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Star Wars – The Rise of Skywalker. La fine per davvero.

Ci ho messo tipo due settimane, e alla fine ci sono riuscita per caso, ma infine sono andata a vedere L’Ascesa di Skywalker. Prima di partire con la recensione, che non sarà SUPER SPOILER – ma tanto, voglio dire, a non averlo visto eravamo rimasti io e tipo due eremiti nel deserto di Atacama – ho finalmente la spiegazione del perché l’Universo non voleva che andassi: seduta al cinema, mentre aspetto l’inizio, tra le pubblicità pre-visione partono le inconfondibili note di Last Christmas, versione originale degli Wham. Mi illumino d’immenso e capisco: l’Universo voleva evitarmi di finire nel Whamalla. Grazie, Universo, ho apprezzato. Espletate le formalità, possiamo passare alla recensione. Eh. Eh.
Vabbè, non ho gran fiducia in JJ. Mi dicono che in realtà molti dei danni che io attribuisco a lui siano da ascrivere a Lindelof; non lo so, ma credo siamo tutti abbastanza d’accordo nel dire che nei film di Star Trek e Star Wars sia sempre stato piuttosto derivativo. Into Darkness è L’Ira di Khan peggiorato, e The Force Awakens si tiene molto sul sicuro, riproponendo il canovaccio di A New Hope. A me, a differenza più o meno dell’universo fandom, l’interpretazione del canone – o il suo sovvertimento, meglio – operato da Ryan Johnson in The Last Jedi era piaciuta, indi per cui non avevo grandi speranze su questo Episode IX. Poi avevo iniziato a leggere pareri in giro, che un po’ mi confermavano nei miei timori, o così mi sembrava…e quindi niente, mi sono seduta al cinema prevenuta.
Già su “I morti parlano!” del prologo mi stava prendendo male, per cui, più o meno al minuto due, ho dovuto prendere un bel respiro, e dirmi che toccava che sgombrassi la mente e cercassi di godermi il film senza pregiudizi, o sarebbe stato meglio che mi fossi alzata.
Ora, più o meno fino a metà, ossia alla famigerata agnizione su chi sia Rey, mi è venuto da chiedermi cosa la gente non avesse apprezzato del film. Fin lì c’era più o meno tutto: l’azione, l’umorismo ben dosato, il divertimento. Piccola parentesi: indubbiamente, JJ è uno che l’umorismo di Star Wars l’ha capito e interiorizzato molto più di Johnson. Le battute sono sempre estremamente godibili, ben calibrate, l’uso dei droidi magistrale – anche se l’ulteriore tentativo puccioso col droide monoruota secondo me era del tutto evitabile -. Da quel punto di vista il film è perfetto.
Poi, arriva un punto preciso, in cui d’improvviso mi sono chiesta se a JJ fossero spuntati gli attributi. È il “momento Snoke” del film; ve lo ricordate, in The Last Jedi, quando così, out of the blue, Kylo ammazza Snoke? Poteva benissimo scoprirsi che no, era una finta; si poteva azzerare tutto, restando probabilmente anche nei canoni di una narrazione più lineare. Ma no, è vero, il cattivo muore a metà film e da quel momento la sensazione è che possa accadere qualsiasi cosa.
Ecco, c’è anche in The Rise of Skywalker. A Rey escono i raggi dalle mani, e pare abbia ucciso Chewbacca. Lì, per due minuti, ho percepito che il film poteva decollare. Che da quel momento potevano esserci sviluppi inattesi. Chissà, per una volta magari il buono predestinato non era solo tentato dal Lato Oscuro, ma ci finiva dentro davvero. E invece, stacco di due minuti, e abbiamo scherzato, dai. Ammazza Han, ma, ti prego, non Chewbacca. Pure C3PO alla fine recupera la memoria, che sennò ci intristiamo. Lì avrei dovuto capire.
Io lo sapevo che il fulcro di questo film era rettificare le eresie del precedente, e di queste, soprattutto la più contestata: che Rey fosse figlia di NN. Lo sapevo. Lo sapevo perché le interviste lo lasciavano intendere, lo sapevo perché chi l’aveva già visto lo faceva capire. Quindi, ripeto, lo sapevo. Ma quando si scopre chi è Rey, con una scena che volutamente cita il più famoso “No, I am your father” della storia, lì ho capito che fino a quel momento era stata tutta una finta: no, ragazzi, Star Wars è gente che scopre di essere figlia del cattivo, buoni che per l’ennesima volta finiscono in caverne dove si devono picchiare col loro peggior incubo, cattivi che ti tentano facendoti vedere flotte stellari ribelli devastate da incrociatori galattici. Per JJ Star Wars è questo, senza deviazione alcuna, senza guizzi: una riproposizione il più fedele possibile di cose che erano già state dette egregiamente quaranta anni fa.
Intendiamoci, sono topoi. Non ho niente contro i topoi. Star Wars stesso ne citava a pacchi, non essendo il primo racconto in cui un figlio deve uccidere un padre ingombrante. Ma il problema dei topoi è che confinano col luogo comune: sono così forti perché sono stati ripetuti migliaia di volte nella nostra storia, e proprio per questo, se non li maneggi bene, sei solo il milleunesimo che li ripropone stancamente.
Star Wars trent’anni fa aggiungeva qualcosa a quella storia trita: un’ambientazione assolutamente originale, tanto per cominciare, un mix di western, fantasy e fantascienza che prima di allora nessuno aveva tentato, e poi c’era la principessa che picchiava e salvava, invece di essere salvata, e la scena della grotta in The Empire Strikes Back, nella sua rozzezza, alla luce degli effetti speciali contemporanei, aveva una potenza incredibile, che conserva intatta dopo quarant’anni, perché riportava un mito antico in un contesto moderno. L’hanno rifatta uguale due volte: in The Last Jedi, dove già mi aveva lasciata abbastanza perplessa – ma almeno serviva a capovolgere il mito, spiegandoci che Rey non era nessuno -, e qua, dove invece è para para che nell’episodio V.
