dentro un buchino. Nel buchino c’è il materiale radioattivo.
Fino a qualche giorno fa, prima che mia madre mi raccontasse di un certo servizio a Le Iene, questa storia non la sapeva nessuno fuori dall’Abruzzo, fatta ovviamente eccezione per gli scienziati che studiano queste cose. L’esperimento aveva ottenuto tutte le autorizzazioni del caso, visto che la sorgente per altro la sorgente deve venire dalla Russia, ove verrà confezionata, ed eravamo tutti contenti. Sono anni però che si accusano i Laboratori del Gran Sasso di inquinare l’ambiente. Sotto il Gran Sasso c’è infatti un’importante sorgente d’acqua che abbevera un bel po’ di gente (800.000 persone ho letto da qualche parte) e il timore è che gli esperimenti ai laboratori possano inquinarla. C’è stato un precedente; nel 2002, per un errore umano, 50 litri di un materiale tossico (non radioattivo) usato per pulire un contenitore finirono in uno scarico, e da lì in un fiume. Per darvi un’idea, una vasca da bagno media contiene circa 200 litri. Infatti, le misurazioni degli enti preposti trovarono che la presenza del solvente stava comunque sotto gli standard di legge (almeno stando all’unico documento che ho trovato su questa storia). Tra l’altro, la perdita era stata tempestivamente bloccata dai sistemi di sicurezza dei laboratori. Non è stata una bella cosa, ma almeno i danni sono stati contenuti.
Le Iene sono entrate a gamba tesa appena hanno sentito “radioattivo” ed “esperimento” nella stessa frase, che unito a quel “nucleare” presente nell’acronimo dell’INFN, gli ha fatto tirare in ballo niente meno che Fukushima. Da lì, psicosi, e il Movimento 5 Stelle, sempre così sensibile nei confronti della pancia del paese, in regione ha fatto approvare all’unanimità (ripeto: unanimità, segno che alla pancia del paese ci tengono un po’ tutti…) una mozione per bloccare l’esperimento.
Ora, dalle cose che ho detto (sempre se sono stata in grado di spiegarle per bene…) dovrebbe essere chiaro che SOX non è pericoloso. Innanzitutto, l’esperimento non richiede che la sorgente radioattiva entri in alcun contatto con l’acqua. L’acqua sta dentro Borexino, nello specifico nel guscio esterno che isola parte di rivelatore, più interna. La sorgente radioattiva andrà posta in un cunicolo sotto il rivelatore, in un buco separato dal resto, per usare terminologia terra terra. Inoltre, perché lo richiede l’esperimento, la radioattività non deve in alcun modo uscire dal contenitore. Invaliderebbe i risultati. Quindi, se anche tutta la gente che lavora al Gran Sasso fosse fatta di stronzi senza scrupoli che braserebbero i figli sulla graticola per il bene della scienza, è nel loro interesse che la radioattività resti dove sta: dentro il contenitore di rame, acciaio e tungsteno.
Dice: ok, ma il contenitore viene dalla Russia. E se succede qualcosa nel tragitto? Ecco, non è che gli scienziati che lavorano su questa cosa siano tutti deficienti, eh? Ovviamente tutto è stato studiato perché il transito sia rapido, avvenga attraverso protocolli già collaudati con un viaggio a vuoto, e perché il contenitore sia a prova di qualsiasi cosa, comprese esplosioni, incendi e terremoti. Perché, dice ancora il buon senso, i laboratori di trovano in zona sismica. Se c’è un terremoto? Beh, ragazzi, purtroppo lo sappiamo già che succederebbe. Il terremoto c’è stato, nel 2009, purtroppo è morta un sacco di gente, ma ai laboratori non è successo niente.
SOX è sicuro. E non lo è perché lo dice l’INFN. Lo è perché sono state fatte valutazioni da enti terzi, per altro di tutti i paesi attraversati dalla sorgente radioattiva. In Italia, l’autorizzazione era stata data dal governo centrale e dalla regione, sulla base delle valutazioni di tutti gli enti di controllo preposto. Eh, ma noi vogliamo la sicurezza assoluta. La sicurezza assoluta non esiste. Sei assolutamente sicuro che casa tua non verrà distrutta da un incendio? Sei assolutamente sicuro che uscendo di casa non possa caderti in testa un lampione, o, più raramente, un fulmine, o, caso mai documentato ma possibile, un asteroide? Ecco: che la fonte radioattiva possa uscire dalla sua tomba di tungsteno, acciaio e rame è un evento paragonabile per probabilità all’asteroide che cade in testa a una persona.
Ora, tutta questa storia è grottesca, e prova due cose.
