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In memoriam (di Kurt, dell’adolescenza, di noi)

Arrivo in ritardo di una vita, e probabilmente “è stato già detto tutto” (SuperMax cit.), ma quando si parla dei Nirvana è come se mi si accendesse qualcosa dentro. L’adolescenza per me è stato un momento unico; non il più felice, ma forse quello da cui tutto è iniziato, nel bene e nel male, e che dunque ricordo con straordinario affetto. E i Nirvana ne furono una parte importante.
Dunque, ieri Kurt Cobain avrebbe compiuto 45 anni. Invece è morto a 27, andando ad arricchire la vasta schiera di quelli che non sono sopravvissuti alla fatale combinazione giovinezza e successo. Non ricordo chi diceva che è difficile sopravvivere alla gioventù, e forse è vero. Ma è difficile anche fare i conti con la popolarità, con l’essere fatalmente amato e odiato non per quello che si è realmente, ma per come la gente ti vede, essere sempre sotto i riflettori, dover gestire un alter ego ingombrante che gli altri ti cuciono addosso.
Quando ho scoperto i Nirvana, Kurt era già morto da un po’. Il ragazzo che mi piaceva all’epoca, quello che potremmo definire il mio primo amore, anche se puramente platonico, speso indossava una loro maglietta. Me la ricordo come fosse ieri, nera a maniche lunghe. E quindi niente, mi domandai chi fossero. In realtà ne avevo sentito parlare all’epoca del tentativo di suicidio di Kurt qui a Roma, ma non ne sapevo veramente niente. Sentii Nevermind è fu una specie di folgorazione sulla via di Damasco. È un disco che mi emoziona ancora oggi, perché lo trovo così tremendamente sincero, così disperatamente spietato nel rappresentare quel caos informe che è l’adolescenza…Preferisco probabilmente In Utero, ma ho davvero consumato la cassetta di Nevermind. Mi piaceva soprattutto ascoltarlo mentre facevo il bagno, e sognavo di dissolvermi nei vapori dell’acqua caldissima. Le piastrelle marroni del brutto bagno di casa mia di allora, lo stereo mezzo scassato, lo scaldabagno che mi incombeva sulla testa, tutti ricordi vividissimi nella mia testa. I Nirvana riassumevano ciò che ero, ciò che volevo essere, ciò che sentivo. Forse non mi è mai più successo. Ho amato moltissima altra musica, dopo di allora, ma quella dei Nirvana è intrecciata indelebilmente a quegli anni lì, al ginnasio, quando scoprivo l’amore e la libertà, quando iniziavo davvero ad essere la persona che sono oggi.
Kurt non era il più bravo: aveva una voce che mi faceva impazzire, ma non straordinaria, non era un gran virtuoso della chitarra, ed aveva un bel viso pulito da ragazzo timido, ma era uno come tanti. Però sapeva parlare di me, di noi, ci ha fotografati in un momento irripetibile delle nostre vite, spiegandoci a noi stessi. Grazie Kurt, è un vero, enorme peccato che tu non ce l’abbia fatta.

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Ci ho messo un po’, ma adesso ce l’ho anch’io

E voi che aspettate? :)