The Last Jedi ci ha provato. Può piacere o meno, ma ci ha provato a dare nuova vita a Star Wars. Ha provato ad aggiornare il mito, con un film nel complesso più discontinuo e meno riuscito di questo, ma ci ha provato. The Rise of Skywalker no. The Rise of Skywalker ripropone, con tutti i crismi, per carità, la formula di quarant’anni fa. Le stesse cose con facce nuove. E basta. Ha senso? Boh. Ma l’effetto su di me è stato quello di completare quella vaga sensazione che avevo provato quando per la prima volta avevo visto The Force Awakens. Ve lo ricordate? Avevo percepito che Star Wars non aveva forse più nulla da dare. Ecco, ora ne sono convinta. Questa è la fine vera. Non perché, non senza perizia, JJ ha chiuso tutte le sottotrame, tirando le fila di un intreccio che chiudere per bene era impossibile, visto le libertà che Johnson si era preso. È la fine perché Star Wars inteso così, come un canone immutabile in cui devono esserci per forza delle cose – quelle già elencate, più le battaglie disperate, i ribelli che si salvano all’ultimo minuto – senza possibilità di sgarrare, ecco, quella è una formula che a me non dice più niente. E non sto dicendo che questo Teh Rise of Skywalker non sia un film ben fatto e che non mi sia divertita: sto dicendo che anche basta. Non mi ci ritrovo più, e soprattutto non ritrovo quell’afflato mitico, epico, che continua imperterrito a spirare dai film classici. Non c’è più e basta.
Ora, ognuno avrà la sua idea di cosa sia Star Wars, perché ognuno ha amato cose diverse. Per me è quell’epica lì, che qui, banalmente, non c’è. Ho assistito a tutto con un discreto grado di freddezza, perché a grandi linee sapevo come sarebbe andata. Nella Galassia lontana lontana va così da innumerevoli anni. La gente moriva, e per me era tutto normale, perché le cose andavano come dovevano, come sono sempre andate. Tranne una sola, luminosa eccezione. Ben Solo.
Ben Solo innanzitutto gode dell’interpretazione di uno degli attori che più mi piacciono e più mi suscitano simpatia tra quelli della nuova generazione. Ben Solo non è un personaggio originale, Ben Solo è pure mezzo sghembo, come la sua maschera rimessa insieme con l’Attack rosso, e non tutto torna, in lui. Ma ha una potenza che agli altri manca. Sarà Adam Driver che è bravissimo, e ci crede alla morte. Ma qualsiasi cosa legata al suo arco, l’ho amata. È l’eroe dei nostri tempi, più di Rey, più di tutti gli altri che “vinciamo perché non sia soli” e blablabla che, boh, preferivo molto di più la lode al fallimento di Yoda, che tutto ‘sto buonismo. Che poi, vorrei capire le frotte di ribelli alla fine del film dove stavano quando li chiamava Leia, ma vabbé. Ben è un poveretto che solo alla fine prende in mano davvero il suo destino, e fa quel che deve. È irrisolto fino all’ultimo, l’unica soddisfazione di una vita passata a cercare di raggiungere le inarrivabili aspettative sue e di chi lo circonda la raggiunge un attimo prima di schiattare, novello André, e lì c’è tutto: il dramma vero di chi è costretto a muoversi in tempi senza eroi, e ad esserlo suo malgrado. L’unica figura vera, in mezzo ad action figures semoventi che bene o male conoscono tutti il loro ruolo. Dai, chi ci crede che Ray è tentata. Va da Palpatine già convintissima. Ben ci va con la chiara consapevolezza che ha da schiatta’ e chissà se servirà pure. Ed era partito come un Frignetta.
Per il resto, un paio di appunti collaterali. La Forza ormai è incomprensibile. Già lo era relativamente nei film classici, ma a grandi linee avevi presente cosa potevi e non potevi fare. Adesso no. Adesso Rey ci ferma le navi a mezz’aria, e quindi ti domandi perché non apra le onde novella Mosè per andare alle rovine della Morte Nera. È una roba senza limiti, che a volte si usa, a volte no, non è chiaro perché. È un problema di tutta la nuova trilogia.
Nota di merito, invece, per la capacità di JJ di riannodare i fili. È evidente che prende dal film precedente le cose che gli sono piaciute – la telepatia Rey-Ben, la manovra Holdo, anche se butta lì una battuta per strizzare al solito l’occhio ai fan, ma Poe entra ed esce dalla velocità luce come dalle porte scorrevoli – e blasta quelle odiate – Luke e la spada laser – ma riesce a rimettere tutto assieme anche con una certa classe. Ho apprezzato alcuni rimandi interni, tra cui la nave di Luke al santuario, l’astronave dei genitori di Rey, i libri del credo Jedi…piccole cose, che però danno solidità e coerenza interna all’intreccio. Per quelli che “visivamente è stupendo”, sorry, ma non ho trovato niente di paragonabile all’ultima ora di The Last Jedi e il pianeta che gratti il sale ed esce il sangue. Incomprensibile la scelta di segare Rose, che dà tanto l’idea che si siano voluti compiacere i fan in uno dei loro deliri meno giustificabili e più odiosi (tutta la pippa razzista sul fatto che Rose fosse asiatica, per intenderci).
Per il resto, è un film godibile, ben girato, ben fatto. Ma che domani mi sarò dimenticata. Questione di gusti, con ogni probabilità. Me lo rivedrò di sicuro, innanzitutto in lingua originale, che ormai mi sono abituata alla voci, soprattutto al vocione baritonale di Ben, e poi ci farò tutte le maratone Star Wars, ma le faccio anche con Episode I, II e III, che vedo abbastanza come fumo negli occhi.
Mi rendo conto che alla fine è venuto fuori un confronto continuo con The Last Jedi, e forse è semplicemente sbagliato, e ogni film è un discorso a sé, e tutte le regole di una critica seria, che io non ho mai fatto, e mai farò, perché non ne sono in grado. Ma forse ci avevo creduto, forse ci avevo visto dentro qualcosa, là.
Star Wars è morto, viva Star Wars? Boh. Magari nella serialità, chissà. Forse ha ragione chi dice che ormai la vera creatività sta là, che lì si osa per davvero. Intanto, resta il passato, che non passerà mai, che ci aspetterà fedele ogni volta che faremo partire il file, e la scritta A New Hope riempirà lo schermo nero di stelle.