La prima è che paghiamo anni in cui la scienza non ha comunicato o l’ha fatto male (lo so che sta correndo ai ripari, lo so e lo dico sempre, e lo fa anche da svariati anni), e il fatto di essere una società che valuta la scienza meno di zero. Non riteniamo che un’alfabetizzazione scientifica di base sia necessaria per definirsi una persona colta, o anche solo essere un buon cittadino. Se non conosci Dante sei giustamente un buzzurro, se non sai cos’è la forza di gravità ‘sti cazzi, non è necessario. La scienza è per il 90% dei cittadini una scatola nera dalla quale può uscire un po’ di tutto, e, di recente, tutti pensano che ne escano solo bombe atomiche, medicinali che ci ammazzano e vaccini che ci fanno diventare autistici. La paura nasce dall’ignoranza, intesa come “non sapere”, senza alcuna connotazione deteriore. Molti non sanno, anche perché nessuno spiega. Tra l’altro, a volte coloro che sono preposti a spiegare nicchiano, non lo ritengono necessario, si prestano a facili strumentalizzazioni. Ma la comunicazione della scienza è una roba seria, che va fatta con la massima chiarezza e serietà. Oppure succedono ‘ste cose qua.
L’altra considerazione è che la politica ha veramente calato le braghe. Non esiste più una progettualità, un disegno…Esiste solo quello che vuole la gente. La gente pensa che gli immigrati sono tutti ladri? Niente ius soli, stop all’immigrazione. La gente pensa che del materiale radioattivo possa miracolosamente prodursi fuori da un contenitore di tungsteno spesso 19 cm e arrivarti direttamente nel rubinetto di casa? Stop a SOX, sia mai. Nessuno che si sia chiesto se ci sia una ricaduta, in tutto questo, se i laboratori non producano anche ricchezza per la popolazione locale, e per l’Italia tutta. No. La gente c’ha paura, la cosa non si fa.
Lo stesso dicasi per i media, molti dei quali non fanno informazione, ma solo click e like. E, prima che insorgiate, lo so che ci sono tante realtà giornalistiche che continuano a sbattersi nell’indifferenza per fare giornalismo vero e d’eccellenza, o solo per raccontare con onestà i fatti. Ci sono e le conosco. Ma stanno diventando la minoranza. I più danno alla gente quel che vuole: un sacco di paura. Paura del diverso, paura di ciò che non si conosce, paura della scienza. E Le Iene rappresentano il vertice in negativo di questo modo di fare informazione. Mi si dice: Le Iene sono intrattenimento. Questo lo sappiamo io e te che c’abbiamo la laurea, leggiamo più di dieci libri l’anno o semplicemente ci sforziamo di capire le cose. La maggior parte della gente non lo sa. La maggior parte della gente non sa che un cilindro di tungesteno con dentro un materiale radioattivo non può esplodere, neppure con un terremoto, non sa che la radioattività naturale e la fissione controllata sono cose diverse. La gente normale non sa manco che una centrale nucleare non può esplodere come fosse Hiroshima. Perché nessuno glielo dice. E, del resto, se mi fai un servizio come quello dell’altra sera, stai volutamente confondendo le acque. Ricordiamo tutti il caso Stamina, una roba al confronto della quale questo nuovo episodio impallidisce. Si è esaltato un semplice truffatore, si è fatta audience sulla pelle dei malati, si è portato un intero paese a credere all’olio di serpente. Per cosa? Per fare ascolti. Idem per SOX, per fortuna con esiti meno gravi del caso Stamina.
Io, davvero, non so che altro dire. È una storia brutta, ma, essendo io un’ottimista, voglio credere che possa insegnarci qualcosa. Che la scienza per pochi non è scienza. Che viviamo in una società complessa, in cui non possiamo fare quello che ci pare senza comunicare con la gente. Che i finanziamenti dipendono da quanto la gente capisce e si sente coinvolta dal tuo esperimento, dal tuo lavoro. Che occorre coinvolgere i territori sui quali ci sono gli enti di ricerca. Qui ai Castelli Romani lo si fa molto bene, annualmente, e anche giorno per giorno, con aperture al pubblico e cose del genere. E che con la gente bisogna parlare, anche quando ti fa domande che ti sembrano stupide, perché per lei non lo sono. Esiste una frattura sempre più profonda nella nostra società, tra chi ha gli strumenti per capire la complessità e chi non ce l’ha. La risposta non è prendere in giro l’ignoranza di chi magari vorrebbe anche capire, ma non ne ha modo. La risposta è parlarsi, senza paura, senza sentire costantemente il bisogno di rimarcare la propria differenza e superiorità. Quanto non ne posso più di tutte le pagine Facebook che prendono in giro chi non sa, chi non ha i mezzi. Basta con “gli analfabeti funzionali”, che finiscono per diventare chiunque non la pensi come noi, basta con “e questi hanno il tuo stesso diritto di voto!!”, perché quella è la democrazia, e starebbe allo stato dare a tutti la capacità di capire, di fare scelte ragionate. Ecco, pure basta. Occorre cambiare paradigma e farlo presto, perché stiamo raccogliendo quanto non abbiamo seminato.
Sono stata lunga, e ho finito con un pippone. Mi spiace, ma questa è anche un po’ la mia vita. E ci tengo. Perché riguarda il futuro di noi tutti.

