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Commentiamo insieme il telefilm del giorno: Lost 6×17-18

“Insomma, Lost finisce con l’anima de li…loro” disse Gaspad. Ed è vero. In senso metaforico e letterale.
Ci sono commenti che vanno fatti a caldo. Questo è uno di quelli. Sarà lungo, e impietoso, siete avvisati. Partiamo dalla fine.

L’episodio
Puntata doppia, come tutti i season finale di Lost. Solo che stavolta la cesura nel mezzo è assolutamente evidente, palese, e fastidiosa. Fino alla fine della prima metà tutto fila molto liscio. Buona tensione, buon intreccio, soprattutto grande intensità. L’apertura di puntata, con un volo Oceanic, è magistrale. Montaggio alternato per mostrarci là dove tutto è iniziato, insieme ai nostri on e off the island, quasi a ricordarci dove siamo arrivati in sei anni. Gli incontri, le rivelazioni che i personaggi hanno nella realtà alternativa procedono spediti, tutto sembra predisporsi bene. Addirittura, vediamo Desmond che scende nella sorgente della luce, una roba che non avrei sperato di vedere neppure nei miei sogni più sfrenati. E poi Jack e Locke che calano Desmond nel pozzo, come nella prima stagione davanti alla botola, tanto che gli autori si pregiano di mostrarci anche la stessa inquadratura del finale di quella stagione, con Locke e Jack che guardano di sotto.
Non mi interessava che non mi stessero dando alcuna risposta. L’episodio funzionava, e tanto bastava. Ma poi…
Poi inizia la seconda parte, che io faccio coincidere più o meno con la morte di Farlocke. Che innanzitutto viene liquidato con una mancanza di pathos stupefacente. La scazzottata tra Jack e l’unico vero cattivo (cattivo?) di Lost ha un che di parodistico che stona, fin dal momento in cui Jack fa lo zompo felino verso il nemico. Dopo sei stagioni in cui il fumo nero è stato l’incarnazione di un male cieco e spietato, insensato, basta una pallottola di Kate. Ok, sì, prima bisognava spegnere la luce bla bla bla. Ma in ogni caso basta una pallottola di Kate. Nessuna sottolineatura del passaggio di Farlocke dallo stato di dio a quello di semplice e vulnerabile umano, nessuna fine gloriosa di un personaggio che tutto sommato voleva solo essere libero. Niente. Basta. Una. Pallottola. Di. Kate.
Inoltre, sta scritto a pagina uno del manuale del buon sceneggiatore che non si ammazza il cattivo a quaranta minuti dalla fine. Perché poi allo spettatore del resto gliene frega più niente. Succedeva in Bioshock, ed è per questo che non l’ho mai finito, e succede qui. Tutto quello che viene dopo la morte del fumo nero è corollario.
Nella realtà alternativa tutti procedono verso un punto focale, il concerto, facendoci supporre chissà quale tremenda rivelazione finale. Dopo diciotto episodi ad aver fede che i flashsideways avrebbero condotto da qualche parte, sembrava finalmente che tutto dovesse finalizzare. Sull’isola, quanto meno c’è ancora spazio per qualche addio sentito, seppure telefonato. Il sacrificio di Jack è un po’ così, e Hurley che si commuove per una morte ormai non ci fa né caldo né freddo, tante sono le volte che s’è messo a piangere. Ben ormai non lo si capisce più. Uno splendido personaggio perso per strada. A parte che sembrava c’avessero detto che Locke voleva che ammazzasse qualcuno, e di questa cosa nessuno ha memoria, il suo uccidere Widmore è stato un gesto estemporaneo. Adesso sta di nuovo coi nostri. Mah.
Comunque, diciamo che fino a dieci minuti dalla fine il tutto, sebbene sempre più stanco, si poteva ancora digerire. Sono gli ultimi dieci minuti che fanno apparire sullo schermo frotte di squali tra i quali Jack fa slalom manco fosse alla 3000 siepi.
Nella fottuta realtà alternativa, tutti si trovano nella chiesa di Eloise. Jack entra. Tanto per pararci il culo, dietro di lui c’è una vetrata con su tutti i simboli religiosi del mondo. Fosse mai che qualcuno si offenda. Apre la bara del padre e, sorpresa, dentro non c’è niente. Si gira, e pof, c’è il padre. Che gli spiega che sono tutti morti. Che tutta la realtà alternativa è una specie di purgatorio, cui hanno avuto accesso una volta morti, chi prima e chi dopo, e adesso son tutti pronti per andarsene. Dove? Nella Luce, che è vita, morte, rinascita, mio nonno in carriola. Sull’isola Jack arranca moribondo, in una scena non priva di pathos. Peccato che di qua sia intento all’allegra rimpatriata nel paradiso de noantri con tutti gli amichetti che s’è fatto sull’isola, in una scena che può essere definita solo in un modo: trionfo del kitsch. Jack casca a terra, Jack si siede in chiesa. Jack torna nel campo di bambù dove s’era svegliato tre anni prima (tutto torna, la circolarità! guarda come siamo bravi!), chiusa sull’inquadratura stretta del suo occhio. Che si chiude (perché abbiamo finito proprio dove avevamo iniziato, visto che era tutto previsto?). The end.
Stucchevole. Banale. Inutilmente smielato. Questo è il finale di Lost. Un finale alla “volemose bbene” di cui proprio non capisco il senso. Dopo sei anni di reticenze, in una serie i cui autori hanno scelto di non rivelare niente, ma proprio niente di cosa sia l’isola, improvvisamente sul finale mi diventano espliciti, mettendo in scena una pantomima di al di là che non solo è inopportuna: è proprio ridicola. Dov’è quest’affetto straordinario che induce i personaggi a cercarsi dopo la morte, per altro? Voglio dire, cazzo gliene frega a Boone di ritrovarsi da morto assieme ad un Jin, col quale manco ha mai parlato? E invece Miles perché non sta con tutti gli altri? E Kate e Shannon che avranno da dirsi?
Avrei potuto tollerare tutto. La luce che non si sa cos’è, Hurley che diventa guardiano perché si interessa alle persone, se non ci fossero stati quegli ultimi dieci minuti. E quei dieci minuti riverberano su tutto il resto dell’episodio, si mangiano la stagione, e mi inducono a pormi dubbi su tutta la serie.

La stagione

La sesta stagione di Lost non raggiunge le vette di noia della terza, ma ci si avvicina molto. Una stagione per l’80% inutile, basata su un espediente narrativo che, adesso lo possiamo dire con certezza, è del tutto gratuito. I flashsideways sono solo un what if. Sono messi lì come riempitivo, perché ormai Lost ha quella struttura lì, e di flashback non se ne parla, dei personaggi ormai sappiamo vita morte e miracoli, i flashforward son finiti, non restava che inventarsi qualcos’altro. Ma i flashsideways non sono solo completamente inutili ai fini dell’intreccio. Sono anche noiosi. Non ci dicono niente di nuovo, e solo in alcuni casi soddisfano il nostro desiderio di vedere i personaggi felici e contenti. Salvo poi dirci in zona cesarini che so’ tutte cazzate, tanto sono tutti morti. Il che li rende anche inutilmente crudeli. Potevamo illuderci che da qualche parte, in qualche realtà collaterale, Jin e Sun fossero vivi e contenti. E invece no, abbiamo scherzato, sono solo in purgatorio. Inoltre, nel quadro non si capisce proprio il senso dell’immagine dell’isola sott’acqua di inizio stagione. Forse anche l’isola è morta e ha deciso di andare in purgatorio. Le mancava tantissimo Jack, aveva stabilito un bel feeling con lui e voleva rivederlo prima di entrare anche lei nella luce. Che è vita, morte, rinascita, ovviamente.
Comunque, anche in termini di sviluppo della trama, tralasciando i flashsideways, non ci siamo. La parte iniziale al tempio non ha alcuna ragion d’essere, se non perdere tempo. Dogen è un personaggio completamente sprecato, mentre altri, come Lennon e Zoey, non hanno semplicemente senso. Per il resto, i nostri si muovono avanti e indietro senza un perché, mossi da fini che non comprendiamo. L’impressione è che gli sceneggiatori non avessero davvero più niente da dire. Pensavo che almeno si fossero riservati qualcosa per il gran finale. Invece no. Il finale è fiacco quanto la stagione. Buono per dar l’addio ai personaggi, per chi li ha amati molto, ma insoddisfacente per chi come me ha amato l’isola. Per altro non è un finale. L’isola sta ancora là, immobile nel suo mistero, continuerà presumibilmente ad attirare gente che arriverà, combatterà e distruggerà, Hurley sarà sostituito da qualcun altro, e via così in eterno. Un finale sarebbe stato l’isola in fondo al mare. Un finale sarebbe stato Farlocke che stermina la razza umana across the sea. Evidentemente erano scelte troppo coraggiose.
In questo piattume generale, si salvano pochi episodi. Quelli connessi alla mitologia, come Ab Aeterno e Across the Sea, probabilmente uno dei migliori episodi di tutto Lost, l’unico capace in qualche modo di risvegliare in me la passione delle prime due stagioni, un paio particolarmente riusciti anche se non smuovevano di un millimetro la trama (quello dedicato a Hurley, o a Ben). Il resto è noia. Letteralmente.

