Avevo visto promo e sneek peak della puntata, e avevo iniziato a tremare: quaranta minuti tutti dedicati all’uomo in nero e a Jacob? Promettente, ergo mi si era accesa la spia “possibile delusione stratosferica”. Perché ormai l’andazzo della stagione è chiaro: due risposte che aprono ottocento miliardi di ulteriori domande. A due puntate dalla fine.
Il giudizio finale? Poteva andare meglio e poteva andare peggio. Ma almeno la puntata è veramente ottima, tralasciando la questione risposte e sviluppo del plot principale.
Io credo che ognuno cerchi qualcosa in Lost. C’è chi apprezza le storie dei personaggi e il loro sviluppo, e dunque, ad esempio, è andato in brodo di giuggiole con l’episodio precedente. C’è chi invece ama l’isola. Punto. Tutto ciò che la riguarda, i suoi misteri, la sua essenza. In fin dei conti la grandezza dello show sta in questo: la capacità di offrire qualcosa al pubblico più diverso, e di essere letta e interpretata in modi differenti a seconda dello spettatore. Io appartengo all’ultima categoria, per cui amo quegli episodi che sono incentrati sulla mitologia dell’isola e sulla sua storia. Non a caso finora l’episodio più riuscito della stagione mi sembrava Ab Aeterno. Quest’episodio qui è l’isola. Indaga la sua storia, sfiora il tema della sua particolarità. Ma è soprattutto Lost distillato, contiene tutte quelle tematiche e ossessioni che hanno attraversato tutta la serie per sei stagioni. È un episodio denso e intenso, che ci racconta senza dubbio la storia più trita e vecchia del mondo, ma lo fa con pathos e partecipazione, fin quasi a farcela sembrare una cosa nuova. Amore e odio, violenza, matricidio e fratricidio, bene e male che si confondo, si compenetrano, e un senso di tragedia che si trascina attraverso i secoli. Ecco cos’è Across the Sea. Chi è il buono, chi è il cattivo? E ha ancora un senso parlare di Jacob e dell’uomo in nero in questi termini?
La storia comincia nel mezzo. L’epoca dovrebbe essere quella dei romani, visto che Claudia parla latino, ma chissà. Cosa è accaduto prima, non è dato di saperlo. Da dove è uscita la statua di Tawaret, perché l’isola è piena di geroglifici…niente. Ci sono due donne, e una delle due è incinta. E la storia comincia col sangue, con l’omicidio della neomamma. E già non è un bel battesimo per i due neonati, uno biondo e uno moro, come nei più triti stereotipi del genere: il gemello buono e il gemello cattivo. Jacob e l’altro, così inaspettato che la mamma non aveva neppure pensato ad un nome. Un bimbo quasi non voluto, eppure il più amato. Temi biblici che ritornano, dunque: il fratello più amato che tradisce, quello negletto che resta accanto alla madre fino alla fine, che si piega con triste rassegnazione ad essere il secondo in tutto, e che in un gesto finale, a chiosa di una storia tragica, accetta fino in fondo di essere tagliato fuori da un legame che si sviluppa contorto tra odio e amore, tra omicidio e redenzione. Come dicevo prima, Lost all’ennesima potenza.
Ora, la mamma adottiva, chiamiamola così, soffre pure lei del complesso di Allanon. E, forse per troppo amore o vai a sapere perché, alleva i figli nella menzogna: tace loro che oltre l’isola (Across the Sea, un titolo splendido che dice tutto) c’è un mondo intero, gli nasconde la presenza di uomini sull’isola, e non gli spiega manco il senso della permanenza sua e dei figli sull’isola stessa. ”È troppo presto”. E certo. E quando mai. Ma mentire non fa mai bene, e per fortuna di noi spettatori, uno dei due gemelli del destino non si accontenta. Nello specifico, il futuro man in black è assetato di conoscenza. E qui torna un altro topos di Lost: il contrasto scienza e fede.
Non c’è dubbio che il peccato originale dell’uomo in nero è la sete di conoscenza. Come Adamo ed Eva nel Giardino dell’Eden. L’uomo in nero vive in una specie di paradiso, in comunione con la natura, adorato da una madre che non fa mistero di preferirlo al biondo fratello, in pace con Jacob. Ma per lui sono valide le parole di De Andrè in Un Blasfemo
“Dio ingannò il primo uomo
lo costrinse a viaggiare una vita da scemo,
nel giardino incantato lo costrinse a sognare,
a ignorare che al mondo c’è il bene e c’è il male”.