P.S.
Ho fatto qualche piccola modifica. Grazie a Marco Casolino per l’editing :)

30 Tags: , , , , ,

Licia @Brave – Storie di Ragazze Coraggiose

Chi ha partecipato all’incontro tra me, Edoardo Rialti e Matteo Strukul domenica mattina, a Lucca Comics & Games di quest’anno, forse ha notato la presenza di persone che facevano riprese video e foto, e non appartenevano all’organizzazione di Lucca. Ecco, adesso posso dirvi cosa ci stavano fare :P .
Cominciamo coi link, che è più facile: questo mercoledì, su Laeffe, inizia una nuova trasmissione che si chiama Brave – Storie di Ragazze Coraggiose. Si tratta di otto puntate, ognuna dedicata a una donna con una storia particolare da raccontare. Andate sul link, perché spiega tutto molto meglio di come possa farlo io, e ci sono un bellissimo video e un bel po’ di foto. E insomma, l’avrete capito, una delle puntate è dedicata a me, che coraggiosa non lo sono, però una storia da raccontare ce l’ho :P .
Io mi sono divertita molto a fare questa cosa; è stato faticoso, ma bello, e sono davvero contenta che mi sia stata data quest’opportunità di raccontarmi. Dentro ci troverete cose di me che magari già conoscete, ma anche altre di cui non mi è mai capitato di parlare. Insomma, è una cosa bella.
Ne approfitto per ringraziare la produzione e tutte le persone che hanno lavorato con me, e anche le persone che mi hanno dato una mano in questa avventura: Luigi Pulone e Francesco D’Alessio, che mi hanno aiutata a raccontare la mia parte scientifica, Valentino Notari, Pamela Fornari e Iole Trombetta, che invece mi hanno aiutata con tutta la parte sulla scrittura e le mie storie. Già ve lo detto, ve lo ripeto, grazie davvero tantissimo per il vostro tempo e la vostra disponibilità. Non che ne dubitassi, eh :P , ma questa comunque era più grossa del solito.
E insomma, niente, vi dirò esattamente quando la puntata su di me andrà in onda – uno dei prossimi mercoledì, comunque – ma vi consiglio di seguire tutta la serie, che è piena di ritratti di persone davvero interessanti. Poi fatemi sapere che ne pensate :) .