Lost nel suo complesso

Io francamente non capisco. Ovviamente, dopo sei stagioni passate ad accumulare misteri su misteri, alcuni mistici, altri pseudofantascientifici, era ovviamente impossibile risolverli tutti coerentemente. Non era questo che si chiedeva a Lost. Quel che io mi aspettavo era un contentino a noi appassionati della mitologia. Un omaggio all’isola, oltre che ai personaggi. E dunque, fuor di metafora, una spiegazione, magari anche vaga, che riuscisse a riunire sotto la propria ala tre o quattro misteri maggiori. La prima stagione evidentemente girava intorno all’importanza degli enfant prodige. Non è stato un tema secondario nella serie. Una puntata intera ci ha spiegato che era male che Aaron crescesse senza Claire, per dire. Tutto ciò è stato semplicemente dimenticato. Sepolto. Non ci interessa più.
O ancora. Alla fine della seconda stagione è Sayid stesso a farci notare una statua con quattro dita dei piedi. da sola non ci avrei pensato. Segno che la cosa probabilmente era importante, probabilmente aveva un senso. Anche questa viene dimenticata. Non si sa perché le dita sono quattro e non cinque.
Si potrebbe andare avanti all’infinito. Ma la cosa che più mi fa incazzare è che in diciotto episodi passati per la maggior parte a perdere tempo, non ci sia stata la voglia di parlare della storia dell’isola. Perché i geroglifici, che ritroviamo anche sul tappo della luce? Com’è arrivata Madre fin lì? Quando è cominciata questa storia dei Custodi?
Ma veniamo anche alla Luce. Una spiegazione per i poteri dell’isola che potrebbe anche quasi starmi bene. Ma che non chiarisce nulla. Ma cosa sarebbe costato inventarsi qualcosa di un filo più concreto? L’isola è un pezzo di Atlantide, la Luce è la fonte di energia usata dagli atlantidei per i loro meccanismi, è generata da un reattore o vattelappesca, Madre è l’ultima di quella stirpe. L’isola è un’astronave aliena, stapparla fa partire i motori ed è il segnale per gli altri alieni in attesa là fuori di attaccare la terra. Sono due spiegazioni magari stupide, qualcuno avrebbe detto “che cazzata!”, ma che avrebbero in qualche modo chiuso la mitologia della serie, che così invece rimane tragicamente aperta.
Nessuno dice che gli autori dovessero sapere tutto fin dall’inizio. Mi sta bene che siano partiti con la semplice idea “naufraghi sull’isola misteriosa”, tanto più che quando negli USA parte una serie televisiva non si sa mai se arriverà fino alla fine, o quante stagioni se ne faranno. Ma mi aspetto che quanto meno si cerchi di chiudere qualcuno dei misteri inventandosi una spiegazione per via. Perché una storia deve avere una sua coerenza interna. Perché, ok, tematicamente un senso ce l’ha, ma se quel senso me lo veicoli con una trama, e non con un trattato di filosofia, allora devi inventarti una fine. E invece no. Invece gli sceneggiatori sembrano voler pervicacemente rifiutarsi di rispondere a qualsiasi cosa. Che potrebbe anche andare bene, se mi metti le cose nel modo giusto. Across the sea sembrava seguire questa strada. Va bene anche il misticismo. Va bene anche la spiegazione vaga, ammiccante. Ma non va bene la totale assenza ingiustificata di un elemento che tiri le fila. Non va bene usare il mistero solo per accrescere la suspance, senza che questa suspance si sciolga in qualche modo.
Non si capisce perché l’isola faccia fare a Locke quel che fa per quattro stagioni. Non si capisce cosa voleva la Dharma, non si capisce perché le donne non partoriscono, non si capisce perché gli altri hanno bisogno di un capo diverso da Jacob stesso, o Richard, non si capisce perché Jacob lascia l’isola e MiB no, e non si capisce perché, se è così vitale trovare un sostituto per Jacob, quest’ultimo non vada subito dai personaggi, appena precipitati, a dir loro la verità, spiegare dove si trovano e cos’è il fumo nero e chiedere loro di sostituirlo. E non si capisce neppure quale loop-hole abbia trovato MiB, che dice di aver passato l’inimmaginabile per uccidere Jacob.
Ogni elemento della storia non trova un senso in quadro più generale, ma è fine a se stesso. Ed è questo il vero problema, non le risposte ai misteri. Il problema è che tutto quel che genera inquietudine in Lost non fa parte di un progetto unico, studiato o meno da principio non ha importanza, ma serve solo ad aumentare la suspance, e, diciamocelo, fidelizzare lo spettatore con la promessa di future risposte. Tutto quanto visto in sei stagioni finisce per essere un puzzle di elementi mutuamente contraddittori, infilati dagli autori nella storia procedendo per accumulazione. E tutto questo non converge verso un fine ultimo. Tutto è slegato, come in una caccia al tesoro in cui il tesoro non esiste. È la mancanze del quadro, del contesto unico in cui infilare i vari elementi, a indispettire lo spettatore, non l’ansia di risposte. Se tutto sembrasse convergere, se gli autori avessero ceduto e avessero dato una spiegazione, per quanto inverosimile, allora Lost sarebbe stato una Storia, una grande Storia. Così è un patchwork di elementi vari, mal amalgamati tra loro.
Questo vuol dire che è stata una perdita di tempo, che Lost è una delusione? No.
Innanzitutto Lost vive della propria interattività. In Lost la comunità degli spettatori è parte dello show, come compreso dagli autori stessi che hanno espanso l’universo con campagne virali e giochi online. È stato probabilmente il primo telefilm a richiedere una fruizione attiva da parte dello spettatore, che non era più chiamato solo a guardare, ma a interpretare, a mettere insieme gli elementi e produrre teorie. È questo probabilmente il suo più grande merito. Ma è stata anche la sua condanna. È crollato su se stesso, sotto l’accumulo di teorie, di elementi diversi, di misteri inspiegabili che ne hanno soffocato l’anima stagione dopo stagione.
Cosa resta? Resta la capacità di Lost di colpire l’immaginario con storie seminali e archetipiche; non è un caso se spesso mi è capitato di sognare l’isola. Perché l’isola è mistero distillato, perché è al tempo stesso luogo di morte e di rinascita. In questo che c’è una straordinaria corrispondenza tematica che attraversa l’intero show, che almeno in questo ha saputo mantenere una sua coerenza. Lost è storia di morte e rinascita, di cose più grandi di noi, che non siamo in grado di capire, e cui possiamo avvicinarci con un duplice atteggiamento: quello dell’uomo di fede, che ad esse si abbandona sperando in un disegno più grande, e quello dell’uomo di scienza, che non si rassegna, che deve capire, a costo di distruggere. Il cammino dei personaggi è un cammino di consapevolezza crescente, l’isola denuda e riveste, ognuno incontra il proprio destino. E questo rimane, al di là di una trama che fa acqua da tutte le parti, al di là della Luce.
Restano gli attori, resta la scrittura di alcuni singoli, splendidi episodi. Resta probabilmente la forza e la compattezza delle prime due stagioni, le migliori, le uniche forse progettate con cura fin da principio. Il resto è stato navigare a vista, ma le prime due stagioni sono state grandi, e questo resterà, anche senza risposte, anche se resta la sgradevole sensazione che ci abbiano raccontato solo una parte, piccolissima, della storia, e che il resto non si siano neppure preoccupati di inventarselo.
Lost rimane al di là dei suoi difetti. È stato un viaggio, la nostra fede non è stata ripagata. Peccato. Poteva essere capolavoro, e non è stato. Il finale non è solo l’ultima tappa del viaggio. Il finale è il viaggio, e questo finale ci dice una sola cosa: che la storia non c’era e non c’è mai stata. Ma le storie, quelle piccole, sì. Ci si può accontentare o meno. Io un po’ sono arrabbiata, ma anche grata. Tutto sommato questi quattro anni me li sono goduti. Avrei preferito finisse diversamente, ma non sono pentita di questo lungo viaggio.