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L’inattesa recensione di fine anno

Sul filo di lana, recensisco. No, ragazzi, non è Episode IX, che, mannaggia l’influenza e i malanni vari, ancora non sono riuscita ad andare a vedere. No, non è il mandaloriano, perché non se ne parla fino a marzo e non suggerite soluzioni che fino a prova contraria sono comunque reati, e io non me ne vanterei online, per dire. No, si parla di The Watchmen. Siccome stavate tutti lì a dire che razza di capolavoro fosse, alla fine me lo sono recuperato.
Partiamo da due dati di fatto: Lost prima e Prometheus poi mi hanno abbastanza indisposta nei confronti di Lindelof, l’uomo col disbrigo di trama minimo e l’incasinamento di trama massimo. E poi secondo me al Watchmen di Moore e Gibbons non c’era nulla da togliere né aggiungere. Capolavoro, punto. Il film di Snyder per certi versi non era male, ma è una copia carbone del fumetto – fatte eccezione per l’unico cambiamento circa la seppia interdimensionale – con un livello di rielaborazione pari a zero spaccato, per cui anche quello, al netto di tutto, era inutile. Quindi, sequel di Watchmen realizzato da Lindelof per me significava ordine restrittivo per tenersi ad almeno trenta metri dal prodotto in questione. Poi, come è andata ce lo immaginiamo tutti, visto che sto qui a scrivere.
Dunque. Non sono ovviamente partita con le migliori intenzioni, ma praticamente al minuto due ci ero già dentro. Mi è difficile spiegarlo, ma, nonostante si tratti di un sequel, che per altro va anche a toccare il canone del fumetto, cambiandone un elemento, e che non ha problemi a fare voli pindarici circa il futuro di svariati personaggi cardine, l’aria che ci spira dentro è terribilmente Watchmen. Inizi a guardarlo, e le sensazioni, il mondo, sono quelli giusti. È veramente un seguito del fumetto, come avrebbe potuto scriverlo – che Alan mi perdoni – Moore stesso. Lindelof non ha solo letto e amato Watchmen, l’ha capito. E allora è un attimo innamorarsi di quel mondo disilluso e sull’orlo del precipizio, di quest’umanità dolente che niente e nessuno può salvare, di questi guardiani umani, troppo umani. È incredibile, ripeto, una cosa che non ritenevo possibile. E invece.
Per altro, tutto ciò che ho sempre odiato nel modo in cui Lindelof lavora, qui diventa un pregio. All’inizio, non ci capisci niente, ma, incredibilmente, non provi frustrazione: qualcosa, nell’atmosfera, nei personaggi, ti invita a fidarti. Anche se l’ultima volta che l’hai fatto hai dovuto farti andare giù – spoiler – l’isola che se la stappi affonda. La trama si dipana con sapienza, un tassello dopo l’altro, in una narrazione corale in cui nessuno però è lasciato indietro, che, ancora, è una delle caratteristiche forti del fumetto. Piano i pezzi vanno al loro posto, e alla fine, incredibile, tutto torna: non ci sono punti oscuri, nonostante la trama sia un discreto casino. Tutto è chiaro, tutte le sottotrame si chiudono, e la conclusione aperta – sapientemente aperta, può essere un finale definitivo o un debole gancio per una seconda stagione – sebbene io la trovi leggermente contraddittoria col senso generale del resto della serie, ci sta. Mentre lo vedevo pensavo che io avrei proprio chiuso là, su quella scena, prima che…e infatti, giustamente, la storia si chiude.
Poi potrei star qui a elogiare l’attualità del tutto, il coraggio di calare il mondo di Watchmen nella contemporaneità del pericolo rappresentato dal suprematismo bianco, o lo sviluppo dato alla figura di Ozymandias. Funziona tutto, c’è poco da dire, anche grazie ad altissimi valori produttivi: la colonna sonora è da sturbo – anche se un po’ meno Lacrymosa di Mozart forse era meglio – la fotografia, la regia…tutto alla grande. Ma la cosa migliore è di gran lunga la sceneggiatura, il meccanismo perfettamente oliato che procede senza intoppi, in una fedeltà allo spirito di Watchmen che non è solo encomiabile, è commovente. Pochi gli appunti: so che che molti hanno amato di più la seconda metà della serie, ma io credo invece che da un certo punto in poi le cose peggiorino leggermente. La svolta di trama circa i mezzi usati dai cattivi l’ho trovata un po’ dozzinale e mi ha un po’ guastata la sospensione di incredulità, anche se la stessa cosa mi era capitata con la seppia galattica del fumetto, quindi, boh, forse era voluto. Nonostante la serie si prenda, come già detto, delle libertà rispetto anche al materiale originale – e fa benissimo – tende tantissimo a replicarne certe dinamiche, in modo forse un po’ troppo pedissequo. Non scendo nello spoiler, ma il rapporto tra due personaggi è sparato quello tra altri due nel fumetto: c’era bisogno di ripetere? Infine, la sfiga da cui è colpito uno dei personaggi è una roba francamente grottesca: e che è!
Comunque, gran bel prodottino. Non l’avrei mai detto, ripeto, anche perché è evidentemente una roba alta che mira in alto, solo che, a differenza di tante altre cose con le medesime ambizioni, centra alla grande il bersaglio, e allora ben venga anche una certa supponenza di fondo, se poi l’arrosto c’è.
Io ve la consiglio molto, soprattutto se avete amato il fumetto. Se non lo avete letto, primo rimediate, secondo vi perdete parecchio della serie.