L’idillio è basato sul sangue e sulla menzogna, e l’uomo in nero non ci sta. L’uomo in nero sogna meraviglie al di là del mare, sogna di conoscere gli uomini, alla cui stirpe appartiene e al contempo si sente superiore, e vuole sapere: cos’è la luce misteriosa, cos’è l’acqua che la madre protegge da secoli. Ma conoscere vuol dire morire. Il frutto maledetto è il mondo là fuori, che pure l’uomo in nero in fin dei conti disprezza: a Jacob dice che gli uomini sono davvero cattivi come dice sua madre, che sono meschini ed egoisti. Eppure lui non appartiene all’isola, e vuole immergersi in quella vita imperfetta, dolorosa, ma forse più vera del paradiso artificiale che sua madre ha costruito per lui.
Jacob non si fa troppe domande. Jacob è contento di quel che ha: la sua isola, una madre che lo ama, sì, ma giusto perché suo fratello l’ha abbandonata, e di fronte alla sorgente del potere dell’isola non si fa troppe domande. Cos’è la luce? Vita. Perché non possiamo darla agli uomini? Perché succederebbero cose brutte. Jacob accetta queste risposte. Jacob accetta di diventare sacerdote di un mistero che non conosce e non vuole conoscere. Jacob è uomo di fede. È interessante vedere come l’uomo di scienza disprezzi l’umanità, come se, ci suggerissero gli autori, la troppa conoscenza guastasse infine il gusto della vita, togliesse mistero a ciò che forse dovrebbe restare velato. L’uomo di fede invece ha fiducia. Perché guarda l’umanità da lontano, come suggerisce l’uomo in nero (“non ho mai potuto capire come si possa amare il prossimo. Secondo me, è impossibile amare proprio quelli che ti stanno vicino, mentre si potrebbe amare chi ci sta lontano.” dice l’Ivan di Dostoevskij)? Forse. Chissà. Ma la fede è questo. Aver fiducia senza prove,
credere, e con la forza di questa incrollabile fede, cambiare le cose.
C’è già in nuce tutto il dramma dell’isola, dell’eterno confronto tra Jacob e il fratello: l’uno che conduce di continuo innocenti sull’isola, per dimostrare all’uomo in nero che l’umanità può farcela, e l’altro che li induce sulla via della corruzione, per mostrare a Jacob che “they come, they fight, they destroy, they corrupt… and it always ends the same”. Lo dice la madre, ma sono le stesse parole che l’uomo in nero userà con Jacob un giorno, mentre dalla spiaggia vedranno arrivare l’ennesima nave, l’ultimo bottino di vittime sacrificali del loro gioco perverso.
Potrà sembrare strano, ma io sono per Jacob. Non credo che ci siano verità che non dobbiamo conoscere, anzi, e probabilmente, fossi al posto dell’uomo in nero, avrei fatto esattamente quel che ha fatto lui. Ma accetto anche che la vita è mistero, e che per quanto possiamo cercare non avremo mai tutte le risposte: per chi crede, c’è l’aldilà, per gli altri un puzzle senza soluzione. E per questo, sto con Jacob. Di pancia. Anche se la ragione mi dice che l’uomo in nero ha ragione da vendere, ha una mamma pazza, un fratello idiota e l’isola è un posto pallosissimo per passarci l’eternità. Ma mi affascina l’immagine di uno che accetta il destino per quel che è. È titanica la forza di una fede e di un amore così profondi che spingono ad un sacrificio inimmaginabile. Star lì a custodire una cosa che non si sa cosa sia, confinato su uno scoglio in mezzo al mare per l’eternità, senza compagnia e con un fratello che ti odia. Perché tutto gira intorno alla madre. E siamo di nuovo al tema della genitorialità, finora declinato in Lost sulla paternità. È la prima volta che il problema è una madre, e non un padre. Ma il tema è quello. L’uomo in nero si sente tradito da una madre che non vuole farlo crescere, che lo trattiene lì con la forza della menzogna. E l’omicidio che compie alla fine è un gesto strano, controverso. La madre vuole morire, è evidente. E lui quasi non vuole ucciderla. Ma se non pugnali i tuoi genitori, non cresci. Se non li colpisci a morte, non puoi lasciare l’isola e avventurarti nel mondo.