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Immancabilmente, Sanremo

Da bambina vedevo il Festival di Sanremo. Innanzitutto, a volte mia madre in quel periodo faceva delle clamorose nocciole caramellate che nel mio ricordo sono indissolubilmente legate all’evento, e poi ai miei tempi la televisione aveva tutto un altro significato rispetto ad ora. Guardare la tv la sera significava condividere un rito familiare, star lì sul divano, magari accucciata sulla pancia del papà, e semplicemente stare insieme e commentare. La tv non era ancora quella roba assolutamente inguadrabile che è oggi; ok, non era esattamente intrattenimento culturale, ma c’era ancora roba dignitosa in giro, a volte francamente bella. Ci ho visto il teatro in tv, per dire.
Ho smesso di guardare Sanremo verso i venti o giù di lì. Innanzitutto, di quella musica lì non mi fregava più veramente nulla, essendo rappresentativa solo di se stessa. Voglio dire, qual è il legame tra la musica italiana e Sanremo? Ci sono artisti che sembra vengano scongelati per l’occasione, il resto dell’anno non sai neppure dove si vadano a nascondere. Ci sono le eccezioni (non fosse stato per Saremo non avrei mai conosciuto l’amato Cristicchi) ma in linea di massima il panorama è piuttosto desolante. Per un paio di anni ho continuato la visione grazie a Mai Dire Sanremo. Era davvero piacevole togliere l’audio al televisore e sentire solo la Gialappa’s, di cui sono fervente fan. Poi ho smesso anche di far quello, visto che tra l’altro Mai Dire Sanremo non esiste più, e adesso al massimo leggo le dirette di Assante e Castaldo prima di impegnare la serata in una partita a Munchkin o guardando una puntata dei miei telefilm preferiti.
Ieri, di ritorno da una fantastica cena in uno splendido ristorante africano, apro Twitter per vedere un po’ che succede e vengo inondata da tweed riguardanti il festival. Se lo stavano guardando tutti, anche e soprattutto gli insospettabili, quelli che in genere una cosa così non la guarderebbero neppure con la pistola puntata alla tempia. E tutti ne parlavano male. Ovviamente. Ora, è un gioco che capisco. Anch’io mi guardo, che so, The Core solo per il gusto perverso di scovare il maggior numero possibile di stronzate di fisica, chimica ingegneria e logica che ci sono dentro. Ma questo rito collettivo di distruzione di Sanremo, così radicato da essere perpetrato anche sui giornali (su Repubblica è impossibile trovare un commento alla diretta che non sia ironico, graffiante o cinico) mi lascia perplessa. Mi fa venire in mente un altro sport nazionale: fruire di prodotti culturali che sappiamo già a priori non ci piaceranno solo per il gusto di parlarne male. In rete è pieno di siti che campano di questo: demolizione di film, dischi e libri. Ripeto, è divertente da leggere e da scrivere, e garantisce un sacco di seguito. Ma non è un giochino un po’ sterile, e, sotto sotto, anche dannoso? Voglio dire, Sanremo vi sembra il trionfo del kitsch nazionalpopolare, e, per carità, sarei anche d’accordo. Ma intanto ve lo vedete, in massa, giustificandone così l’esistenza. Rendiamoci conto che durante la settimana di Sanremo sulla tv generalista la controprogrammazione praticamente non esiste. Sanremo è un punto fermo del palinsesto annuale, nessuno ci spreca contro un programma. Se magari qualcuno cambiasse canale, invece di criticare – giustamente, perché non lo reggo manco io – Celentano non dico avremmo una tv migliore, ma avremmo portato avanti un discorso un filo più costruttivo.
Comunque. Anch’io tutto sommato predico bene e razzolo male, visto che, pur senza averne visto manco mezzo minuto, saprei descrivervi in dettaglio la prima puntata di Sanremo, avendone letto in giro. In ogni caso, il mio programma di stasera prevede se possibile Munchkin, navigazione web senza scopo alcuno, e una puntata di Merlin. E amen a Sanremo.

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Capelli bianchi e bianca neve

Ieri avrei voluto spendere qualche parola su Whitney Houston. Non ero esattamente una sua fan, ma a tredici anni ero innamorata – sì, proprio innamorata – di Kevin Costner, e conoscevo più o meno a memoria Guardia del Corpo, tipo il mio film preferito dell’epoca (adesso non riesco neppure a guardarlo per intero, come si cambia…). I Will Always Love You era una specie di inno, per me, mi ero anche fatta tradurre il testo dal babbo, perché io all’epoca studiavo solo francese. Comunque, i miei progetti di post si sono infranti sulla boccetta di integratore contro l’osteoporosi che mia figlia mi ha riportato, vuota, mentre stavo sorseggiando il caffè. Io e mia madre ce l’eravamo dimenticata per due minuti netti su un tavolo, e vuoi che Irene non la prendeva e si mangiava una pastiglia? No, ovviamente. Corsa in ospedale, flebo, tentativo fallito di somministrazione di carbone attivo – sembravamo tutti usciti da Mary Poppins, alla fine – sei ore in osservazione in pronto soccorso, e infine, alle 20.00, dimissione col responso che probabilmente no, Irene non si era mangiata la pastiglia, per fortuna sta bene, giusto tenetela in osservazione domani. Che sarebbe oggi. Quindi, nulla, io sono ancora un po’ stravolta, di parlare di Whitney Houston m’è passata la voglia, ma appena mi sono affacciata dalla finestra ho visto che c’è ancora un po’ di neve. Non tanta. Un po’. E allora, niente, vi lascio col mio ricordo di questi dieci, inediti giorni di vero inverno a Roma. So che al 90% sono foto orrende, ma tutto sommato esprimono quel sentimento di pura meraviglia che questa neve mi aveva gettato addosso, e mi andava di condividere con voi. Sperando che il prossimo inverno sia come questo.