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Lost è finito

Lost è finito. Cioè, per me finirà stasera alle 00:30, quando avrò visto l’ultima puntata. Per il resto del mondo, invece, è finito due ore fa.
Ho iniziato a vedere Lost nel 2006 o giù di lì. Lo guardavo in italiano su Raidue, poi sono passata ai DVD in inglese. Oggi a stento ricordo le voci doppiate.
Ho passato un’estate intera, quella tra la seconda e la terza stagione, a giocare alla Lost Experience. Sono diventata una patita di Lostpedia, ho partecipato a vari forum, ho anche tradotto il fan site di Henry Ian Cusick, per gli amici Desmond, nonché una delle teorie dei fan su cosa fosse l’isola per un forum.
Mi sono appassionata, mi sono arrovellata, mi sono incazzata.
E ora, bon, è finita.
Qualche giorno fa su Serialmente qualcuno diceva che di fronte a Jacob che parla ai candidati davanti al fuoco si sentiva come alla fine dell’estate, quando le vacanze finiscono e si va tutti mogi a casa. È vero. Tira proprio quell’aria lì. Niente più conti alla rovescia per la prossima stagione. Niente più attesa del mercoledì, niente più visione collettiva con pizza. Niente più teorie non mi azzardo a dirlo, perché secondo me il finale ci lascerà con un sacco di domande in sospeso. In fin dei conti me lo aspetto anche.
In ogni caso, è un po’ un’epoca che finisce. Ho atteso molto questo momento, dall’ultima puntata della prima stagione, che si chiudeva sui faccioni di Jack e Locke che guardavano giù per la botola. Quanta acqua è passata sotto i ponti.
Ora, domani avrete il mio commento al finale, nonché un commento su tutta la sesta stagione e su Lost in generale. Sì, sarà un post fiume intollerabile e palloso. Tenete duro :P .
Per precauzione, i commenti a questo post sono chiusi. Capirete, stamattina non ho aperto nemmeno Repubblica onde evitare spoiler. Quando Irene s’è svegliata alle 6.30 per mangiare m’era venuta la tentazione di guardare la puntata su Sky, ma era già iniziata da mezz’ora, e poi stasera ho l’evento con gli amici. Ci si sente domani coi commenti a caldo.

P.S.
Scusate, l’ansia da finale mi ha fatto dimenticare di segnalarvi una cosa. Qui potete trovare una mia breve ma simpatica intervista per Radio Onde Quadre, rilasciata a Torino. Enjoy!
Intervista

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Commentiamo insieme il telefilm del giorno: Lost 6×15

E insomma ci siamo. Lunedì sapremo. O meglio, non sapremo, ma Lost sarà comunque finito. Ci resteranno miliardi di punti interrogativi, e con ogni probabilità un finale aperto a ottocento interpretazioni diverse. Lost si chiude su una stagione fiacca e raffazzonata, e si avvia al gran finale con una puntata molto così. Tensione narrativi ai minimi storici, per risollevarsi solo negli ultimi dieci minuti, as usual. Le cose procedono come previsto, con Jack se “si sacrifica, lo sa che è l’ultima speranza dell’umanitààààà”. Le lame boomerang invece girano a Farlocke, che non solo non ha un nome, non solo è stato sotto lo schiaffo di Madreeeee e sono duemila anni che cerca di andarsene senza riuscirsi, mo se la deve pure vedere col Topolino del Lost-verso. Comprensibile che voglia nucelarizzare tutto il cucuzzaro.
Ma veniamo al merito. La puntata è una di quelle che fa del McGuffin la sua ragione d’essere. Per dire, la questione Ben Widmore viene liquidata così, senza colpo ferire. E senza un senso, soprattutto. Ben spara a Widmore e morta là. Sì, Ben. Quello che fa l’elogio funebre a Locke. Quello che va coi buoni contro Locke. Improvvisamente, tempo due puntate, è tornato il simpatico figlio di puttana che tutti conosciamo. E quindi, per chiudere una story-line che evidentemente non portava più da nessuna parte, ammazza Widmore, ovviamente proprio quando quest’ultimo sta per rivelare una cosa un sacco un sacco importante a Farlocke. Sia mai che lo spettatore ci capisca qualcosa.
Nella realtà alternativa, dopo una puntata a perder tempo, voilà e torna Desmond il risvegliatore di anime dormienti, la qual cosa a quanto pare avviene a sprangate in faccia, almeno per quanto riguarda Ben, che se non prende il suo fracco di legnate quotidiano non è Lost. Inutile l’inserimento di Rousseau e Ana Lucia. Sì, ok, che bella la Rousseau non pazza, oh, dai, ma c’è anche Ana Lulu, ma in fondo, che ci frega? Gli autori sono davvero convinti che questa specie di strizzatine d’occhio ci possano far piacere, quando è evidente che la trama non va più da nessuna parte? E quindi morta là. Nel frattempo Hugo deve aver visto la luce, perché si ricorda improvvisamente tutto. Dieci e lode allo scambio di battute del secolo.
Hugo: “Lei non viene con noi?”
Des: “No, non è ancora pronta”.
Credo fosse il motto di stagione. “Non siete ancora pronti”. Sottotitolo: “E detto tra noi, non lo sarete mai”.
Poi, arrivano gli ultimi dieci minuti. Ormai s’è capito che questa è la stagione della zona cesarini. Arrivano gli ultimi dieci minuti e tutti vedono Jacob. E Jacob dice: “Adesso vi spiego tutto”. Non nutrivo alcuna speranza su questo spiegotto a un soffio dal finale. Perché, l’abbiamo visto nella precedente puntata, Jacob non sa una mazza. Neppure sua madre sapeva una mazza, se è per questo. L’unica speranza di capirci qualcosa è che l’isola improvvisamente acquisisca la parola e ci dica la verità. Ma forse anche lei non ha le idee ben chiare su cosa sia.
Comunque. La storia la sappiamo già. Tocca proteggere la luce da chi ci vuole attaccare il contatore, il fumo è tanto cattivo, se qualcuno frega la luce son cazzi, non si sa esattamente di quale natura. E Jack, che per una volta avrebbe pure avuto ragione a chiedere “Cioè? Ma che vuol dire?”, Jack che non poteva sopportare la fede di Locke, Jack uomo di scienza, dice: “Beh, bella lì, raga, l’uomo dell’enel lo faccio io”.
Ora. È vero, Jack è andato incontro ad un chiaro sviluppo psicologico. È vero che da tempo ce l’avevano fatto diventare uomo di fede. Ma è il come che mi lascia perplessa. Sbracando uno specchio e guardando il mare. Dopo quell’esperienza lisergica, Jack ha capito tutto. Buon per lui. Sarò io che sono troppo esigente, ma questo mi pare un altro McGuffin, per altro molto telefonato. Lo sapevamo tutti che sarebbe stato Jack. Lo sapeva anche Saiyd, che nella classifica di quelli “che sanno” sta all’ultimo posto. In ogni caso, Jack decide di fare una cosa che non si sa bene che sia per non si sa bene quanto tempo. Gaspad dice “alla faccia del contratto a tempo indeterminato”, e in effetti non ha tutti i torti. Beve l’acqua sulla quale Jacob ha bestemmiato in sanscrito e fa una faccia da “cazzo, ma ora so!”. Vorremmo sapere anche noi, ma non credo che avremo questo privilegio.
La puntata si chiude sul sempre ottimo Farlocke che ci dice che vuole distruggere l’isola, mandando tempo un po’ a femmine di malaffare la mia teoria sulla realtà alternativa. E questo è l’unico pregio di questa puntata fiacchissima. Che il finale resta un po’ un mistero fino all’ultimo. Ma per mantenere quel minimo di tensione narrativa, gli sceneggiatori hanno scompaginato le carte due miliardi di volte, col risultato che ormai qualsiasi cosa tirino fuori dal cilindro, non collimerà con qualche particolare disseminato lungo la stagione. Senza contare che se davvero la realtà alternativa non è il finale di Lost come dicevo, allora non se ne capisce il senso, visto che si presuppone diventerà importante solo nel season finale. O forse i nostri tireranno fuori dal cilindro un altro MacGuffin.
Kate: “Ma allora cos’è questa realtà che abbiamo vissuto finora?”
Des: “È vita, morte, rinascita”.
Ah beh.
Voi direte: ma come, la scorsa puntata ti aveva esaltata…Sì, perché al di là delle evidenti paraculate degli autori, era densa di senso e sottotesto. Diceva delle cose. Questa non dice niente. Chiude il chiudibile con discutibili espedienti di trama, posiziona tutti per il finale, ma non dice niente. Zero. Per cui è un elemento di raccordo senz’anima, che fa anche male il suo mestiere. E per questo sono spietata, mi spiace. Proprio perché Lost lo amo.
Vi lascio con poche speranze, ma comunque una certa fibrillazione, per lunedì, e con una sintesi di ciò che è Lost.