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Più Libri Più Liberi

Dunque, abbiamo la mia schedula per Più Libri Più Liberi, la fiera della piccola e media editoria, che si tiene dal 4 all’8 dicembre qui a Roma, all’EUR, alla Nuvola di Fuksas.
Si comincia venerdì 6 dicembre; dalle ore 16.00 alle ore 17.00 sarò allo stand Comics&Science a firmarvi cose, mentre dalle 17.00 alle 18.00 sarò allo stand Tunué, sempre a firmare.
Il giorno successivo, sabato 7 dicembre, dalle 14.00 alle 16.00 sarò ancora allo stand Tunué per un firma copie, mentre alle 17.30 con Francesco Troccoli e Marcelo Figueras in collegamento da Buenos Aires presenteremo il libro di quest’ultimo, Il Re dei Rovi.
Poi, mi fermo. Sono piuttosto stanca, e ho davvero bisogno di tirare un po’ il fiato, quindi, fino a fine anno, non mi vedrete in giro :) . Si ricominciano le danze poi con l’anno nuovo.
Ci si vede per chi verrà!

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Focus Live, l’ASI e Più Libri Più Liberi

Mi rendo conto che sto di nuovo perdendo un po’ il polso delle cose, ma è un periodo molto incasinato sotto diversi punti di vista. Mi perdonerete, dunque, se questo riassuntino dei prossimi eventi arriva un po’ tardi.
Dunque, il primo appuntamento è di nuovo a Milano, giovedì 21 novembre, alle 10.00, al Museo della Scienza, nel contesto di Focus Live; modererò l’incontro Il Mondo che Vogliamo, in cui un bel po’ di giovani racconteranno se stessi e cosa vogliono dal futuro. Gli ospiti sono Mattia Barbarossa, Mike Lennon, Miriam Martinelli, Francesca Zunino e Margherita Mazzucco. Qua tutte le informazioni al riguardo.
Mercoledì 27 novembre, invece, appuntamento a Roma, all’ASI, Agenzia Spaziale Italiana, alle 10.30; assieme a Fabrizio Zucchini, io e Leo Ortolani parleremo un po’ di quanto è figo il suo fumetto Luna 2069, che vi ho già consigliato venerdì scorso a Terza Pagina, e che vi consiglierò da qua all’eternità :P . Per venire, occorre registrarsi qui.
Infine, sarò presente a Più Libri Più Liberi, sempre qui a Roma. Per ora, ho due eventi confermati, al pomeriggio del 6 e del 7 dicembre. Dovrebbe essercene anche un terzo, ma ancora non ho i dettagli. Vi terrò informati.
Nel frattempo, per chi vorrà, ci si vede a Roma e Milano!

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BookCity, Focus Live, Più Libri Più Liberi & ASI

È tempo di aggiornarvi sui miei prossimi eventi. Alcuni sono proprio prossimi prossimi; scusate, purtroppo i miei tempi di recupero dalla girandola di Lucca aumentano col passare degli anni.
Dunque, questo week end sarò a Milano per BookCity; farò due eventi, il primo dei quali sarà venerdì 15, alle 20.00, presso il Museo della Scienza. Io, Marco Malvaldi e Sergio Fanucci discuteremo un po’ dell’ultima trasposizione de La Guerra dei Mondi di H.G. Wells, la miniserie della BBC andata in onda di recente su LaEffe.
Domenica 17 alle 14.00, invece, sarò alla Mondadori Duomo con Fiore Manni, a discutere sempre di questi quindici anni a raccontarvi principalmente eroine :) .
Il 21 novembre, sarò di nuovo a Milano per partecipare a Focus Live, che si terrà sempre al Museo della Scienza. Modererò il confronto tra Miriam Martinelli, attivista di Fridays for future, Mattia Barbarossa, imprenditore aerospaziale e inventore, Mike Lennon, rapper, designer e grafico. Parleremo di cosa la nuova generazione si attende e teme dal futuro. L’appuntamento è alle 10.00.
Il 27 novembre, invece ci si vede a Roma, ore 10.30, presso l’ASI, l’Agenzia Spaziale Italiana. Vi parleremo, io e Leo Ortolani, di Luna 2069, il fighissimo fumetto fatto da Leo in collaborazione con ASI e ESA sulla luna, con guest star una versione molto fortunata di Luca Parmitano :P .
Parteciperò anche a Più Libri Più Liberi, qui a Roma; per ora, ho due appuntamenti, uno il 6 e uno il 7 dicembre, ma se ne aggiungerà di sicuro anche un altro.
Questo è tutto, poi si ricomincia a gennaio, che ho bisogno di un filo di pausa :P .
Ci vediamo a Milano per chi ci sarà!

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Lucca Comics&Games, una dichiarazione d’amore

