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1
settembre 2010

Nel mio quartiere c’è un centro commerciale. Non è una cosa strana. A partire dal ‘90 o giù di lì, quando aprì Cinecittà 2, il primo centro commerciale, a Roma hanno iniziato a spuntare come funghi in ogni dove. Adesso c’è questo nuovo modello che sta colonizzando ogni buco libero in periferia: quartiere + centro commerciale. Tutti più o meno identici, tutti avvolti intorno al Raccordo. Ecco, il mio quartiere è uno di quelli. E ha il suo centro commerciale.
Quando aprì, confesso, fui contenta. Vivevo da sola da poco, e avere il supermercato sotto casa era una comodità senza pari. Poi lì provai per la prima volta il giapponese, e me ne innamorai, e fraternizzai col proprietario. Poi feci amicizia con la gente della libreria, e iniziai ad andarci sempre più spesso. E insomma, sto lì almeno una volta a settimana per i motivi più svariati: spesa, acquisto libri, acquisto cena che non ho voglia di cucinare, semplice passeggiata. È un posto cui tutto sommato sono affezionata. Ma in fin dei conti ciò non toglie che in qualche modo il centro commerciale è il Male. In sé. Per quel che rappresenta. Per quel che è.
Questo posto finto, una brutta copia delle strade all’aperto, in cui la gente si ammassa nei fine settimana, tipicamente incazzata nera per il traffico e la ressa, per cui finisce sempre che si litiga per qualche ragione. Questo luogo scintillante, che mostra il volto sorridente del consumismo più becero: produci, consuma, crepa. Però con un bel nastrino intorno. Questo posto che strozza il piccolo commerciante, che distrugge con la sua impersonalità i rapporti umani che un tempo si stabilivano coi piccoli negozianti del quartiere. Ok, esagero, è evidente. Ma è vero che c’è qualcosa di inquietante nei centri commerciali, sempre.
Ora, nel mio quartiere c’è anche un parco. Tutte le mattine, prima di andare a lavorare, ci vado a spasso con Irene. E da un mese ci sono due novità: il centro commerciale ha regalato al quartiere uno spazio con delle giostre e un’area attrezzata per i cani. Nulla di che, ovviamente, ma prima non c’era niente, semplicemente. I cani non avevano un posto in cui scorrazzare liberi (anche se in teoria se non erro la legge prevederebbe spazi del genere) e i bambini al massimo correvano nell’erba alta. Adesso ci sono le altalene, lo scivolo, un paio di giostrine per arrampicarsi. L’area per i cani ha le panchine per i padroni e una serie di percorsi attrezzati per far divertire gli animali.
Ogni tanto il centro commerciale organizza pure qualche attività un po’ diversa dal solito. Tipo la mostra delle famigerate mucche: una serie di statue di plastica di mucche decorate nei modi più vari da artisti di vario grido. Oppure mostre fotografiche, o attività per i bambini.
Ora, lo so. Tutte queste cose hanno un ritorno per il centro commerciale. È tutta pubblicità. Anche un po’ subdola: tu porti il pupo a giocare, e intanto ti penetra dentro l’idea che il centro commerciale è buono, ti fa dei regali, quindi perché non vai. Eppure…Eppure niente. È stata un’iniziativa che mi è piaciuta. In fin dei conti, potevano anche non regalarci niente, e quel che ci hanno dato serve a cementare un po’ i rapporti sociali nel quartiere, a farcelo vivere e a trasformarlo in un luogo, e togliergli quell’aria da dormitorio. Ed è qualcosa che ci invita pure ad uscire dal centro commerciale, a gravitare anche altrove. Insomma, m’hanno fregata, ecco. Due giostrine, e m’hanno comprata :P

Errata Corrige
Mi si dice che il percorso agility per i cani è stato donato da un privato, e non dal centro commerciale. Per amor di precisione :)