0 Tags: , ,

Tu quoque, Big Bang Theory

The Big Bang Theory, come ama ricordare mio marito, è l’unica cosa che ancora seguiamo dai tempi in cui Irene non era ancora nata. Arrivata all’undicesima stagione, è l’unica serie che sia durata così a lungo che non ci siamo stufati di seguire.
Ora, ok, col tempo la qualità è calata. Era un po’ inevitabile, visto anche che, dopo dieci anni, era impossibile continuare a seguire il concept originale (sfigati nerd che ci provano con figaccione stellari, che a loro volta se li calcolano poco). Ma, nel complesso, tiene botta. Per altro, è stato probabilmente il prodotto che ha dato inizio alla rivincita dei nerd, che tanto adesso – pure un po’ troppo… – vanno di moda. Insomma, io a Big Bang tutto sommato gli volevo ancora bene. Fino a ieri sera.
Ieri sera, con un bel po’ di ritardo, mi sono vista il secondo episodio dell’undicesima stagione.
Faccio un breve riassunto, senza scendere troppo nei dettagli perché credo che lo show sia così popolare che più o meno tutti sappiano che i protagonisti sono tre fisici e un ingegnere. Comunque; in sintesi, Leonard, fisico sperimentale, viene invitato a una trasmissione radio per parlare un po’ di fisica, con lo scopo dichiarato di sensibilizzare la gente al tema dei finanziamenti della ricerca. Peccato che Leonard se ne esca che la fisica si trova a un punto di stallo, che negli ultimi anni non ha scoperto nulla di davvero importante, e che l’LHC è stato uno spreco di soldi.
Vabbé, fin qui…voglio dire, opinione personale. Ovviamente l’Università per cui lavora s’incazza, e gli chiede una ritrattazione. Che lui non riesce a fare. Perché quello che ha detto è quello che pensa. E neppure uno solo degli altri suoi amici trova una singola argomentazione per contraddire quanto detto da Leonard: la fisica non serve a una ceppa (viene ripetuto più volte) e spreca soldi (e anche questo viene detto più volte).
Beh, ottimo, direi. Viviamo in un’epoca in cui a ogni piè sospinto la ricerca deve giustificare se stessa, e manco conto più le infografiche che le pagine di divulgazione pubblicano su Facebook solo per spiegare che no, non buttiamo i soldi nella ricerca, semmai li buttiamo in armi et similia, e che sì, andare nello spazio serve. E in questo contesto di scetticismo e sospetto generalizzato nei confronti della scienza ci voleva proprio una serie televisiva con largo seguito e che ha sempre posto la scienza al centro dell’intreccio che ci dice “ahò, amo scherzato, avete ragione voi, è tutto uno spreco di soldi e tempo”. Il massimo della difesa d’ufficio è Leonard ubriaco che dice “la scienza non morirà fino a quando sarà in grado di appassionarci”. Eh?
Tra l’altro, che l’LHC non sia servito a niente è una cazzata bella e buona, e che la fisica non abbia fatto passi avanti in questi anni idem. Non che sia la prima volta che lo show decide di far ridere con le battute sbagliate; vedasi tutte le prese in giro dell’astronautica russa, che giusto uno che non sa una ceppa di conquista dello spazio può farlo. Comunque. Qui fa particolarmente male, perché tocca un nervo scoperto.