Ed eccoci qui, a spolverare una vecchia tradizione che, mi rendo conto, avevo sospeso per qualche anno: il post del dopo-Lucca.
Non so bene perché quest’anno sì e i precedenti due no, ma già da ieri sera mi sentivo addosso la voglia di parlare di come è andato il mio Lucca Comics&Games 2019. Forse è perché mai come quest’anno ho rimbalzato come una trottola, facendo due miliardi di cose che mi hanno dato molte soddisfazioni. Forse è perché percepisco che Lucca è di nuovo a una svolta, e le cose che vedo dietro l’angolo non sono tutte belle. Forse perché, adesso che essere nerd è la nuova moda, occorre ribadire cosa è Lucca per molti di noi. Comunque, via alle danze.
Due le uniche cose che davvero mi sono spiaciute: non essere stata in grado di girarmi un po’ la fiera, causa errori tutti miei sulla gestione dei tempi e della stanchezza, e non aver ancora imparato, dopo sedici anni, che a Lucca ci devi andare con le calosce e l’impermeabile. Niente, continuo a buttare scarpe con le tomaie in disfacimento per la pioggia. Ma chissà, magari prima o poi imparerò.
Quest’anno, sono tornata al cosplay. In realtà ho sempre fatto almeno un giorno in armatura, e, nel 2017, pure un mezzo cosplay di Amy Pond. Ma quest’anno volevo, fortissimamente volevo fare cosplay, e l’ho fatto. Male, con roba accocchiata alla meno peggio, irriconoscibile, ma ho voluto farlo lo stesso. Ho ritrovato tutte le sensazioni di un tempo (se volete sapere estesamente quale, basta leggere qua); il piacere di sentirsi qualcun altro, la soddisfazione quando qualcuno ti fotografa, il sentirsi a casa tra i propri simili. Lo so che il cosplay è difficile da capire, per molti anche da tollerare, ma alla fine della fiera è tutto molto semplice: non dovete condividere, non dovete apprezzare o comprendere. Solo accettare che ognuno si diverte come preferisce, alcuni di noi così. Per inciso, ero Missy del Dr. Who era Capaldi.
Contemporaneamente, forse l’età adulta mi ha infine raggiunta, perché sabato sera, devastata di stanchezza, con l’armatura addosso e il mantello sempre più pesante per via della pioggia, i calzini zuppi e tutto il resto, ho pensato che non ce la potevo più fare, che forse quarant’anni sono troppi per viversi così le fiere. Ma poi passa un anno, torna il week end dei morti, io arrivo a Lucca ed è tutto un “Chewie, we’re home”, e allora forse devo solo accettare che è più faticoso e difficile, ma sempre bello.
Veniamo agli eventi, e alle persone, che poi sono sempre la cosa migliore. Non ho visto nulla che non mi riguardasse, tranne una luminosa eccezione che però voglio tenere per la fine, perché non ho avuto materialmente tempo. Giovedì sono uscita alle 8.40 e rientrata alle 23.30, andando in giro per tutto il tempo sui tacchi e in cosplay, collezionando in tutto tipo due ore di riposo. In queste condizioni, andare anche in giro per eventi era impossibile. Ma ho fatto cose che mi sono piaciute molto. Ho condiviso il palco e una giornata con Ilaria Palleschi, che è una grandissima artista e anche una gran bella persona, e che non finirò mai di ringraziare per aver dato corpo e consistenza a Zoe e Lu e al loro mondo (se non sapete di cosa sto parlando, qui trovate i miei due nuovi libri). Ho moderato un incontro col fior fiore della fantascienza mondiale e italiana, conoscendo persone fantastiche, e trovando anche il modo di divertirmi sul palco. Spero sia stato piacevole anche per voi e per i partecipanti al panel. Menzione d’onore per uno straordinario Bruce Sterling.
Ho avuto l’onore di dare voce alle fantasie dark di Guillermo del Toro e Cornelia Funke, presentando il loro splendido libro Il Labirinto del Fauno. Grazie mille a Cornelia Funke, che è stata davvero squisita a dedicarci il suo tempo in collegamento Skype, per altro in un momento complicatissimo per via degli incendi in California.
Ho incontrato i miei lettori, vecchi e nuovi, ho fatto la solita seduta di psicanalisi dal palco, raccontando me e le mie storie grazie all’interazione con Sandrone Dazieri, che ha dato inizio a tutto e continua a seguirmi in questo percorso, e che, niente, ormai mi sono finite le parole per ringraziarlo :P . Ho infine parlato del fumetto che ho fatto per Comics&Science: è stato un panel che mi ha dato davvero tanto, anche perché sono riuscita a conoscere con grandissimo piacere Carmine Di Giandomenico, altro grande professionista e gran persona.
E poi, certo, ci sono stati gli amici, un sacco, coi quali, nonostante tutto, alla fine riusciamo sempre a ritagliarci un momento, una cena, a volte persino un incontro casuale, che mi permette di tirare il fiato, e sentirmi di nuovo a casa, anche nel marasma.
Parentesi Lucca in generale. Ormai, essere nerd non è più una roba di cui vergognarsi. Non lo è più da un bel po’, è una moda, e, come tutte le mode, molte persone che vi aderiscono prendono solo l’aspetto superficiale della cosa. Non mi scandalizzo per questo, non stigmatizzo nemmeno chi vuole sentirsi parte di questo mondo pur non conoscendolo a fondo. Tutti i fenomeni di costume partono in sordina, poi arriva il grande pubblico, e fatalmente cambiano. È tutto sommato anche giusto, soprattutto dopo che abbiamo passato anni a sentirci emarginati e a lamentarcene. Non ha senso star lì ora a spaccare il capello in quattro perché si truccano da Joker persone che non conoscono tutta la bibliografia di Batman. Lucca è diventato un festival della cultura popolare in senso lato; posso capire che qualcuno storca il naso, ma secondo me invece è una cosa positiva. È diventato un contenitore enorme, ma la mia impressione è che ci sia ancora posto per tutti, se lo vogliamo: per chi non sa nulla di fumetto, e vuole solo godersi l’esperienza, per l’impallinato che a breve verrà sfrattato di casa dai fumetti, per il cosplayer e l’amante delle graphic novel di nicchia. Secondo me, è giunto il momento di dimostrare che tutto quanto in cui abbiamo detto di credere fin qui non sono solo parole. Dobbiamo provare che quando diciamo che il mondo del fumetto, della cultura popolare in senso lato, è inclusivo non stiamo intendendo che è inclusivo per chi ci somiglia, ma lo è per chiunque voglia unirsi alla banda. Non è necessario condividere le passioni, serve solo saper stare di fianco a chi ne ha altre senza giudicare e senza volersi prendere tutto lo spazio.
Sono sedici anni che vado a Lucca, e, nonostante tutto, resta l’unica comunità cui sento di appartenere. L’ho detto molte volte, in questi giorni: ho difficoltà a sentirmi parte di qualcosa che esuli dalla mia famiglia e dai miei amici. Mi sento fuori luogo un po’ dappertutto, in tutti i circoli ai quali, in teoria, dovrei appartenere. Non mi sento come gli altri autori, fumettista non mi ci posso definire, scienziato non lo sono più, divulgatrice ho troppa poca esperienza…Il mondo di Lucca Comics&Games è l’unico cui sento di appartenere davvero, ed è così proprio perché è multiforme, cangiante, non ti vuole definire in nessun modo. Non saprei io stessa dire che comunità sia. Forse l’unica cosa che ci accomuna è il fruire di un immaginario, e percepirne tutta la potenza. Non lo stesso immaginario per tutti: per alcuni è il fumetto, per altri le serie tv, per altri ancora i film. Ma tutti percepiamo la forza che hanno avuto nelle nostre vite quei racconti, e vogliamo omaggiarli a modo nostro. Ecco, questo è il mio mondo. Vi prego, cerchiamo di non rovinarlo con settarismi vari, distinguo, o anche semplicemente comportamenti scemi. Ce la possiamo fare, ce l’abbiamo fatta fin qui.
Voglio chiudere con qualcosa che secondo me si inserisce perfettamente in questo discorso. È l’unico evento non legato al mio lavoro cui abbia assistito: Io Sono Cinzia, lo spettacolo teatrale tratto da Cinzia, il fumetto di Leo Ortolani cui io sono legata per innumerevoli ragioni che non sto qui a ripetervi. È stata in sostanza la prima cosa che ho fatto arrivata a Lucca, ed è stata forse la più intensa. Lo spettacolo, ve lo dico, secondo me è bellissimo: lo è perché è ben fatto, è divertente, appassionante, commovente, e recitato in modo straordinario. Lo è soprattutto perché è riuscito a cogliere lo spirito del fumetto, e trasporlo con un’adesione, una filologia, commoventi. Verso la fine dello spettacolo, d’improvviso su quel palco non ho più visto un attore che interpretava una transgender: ho visto una donna. Una donna vera, con un corpo diverso dal mio, ma non siamo tutti corpi differenti, varie declinazioni della stessa materia di base? E lei, Cinzia, era là, bellissima, come nel fumetto, in quelle pagine che mi avevano divertita fino alle lacrime e fino alle lacrime commossa, perché mi avevano spiegato cose persino su me stessa che non avevo mai saputo mettere in parole. Cinzia, il fumetto e lo spettacolo, non solo parlano di transessualità, di transgender, ma del nostro rapporto col corpo e la diversità. Per questo, è stato così bello vederlo messo in scena a Lucca. Perché Lucca per me è sempre stato questo: quei cinque giorni in cui il giudizio della gente viene sospeso, e tutti siamo solo ciò che siamo, nel profondo, al di là dei nostri corpi e di come appariamo.
Spero vada in tournée, perché merita di essere visto e condiviso, e sono stata così terribilmente contenta di essere stata là, quella sera, insieme agli amici, a vivere un’esperienza che a suo modo è stata unica.
Dunque, questa è stata la mia Lucca. Un atto d’amore lungo sedici anni. Al prossimo anno, con la pioggia, la stanchezza, ma anche gli amici, la soddisfazione, il piacere di essere là, ove tutto, per me, si allinea nel posto che gli spetta.