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Commentiamo insieme il telefilm del giorno: Lost 6×15

Avevo visto promo e sneek peak della puntata, e avevo iniziato a tremare: quaranta minuti tutti dedicati all’uomo in nero e a Jacob? Promettente, ergo mi si era accesa la spia “possibile delusione stratosferica”. Perché ormai l’andazzo della stagione è chiaro: due risposte che aprono ottocento miliardi di ulteriori domande. A due puntate dalla fine.
Il giudizio finale? Poteva andare meglio e poteva andare peggio. Ma almeno la puntata è veramente ottima, tralasciando la questione risposte e sviluppo del plot principale.
Io credo che ognuno cerchi qualcosa in Lost. C’è chi apprezza le storie dei personaggi e il loro sviluppo, e dunque, ad esempio, è andato in brodo di giuggiole con l’episodio precedente. C’è chi invece ama l’isola. Punto. Tutto ciò che la riguarda, i suoi misteri, la sua essenza. In fin dei conti la grandezza dello show sta in questo: la capacità di offrire qualcosa al pubblico più diverso, e di essere letta e interpretata in modi differenti a seconda dello spettatore. Io appartengo all’ultima categoria, per cui amo quegli episodi che sono incentrati sulla mitologia dell’isola e sulla sua storia. Non a caso finora l’episodio più riuscito della stagione mi sembrava Ab Aeterno. Quest’episodio qui è l’isola. Indaga la sua storia, sfiora il tema della sua particolarità. Ma è soprattutto Lost distillato, contiene tutte quelle tematiche e ossessioni che hanno attraversato tutta la serie per sei stagioni. È un episodio denso e intenso, che ci racconta senza dubbio la storia più trita e vecchia del mondo, ma lo fa con pathos e partecipazione, fin quasi a farcela sembrare una cosa nuova. Amore e odio, violenza, matricidio e fratricidio, bene e male che si confondo, si compenetrano, e un senso di tragedia che si trascina attraverso i secoli. Ecco cos’è Across the Sea. Chi è il buono, chi è il cattivo? E ha ancora un senso parlare di Jacob e dell’uomo in nero in questi termini?
La storia comincia nel mezzo. L’epoca dovrebbe essere quella dei romani, visto che Claudia parla latino, ma chissà. Cosa è accaduto prima, non è dato di saperlo. Da dove è uscita la statua di Tawaret, perché l’isola è piena di geroglifici…niente. Ci sono due donne, e una delle due è incinta. E la storia comincia col sangue, con l’omicidio della neomamma. E già non è un bel battesimo per i due neonati, uno biondo e uno moro, come nei più triti stereotipi del genere: il gemello buono e il gemello cattivo. Jacob e l’altro, così inaspettato che la mamma non aveva neppure pensato ad un nome. Un bimbo quasi non voluto, eppure il più amato. Temi biblici che ritornano, dunque: il fratello più amato che tradisce, quello negletto che resta accanto alla madre fino alla fine, che si piega con triste rassegnazione ad essere il secondo in tutto, e che in un gesto finale, a chiosa di una storia tragica, accetta fino in fondo di essere tagliato fuori da un legame che si sviluppa contorto tra odio e amore, tra omicidio e redenzione. Come dicevo prima, Lost all’ennesima potenza.
Ora, la mamma adottiva, chiamiamola così, soffre pure lei del complesso di Allanon. E, forse per troppo amore o vai a sapere perché, alleva i figli nella menzogna: tace loro che oltre l’isola (Across the Sea, un titolo splendido che dice tutto) c’è un mondo intero, gli nasconde la presenza di uomini sull’isola, e non gli spiega manco il senso della permanenza sua e dei figli sull’isola stessa. ”È troppo presto”. E certo. E quando mai. Ma mentire non fa mai bene, e per fortuna di noi spettatori, uno dei due gemelli del destino non si accontenta. Nello specifico, il futuro man in black è assetato di conoscenza. E qui torna un altro topos di Lost: il contrasto scienza e fede.
Non c’è dubbio che il peccato originale dell’uomo in nero è la sete di conoscenza. Come Adamo ed Eva nel Giardino dell’Eden. L’uomo in nero vive in una specie di paradiso, in comunione con la natura, adorato da una madre che non fa mistero di preferirlo al biondo fratello, in pace con Jacob. Ma per lui sono valide le parole di De Andrè in Un Blasfemo

“Dio ingannò il primo uomo
lo costrinse a viaggiare una vita da scemo,
nel giardino incantato lo costrinse a sognare,
a ignorare che al mondo c’è il bene e c’è il male”.