30
agosto 2010

Sono preda della sindrome da Costa Crociere. Ce l’avete presente, no, la pubblicità delle crociere. Con questi due che in viaggio hanno fatto la vita dei nababbi, e tornati a casa cadono preda della depressione più nera perché non hanno più la colazione a letto, l’idromassaggio e la massaggiatrice thailandese. Che poi uno si chiede anche “ma chi me lo fa fare di andare in crociera se poi torno e sto così”. Ecco, io l’anno scorso sono stata in crociera, e al ritorno è andato tutto bene. Quest’anno, scesa dalla Val Gardena, la devastazione più totale.
Già scendo dalla macchina, e il passaggio dai 20° di su ai 35° di qua è stato un trauma. Casa che sembrava la sauna turca dell’hotel dove sono stata. Irene incazzata nera perché ha caldo, valige traboccanti mutande sporche, roba da mettere a posto, stanchi morti perché quasi 700 km in otto ore sono una cosa a dir poco devastante. Un’incubo. Una cosa davvero orrenda.
Il giorno dopo non va meglio. Prima mi svegliavo, aprivo la finestra, respiravo l’aria fresca dell’inizio autunno delle Alpi, e guardavo lo splendore del Sassolungo. Adesso respiro – si fa per dire, visto il caldo – la stantia aria di una casa che è stata chiusa per troppo tempo, inciampo tra i panni messi a raffreddare dopo la stiratura e l’asse da stiro ancora in soggiorno, apro la finestra e sento questo delicato afrore di monnezza in putrefazione + bruciato tipico dell’agosto romano e mi godo il panorama di questi quartieri dormitorio che stanno colonizzando la periferia romana. Ah.
Ma che ci vuoi fare. Da tempo ho capito che la bellezza non fa parte della mia vita cittadina. Non fa parte della vita di nessuno che stia in città. Dal boom in poi s’è deciso che l’architettura non ci serviva più, che per avere un tetto sulla testa di nostra proprietà saremmo stati ben lieti di rinunciare alla bellezza estetica dei palazzi, e le città si sono riempite di casermoni quando diceva bene, di orrende palazzine abusive quando diceva male.
Comunque. C’è Irene, c’è mio marito, e questo basta. Per il resto, ogni tanto mi concedo quella boccata d’aria fresca: la passeggiata nel bosco, il breve viaggio di lavoro che mi permette di vedere posti nuovi. Quel po’ di bellezza di cui tutti abbiamo bisogno. E si tira avanti. In attesa della prossima vacanza.