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Tutta Lucca Comics & Games 2019 minuto per minuto

Comincio da oggi a postare i primi appuntamenti confermati che ho a Lucca Comics & Games quest’anno. Siamo ancora in fase di elaborazione , per cui qualche orario potrebbe modificarsi; ciò che non cambierà è che sarò a Lucca dal 31 al 2 e avrò eventi ciascuno di questi giorni. Detto questo, cominciamo.
Andiamo per giorni. Il 31 ottobre, Halloween, ore 14.00, si parlerà un po’ di Monster Allergy con Katja Centomo, Arianna Rea e Fiore Manni. Alle 17.00, si va allo stand Mondadori, dove io e Ilaria Palleschi, bravissima autrice dei disegni e dei fumetti di Zoe&Lu, vi firmiamo roba fino alle 18.00 :P . Alle 18.30, passo dallo stand Audible, perché con loro, come sapete, stiamo registrando gli audiolibri del Mondo Emerso. E per il 31, è tutto.
L’1 novembre, alle 14.00 modererò un incontro sulla fantascienza intitolato “Quando Un Disco Volante Atterrò a Lucca”. Parterre ricchissimo, perché i partecipanti sono Bruce Sterling, i due scrittori di The Expanse Ty Franck e Daniel Abraham, anche storico collaboratore di Martin, Dario Tonani e Federico Carmosino.
Sabato 2 novembre, ore 14.00, sarò all’Auditorium S. Gerolamo con Sandrone Dazieri a parlare del fatto che siamo vecchi e sono quindici anni che meno il torrone con le eroine donne :P . Si parlerà ovviamente anche di Zoe&L e seguirà firma copie :) . Alle 17.00, invece, sarò all’Auditorium Fondazione Banca del Monte di Lucca, a parlarvi di Comics&Science e del fumetto che ho scritto per il progetto.
Non è tutto, essendoci almeno un altro evento da definire nel pomeriggio dell’1. Comunque, come vedete, abbondanza di eventi e occasioni di vedersi, come mai prima di quest’anno. Credo. Che sono sedici Lucche e inizio a confondermi. Vi metto pratico schemino qui sotto, ma comunque troverete anche tutto sulla colonna destra del sito a breve. See you in Luccam, space cowboy!

31 Ottobre
ore 14.00
Stand Tunué
Incontro su Monster Allergy con Katja Centomo, Arianna Rea e Fiore Manni.

ore 17.00
Stand Mondadori
Firma copie con Ilaria Palleschi

ore 18.30
Stand Audible
Intervista.

1 Novembre
ore 14.00
Quando un disco volante atterrò a Lucca. Con Bruce Sterling, Ty Franck, Daniel Abraham, Dario Tonani e Federico Carmosino.