Neve a Roma

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L’arrivo di Godzilla

Domani e sabato le scuole e gli uffici resteranno chiusi. Il prefetto ha ordinato la chiusura degli uffici giudiziari a partire dalle 14.00. Polverini dice che ci attende un fine settimana terribile. Dappertutto, non si parla d’altro: ci vediamo sabato? Non so, bisogna vedere. Non se lunedì si lavora. Da domani pomeriggio meglio stare a casa. L’impressione generale è quella di una città in attesa di una catastrofe. Tutti pronti al peggio, tutti rassegnati a chiudersi dentro casa. Come se stesse arrivando Godzilla.
E invece sono previsti 30 cm di neve. Che, per carità, per Roma non sono pochi, ma è esattamente la neve caduta lo scorso week end. E, ok, la settimana scorsa era la prima volta, ma adesso abbiamo avuto una settimana per fare il punto della situazione, per prepararci e correggere quel che non ha funzionato l’ultima volta. Dobbiamo ancora star qui a guardare con ansia il cielo? Dobbiamo di nuovo chiuderci dentro casa?
Non chiedo molto. Mi piacerebbe solo di vivere, per una volta, in un paese, in una città normali.

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Disco Irene

Quest’inverno si sta rivelando particolarmente difficile da gestire, in casa nostra. Irene è al suo primo anno di asilo, il che significa che sta prendendo praticamente tutte le malattie che circolano in questo periodo. Considerando che, a quanto pare, un bimbo malato è una specie di infallibile arma batteriologica, tutte le malattie che prende lei poi le prendiamo anche noi, tipicamente in forma aggravata. Il risultato è che da ottobre circa è un unico carosello: o sta male Irene, o sta male Giuliano, o sto male io. Non mi riesce di ricordare neppure una settimana in cui stessimo tutti bene. Per dire, adesso sono tormentata da una tosse orrenda che mi toglie ogni notte almeno due ore di sonno.
Ora, da quando le malattie del sistema respiratorio sono diventate nostre inseparabili compagne, abbiamo un amico che non ci lascia mai: il vaporizzatore. Per chi non sia mai stata incinta e non abbia mai avuto a che fare con bambini piccoli, il vaporizzatore è una specie di bollitore del thé incredibilmente rumoroso che sputa fuori vapore. Serve ad umidificare l’aria, il che, per motivi medici che mi sfuggono, dovrebbe essere in grado di aiutarti a combattere le infezioni delle alte vie respiratorie. Io lo odio. Fa casino, emette questa orrenda luce verde e si scassa con una rapidità angosciante. Credo sia il calcare dell’acqua di Roma. Gli ottura i tubi e inizia a gemere, a cacciare fuori poco vapore, fino alla morte. Che in genere è salutata da me con sollievo, nella speranza che ce ne siamo finalmente liberati. Speranza vana, perché il pediatra ci ha esplicitamente detto che lo dobbiamo usare sempre.
L’ultimo ha iniziato a dare segni di cedimento un paio di mesi fa, ma solo questa settimana abbiamo deciso di mandarlo in pensione. Così, ieri Giuliano rientra a casa contento con una busta di una nota marca di roba per bambini. Apro il bustone e dentro c’è l’ultimo ritrovato della tecnica: piccolo, di un rassicurante azzurrino, c’è un vaporizzatore a freddo. Ne ho sognato nelle lunghe notti passate a sentire quello classico che borbottava nella stanza accanto. È un vaporizzatore che non fa bollire l’acqua, quindi non la scalda, ma produce vapore tramite gli ultrasuoni. Se l’acqua non bolle, l’aggeggio non fa rumore. Il che significa ritorno a quelle belle notti silenziose che tanto mi mancano. Ho guardato lo scatolotto già innamorata.
L’abbiamo provato subito, ma guarda quanto bel vapore, e senti com’è silenzioso, e che bella lucina azzurrina che fa il led!
Insomma, ci piaceva. Arriva l’ora della nanna. Prendo Irene, facciamo tutto il rito del mettersi a letto – lava i denti, stura il nasino, medicina per la tosse, goccine nel naso, di’ buona notte ai quadri – quindi accendo il vaporizzatore e spengo la luce, pronta a cantare le consuete canzoncine della buona notte. E d’improvviso mi viene da cantare Bad Romance al posto della solita London Bridge is Falling Down. Perché la dolce e rassicurante lucina azzurra del led, a luci spente, diventa una specie di faro da discoteca psichedelico. Le sbarre del lettino producono ombre fantastiche sui muri, per altro la luce è diretta esattamente sul cuscino di Irene. Metteteci poi il vapore che scivola sul pavimento. Sembrava di stare ad un concerto di Lady Gaga. Irene si fa prendere dall’atmosfera, mi guarda perplessa e poi comincia a sgambettare allegra.
Strenuamente ho seguito la mia politica “canzoncine della buonanotte” ignorando l’atmosfera discotecara, e, quando ho messo giù Irene, ho sacrificato Biancaneve: ho preso la bambola e l’ho piazzata esattamente davanti la lucina led. Effetto concerto annullato.
Per il resto, nottata tranquilla, è davvero un attrezzo silenzioso. Però, io mi domando, se deve finire nella stanza di un bambino, perché accludere il faro azzurrino?