E al contempo, Jacob fa quel che fa perché ama la madre. Di un amore disperato e a senso unico. Accetta le sue verità, accetta di vivere nel sogno che la donna ha creato per lui, anche quando si tinge di tinte da incubo. Accetta le regole.
Ed ecco che si profila un’altra dicotomia; Jacob e il fratello in un certo senso sono l’immagine di un angelo e di lucifero. Jacob sottostà alle regole del suo creatore, anche quando sono francamente incomprensibili. L’uomo in nero si ribella, non può accettare di vivere nel buio.
La storia di questo paradiso perduto finisce tragicamente, e non può essere altrimenti. La madre muore, e Jacob ammazza (per lo meno figurativamente) il fratello. Abele diventa Caino. Vuoi la conoscenza? Eccotela. Ma la luce troppo forte acceca. Ed ecco il senso della trasformazione dell’uomo in fumo nero.
Ma sull’isola come nella vita, l’omicidio non serve a granché. Alla fine, Jacob si ritrova senza madre e senza fratello, perseguitato da un essere che d’ora in avanti sarà la sua nemesi, e cercherà di fargli la pelle in ogni modo. Per altro, non ha ottenuto l’amore di sua madre, che fino in fondo ha amato il “fratello cattivo”. A tutto questo non può che inchinarsi. Per questo, in una chiusa assolutamente splendida, seppellisce la madre e l’uomo in nero l’uno accanto all’altro, in quelle grotte in cui, tanto tempo prima, erano stati felici, prima che l’ansia di sapere distruggesse la loro innocenza. E il cerchio si chiude. Perché i due cadaveri sono l’Adamo ed Eva che abbiamo conosciuto nella sesta puntata della prima stagione.
Ora, fin qui l’esegesi della puntata. Poi, possiamo stare a parlare dell’aspetto più terra terra del tutto: c’hanno detto qualcosa di nuovo? E se sì, c’è piaciuto?
Sì, diciamo che ci hanno detto qualcosa di nuovo. Depenno addirittura un punto dalla mia
lista: sappiamo (più o meno) chi sono Jacob e l’uomo in nero, sappiamo come l’uomo in nero è diventato fumo. Ah, sappiamo chi sono Adamo ed Eva, che non è che a me fregasse molto, ma tant’è. Temo anche che ci abbiano detto tutto ciò che è dato sapere sulle proprietà dell’isola: l’isola è il posto dove c’è la luce e l’acqua misteriosa. Per il gas invece vi dovete arrangiare con l’ENI.
Al pezzo della luce misteriosa, un
mio amico è sbottato con “ma è una cazzata!”. Non mi sento di dargli totalmente torto. Più che una cazzata è una delle più grandi paraculate, come si dice a Roma, della storia dei telefilm. Ancora una volta, gli autori non scelgono di schierarsi né col fantasy più puro, né con la fantascienza. La luce può essere un po’ quel che vuoi: se ti piace il new age, è lo spirito vitale presente in ogni creatura blablabla, se sei scienziato duro e puro è una sorgente di energia di qualche genere (eletromagnetica, probabilmente) che quell’ignorantona della mamma dei Nostri non sa spiegare altrimenti. In ogni caso, gli autori si sono messi in una botte di ferro: dire di più significare fare un palloso spiegotto, quindi, cari spettatori, accontentatevi.
Ora, ci sono sicuramente casi in cui non è necessario spiegare il mistero. Un esempio tipico è il mostro di Cloverfield: sapere cos’è, da dove viene, non è necessario ai fini del godimento del film. Anzi, lo spettatore non vuole proprio saperlo, perché le cose sono messe in modo tale che saperlo lo sminuirebbe, lo farebbe diventare un godzilla qualunque, mentre così è l’incarnazione dell’ignoto, della tragedia insensata che può distruggere la vita di chiunque dall’oggi al domani, della guerra, del terrore, di quel che vuoi. Ma giustamente Giuliano ieri sera ha detto: “Cloverfield so’ du’ ore di film, ci può anche stare che non so cos’è il mostro. Lost sono sei anni di serie televisiva, e io non ci sto”.