25
agosto 2010

I cimiteri mi hanno sempre messo l’angoscia. Fin da piccola, quando passavamo sulla sopraelevata e sbucavamo al Verano, con tutte quelle fioche luci che accendevano la sera, a me mancava l’aria. E così quando andavamo a cimitero a Benevento o a Colle.
Credo siano i fornetti. A Roma si chiamano così le tombe in condominio; avete presente, no? Quelle grosse costruzioni in cemento armato, con vari piani, e dentro decine e decine di piccoli loculi, che se hai sfiga il caro estinto è al decimo piano, e per mettere un fiore devi prendere la scala. Uno in condominio ci passa tipicamente la vita, perché ci deve stare anche da morto, mi chiedo? E poi nel cemento, murato, a svariati metri dalla terra, quella alla quale, secondo le scritture, dovresti tornare. Invece torni la calcestruzzo, in una tremenda quadratura del cerchio: in fin dei conti, vieni già dal cemento armato.
Comunque.
Qualche giorno fa ho fatto un’altra lunga passeggiata. Ripida, soprattutto. Conduce ad una piccola chiese un tre chilometri – e 400 metri più su – dal paese, S. Giacomo. È stata a suo modo un’impresa. Con Irene sulle spalle eravamo stanchissimi, la pendenza si fa sentire tantissimo, e la chiesa ci sembrava un dannato miraggio in cima alla montagna. Poi il bosco si è aperto in una radura minuscola e la chiesa era là, bianca, il campanile alto e sottile.
Come succede spesso da queste parti, nel recinto della chiesa c’era un cimitero. Un cimitero completamente diverso da quelli cui sono abituata io. Una trentina di croci in ferro battuto o in legno, infisse nel terreno appena smosso, su cui erano piantati fiori di vario genere. Era tutto un ronzare di api che andavano da una corolla all’altra.
È strano, ma non c’era niente di angoscioso in quel posto. Sono entrata, e l’aria non mi è mancata. Ho passeggiato tra le lapidi, in quel posto d’infinita pace: gli affreschi naïf sulle pareti della chiesa, i fiori, le croci, le iscrizioni in caratteri gotici. Pochi cognomi, ladini o tedeschi. Foto di vecchietti sorridenti, moglie e marito. 1873, 1964. Due guerre mondiali, epidemie e carestie. Vite forse consumate del tutto tra questi monti. Quanti di loro avevano mai visto altro, oltre al Sassolungo, alla neve, alla fame, alla vita dura? Un vecchietto con un cappello in feltro, un giovane di una ventina d’anni con un volto d’altri tempi. La tomba di alcuni bambini morti piccolissimi tra il 1916 e il 1918.
Ecco, non fosse stato per quei bambini, forse non avrei tremato neppure un po’, lì dentro. Era il cimitero di Spoon River, un microcosmo in cui raccogliere brandelli di vita. Quante storie in un fazzoletto di terra, storie che forse nessuno conosce più, ma che ancora regalano fiori ai monti, in primavera. Non ho mai sentito la morte come qualcosa di naturale. Ma a volte ci sono luoghi in cui la vita ti appare cosí terribilmente semplice, così tremendamente forte, dalla nascita a quella croce di ferro battuto, a guardare il sole sul Sella d’estate, e a dormire sotto la neve d’inverno, che forse puoi fare i conti persino con la vecchiaia e la morte. Guardi i volti sorridenti di due vecchietti, moglie e marito, e pensi che ci metteresti la firma.
E forse, dopo tanto che non ci pensavi più, per mancanza di fede, e per una curiosa disabitudine alla speranza e una tendenza al pessimismo, d’improvviso trovi Dio dove non te l’aspettavi.