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In difesa della mia città

Se mi avessero detto che un giorno avrei scritto un post del genere, probabilmente non ci avrei creduto. Che poi è anche quello che ho detto sabato mattina, quando sono uscita di casa e la mia via era uniformemente coperta da 15 cm di neve. Se me lo avessero detto, non ci avrei mai creduto. Ecco, la neve qui è una specie di miracolo – o una maledizione – e ha conseguenze eccezionali. È che ho letto in giro accuse varie, osservazioni fuori dalla grazia di dio e cose in generale cui vale la pena rispondere. Per cui lo faccio. Sapete che non provo un grande attaccamento per questa città in cui non solo sono nata, ma in cui ho anche sempre vissuto, e non ho alcuna stima per la giunta che la governa ora. Però è pur vero che per una volta tanto mi sembra che ci siano state mosse accuse un po’ ingiuste.

10 cm di neve non sono un’emergenza, io a Vattelappesca sono sotto due metri di neve ma nessuno si spreca in articoli su di me
Beh, nel complesso sarei anche d’accordo, ma le emergenze vanno commisurate sulla normalità. Mi sembra ovvio che 10 cm di neve a Milano non sono niente. Io ho vissuto tre mesi a Monaco di Baviera, e ha nevicato praticamente sempre, e non c’è stata una volta che la città si sia bloccata o i cittadini abbiano risentito delle avverse condizioni meteo. Ma a Roma l’inverno in genere non esiste: abbiamo sei mesi di straziante autunno, con qualche giorno a cavallo di gennaio e febbraio in cui la temperatura si degna di scendere intorno allo 0. Sì, quasi tutti gli anni finge di nevicare, ma non attacca praticamente mai. La neve è un fenomeno estremamente raro a Roma. È quindi ovvio che 10 cm di neve, che per di più rimangono nelle strade per due, tre giorni – mentre parlo qui fuori la situazione è praticamente identica a sabato mattina – siano un evento eccezionale che mette alla prova i meccanismi della città. È anche più o meno comprensibile che la città risponda in modo farraginoso all’emergenza: non credo esistano spazzaneve, e le catene per il romano medio sono quell’oggetto lì che usi per andare a sciare a Ovindoli.

Ma quindi ha ragione Alemanno?
Calma. No, non ha ragione Alemanno. Per due ordini di motivi: innanzitutto, per sapere cosa stava per succedere bastava farsi un giro sui siti meteo. Non servivano i bollettini della Protezione Civile, non servivano quelli dell’Aeronautica, lo sapevamo tutti che avrebbe nevicato, e molto. Che poi non ci credessimo davvero, è un altro paio di maniche: tu, in quanto sindaco, sei pagato per credere all’incredibile, o almeno prepararti ad affrontarlo.
Secondo poi, posso accettare che nelle prime ore dell’emergenza le cose vadano a catafascio. Sono trent’anni che non vedi la neve, posso capire che ci voglia un po’ per carburare. Non posso invece accettare che dopo 48 ore dalla nevicata l’unico sale che abbia visto l’abbiano gettato quelli del centro commerciale qui sotto per permettere l’accesso ai clienti. Degli spazzaneve manco l’ombra, idem per le squadre per spalare la neve. Oggi le vie del quartiere sono percorribili dalle macchine, ma solo perché la natura ha fatto il suo corso: sabato pomeriggio un po’ di neve s’è sciolta, ieri è stato molto secco, le macchine hanno continuato a passare e voilà, le vie ora sono non dico sgombre, ma quanto meno praticabili.