Purtroppo, ha abbastanza ragione. In Lost le cose non sono affatto messe in modo tale che sapere cosa sia la luce sia indifferente. Perché quella luce lì è il centro (non tematico, ma della trama, direi) di tutto il telefilm. Non sapere cosa sia è quel che ha fatto esclamare a Gaspad: “Ma che cazzata!”.
Ora, io non sono rimasta delusa. Avrò standard di soddisfazione bassi. Online ancora non ho letto pareri, per cui non so la gente cosa dice, ma suppongo che sarà un coro di gente incazzata. In ogni caso, poteva andare peggio. Almeno abbiamo la luce, che ognuno di noi può riempire del significato che più lo aggrada. Per altro, secondo me quella luce lì è collegata alla piscina dell’acqua zozza al tempio. D’altronde, chi ci si bagna fa una brutta fine (Ben perde l’innocenza, Saiyd perde l’anima, l’uomo in nero il corpo).
Restano ovviamente due miliardi di domande: ok, le regole le ha fatte Jacob, che rosicava che suo fratello s’è inventato un gioco, e dunque, una volta padrone dell’isola, ha fatto lui le regole. Ma perché l’uomo in nero non può lasciare l’isola e Jacob sì? Questione di Karma con un particolare senso dell’umorismo, dato che l’uomo in nero vuole andarsene e Jacob invece gliene cale poco del mondo esterno?
E perché una volta fumificato l’uomo in nero perde il corpo?
Ce le diranno mai ‘ste cose?
Vai a sapere. Sul fronte delle risposte, dunque, stiamo ancora messi male. Per altro, mi spendo ancora ‘sti due cent sul finale (sarà la quindicesima volta che lo faccio, avrò le tasche piene di spiccioli, che volete

): i flashsideways sono il finale, tutti sono felici e contenti perché per qualche ragione l’isola sta in fondo al mare, per qualche ragione che capiremo tra due settimane. Addio luce, addio acqua, addio isola. Jack è riuscito là dove Jacob ha fallito: chiudere questo dannato ciclo di gente che arriva sull’isola, tira le zampe, si cerca un successore, poi c’è uno che gli girano i coglioni e vuole andarsene e l’altro glielo deve impedire, e via così in eterno. Non c’è più niente da proteggere. Quel che andava protetto, è stato distrutto, e sono tutti più contenti. Quel che resta è il ricordo di ciò che è stato, come un vago sogno. Che sarà quel che resterà anche a noi spettatori alla fine.
Comunque, chiudendo questa parentesi, dicevo che sul fronte delle risposte stiamo ancora un po’ così. Ma l’episodio è uno dei più belli di tutto Lost, così denso, così intenso, così
potente che tutto il resto passa in secondo piano. Non è da tutti prendere una storia così già vista e riempirla di un così forte senso del tragico, come se il mondo intero fosse condensato su quella dannata isola. Del resto, su quaranta minuti di episodio io mi sono dilungata in un’ora di scrittura. Per dire.
Insomma, io sono soddisfatta. Pazienza per i misteri. Pazienza per l’evidente incapacità degli autori di diluire domande e risposte sull’arco delle sei stagioni. Non c’hanno detto una ceppa per sei anni, e infine cercano di risolvere tutto in tre episodi, attaccati ad una stagione nel complesso fiacca. Ma, del resto, quando Lost è iniziato gli autori non sapevano quanto sarebbe durato. In queste condizioni è difficile, se non impossibile, distribuire per bene la tensione lungo l’arco narrativo. Lost è grande oltre i suoi difetti, almeno per me. E ieri sera mi ha regalato quaranta minuti splendidi.
Ultima nota:
anni fa gli autori dissero che quando si sarebbe scoperta l’identità di Adamo ed Eva tutti noi avremmo detto: “Wow, ma allora avevano pianificato tutto fin dall’inizio!”. Ecco, questa mi pare come quando succede una cosa, e tutti lì a dire, a posteriori, che Nostradamus l’aveva predetta. Ficcare due scheletri misteriosi in una grotta senza sapere chi cappero siano è una cosa facile. Poi uno una risposta fa sempre in tempo a inventarsela. E infatti…Prova ne sia che Jack aveva detto che i cadaveri erano morti da almeno una cinquantina d’anni, che a casa mia non fa 2000, come dovrebbe essere essendo i corpi della mamma e del fratellino di Jacob. Eh, ma sono i poteri dell’isola che preservano i corpi. Sì, vabbeh, e poi c’era la marmotta che incartava la cioccolata…