L’idillio è basato sul sangue e sulla menzogna, e l’uomo in nero non ci sta. L’uomo in nero sogna meraviglie al di là del mare, sogna di conoscere gli uomini, alla cui stirpe appartiene e al contempo si sente superiore, e vuole sapere: cos’è la luce misteriosa, cos’è l’acqua che la madre protegge da secoli. Ma conoscere vuol dire morire. Il frutto maledetto è il mondo là fuori, che pure l’uomo in nero in fin dei conti disprezza: a Jacob dice che gli uomini sono davvero cattivi come dice sua madre, che sono meschini ed egoisti. Eppure lui non appartiene all’isola, e vuole immergersi in quella vita imperfetta, dolorosa, ma forse più vera del paradiso artificiale che sua madre ha costruito per lui.
Jacob non si fa troppe domande. Jacob è contento di quel che ha: la sua isola, una madre che lo ama, sì, ma giusto perché suo fratello l’ha abbandonata, e di fronte alla sorgente del potere dell’isola non si fa troppe domande. Cos’è la luce? Vita. Perché non possiamo darla agli uomini? Perché succederebbero cose brutte. Jacob accetta queste risposte. Jacob accetta di diventare sacerdote di un mistero che non conosce e non vuole conoscere. Jacob è uomo di fede. È interessante vedere come l’uomo di scienza disprezzi l’umanità, come se, ci suggerissero gli autori, la troppa conoscenza guastasse infine il gusto della vita, togliesse mistero a ciò che forse dovrebbe restare velato. L’uomo di fede invece ha fiducia. Perché guarda l’umanità da lontano, come suggerisce l’uomo in nero (“non ho mai potuto capire come si possa amare il prossimo. Secondo me, è impossibile amare proprio quelli che ti stanno vicino, mentre si potrebbe amare chi ci sta lontano.” dice l’Ivan di Dostoevskij)? Forse. Chissà. Ma la fede è questo. Aver fiducia senza prove, credere, e con la forza di questa incrollabile fede, cambiare le cose.
C’è già in nuce tutto il dramma dell’isola, dell’eterno confronto tra Jacob e il fratello: l’uno che conduce di continuo innocenti sull’isola, per dimostrare all’uomo in nero che l’umanità può farcela, e l’altro che li induce sulla via della corruzione, per mostrare a Jacob che “they come, they fight, they destroy, they corrupt… and it always ends the same”. Lo dice la madre, ma sono le stesse parole che l’uomo in nero userà con Jacob un giorno, mentre dalla spiaggia vedranno arrivare l’ennesima nave, l’ultimo bottino di vittime sacrificali del loro gioco perverso.
Potrà sembrare strano, ma io sono per Jacob. Non credo che ci siano verità che non dobbiamo conoscere, anzi, e probabilmente, fossi al posto dell’uomo in nero, avrei fatto esattamente quel che ha fatto lui. Ma accetto anche che la vita è mistero, e che per quanto possiamo cercare non avremo mai tutte le risposte: per chi crede, c’è l’aldilà, per gli altri un puzzle senza soluzione. E per questo, sto con Jacob. Di pancia. Anche se la ragione mi dice che l’uomo in nero ha ragione da vendere, ha una mamma pazza, un fratello idiota e l’isola è un posto pallosissimo per passarci l’eternità. Ma mi affascina l’immagine di uno che accetta il destino per quel che è. È titanica la forza di una fede e di un amore così profondi che spingono ad un sacrificio inimmaginabile. Star lì a custodire una cosa che non si sa cosa sia, confinato su uno scoglio in mezzo al mare per l’eternità, senza compagnia e con un fratello che ti odia. Perché tutto gira intorno alla madre. E siamo di nuovo al tema della genitorialità, finora declinato in Lost sulla paternità. È la prima volta che il problema è una madre, e non un padre. Ma il tema è quello. L’uomo in nero si sente tradito da una madre che non vuole farlo crescere, che lo trattiene lì con la forza della menzogna. E l’omicidio che compie alla fine è un gesto strano, controverso. La madre vuole morire, è evidente. E lui quasi non vuole ucciderla. Ma se non pugnali i tuoi genitori, non cresci. Se non li colpisci a morte, non puoi lasciare l’isola e avventurarti nel mondo.
E al contempo, Jacob fa quel che fa perché ama la madre. Di un amore disperato e a senso unico. Accetta le sue verità, accetta di vivere nel sogno che la donna ha creato per lui, anche quando si tinge di tinte da incubo. Accetta le regole.
Ed ecco che si profila un’altra dicotomia; Jacob e il fratello in un certo senso sono l’immagine di un angelo e di lucifero. Jacob sottostà alle regole del suo creatore, anche quando sono francamente incomprensibili. L’uomo in nero si ribella, non può accettare di vivere nel buio.
La storia di questo paradiso perduto finisce tragicamente, e non può essere altrimenti. La madre muore, e Jacob ammazza (per lo meno figurativamente) il fratello. Abele diventa Caino. Vuoi la conoscenza? Eccotela. Ma la luce troppo forte acceca. Ed ecco il senso della trasformazione dell’uomo in fumo nero.
Ma sull’isola come nella vita, l’omicidio non serve a granché. Alla fine, Jacob si ritrova senza madre e senza fratello, perseguitato da un essere che d’ora in avanti sarà la sua nemesi, e cercherà di fargli la pelle in ogni modo. Per altro, non ha ottenuto l’amore di sua madre, che fino in fondo ha amato il “fratello cattivo”. A tutto questo non può che inchinarsi. Per questo, in una chiusa assolutamente splendida, seppellisce la madre e l’uomo in nero l’uno accanto all’altro, in quelle grotte in cui, tanto tempo prima, erano stati felici, prima che l’ansia di sapere distruggesse la loro innocenza. E il cerchio si chiude. Perché i due cadaveri sono l’Adamo ed Eva che abbiamo conosciuto nella sesta puntata della prima stagione.
Ora, fin qui l’esegesi della puntata. Poi, possiamo stare a parlare dell’aspetto più terra terra del tutto: c’hanno detto qualcosa di nuovo? E se sì, c’è piaciuto?
Sì, diciamo che ci hanno detto qualcosa di nuovo. Depenno addirittura un punto dalla mia lista: sappiamo (più o meno) chi sono Jacob e l’uomo in nero, sappiamo come l’uomo in nero è diventato fumo. Ah, sappiamo chi sono Adamo ed Eva, che non è che a me fregasse molto, ma tant’è. Temo anche che ci abbiano detto tutto ciò che è dato sapere sulle proprietà dell’isola: l’isola è il posto dove c’è la luce e l’acqua misteriosa. Per il gas invece vi dovete arrangiare con l’ENI.
Al pezzo della luce misteriosa, un mio amico è sbottato con “ma è una cazzata!”. Non mi sento di dargli totalmente torto. Più che una cazzata è una delle più grandi paraculate, come si dice a Roma, della storia dei telefilm. Ancora una volta, gli autori non scelgono di schierarsi né col fantasy più puro, né con la fantascienza. La luce può essere un po’ quel che vuoi: se ti piace il new age, è lo spirito vitale presente in ogni creatura blablabla, se sei scienziato duro e puro è una sorgente di energia di qualche genere (eletromagnetica, probabilmente) che quell’ignorantona della mamma dei Nostri non sa spiegare altrimenti. In ogni caso, gli autori si sono messi in una botte di ferro: dire di più significare fare un palloso spiegotto, quindi, cari spettatori, accontentatevi.
Ora, ci sono sicuramente casi in cui non è necessario spiegare il mistero. Un esempio tipico è il mostro di Cloverfield: sapere cos’è, da dove viene, non è necessario ai fini del godimento del film. Anzi, lo spettatore non vuole proprio saperlo, perché le cose sono messe in modo tale che saperlo lo sminuirebbe, lo farebbe diventare un godzilla qualunque, mentre così è l’incarnazione dell’ignoto, della tragedia insensata che può distruggere la vita di chiunque dall’oggi al domani, della guerra, del terrore, di quel che vuoi. Ma giustamente Giuliano ieri sera ha detto: “Cloverfield so’ du’ ore di film, ci può anche stare che non so cos’è il mostro. Lost sono sei anni di serie televisiva, e io non ci sto”.
Purtroppo, ha abbastanza ragione. In Lost le cose non sono affatto messe in modo tale che sapere cosa sia la luce sia indifferente. Perché quella luce lì è il centro (non tematico, ma della trama, direi) di tutto il telefilm. Non sapere cosa sia è quel che ha fatto esclamare a Gaspad: “Ma che cazzata!”.
Ora, io non sono rimasta delusa. Avrò standard di soddisfazione bassi. Online ancora non ho letto pareri, per cui non so la gente cosa dice, ma suppongo che sarà un coro di gente incazzata. In ogni caso, poteva andare peggio. Almeno abbiamo la luce, che ognuno di noi può riempire del significato che più lo aggrada. Per altro, secondo me quella luce lì è collegata alla piscina dell’acqua zozza al tempio. D’altronde, chi ci si bagna fa una brutta fine (Ben perde l’innocenza, Saiyd perde l’anima, l’uomo in nero il corpo).
Restano ovviamente due miliardi di domande: ok, le regole le ha fatte Jacob, che rosicava che suo fratello s’è inventato un gioco, e dunque, una volta padrone dell’isola, ha fatto lui le regole. Ma perché l’uomo in nero non può lasciare l’isola e Jacob sì? Questione di Karma con un particolare senso dell’umorismo, dato che l’uomo in nero vuole andarsene e Jacob invece gliene cale poco del mondo esterno?
E perché una volta fumificato l’uomo in nero perde il corpo?
Ce le diranno mai ‘ste cose?
Vai a sapere. Sul fronte delle risposte, dunque, stiamo ancora messi male. Per altro, mi spendo ancora ‘sti due cent sul finale (sarà la quindicesima volta che lo faccio, avrò le tasche piene di spiccioli, che volete :P ): i flashsideways sono il finale, tutti sono felici e contenti perché per qualche ragione l’isola sta in fondo al mare, per qualche ragione che capiremo tra due settimane. Addio luce, addio acqua, addio isola. Jack è riuscito là dove Jacob ha fallito: chiudere questo dannato ciclo di gente che arriva sull’isola, tira le zampe, si cerca un successore, poi c’è uno che gli girano i coglioni e vuole andarsene e l’altro glielo deve impedire, e via così in eterno. Non c’è più niente da proteggere. Quel che andava protetto, è stato distrutto, e sono tutti più contenti. Quel che resta è il ricordo di ciò che è stato, come un vago sogno. Che sarà quel che resterà anche a noi spettatori alla fine.
Comunque, chiudendo questa parentesi, dicevo che sul fronte delle risposte stiamo ancora un po’ così. Ma l’episodio è uno dei più belli di tutto Lost, così denso, così intenso, così potente che tutto il resto passa in secondo piano. Non è da tutti prendere una storia così già vista e riempirla di un così forte senso del tragico, come se il mondo intero fosse condensato su quella dannata isola. Del resto, su quaranta minuti di episodio io mi sono dilungata in un’ora di scrittura. Per dire.
Insomma, io sono soddisfatta. Pazienza per i misteri. Pazienza per l’evidente incapacità degli autori di diluire domande e risposte sull’arco delle sei stagioni. Non c’hanno detto una ceppa per sei anni, e infine cercano di risolvere tutto in tre episodi, attaccati ad una stagione nel complesso fiacca. Ma, del resto, quando Lost è iniziato gli autori non sapevano quanto sarebbe durato. In queste condizioni è difficile, se non impossibile, distribuire per bene la tensione lungo l’arco narrativo. Lost è grande oltre i suoi difetti, almeno per me. E ieri sera mi ha regalato quaranta minuti splendidi.

Ultima nota:
anni fa gli autori dissero che quando si sarebbe scoperta l’identità di Adamo ed Eva tutti noi avremmo detto: “Wow, ma allora avevano pianificato tutto fin dall’inizio!”. Ecco, questa mi pare come quando succede una cosa, e tutti lì a dire, a posteriori, che Nostradamus l’aveva predetta. Ficcare due scheletri misteriosi in una grotta senza sapere chi cappero siano è una cosa facile. Poi uno una risposta fa sempre in tempo a inventarsela. E infatti…Prova ne sia che Jack aveva detto che i cadaveri erano morti da almeno una cinquantina d’anni, che a casa mia non fa 2000, come dovrebbe essere essendo i corpi della mamma e del fratellino di Jacob. Eh, ma sono i poteri dell’isola che preservano i corpi. Sì, vabbeh, e poi c’era la marmotta che incartava la cioccolata…

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Commentiamo insieme il telefilm del giorno: Dexter 4×10