Ok, ma se il comune non fa niente, allora datevi da fare voi
A parte che nessuno ha sotto mano una pala, perché in ventisei anni non ce n’è mai servita una, anche andare ai punti di raccolta per prenderne una non è banale: come ci arrivo, se il municipio dista 10 km da casa mia, e quei 10 km sono strade a scorrimento veloce che non sono state battute? Ma mettiamo anche che abbia la mia pala: di sicuro posso spalare il marciapiede sotto casa mia, con tanta buona volontà forse anche i 300 m della mia via, ma poi? Fino a ieri l’autostrada che mi porta alla civiltà – per la cronaca l’A24, che è l’arteria che più efficacemente, traffico permettendo, ci connette a Roma – era chiusa. E per lunghe ore sono state chiuse una decina di uscite del Raccordo. Lì come ci vado a spalare? E senza sale, se anche ho spalato, quando scende la notte e gela come faccio a non rendere vana la mia fatica?
Roma ha un territorio sterminato, tanto è vero che da me venerdì nevicava, al lavoro da mio padre, 30 km più a sud, no. È resa percorribile da numerose vie che sono praticamente autostrade, vedi il Raccordo, la Tangenziale, alcuni tratti delle Consolari. Sono queste le vene che permettono la mobilità. Se sono intasate quelle, non c’è niente che il singolo possa fare.

Va bene, ma vi siete comunque lamentati per due fiocchi di neve!
Avrei voluto foste con me al parco del quartiere, sabato mattina. Sembrava di vivere in una dimensione parallela. Tutto il quartiere era lì, l’unico suono che si sentiva era quello delle risate dei bambini, e degli adulti, gente che non avevo mai visto mi sorrideva e mi salutava. Per un romano la neve è questo. E considerate anche che un romano è uno che in condizioni normali ci mette anche tre ore per andare e tornare dal lavoro, ogni giorno, che aspetta i mezzi pubblici per tempi biblici, la nostra sopportazione è piuttosto alta. E infatti la gente che si è lamentata aveva le sue buone ragioni: si tratta di chi ci ha messo 8 ore per fare 8 km. Chi ha dovuto farsela a piedi quando i mezzi, dichiarata l’emergenza, hanno fatto scendere tutti e se ne sono tornati al deposito. Chi è rimasto intrappolato sul Raccordo per ore, e per disperazione se l’è fatta a piedi, e parliamo di un’autostrada a tre corsie per senso di marcia più corsia d’emergenza. Questa è la gente che si è lamentata, e a ragione. Viviamo in una comunità, paghiamo le tasse, ci aspetteremmo dei servizi. Che non ci sono. Tutti gli altri, erano fuori sabato mattina a godersi la giornata. Poi, il resto, è tutto vero: c’è gente che è morta, paesi isolati, situazioni ben più drammatiche di quella di Roma. Ma i media ne parlano perché fa notizia la città eterna imbiancata, perché le polemiche sono il pane quotidiano dei giornali, e comunque io ho letto anche tantissimo su i posti in emergenza vera.
Per il resto, qui siamo contenti: dell’inverno vero, della città imbiancata, di essere tornati tutti un po’ bambini. E, lo devo confessare, se fossi sicura che non ci sarebbero altri casini, vorrei continuasse a nevicare così fino a primavera.

P.S.
Vi segnalo una cosa che avevo colpevolmente dimenticato: un po’ di materiale sulla nuova serie a fumetti ambientata nel mondo delle Cronache, completa di intervista a me e agli autori.
Seconda serie fumetti

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On a winter night

Neppure la neve riesce a spegnere del tutto il rumore della città. Senti, distante, il suono di una macchina che passa, il riverbero lontano dei mezzi sul Raccordo, il pulsare di una vita che non si spegne mai, perché una metropoli è così. Ma ugualmente c’è qualcosa di magico e insondabile in una notte di neve. La luminosità del cielo, i fiocchi che diventano lucciole alla luce gialla dei lampioni, il sovrapporsi lento di strato a strato, inesorabile, paziente come solo la natura sa essere.
Potresti perdonare tutto a questa città, stanotte. Il caos, la confusione, la troppa bellezza, perfino. Un interruttore magico per un istante l’ha trasfigurata, ti ha portato indietro negli anni, e l’ha trasformata in un posto che quasi ti corrisponde. Perché tutto si assomiglia, sotto la neve, tutto lentamente cambia forma. Il fiato che raggruma in nuvole compatte, mentre sul balcone, addosso solo la tua tuta e un paio di zoccoli ai piedi, guardi il silenzio del quartiere, il freddo che ti entra dentro, e una quiete strana, misteriosa. Il sonno sarà diverso, stanotte, diverso il risveglio. Fuori nevica, e dentro c’è la pace.