2 Novembre
ore 14.00
Auditorium S. Gerolamo
Quindici anni di eroine, con Sandrone Dazieri

ore 17.00
Auditorium Fondazione Banca del Monte di Lucca
Presentazione sul progetto Comics&Science e il fumetto La Fanciulla e il Drago

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Carnival Row: ah, però

Ritorna la premiata – da nessuno – rubrica in cui vi parlo di cose che vedo. In genere ci finiscono cose che in qualche modo mi hanno colpita, e questa è una di quelle. Da quel po’ che ne ho letto in giro non se ne sta parlando molto bene, per cui credo sarà l’ennesima attestazione del fatto che di serie tv e cinema non ci capisco molto, ma vabbè. Sto parlando di Carnival Row, serie originale di Amazon Prime che al momento si trova solo in inglese, ma che, se ho capito bene, dal 22 novembre dovrebbe essere disponibile anche doppiata per chi, legittimamente, non ha voglia di leggersi i sottotitoli.
Allora. Non so bene da dove partire…ho iniziato a vederla perché è lavoro, e ho sempre avuto una fascinazione, soprattutto modaiola, devo confessare, verso lo steampunk. Serie fantasy + ambientazione pseudo-vittoriana, che dire, mi pareva un win-win. Ma non ho mai amato particolarmente Orlando Bloom, che qua è più o meno protagonista; Cara Delevigne non l’avevo mai vista recitare, per cui anche boh. Per dire che non avevo particolari aspettative.
Cominciamo col dire che la serie paga un pilot piuttosto brutto; delle otto puntate della miniserie – che volendo potrebbe anche finire qua, visto che il finale è socchiuso e la trama di stagione si conclude abbastanza chiaramente – la prima è la più debole. Tutto appare molto didascalico: mondo vittoriano quadratico medio sospeso tra tensioni razziali tra gli umani e gli esseri soprannaturali – fatine e satiri, principalmente – questi ultimi provenienti da paese in guerra quadratico medio dal quale devono fuggire su barconi per finire a fare i servi o le prostitute qui da noi. Se vi ricorda qualcosa è perché la tematica sociale è trattata con la delicatezza di un cantoniere e la metafora sbozzata a pesanti colpi di ascia. Pure i protagonisti sono la fiera della mediocrità: Bloom è il poliziotto tormentato uscito paro paro da From Hell, Delevigne la fatina tenace e incazzosa, ma comunque bitchy. Intorno, tutto ciò che uno si attenderebbe da questo prodotto: i ricchi stronzi e razzisti, il primo ministro progressista col figlio che va a donne di malaffare fatate e la moglie arrivista e manipolatrice. Tutto un po’ così, con l’aggravante che, in un contesto tutto sommato adulto, come si premurano di farci sapere le numerose scene di sesso bollente, ogni tanto ci sono le fatine che volano, con un effetto di rottura della sospensione di incredulità difficilmente eguagliato in passato. E a questo punto uno dice: quindi bocciato?
Ero sul punto di. Ma un amico mi ha consigliato di andare avanti, e l’episodio due non si nega a nessuno. C’erano poi degli evidenti punti di forza: un’ambientazione a dir poco clamorosa, sostenuta per altro da un reparto costumi e scenografie da strapparsi gli indumenti intimi, e delle gran belle musiche. Burgue, la città in cui la storia è ambientata, è un posto vivo e vero, pulsante, bellissimo.
Ora, io non so quand’è che ho iniziato ad appassionarmi. Forse all’episodio tre, l’immancabile flashback che racconta la storia del nostro detective e della nostra fatina, ovviamente amanti in passato e ora separati da una montagna alta così di cose fraintese e dalla perenne incazzatura di lei. A parte l’ambientazione, di nuovo, di una bellezza difficile da spiegare, con tutta quella neve, c’è una rappresentazione onesta e credibile della guerra, e anche la glicemia della storia d’amore è contenuta entro limiti accettabili. Ma, soprattutto, c’è un’interpretazione non banale, o comunque interessante, di Faerie: il mondo della libertà. Mentre Burgue è il posto in cui tutti devono sembrare qualcosa che non sono, reprimendo allo spasimo ogni desiderio, come da stereotipo vittoriano, ma spinto così all’ennesima potenza da diventare una cosa paradossalmente plausibile e interessante, Faerie è il posto dove ognuno può essere ciò che è, senza maschere. Lo dice esplicitamente un lupo mannaro; dominante, durante la trasformazione, è il senso di libertà.
Da quel momento in poi, non dico che il prodotto decolli, ma diventa una cosa interessante. Ok, i colpi di scena sono tutti prevedibili con un paio di puntate di anticipo – tranne uno, devo dire – tutti fanno più o meno ciò che ci si aspetta da loro, ma non è mancanza di fantasia: è più adesione al canone. È una storia di ambientazione vittoriana, che non nasconde i propri debiti, ma non cerca neppure di scimmiottare ciò che va al momento – a parte il sesso, che comunque scema quanto a gratuità avanzando con gli episodi -. A suo modo, è un prodotto di nicchia: ti deve piacere quella roba là, per apprezzare questa qua. Persino la regia, ogni tanto, ha qualche guizzo, e tutto scorre capace se non di appassionare, di far affezionare: a quel mondo, alle sue contraddizioni, soprattutto alla pletora di personaggi secondari, francamente più interessanti della coppia di protagonisti – anche se Philo più che altro paga essere interpretato da un Bloom un po’ fuori fuoco -. Sotto, c’è persino un messaggio, di nuovo, non banale e molto interessante sulla discriminazione e i muri, che non tengono soltanto fuori il supposto nemico, ma soprattutto rinchiudono noi. In questo caso, in una gabbia di apparenze che ci impediscono di entrare in contatto coi nostri desideri più profondi, accettandoli ed esprimendoli. Tutti, a Burgue, sono costretti ad essere altro da ciò che sono, perché le apparenze, i segreti inconfessabili, la società…in questo senso, le creature magiche sono un pericolo perché ci mettono in contatto con tutto ciò che di noi neghiamo e nascondiamo, quella parte più selvaggia che siamo convinti ci perderà, e invece è l’unica che può salvarci.
Ok, tutto questo non è detto con chissà quale straordinario grado di approfondimento. Non è un prodotto raffinato, e non vi farà fare bella figura in mezzo ai vostri pari dire che lo guardate, anzi. Perché, ahimè, a differenza di Game of Thrones questo è fantasy vero, e non vi dà alibi che vi permettano di darvi un tono. Ho letto in giro che sarebbe un’opera pretenziosa: francamente, no. È onesta il giusto, si permette quel che può. Anzi credo che gran parte delle critiche vengano da gente che ha visto solo il primo episodio, e lì si è fermato.
Io vi consiglio di procedere, certo se avete il palato adatto a questo piatto, e non tutti ce l’hanno. Non vi aspettate cose mirabolanti, è un prodotto con molti difetti, ma secondo me sa farsi amare. Due cose credo però siano superlative: l’ambientazione, in tutti i suoi aspetti, dai costumi, al trucco, alla costruzione stessa di The Burgue, e la musica. E, almeno per queste due cose, val la pena. Io, se viene la stagione due, non mi lamento affatto. Anzi :) .