Per dire, le onde gravitazionali? Sono state viste per la prima volta due anni fa, dopo che le abbiamo cercate per sessant’anni, e da qualche mese sappiamo che effettivamente hanno aperto un intero nuovo campo di indagine del cosmo. Incidentalmente, alla loro scoperta si è accompagnata la prima prova diretta della coalescenza dei buchi neri, e la prima kilonova. In due stagioni di TBBT manco un accenno alle onde gravitazionali, a parte le ridicole magliette di Sheldon, che al massimo sono un inside joke per noi fisici.
La scoperta del bosone di Higgs passa in cavalleria, come una roba che sì, ok, ma ce ne frega poco. Le conferme al modello standard (quello che descrive la composizione più intima della materia in termini di particelle elementari) vengono tutte tralasciate. Per altro, è notizia di pochi mesi fa che proprio l’LHC potrebbe aver trovato una nuova particella non prevista dal modello.
Ora, intendiamoci, c’è del vero in quanto detto da Leonard. La fisica è effettivamente in una situazione di stallo: il modello standard sembra funzionare alla perfezione, la meccanica quantistica ha avuto un numero impressionante di conferme, così come la teoria della relatività. Eppure ancora non siamo in grado di trovare un modo per sposare insieme queste due teorie in una descrizione coerente del funzionamento dell’universo. Per non parlare della materia oscura, sulla cui natura ancora brancoliamo nel buio. Ma questo non significa che la fisica è morta e che gli esperimenti sono soldi buttati. Anzi. Significa che ci mancano dei pezzi, e che probabilmente siamo sull’orlo di qualcosa di grosso davvero, che probabilmente rivoluzionerà il nostro modo di concepire l’universo. La situazione, per certi versi, è simile a quella della fisica di fine ’800. Tutto sembrava tornare alla perfezione, e molti parlavano anche allora di morte della fisica, ed erano convinti che di là a qualche anno si sarebbe capito tutto. Bastava mettere a posto un paio di dettagli, quelle piccole cose che non tornavano nei modelli. Il resto è storia: sono arrivate la meccanica quantistica e la relatività che non solo hanno rivoluzionato la fisica e la tecnologia, permettendoci di fare un balzo avanti davvero quantico e nella comprensione dell’universo e nello sviluppo tecnologico, ma anche la filosofia e il nostro modo di intendere il nostro posto nel cosmo.
Ecco, questo avrebbe dovuto dire uno qualsiasi di quei quattro idioti. Questa è la fisica contemporanea, questo è quello che la gente non sa, perché nessuno glielo dice. E invece no, diamo alla gente quel che la gente vuole: hai ragione, uomo della strada, si stava meglio quando si stava peggio, la fisica sono solo pippe mentali dei ricercatori, hai ragione, quei soldi si potevano spendere meglio.
Sarebbe da smettere di guardarlo. Tanto più che, mi sembrava di capire, ci fosse una qualche consulenza scientifica dietro, e allora mi piacerebbe conoscere questi tizi qua che reputano il loro lavoro inutile.
Chiudo con una cosa che secondo me ci sta veramente a fagiolo. Quasi 50 anni fa, una suora scrisse al direttore scientifico della NASA, chiedendogli conto del perché si spendessero tanti soldi per la ricerca spaziale quando, con le stesse cifre, si poteva dar da mangiare a chi di fame moriva. La sua risposta, esemplare, la trovate qua. Oppure potete continuare a credere che la scienza non abbia migliorato le nostre vite, e le migliorerà ancora in futuro. A quanto pare gli autori di TBBT hanno fatto la loro scelta.