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Il mio brutto quarto d’ora sotto la neve

Immagino l’abbiate letto. Dalle 12.30 circa qui a Roma siamo sotto quella che in una città del centroeuropa sarebbe una normalissima nevicata. Per gli standard di Roma è una bufera. Non ha smesso un attimo, si sta posando e a terra ce ne sono già un paio di centimetri.
Ora, io dovevo andare in farmacia a prendere delle medicine per Irene. E già che c’ero, ho avuto la brillantissima idea di fare un salto al centro commerciale, che dista 800 m da casa mia, per vedere se avevano un paio di scarpe che avevo adocchiato.
Ho preso dunque la mia balda 500 e ho guardato il quadrante. Due minuti e si accende la spia di avaria al servosterzo. Ora, la 500, come tutte le dannate macchine di nuova generazione, ha spie che si accendono per ogni dove, spesso senza ragione. Una volta ci si accendeva quella del motore, ma era tutto a posto. Indi per cui, non mi sono preoccupata e sono partita.
Il tratto di strada fino alla farmacia è stato tranquillo. La strada era viscida, ma mi sentivo forte della mia guida in settimana bianca, quando ero uscita con la 147 su un bel po’ di neve. Poi, imbocco per il centro commerciale. E accelero. Oh, non sono pazza, per accelero intendo vado a 60 km/h e metto la terza. Lieve curva, e la macchina semplicemente va per i fatti suoi. Dritta. Ovviamente mi dimentico quel che ti dicono di fare in casi come questi, di assecondare il movimento. Mi prende il panico, controsterzo, la macchina sbanda. Tutto dura un’infinità di tempo. Poi, chissà come, mi rimetto sulla direttrice giusta. Col cuore che finalmente ricomincia a battere. Ma scendo in una cauta prima.
Come dio vuole, arrivo al centro commerciale. Il deserto dei tartari. Alcuni negozi sono chiusi, quelli aperti stanno per chiudere. E li capisco. Non sono a Monaco, dove nevica tutto l’inverno, non sono in Trentino, dove ci sono più spazzaneve che macchine. Sono a Roma. Dove l’ultima volta che ha nevicato così è stato nell’86. E dove stavamo finendo annegati per un acquazzone.
Le scarpe ci sono, ma m’è passata la voglia, e comunque non ero troppo convinta. Compro un paio di generi di prima necessità al supermercato. Anche qui ci guardiamo tutti come a dire “ma te che ce stai a fa’, qua? Ma ‘n’hai visto dde fori?”. Prendo le mie bustine, e inizio ad avere le palpitazioni al pensiero di riprendere la macchina.
Vado a piedi.
Giuliano, telefonicamente, mi dice no, ce la posso fare, devo solo andare piano.
Forse ho le catene. M’invento un modo per montarle e vado.
Ma no, non ce le ho le catene, o comunque non a bordo. Salgo. Beeeep. La fottuta spia del servosterzo. E mi viene il dubbio che il quasi testacoda non sia solo colpa della neve. Salgo pregando tutti i santi del paradiso, mi avvio nel parcheggio. Vado spedita verso l’uscita. Che è chiusa. Ok, non è l’unica. Vado verso l’altra. Che è chiusa. Intanto, la macchina sterza un po’ a capoccia sua. Disperata, scendo nei sotterranei, giro in posti del parcheggio che non sapevo neppure esistessero, mi imbatto in vicoli ciechi, e altre uscite. Tutte chiuse. Geniale. Hanno deciso – giustamente – di chiudere il centro commerciale. Con me dentro.
Lo prendo come un segno divino: dio non vuole che torni con la macchina. Adesso la mollo qua, prendo spesa e medicine, e mi avvio sotto la bufera. La macchina…la macchina la recupererò col disgelo.
Invece un’anima pia alza la sbarra. Non so chi sia, ma si spertico in ringraziamenti esagerati. Sono di nuovo sulla strada. Memore dell’ultima performance, mi faccio gli 800 m a 20 km/h fissi in prima con le quattro frecce accese. I marciapiedi sembrano coperti di vetro satinato. Le strade sono una poltiglia informe di acqua, ghiaccio e neve sporca. E lì veramente capisco che dopo aver preso per il culo il Big One, la Grande Nevicata Fine ti Monto, è arrivata per davvero, e sono cavoli amari. Perché gli spazzaneve a Roma credo neppure esistano, e dubito che verranno a spalare sotto casa mia. Capitemi, lo so che è solo neve, ma qui stiamo parlando di una città che la neve seria l’ha vista due volte in venticinque anni, e questa è la seconda.
Comunque, come dio vuole sono riuscita ad arrivare a casa, intimamente convinta che entro stasera Roma sarà esplosa. Se a ottobre l’acquazzone c’ha combinati di quella maniera, con questa faremo una fine à la The Day After Tomorrow.
Per il resto, è splendido. Nevica fitto e grosso, i giardini sono imbiancati e io spero duri fino a domani, così vado a giocare a palle di neve con Irene. Per farci due risate, vi linko un significativo video al riguardo: come dire, Fascisti sulla Neve :P .