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I Casi Impossibili di Zoe&Lu – Un’Amica da Salvare da oggi in libreria.

E quindi oggi è il giorno. Esce in libreria I Casi Impossibili di Zoe&Lu, la mia nuova serie. È una cosa piuttosto nuova per i miei standard, e quindi questo aumenta a dismisura la mia consueta ansia da pubblicazione. Ma fa parte del gioco, lo so da quindici anni. Il libro adesso è là fuori, non è più roba mia, è roba vostra, e spero vi piacerà :) .
Un po’ di informazioni a riguardo: su La Lettura di questa settimana, che potete acquistare in edicola fino al 28, c’è una mia bella e lunga intervista sul progetto, con tanto di un assaggio dei bellissimi disegni e fumetti di Ilaria Palleschi che troverete nel libro. Qui c’è una specie di extended version, in cui trovate, corredate da una delle bellissime foto che mi ha fatto qualche tempo fa Tiziano Toma, alcune domande che nel pezzo in edicola poi non sono state messe.
Qui c’è la primissima recensione del libro, da parte di chi lo ha letto in anteprima. Qui, invece, vi leggo la quarta di copertina.
Passiamo ai prossimi eventi. Venerdì 27 settembre, ore 21.30, parleremo un po’ di donne e scienza a Frascati, alle Scuderie Aldobrandini, con Graziano Ciocca, Viviana Fafone, Eddie Settembrini e Davide Paolino. Ci si prenota qua. L’evento fa parte della Notte Europea dei Ricercatori 2019.
Il giorno dopo, sabato 28 settembre, l’appuntamento è a Firenze, al Wired Next Fest; alle 15.30, presso la Sala d’Arme di Palazzo Vecchio, io, Emanuele Vietina e Andrea Gentile vi parliamo di cos’è Lucca Comics & Games.
Il 5 ottobre, ore 12.00, sarò di nuovo a Firenze per L’Eredità delle Donne; l’appuntamento è alle 12.00 al Saloncino della Pergola, con Chiara Valerio, Teresa Ciabatti, Simona Pedicini e Ivana Bartoletti per parlare di rappresentazione delle donne.
L’11 ottobre, ore 18.00, ci vediamo a Frascati, alla Libreria Mondadori; parleremo un po’ de I Casi Impossibili di Zoe&Lu.
Infine, il 12 ottobre, a partire dalle 12.00, a Frascati, alle Scuderie Aldobrandini, sarò uno degli speaker del TedX “From an Idea to an Avalance”.
Per ora è tutto. Per la miliardesima volta vi confermo che sarò a Lucca Comics & Games, con ogni probabilità dall’1 al 3 novembre, ma i dettagli ancora non li ho. Ma che ci vada è certo, mancano appunto solo date e orari.
Vi ricordo anche che dal 4 ottobre, su Rai5, ore 22.00 per le prime due puntate, e poi 23.15 per le successive, tutti i venerdì torna Terza Pagina, il programma che conduco; la formazione è la stessa, con Alessandro Masi, Federica Gentile e Emanuele Bevilacqua. Si parlerà come sempre di cultura alla nostra maniera :) .
Bene, ho detto più o meno tutto. Vi lascio con la consueta lettura del prologo di I Casi Impossibili di Zoe&Lu – Un’Amica da Salvare; ormai è una tradizione e non potevo esimermi. Buon viaggio, Zoe&Lu, spero resteremo insieme a lungo :) .

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Anticipazioni da I Casi Impossibili di Zoe&Lu + un sacco di altre cose che in un titolo non c’entrano :P

L’ho spammato un po’ ovunque, lo faccio anche qua: in coda al post, troverete un breve video in cui vi presento il primo libro della mia nuova saga, I Casi Impossibili di Zoe&Lu. Il primo libro uscirà il 24 settembre, il secondo, I Misteri della Streghe, il 29 ottobre.
Passiamo quindi ai prossimi incontri; non ho ancora smaltito la botta di adrenalina per il Festivaletteratura (trovate tutto qua), che già si pensa oltre :) .
Il 27 settembre, Notte Europea della Ricerca, ci vediamo in quel di Frascati, Scuderie Aldobrandini, alle 21.30. Saremo io, Viviana Fafone, Graziano Ciocca e Eddie Settembrini e Davide Paolino di Lercio. Si parlerà di donne e scienza, nel mio caso specifico, di donne e astronomia. Penso che ci divertiremo ;) .
Il 5 ottobre, invece, l’appuntamento è a Firenze, per L’Eredità delle Donne. I dettagli ancora non sono stati del tutto definiti, ma comunque l’appuntamento è alle 12.00.
Il 12 ottobre, invece, sempre a Frascati parteciperò al TedX lì organizzato. Anche qui, i dettagli sono da definirsi, ma per me è un piacere e un onore.
Nel mezzo, con ogni probabilità ci sarà un’altra cosetta che vi confermerò non appena avrò tutti i dettagli.
Ribadisco che sì, a Lucca ci sarò, è cosa certa, con ogni probabilità da venerdì a domenica.
Bon, è tutto. Enjoy questi due minuti scarsi di me che deliro e leggo cose :P . Ci vediamo in libreria!

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