Lo so. Finora ho parlato solo di Lost. Ma non è l’unica serie che seguo. Si dà il caso che sia appassionata anche, tra le altre, di Dexter. Ho già avuto modo di parlarne.
Ora, il mio rapporto con Dexter è particolare. La prima serie l’ho letteralmente adorata: originale, compatta, ben scritta e ben recitata, mi aveva catturata fin dal primo episodio. Però temevo che l’idea non potesse reggere più di una stagione. In fin dei conti la prima era così perfettamente chiusa in se stessa, così autoconclusiva…Chiesi lumi per sapere se valeva la pena vedere la seconda, quindi mi buttai nella visione. La seconda, ça va sans dir, sta sotto la prima. Contiene uno dei personaggi più irritanti della storia della televisione moderna (Lilah, che sa rendere odioso anche l’accento british), ma è dotata di un bel po’ di tensione, e si regge su un’idea di base molto forte, così forte che io forse non me la sarei neppure giocata già alla seconda stagione. Poi c’è la terza. Là per là m’era piaciuta. Poi ho provato a rivedermela, e il sonno ha dominato. Ho rinunciato tipo alla settima puntata o giù di lì. Me la vedevo in ospedale quando ero in procinto di partorire. E mi annoiava. Tensione scarsa, un comprimario di cui stento a tutt’oggi a capire le motivazioni e un serial killer di stagione a dir poco ridicolo. Sì, la bella scrittura, il monologo interiore del nostro, tutte cose per cui valeva ancora la pena, ma sentivo che mancava lo spirito degli albori.
È stato dunque con una discreta dose di scetticismo che ho iniziato a seguire la quarta stagione su FX. Ne sentivo dire meraviglie, per cui avevo un minimo di speranze. Però non pensavo che sarebbero tornati i fasti della prima, perfetta praticamente sotto ogni punto di vista.
Le prime otto puntate m’hanno lasciata così. C’era uno splendido cattivo, ma la sensazione generale era che la serie non stesse andando da nessuna parte. Il primo brivido m’è partito quando si è scoperto che il Trinity Killer aveva una famiglia. Poi è arrivata la puntata nove. E finalmente Dexter è tornato ad essere quel che era in principio: una serie che scava dietro il sogno americano. Dexter, visto dall’esterno, è un bravo giovanotto cui non manca niente: una moglie bella e innamorata, figli simpatici e graziosi, una macchina e un buon lavoro. Lui è simpatico, carino, gentile. Ma è tutta facciata. Dietro c’è semplicemente il nulla e l’orrore. La nona puntata della quarta stagione gira tutta intorno a questo concetto: quanto male può nascondersi dietro la famigliola felice. Quanto male ci si fa, quanto orrori si nascondono sotto il tappeto di casa. Dal terrore di moglie e figli di Trinity, costretti a recitare il ruolo della famiglia perfetta, riunita intorno al desco e grata per le belle cose che ha, alla finta calma che si respira a casa di Dexter stesso, in cui sono riuniti un’adolescente inquieta, un serial killer e una moglie non proprio fedele, tutti sorridenti sul divano.
Lì ho capito che c’era speranza. Che per sette puntate gli autori avevano mosso le pedine, e che adesso stavano tirando le fila, mettendo finalmente insieme i pezzi sparsi del puzzle.
La puntata di cui il titolo è un capolavoro. Puro e semplice. Il tema è ancora la famiglia, declinata nella paternità. È il tema della stagione. Dexter è ormai padre, e prova a fare i conti col nuovo ruolo. Trinity padre lo è già, e sembra persino felice. All’inizio Dexter lo prende come esempio. Ma ecco che presto scopre cosa succede ad una famiglia in cui c’è il Male, quello vero, quello che scava e distrugge. Da un dramma familiare il Trinity è nato, dal sangue di sua sorella, dal suicidio di sua madre, dall’omicidio di suo padre. È alla famiglia sta tornando, nei suoi ciclici omicidi in cui ripercorre la tragica storia della sua vita, dalla regressione a ragazzo di dodici anni (e con quale maestria questa regressione ci è mostrata, quanto orrore nelle scene col ragazzino rapito, il trenino, il pigiama, una pantomima penosa e tremenda, una ricerca del tempo di un’innocenza forse mai posseduta davvero) fino all’omicidio del padre. Fino alla distruzione della sua stessa famiglia, costretta ad una recita non meno tremenda: fingere di essere felici quando si è terrorizzati, recitare la perfezione un giorno dopo l’altro per il plauso di un unico, tirannico spettatore.
E Dexter. Dexter che ci sembra umano perché ama i bambini e non ne tollera la sofferenza (ma il suo inconscio gli suggerisce che non è vero amore, che la sua è solo compassione per il bambino che è stato), ma che in verità c’è dentro fino al collo. E se all’inizio della storia pensa al bambino rapito dal Trinity mettendosi nei panni della vittima (“e se si fosse trattato di Cody, o di Harrison?”), alla fine della puntata capisce qual è il verso pericolo che insidia i suoi piccoli. Lui stesso. In una delle scene più belle di tutta la serie, Dexter culla il piccolo Harrison, e come ogni genitore gli promette che non permetterà mai a nessuno di fargli del male. Poi ci pensa un attimo, e lo dice: non permetterà soprattutto a se stesso di far del male al figlio. E questa è una frase che per Drxter ha un senso particolare, ma vale per ciascino di noi. Siamo i primi a far del male ai nostri figli, magari per troppo amore, perchè il mestiere di genitore nessuno te lo insegna, perchè ci tocca crescere e sbagliare con loro.
In questo quadro si infila la figlia di Trinity, anche lei distrutta dal Male cje suo padre rappresenta. Un rapporto malato, il loro, con un padre assente e una figlia bisognosa di attenzioni, un rapporto ahimé credibilissimo.
Insomma, senza alcun preavviso Dexter torna aubalrissimi livelli, tirando magistralmente le fila di quanto presentato finora nella stagione. Una cosa che mi aspetto da Lost, ma chissà…Intanto mi godo in grande stile il ritorno del mio serial killer preferito.

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Commentiamo insieme il telefilm del giorno: Lost 6×14

Ero stata ottimista a definire la critica al precedente episodio Il Sorpasso. Non basta una pausa di una settimana a cambiare le cose, e a tre episodi dalla fine (tre, ma vi rendete conto?) siamo ancora in alto mare, e in acque stagnanti, soprattutto.
Veniamo al problema principale dell’episodio. Della realtà alternativa non ce ne frega una mazza. Che succede? Succede che siamo tornati alla casella uno: Jack vuole aggiustare le cose, anche quando nessuno glielo chiede, e si incontra con Locke. Vaghissimo elemento di tensione narrativa, scoprire come quest’ultimo è finito sulla sedia a rotelle. Interesse per la questione, zero.
Uno dirà: è un tuo parere. No. Secondo me qua c’è un oggettivo (e grossolano) errore nello sviluppo della trama. Qualche episodio fa mi hai improvvisamente fatto capire che la realtà alternativa e quella sull’isola sono legate. È stato un episodio di svolta, e da allora la sottotrama della realtà alternativa ha girato intorno a Desmond che “tocca” i nostri per far ricordare loro la realtà dell’isola. Ora, improvvisamente, si riazzera tutto. Non si capisce che senso abbia avuto che Des abbia tirato sotto Locke. Locke non si ricorda niente, siamo di nuovo ad una realtà alternativa che funge da mero riempitivo. Ma davvero qualcuno degli sceneggiatori è convinto che dopo sei stagioni di flashback e flashforward ci sia qualcosa che non sappiamo dei personaggi? Ma ne abbiamo fin sulla punta dei capelli di Jack in missione per conto di dio e Locke con tendenze autolesionistiche. Ma basta. Ma che palle. Unico momento interessante, Locke che sussurra “I have to push the button”, ma probabilmente sta parlando di qualche bottone sull’aereo che stava guidando quando è precipitato col padre. E comunque non basta una battuta per dare un senso a venti minuti di divagazioni. Sì, ancora i personaggi che si guardano allo specchio. E capirai.
Sull’isola le cose non vanno meglio. Stiamo ancora a perdere tempo. Per esempio, il passaggio attraverso le gabbia dell’Hydra che senso ha avuto, a parte far guadagnare dieci minuti in più all’episodio? I personaggi continuano a muoversi avanti e indietro per l’isola senza un chiaro scopo.
Per lo meno, sull’isola le cose migliorano nettamente verso la fine dell’episodio. La scoperta (oddio, non tanto sconvolgente, devo dire, ma il dubbio comunque c’era) che Farlocke, machiavellico come suo solito, ha ordito per dieci puntate solo per mettere tutti i Candidati su un sottomarino e farli ammazzare tra di loro è un bel plot twist, e le scene sul suddetto sottomarino sono cariche di tensione, forti. Ma arrivano dopo che uno ha veramente perso le speranze, e dunque rovinano un po’ alcuni elementi molto forti. Tipo le morti.
A parte che non è mai una buona idea far fuori così, in dieci secondi, tre personaggi che ci tiriamo dietro da sei stagioni. È la sindrome del settimo della Rowling, in cui i morti sono così tanti che perdono tutto il pathos. Inoltre, era parecchio che Lapidus e Sayid avevano smesso di avere qualcosa da dire, senza contare che rimane sospeso il perché Sayid dopo la resurrezione sia diventato apatico (o chi lo riporta in vita, anche). Alla fine, quindi, ci interessa solo della morte di Jin e Sun, che è evidentemente una carognata decisamente alla Lost. Si sono appena ritrovati, Jin non ha mai visto live la figlia, sognano finalmente di potersene tornare in pace a casa e invece no, hanno da mori’ annegati.
Il pezzo è gestito bene, io alla fine tifavo anche che lui restasse lì con lei (sadismo?), uno si rattrista, soprattutto sull’immagine finale delle mani che si allontanano inerti l’una dall’altra. Cioè, fa male come è giusto che sia. Ma non si può basare un episodio solo su una cosa così.
Comunque.
Se dio vuole, a breve ci toglieremo dalle scatole anche Kate, spero muoia dissanguata, di setticemia, di tosse, quello che sia, basta che si leva dalle scatole. Anche lei non ha veramente più nulla da dire né da dare. Quando le hanno sparato sul mio divano è partita la ola.
Anyway, mi gioco i miei due cents sui prossimi episodi: muoiono tutti, tranne Jack, l’ultimo dei candidati, che per forza di cose diventerà il nuovo Jacob, e se la vedrà con Farlocke. Presumibilmente, nello scontro stirerà le zampe anche lui. E finalmente capiremo il senso della realtà alternativa.
Poi, possiamo star qui a far riflessioni sul fatto che ormai Jack è completamente un uomo di fede, che ha trovato il suo posto sull’isola, che metà di Lost è la storia del suo passaggio da uomo incapace di accettare la realtà a vero leader. Tutte belle cose. Ma resta il fatto che l’impressione è che questa sesta stagione si stia trascinando lentamente verso un finale nel quale non nutro poi grandi speranze. Era ora di finirla, questo è evidente. Forse potevano finirla addirittura con la quinta stagione, quando la tensione narrativa era ancora a buoni livelli. Sì, fin qui ci sono stati begli episodi, Lost è sempre Lost, sta comunque una spanna sopra una buona metà degli altri prodotti televisivi simili, ma lo spirito s’è perso per strada. Adesso vedremo il finale, che magari sarà spettacolare. So che online sono apparse pagine del copione dell’ultimo episodio, ma io non ne voglio sapere niente. L’unica ragione per cui sto continuando a sorbirmi gente che va a spasso per la jungla è il finale, scoprirlo prima vuol dire togliermi l’ultimo piacere della visione di Lost.
Meno tre, dunque. In ogni caso, Lost mi mancherà. Poche cose hanno inciso un segno così profondo nel mio inconscio e nel mio immaginario.