http://www.youtube.com/watch?v=_OH5QNIDKFw

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Un consiglio di lettura, ancora

Stamattina, mentre cercavo di riprendermi dall’ennesima nottata “complicata” di Irene – ho letto una recensione estremamente positiva di Hugo Cabret di Scorsese. Ora, in verità il film non mi ha mai attirata, e anche i trailer che ho visto mi hanno lasciata piuttosto fredda. Ma non è colpa di Scorsese, o di qualcosa nelle immagini. È che Hugo Cabret è uno dei libri più belli e particolari che abbia mai letto, e la sua grandezza credo sia impossibile da rendere efficacemente sullo schermo. Non è solo nella storia, o nei personaggi, o nel periodo storico in cui è ambientato. È nella capacità di Selznick di inventare un nuovo modo di narrare.
La Straordinaria Invenzione di Hugo Cabret mi viene in mente ogni volta che qualcuno critica il catalogo Mondadori. Che è sterminato, quindi insieme alle belle cose ci saranno anche le cose così così e quelle francamente brutte. Peccato, però, che nessuno si renda conto di quale straordinario miracolo sia che un libro così bello, così originale, così francamente e innocentemente poco commerciale sia arrivato in libreria. È una perla apparsa in libreria, una perla che, temo, in pochi hanno davvero apprezzato.
Cos’ha di particolare? La storia di Hugo viene raccontata in parte tramite le parole, ma per buona metà tramite splendide illustrazioni a matita, in bianco e nero. E i disegni non sono un piacevole contorno alla storia, non la illustrano: la raccontano. Immaginate che ad un certo punto di un capitolo, le parole si interrompano, e quel che resta dell’azione venga raccontato con disegni muti. Ecco, questo è Hugo Cabret. Un libro come non ce ne sono altri al mondo.
La trovata non è ovviamente fine a se stessa. Un po’ è certo figlia del fatto che l’autore, Selznick – che per altro è simpaticissimo, lo conobbi all’unica Mantovaletteratura cui abbia mai partecipato, e mi fece anche un autografo sulla mia apposita Moleskine – è un illustratore, ma riguarda anche la materia del libro. Che è ambientato negli anni ’30 e parla del cinema di Méliès. Ora, io non conoscevo Méliès prima di leggere Hugo Cabret, ma tutti suppongo conoscano questo. È suo. Ha realizzato centinaia di film, è praticamente l’inventore degli effetti speciali. Il suo era un cinema di pura meraviglia, che reinventava la realtà. E dunque si capisce perché la storia di Hugo venga narrata per immagini. Sembra di assistere ad un film muto, e quanto evocativi sanno essere i disegni di Selznik, con quel suo tratto al tempo stesso rarefatto e molto preciso, prezioso. Inutile che vi stia a dire che non è soltanto il modo in cui è raccontata la storia a colpire: è anche la storia in sé, i personaggi, la poesia del tutto.
Non vi consiglio di andare a vedere il film per il semplice fatto che non so com’è. Ma vi consiglio assolutamente il libro, perché merita. Si parla tanto di originalità, di saper narrare le cose da punti di vista inediti: ecco, Hugo Cabret è tutto questo e molto altro. Per cui fatevi un regalo e leggetelo.

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