1 Tags: , ,

Doppia recensione: Star Trek Discovery, Stranger Things 2

Questa settimana ho finito di vedere due serie che seguo: Star Trek Discovery e Stranger Things 2. Considerando che mi hanno generato una gamma di emozioni che si posizionano esattamente agli opposti dello spettro di gradimento (dio come fingo bene di essere una persona seria…), ho pensato di inaugurare un nuovo format: la recensione doppia. Vi dico cosa ho pensato dei due prodotti in un solo post. Ahò, capace che questo sia l’unico esperimento del genere, e non lo ripeterò mai più, o magari lo rispolvererò in futuro per parlare di due cose che invece mi sono piaciute un sacco. Oggi, però, vi beccate la contrapposizione.
Ci sono SPOILER.
Cominciamo con Star Trek. Magari saprete che ne ho già parlato in passato, e in termini non esattamente entusiastici. Infatti, arrivati alla terza puntata, mi sono fermata e ho smesso di recensirlo, se non con brevi highlights su Twitter. Ora siamo arrivati al mid-season finale, e si può fare qualche considerazione più ragionata.
È che secondo me Discovery rappresenta un po’ tutto quello che che non si dovrebbe fare in termini di scrittura. Non si tratta più della mancanza dello spirito trek, una cosa che si dimentica completamente verso il quarto episodio. È proprio che a me questa serie non appassiona, a nessun livello. Non mi appassiona la trama, non mi appassionano i personaggi…e il più delle volte passo il tempo a cercare di capire secondo quale logica intera – o solo logica tout court – un certo personaggio ha detto-fatto una certa cosa. Tutto accade perché deve, in una progressione degli eventi che però sembra condurre verso il nulla.
Giuro, dopo nove episodi io non riesco ancora a capire di cosa parli Discovery, né verso quale direzione la trama stia andando. Non è la storia di un’esplorazione, almeno fin qui; non è la storia di una guerra; non è neppure una storia di redenzione, anche se forse le intenzioni degli autori erano queste, visto certe cose buttate là su Burnham e Lorca. Non c’è neppure un chiaro sviluppo dei personaggi, che cambiano di continuo sotto la spinta della mera sceneggiatura (Lorca stronzo che manda l’ammiraglio a morire per togliersi dalle scatole un testimone scomodo, no, Lorca eroe che vuole salvare il pianeta dei cosi incorporei dai Klingon; Tyler traumatizzato a comando; Stamets cinico scienziato, no Stamets si sacrifica per salvare la baracca). Intendiamoci, la natura umana è una roba complessa, e non ho nulla contro i personaggi ricchi di chiaroscuri, anzi. Ma qui non c’è un collante che tenga insieme questa gente nella sua psicologia, tanto che appare non averne nessuna. Le cose succedono, e non c’è un filo logico. Piani malvagi che non capisce dove vadano a parare (la Klingon e l’ammiraglio, che sono quindici giorni che cerco di capire cosa esattamente avessero in mente di fare), scene incomprensibili che sembrano non portare da nessuna parte (Stamtes nello specchio), gente che prima si preoccupa, poi pure ‘sti cazzi (Culbert che lascia tranquillamente che Stamets faccia un ultimo salto senza che Lorca abbia giustificato in alcun modo questa cosa, e dopo che lo stesso Stamets ha rischiato di morire con gli incomprensibili 133 salti necessari per crackare l’occultamento Klingon). È tutto così. Succedono cose evidentemente decise in fase di sceneggiatura perché sì e basta. I personaggi non sembrano neppure pensati, e quindi figurarsi ben scritti. Io non riesco a descriverne in due parole neppure uno. Lorca cos’è? Un guerrafondaio? Un pusillanime che non s’è capito che ci fa in mezzo alla Flotta Stellare? Saru, a parte avere paura, cos’è? E perché si sono presi uno che c’ha sempre paura a bordo? E l’incomprensibile – e insopportabile – roscia sociopatica? Taccio sulla love story Stamets-Culbert, che per una che ha seguito la storia d’amore Agron-Nasir di Spartacus, in confronto siamo a livello “cotta dell’asilo”.
Però nessuno la pensa come me. Discovery piace e appassiona più o meno tutti, il che mi induce a credere che c’è qualcosa che mi sfugge o mi manca proprio. E, visto il lavoro che faccio, inizio pure a preoccuparmi.