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Commentiamo insieme il telefilm del giorno: Lost 6×13

Se i post di commento a Lost non avessero titoli standard, questo lo avrei intitolato La Sinusoide o Il Sorpasso. Vado a spiegare il perché.
La sinusoide: ormai funziona più o meno così: episodio bello, episodio a perder tempo, episodio bello, episodio a perder tempo. Questo è a perder tempo. Tutto il succo è concentrato nel prologo della puntata, nel quale non solo ci viene fornita l’unica “rivelazione” dell’episodio (per altro molto telefonata), ossia che Christian era Farlocke, ma c’è anche lo splendido confronto tra Jack e Locke. Peccato finisca a tarallucci e vino. Dopo tutto ‘sto casino, che sembrava che le tredici puntate fin qui servissero a schierare i pezzi sulla scacchiera, in modo che ciascuno si trovasse schierato con la propria fazione, va tutto a femmine di malaffare, visto che i candidati sono tutti insieme e contro Farlocke c’è rimasto solo Widmore.
Il sorpasso: sull’isola, diciamocelo, ormai è elettroencefalogramma piatto. Gente che va, gente che viene, ma in tredici puntate non è successo niente di significativo. Due cose messe lì per farci dire “Wow!” (la caverna, il faro) e poi morta lì. È dai tempi del mai dimenticato tempio che le parti sull’isola non smuovono la trama di un millimetro. Stanti così le cose, e considerato l’episodio di svolta su Desmond, ormai le parti offshore sono le più interessanti. E infatti a ‘sta botta sbuffavo sull’isola, mentre seguivo con passione gli sviluppi nella realtà alternativa. Lì c’era tensione narrativa, lì i personaggi facevano qualcosa, c’era la sensazione che da un momento all’altro ci sarebbe stata la svolta. Tipo che tutti finiscono nell’ospedale di Jack, in pratica, tipo che tutti si ricordano Locke.
Ora, capisco che questo episodio è evidentemente introduttivo al quintetto finale, tanto è vero che sarà seguito da una pausa di una settimana nelle trasmissione, ma l’impressione è che, a parte qualche luminosa eccezione, tutti gli episodi fin qui siano stati una preparazione, lunga e inutile, al finale. Eppure non sarebbe stato difficile. Anche solo a svelare un mistero a puntata ci avrebbero riempito fitti fitti tutti i diciotto episodi. Ma la strada scelta non è stata questa. Posso anche capire che fare un sesta solo di “soluzioni” potesse sembrare riduttivo, ma anche tirare in lungo in attesa del gran finale non mi sembra una grande idea. Comunque. Ormai siamo in ballo, non si può che ballare. Attenderemo queste due settimane, e poi dovrebbe essere tutto in discesa. Nella speranza che le ultime cinque puntate di Lost siano un’unica, potente cavalcata.

In sintesi: questa stagione è gestita male. L’impressione è che avessero proprio finito le cose da dire, per cui la stanno tirando in lungo fino al finale, che a questo punto spero sia degno di questo nome. Con queste tredici

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Commentiamo insieme il telefilm del giorno: Lost 6×12

O. Mio. Dio.
Non pensavo che sarebbe mai giunto questo giorno. In effetti ho peccato di mancanza di fede, ma non mi sento di biasimarmi. Voglio dire, i presupposti c’erano tutti, erano tipo due stagioni, forse pure tre che i sussurri non si sentivano, per cui…io…
Ok. Today is the day. Per la prima volta da quando l’ho scritta, depenno una cosa dalla lista dei misteri di Lost che vorrei veder svelati pena l’andare a dar fuoco all’ufficio degli sceneggiatori (mi sento molto Jacob, lo ammetto :P ). Si tratta del mistero numero 2, cosa sono i sussurri. Ora lo sappiamo (più o meno). E confesso che io non me lo immaginavo. Torna prepotentemente a galla l’ipotesi purgatorio, allora. O no. Boh. Certo, la rivelazione è buttata un po’ là, senza tanto pathos, ma è peccato veniale.
Per quel che riguarda la puntata nella sua interezza, si conferma che lo scorso episodio ha segnato un punto di svolta. Finalmente i flashsideways hanno un senso, e uno se li gode anche di più. Quello di Hugo è stato particolarmente gustoso, perché attraversato da una vena sottilmente inquietante dovuta anche alla presenza di Libby, che a me ha fatto sempre un po’ angoscia. Il richiamarsi alla realtà “vera”, la curiosità di sapere se Hugo avrebbe ricordato, l’oscura presenza di Desmond, che ormai pare veramente aver capito tutto, e il finale col botto (metaforico e figurato) hanno reso la storia della reltà alternativa godibile, a suo modo tesa, senza essere al cardiopalma. Sull’isola, continua il via vai un po’ senza costrutto dei nostri, anche se siamo arrivati pure qua ad una svolta: i candidati sono arrivati da Farlocke, adesso vediamo che succederà.
Nota di demerito per la morte di Ilana. Artz lo potevano anche far esplodere così, senza ragione, perché in fin dei conti era un personaggio ultra-secondario, ma Ilana no, e che cavolo. Sembrava che avesse delle cose da dire, invece fa la morte più idiota della storia ed esce dallo show incompiuta. Posso anche capire che ha fatto il suo tempo e non ci serve più, ma, dio mio, un’uscita di scena un po’ più significativa? Comunque, Lost ce l’ha un po’ questo vizio di ammazzare la gente così, a uffa (vedi il mai dimenticato Dogen). Valgono come non mai le parole di Ben al riguardo
“There she was – handpicked by Jacob, trained to come and protect you candidates, no sooner does she tell you who you are, then she blows up. The Island was done with her. Makes me wonder what’s gonna happen when it’s done with us.”
Per il resto, Terry O’Quinn si conferma troppo un grande. Gli sguardi che regala a Farlocke sono impagabili: sembra davvero che sia un’altra persona. A proposito del nostro MIB, due domande: perché il fanciullo nella foresta lo terrorizza così tanto? Vabbeh, sì, poi ci sarebbe anche chi è il fanciullo nella foresta, ma tralasciamo. Due, com’è che si guarda così storto con Jack, ricambiato per altro, al momento del loro incontro. Che sia vero che Jack è il prossimo Jacob? Per altro, ho l’impressione che il personaggio Jack abbiamo compiuto la propria parabola. Basta con ‘sta passione del fix a tutti i costi, ormai si è affidato del tutto all’isola. E così ci piace anche di più.
Resta il punto di domanda Des. E non parlo solo del suo doppio carpiato ritornato coefficiente di difficoltà 3.5 nel pozzo, ma proprio di cosa gli abbia tolto la paura, per rimanere alle sue parole. È evidente che lui sa, che è evidentemente convinto che neppure la morte lo può fermare. Sarà perché nella realtà alternativa ha iniziato il suo sporco lavoro? Chissà.
Si conferma infine che la costante è l’amore. Tutti ricordano il passato rivedendo la persona amata. Tutti tranne la significativa eccezione di Locke, che deve fare un volo. La chiusura dell’episodio sul suo volto insanguinato che pare acceso da una nuova consapevolezza spalanca abissi di interrogativi per il prossimo episodio. Sento che quando Locke ricorderà la timeline originaria per Farlocke saranno cavoli amari. Vedremo se avrò ragione.
Comunque, episodio davvero molto godibile, che ho seguito con gran piacere.