21
agosto 2010

A me il trekking piace. Se ci pensate è un’attività estremamente fantasy: sa di bei tempi andati, con questo muoversi lento, a piedi, in mezzo alla natura, come dire straniero in terra straniera. E poi c’è quest’idea della meta: esci, e lo fai con lo scopo di raggiungere un obiettivo, che sia la cima del monte, un rifugio o il paese accanto. E quando arrivi sei stranamente soddisfatto, come quando qualcosa di difficile ti riesce bene a lavoro, o hai scritto una cosa che per l’ora successiva ti soddisfa. E insomma, quando posso faccio trekking. È una delle ragioni per le quali di recente vado in vacanza in montagna invece che al mare.
Ora, un bel giorno s’è deciso di fare un trekking classico della Val Gardena: il poststeig, o sentiero della posta. Si tratta di una via che costeggia uno dei costoni della Val Gardena, e nello specifico, ad esempio, connette Ortisei a S. Pietro, un paese poco distante. Ne avevamo fatto qualche giorno prima un pezzettino, c’era sembrato molto bello, e abbiamo pensato di provare l’impresa.
Molto bello è riduttivo. Sali quei dieci gradini che dalla strada asfaltata conducono al sentiero e sei in un altro mondo. La civiltà non è molto distante: quasi sempre si percepisce il suono della statale, a valle. Ma ti sembra di essere distante milioni di chilometri, di trovarti in un posto primordiale, nel quale ti muovi come un invitato a malapena tollerato. Intendiamoci, i boschi della Val Gardena non mi hanno mai comunicato quel senso di selvaggio, di ostile del Lago di Albano, per dire, o del Parco Nazionale d’Abruzzo. C’è sempre qualcosa di accondiscendente, di materno nei boschi della Val Gardena. Ma resta il fatto che si tratta di foresta fitta, in cui la luce penetra piano, filtrando tra ramo e ramo, in cui ti sembra sempre ci sia qualcosa in attesa che ti scruta. Un bosco benevolo, ma pur sempre un bosco, una dimensione nella quale l’uomo mette piede a suo rischio e pericolo.
Il sentiero è abbastanza confortevole, i punti più impervi sono recintati da ringhiere di legno, eppure non mancano le emozioni. Innanzitutto c’è l’acqua, tanta. Filtra dal terreno, scende a valle in torrenti gagliardi, che guadi grazie a malferme passerelle di legno o una lastra di pietra messa lì a bella posta. Poi ci sono le frane. Parecchie. Pendii aspri che interrompono il bosco, aprendo squarci di sole nel regno della penombra perenne, cicatrici bianche di pietroni che tagliano in due il verde del sottobosco. Il sentiero scompare sotto le pietre, e ti tocca intuirne il percorso. Sotto di te, una fuga di alberi sradicati e pietrisco conduce a valle, sopra, la vertigine della roccia franata. Io, che sono imbranata, ho usato anche le mani per avanzare.
Ci sono frane recenti, bianche, apparentemente più malferme, e altre antiche, coperte di muschio verdissimo, le pietre ormai incistate nella terra, parte integrante del panorama. Per esempio, c’era un masso enorme bloccato da un albero, completamente coperto di muschio: la tana di Totoro. Mancava un pezzo, che probabilmente s’era staccato durante l’apocalittica caduta, e che giaceva una decina di metri più a valle.
Poi, qua e là, lo strapiombo si apre alla tua sinistra, il richiamo del vuoto appena trattenuto da parapetti di legno. Sotto, un precipizio verdissimo, gli alberi letteralmente aggrappati ai lembi di terra. Davanti, i dirupi scoscesi e verdissimi dell’altro versante della valle.
Nonostante la pendenza sia bassissima, e il sentiero tutto sommato confortevole, in alcuni punti sono stata inquieta, e mi sono stancata, come è giusto che sia. Fa parte dell’esperienza. La natura è questo, è altro da noi, è qualcosa che c’era prima di noi, ci sarà dopo: resta generazione dopo generazione, contende all’uomo ogni spazio libero, riconquistando terreno non appena si abbassa la guardia. Non è più qualcosa che ci riguardi. Piuttosto è qualcosa che si ammira in silenzio.
Ok, confesso che a S.Pietro non ci siamo arrivati. Dopo un’ora e mezza di cammino e con la prospettiva di altrettanta strada ancora da fare, siamo scesi a valle a Pontives. Da lì, l’autobus fino a Ortisei. Ma tutto sommato non ha avuto davvero importanza. Ha contato piuttosto la fatica, lo stupore, la bellezza.
Qui sotto, un paio di fotone esplicative. Io questo sentiero ve lo consiglio: noi l’abbiamo fatto con Irene al seguito, quindi non è straordinariamente impegnativo, ed è meraviglioso.

P.S.
Lunedì, giuro, svelo cos’è il progetto top secret :P

19
agosto 2010

Mi rendo conto che un post del genere ha dello sconvolgente per una persona come me, ma a quanto pare non mi conosco bene come credevo.
La mia fobia per insetti e ragni è ben cognita. Arrivo al punto che anche le farfalle non è che proprio mi esaltino. Eppure in questi giorni ho avuto parecchi incontri ravvicinati con fauna dotata di esoscheletro. Non solo non mi ha fatto né paura né impressione, ma mi sono data anche alla fotografia della stessa, ponendomi in posizioni assurde, con lo zoom al massimo, e, soprattutto, a due passi dai suddetti insetti.
Non so. Forse quando li vedo a casa loro li percepisco come meno minacciosi. Forse è vederli dentro casa o giù di lì che me li fa odiare. In giro per boschi li guardo incuriosita e stupita. Oggi sono addirittura passata vicino ad un’arnia ronzante…
Comunque, qui sotto un campionario dei miei incontri ravvicinati col nemico.

P.S.
In effetti, non ha più senso giocare col progetto top secret. Alcuni di voi hanno indovinato. Chi, ve lo dico la prossima volta. Assieme al disvelamento del suddetto progetto. Intanto vi dico solo che il libro illustrato delle Guerre uscirà in autunno, e che i testi ho finito di scriverli poco prima di andare in ferie.

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