Dall’altro lato dello spettro della buona scrittura, invece, si posizione Stranger Things. Tutto. Mi concentrerò solo sulla seconda stagione giusto perché è la novità, ma quanto dirò si può tranquillamente applicare anche alla prima.
Stranger Things non ha un’idea originale alla base. Stranger Things non ha neppure personaggi particolarmente originali, e un disbrigo di trama assolutamente lineare: tutto va più o meno come deve andare, e anche le sottotrame cercano di starsene ben appiccicate alla trama principale. Eppure, appassiona un botto. Mi c’è voluto un solo episodio per affezionarmi pressoché a qualsiasi personaggio della serie, e voler sapere come continuava, anche se era una “serie di mistero” e dopo la sòla di Lost ci vado sempre coi piedi di piombo con prodotti del genere. Prova ne sia l’affetto che la gente ha mostrato per Barb, un personaggio che definire secondario è fargli un complimento, ma la gente ci stava così tanto dentro che anche Barb sembrava una della famiglia, e tutti l’hanno pianta.
Ecco. Perché, dannazione, qua è tutta questione di come racconti le cose. E anche dell’onestà di fondo, diciamocelo. Non lo so, avete visto i titoli degli episodi di Discovery? Sembra di leggere Shakespeare: e il coltello che non si cura del pianto dell’agnello, e gente che si addentra nella foresta…C’è una pretenziosità del tutto ingiustificata in un prodotto pop. Stranger Things è invece onesto. Onesto intrattenimento coi mostri, aderente ai canoni del genere in modo commovente. Ma in cui i personaggi, le ambientazioni, qualsiasi cosa sono scritte e girate con una cura maniacale. Pensiamo già solo all’ambientazione anni ’80, curata alla perfezione, non soltanto nelle ambientazioni, ma nelle tematiche, nella musica, in qualsiasi cosa. E la storia è semplice e lineare, ma acchiappa proprio per questo. L’altrove, il mostro, l’amicizia che ci permette di salvarci…tutte cose scontate e banali ma che ci continuiamo a raccontare secolo dopo secolo per una ragione, e cioè che sono radicate profondamente in noi, nella nostra esperienza di vita, e ciascuno di noi le ha vissute a modo suo, come fosse stato il primo a farlo.
Avevo paura della seconda stagione. La prima era perfettamente chiusa in se stessa, tranne un piccolo gancio sulla successiva, ed era così perfetta, così graziosa…E invece la seconda stagione è riuscita nell’impossibile: espandere per quanto possibile il mondo della prima, mantenendo però lo spirito complessivo della serie, e creando qualcosa che aveva ancora il sapore della prima, ma portava tutto su un altro livello. Ora, per carità, ci sono state delle soluzioni di scrittura pigre, personaggi un po’ attaccati con lo sputo (Billy, per dirne uno), e la famigerata puntata 7, che sembra effettivamente infilata là a perder tempo, e porre inquietanti premesse per la terza stagione. Ma, voglio dire, nonostante tutto lo sguardo di Mike quando rivedere El mi ha spezzato il cuore, e il dialogo in macchia tra El e Hopper è stato fantastico, e quando Bob fa la fine che fa, chi non ha pianto?
Io amo Hawkins, amo i ragazzi, amo Joyce e amo questa serie, che fa quello che qualsiasi serie dovrebbe essere in grado di fare: appassionare e divertire. E tanto più l’ammiro perché lo fa con una storia trita e con personaggi classici. Ci vuole talento vero a mettersi in un solco battutissimo e tirarne fuori qualcosa di così bello e ben fatto. Perché, ripeto, le cose le devi saper raccontare. Il come spesso conta più del cosa. In Stranger Things ogni inquadratura trasuda angoscia e tensione. C’era una scena in cui Will, di notte, andava in bagno, e io già sudavo quando l’inquadratura ci mostrava solo un rubinetto che perdeva e un orologio che scandiva i secondi.
Insomma, sono davvero contenta di aver iniziato a vederla, entusiasta della seconda stagione e in trepidante attesa della terza. Mentre, per quel che riguarda Discovery, anche ‘sti cavoli, direi. E con questo ho detto tutto.

3 Tags: , ,

Prossimi incontri: Milano e Roma

Dunque, prima di tutto ringrazio tutte le persone che sono venute a incontrarmi a Lucca. Al solito, è stata un’esperienza fantastica. Umida, ma fantastica :P . In secondo luogo, anche novembre avrà i suoi incontri, che vado tosto a elencarvi.
Il 10 novembre, ore 18.00, sarò alla Libreria Mondadori del Centro Commerciale Roma Est, qui a Roma, per firmarvi un po’ di copie.
Il 15 novembre, invece, partecipo al Congresso Legacoopsociali, presso Roma Eventi a Piazza di Spagna. In particolare, io interverrò alle 15.30, al panel sulla paura.
Infine, il 19 novembre, partecipo a Bookcity a Milano; ci si vede alle 12.30, alla Base Milano – Spazio C per discettare un po’ di storie con Roberto Recchioni.
Bon, tutto qua. Finito novembre, conto di fermarmi un po’. Sì, lo so, non sono venuta da un sacco di parti, ma a ottobre ho girato tantissimo, e adesso sono davvero, davvero stanca. Ho bisogno di un po’ di riposo e, soprattutto, di scrivere, che poi, immagino, sia la cosa che vi interessi di più :) .
Comunque, per chi sarà in zona, ci si vede prossimamente. Per gli altri, non mancherà occasione in futuro.
Buona giornata!

3 Tags: ,