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Commentiamo insieme il telefilm del giorno: Lost 6×11

Credo che anche questa puntata sia da ascrivere al novero di quelle “che spiegano”. In effetti aggiunge elementi nuovi alla trama che sorreggere questa sesta, altalenante stagione. A me comunque ha fatto venire il mal di testa.
Desmond è tra i miei personaggi preferiti. Sarà l’accento british e un po’ scottish, sarà la vena di follia, o forse la bellissima e struggente storia d’amore con Penny (che per me resta la storia d’amore di Lost), ma mi è sempre molto piaciuto. Confesso però che dalla terza stagione in giù le puntate a lui dedicate mi hanno sempre lasciata interdetta. Bellissima la fine della seconda stagione, ma le altre sono sempre un po’ troppo aggrovigliate per i miei gusti. Questa Happily Ever After non fa eccezione.
La prima metà lascia un po’ così. Fa piacere vedere Des che fa la bella vita, che è apprezzato da Widmore ed è tutto sommato felice. Ma in fin dei conti, come in tutti i flashsideways, non è che ce ne freghi più di tanto. Ma ecco che arriva l’elemento perturbante che, devo dire la verità, è inserito in maniera egregia. Charlie parla della sua esperienza premorte, e tutti siamo un po’ convinti che la tipa bionda che intravede sia una specie di personificazione della morte di eridaniana memoria. E invece no. Perché nel momento in cui la macchina di Des cade in acqua, le due realtà finalmente collidono, e Des ha una visione di ciò che avrebbe dovuto essere. Da questo punto in poi, la puntata si fa tesa e decolla.
Ora, undici puntate per collegare la realtà alternativa a quella, diciamo così, canonica sono state troppe. Il risultato è stato tirare troppo la corda, e rovinare un espediente, quello dei flashsideways, che poteva funzionare. Però pare finalmente che si veda la luce. Allora le due realtà sono collegate, non si tratta solo di meri what if messi lì per allungare il brodo. E, a dispetto dei miei ragionamenti, la realtà alternativa non ha a che fare col finale della stagione in corso, ma con quello della stagione precedente, e lo scoppio della bomba.
Le cose iniziano a tornare, persino il fatto che Des sia stato definito nella scorsa stagione una costante acquista un nuovo significato. È lui la chiave, ancora una volta. L’uomo che suo malgrado si sposta tra presente e futuro, tra i mondi possibili, ancorato eternamente alla sua costante: Penny. Gaspad, che fa parte del mio gruppo di visione di Lost, dice che Des sorride, quando si risveglia nella stanza dei solenoidi, perché ha capito che qualsiasi cosa avverrà Pen è la sua costante, che in tutte le realtà è destinato ad incontrarla, ad amarla e a esserne ricambiato. E in effetti sembra che questa sia la costante di tutti i personaggi: l’amore. Charlie non vede la morte, mentre sta soffocando nel bagno del volo 815: ha visto Claire. E Daniel inizia a ricordare quando vede Charlotte. L’amore ci salva? Forse.
Il discorso con la Hawking è come al solito criptico, troppo per i miei gusti. Confesso di averne le palle piene di tutti ‘sti Allanon che non fanno altro che parlare di “that guy”, manco fossimo in Excell Saga, facendo giri di parole per non tirare fuori i nomi, o che protestano che “non siamo ancora pronti per la verità”. Lo siamo da sei stagioni, direi, e con noi i personaggi.
Inquietante la chiusa della parte sull’isola. Des che sembra del tutto indifferente a ciò che accade, tanto che prima dice a Widmore che è pronto a collaborare, poi segue docilissimo Sayid, ricorda molto Locke post-mortem. Qui è pieno di personaggi che escono stravolti da esperienze “al limite” (anche Sayid, a ben pensarci). Le domande, intanto, restano.
La realtà alternativa è male, visto che sembra che Des voglia modificarla? E perché? E come si collega la creazione della realtà alternativa col grande scontro Farlocke Jacob?
Enigmi, enigmi nell’oscurità.
Insomma, un buon episodio, che più che altro promette di farci capire finalmente dove questa stagione stia andando. Resta il fatto che la tensione narrativa è mal gestita lungo l’arco di questi undici episodi. Gli elementi di mistero vengono tirati oltre il limite del sopportabile, puntate moscie si mescolano ad episodi in cui il ritmo narrativo accelera all’improvviso. Mi aspettavo di meglio dalla season conclusiva. Forse è solo il segno che è proprio giunto il tempo che Lost finisca, prima di finire in vacca, come in genere accade con le serie televisive americane. Qualcuno dirà che in vacca c’è già finito da tempo, ma io, come avrete capito, non concordo. In ogni caso, vedremo se la prossima puntata, presumibilmente dedicata a Hurley, sarà il solito riempitivo à la Tricia Tanaka is dead, o ci dirà qualcosa di nuovo.

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Commentiamo insieme il telefilm del giorno: Lost 6×10

Non mi ha fatto bene rivedermi Ab Aeterno prima di questo The Package. Tanto il primo era intenso, puro Lost, tanto il secondo torna a disporre le pedine sulla scacchiera. Che, per carità di dio, deve essere fatto, ma ci vuole per forza tutto questo tempo?
Il passato di Jin e Sun non ha mai riscosso il mio interesse. Le loro puntate le ho sempre trovate tra il noioso e l’indifferente. Figurarsi dunque quanto possa avermi appassionato il flashsideway. Ormai è ufficiale: a meno di luminose eccezioni (Dr. Linus), questa nuova forma di narrazione lascia il tempo che trova. La tensione narrativa è quasi sempre ai minimi storici, e non è difficile capire il perché: sull’isola sta per scatenarsi l’apocalisse, con tanto di pseudosemidei pronti a tutto, quanto può interessarci sapere cosa accade nella realtà alternativa? L’unica curiosità era sapere se Jin e Sun fossero sposati o meno, problema risolto nei primi cinque minuti di narrazione. Da quel punto in poi, noia. Anche perché non dubito che i flashsideways siano collegati strettamente alla trama principale, ma questo collegamento non viene in alcun modo né suggerito né rimarcato. La sensazione è quella di assistere ad un riempitivo con qualche Easter Egg per i fan (Bakunin che si becca un proiettile proprio nell’occhio).
Stavolta anche sull’isola gli avvenimenti faticano ad ingranare. Richard torna, ma non si sa per fare cosa. Locke va da Widmore, ma a parte un confronto verbale siamo sempre fermi lì. Sì, ok, ormai abbiamo ben chiaro che i piloni servono non tanto “to protect us from the Island’s abundant and diverse wildlife”, quanto a contenere il fumo nero, ma ce lo immaginavamo già. Ok, questo ci dice che la Dharma con ogni probabilità ne sapeva più di quanto dava a vedere sulla caratteristiche e gli abitanti dell’isola, ma non vedo dove questa sottotrama possa portarci. Ho l’impressione che la quinta stagione abbia esaurito le risposte sulla Dharma, che ormai nel Lost-verso è morta e sepolta.
Il cliffhanger della puntata stavolta è un po’ telefonato: ce lo immaginavamo chi fosse il pacchetto. In fin dei conti ce la menano da quattro stagioni con Desmond che è importante, che è la variabile, che se non pigia lui il bottone finisce il mondo e via così.
Insomma, visto che siamo oltre il giro di boa della sesta, ormai posso dirlo: avrei preferito una stagione più compatta. Ormai sembra che un buon 70% delle puntate servono solo a sistemare per bene lo scenario del gran finale. Ma non puoi farmi dieci puntate a mettere in gioco le pedine. Lo so che nelle storie gli elementi di raccordo che portano dalla scena madre A alla scena madre B sono fondamentali, ma dovrebbero essere costruiti con quel minimo di tensione narrativa, e comunque ridotti al minimo, onde non inficiare la scorrevolezza della narrazione.
Non sto dicendo che fin qui non è successo nulla. Ma a fronte di ottime puntate, ben costruite, con un loro senso anche al di là della trama principale, ce ne sono altre che sono davvero troppo preparatorie. Nel complesso, ossia considerando l’arco narrativo delle sei stagioni, si sarebbe potuto distribuire meglio l’insieme della narrazione dei personaggi, dello sviluppo delle sottotrame e della trama principale. Invece in alcuni momenti s’è pigiato sull’acceleratore, in altri si è frenato. E la sesta esprime al meglio questo difetto di fondo.
La prossima dovrebbe essere Desmond-centrica. Mi sa che ci tocca un altro flashsideway, di Desmond che magari non è un povero sfigato, ma non credo che questo possa fare la differenza. Vedremo se invece sull’isola ci sarà un qualche sviluppo, o ancora assisteremo a vani spostamenti dei personaggi dall’isolona o all’isoletta, dalla spiaggia all’entroterra, e via di pellegrinaggio in pellegrinaggio.

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