Extra – Intervista a Eddie the Head

Questo brano è stato pubblicato su Rolling Stone n° 57.

Il cancello mi sta davanti. Il vento soffia forte, scuote violento le cime degli alberi. Le nuvole passano rapide davanti alla luna, che a intermittenza illumina funerea lo spettacolo che ho davanti.

Un cimitero. Di quelli da film horror. Collinette erbose, lapidi e croci sghembe. Mi sento finita in uno dei Treehouse of Terror dei Simpson.
Mi stringo nella giacca, e calco il cappello sulla fronte. Ok, ci vuole coraggio, e questo lo sapevo. Cerco di ricordarmi perché sono qua.

«Ci piacerebbe ci facessi un pezzo su Eddie The Head».
«Chi?!».
«Sai questa mascotte degli Iron Maiden».
«Mah…non è che io e il metal siamo così in confidenza, e poi, sai, il periodo è convulso, e…».
«Beh, ma c’è il bonus; se ci fai questo pezzo noi poi ti facciamo intervistare i Muse».
«Ho già pronto il sangue, dove devo firmare?».

Il bello dei patti col diavolo è che quando li firmi sai bene di cosa si tratta, diceva Eco. Forse questo l’ho firmato con un po’ troppa leggerezza. E allora eccomi qua, in una notte ventosa, in un dannato cimitero deserto, sulle tracce di Eddie.
Apro il cancello, che come da copione cigola, e le mie scarpe da tennis calcano l’erba molle del prato. Faccio lo slalom tra le lapidi, stringendo l’unica cosa che (spero) saprà proteggermi da queste parti.
Poi la trovo. È lei, senza ombra di dubbio.
“That is not dead
Wich can eternal lie
Yet with strange aeons
Even death may die”
recita l’epigrafe sulla lapide. Sotto, il nome, inequivocabile: sono davanti alla tomba di Eddie. Un paio di fulmini spaccano in due il cielo gonfio di nubi.
E adesso? Penso tendendomi il cappello con una mano.
Non ho neppure il tempo di farmi venire un’idea di qualche tipo. La terra trema, un rimbombo spacca il silenzio gravido del cimitero, e io finisco a terra gambe all’aria. La lapide s’incrina, il cielo si accende di riflessi fluorescenti, la pietra tombale si spacca. E poi, lui semplicemente viene fuori. Sua Altezza Eddie in tutto il suo (si fa per dire) splendore. È quasi peggio di quanto mi avessero detto. Il corpo decomposto eppure assurdamente tonico, il petto magro che occhieggia da quel che resta di una t-shirt nera, i capelli d’un candore abbacinante che si avvolgono attorno al suo cranio scheletrico. Urla al cielo, levando alla luna polsi cinti da pesanti catene, digrigna i denti mostrando il suo volto da teschio, le orbite oscure degli occhi e i due osceni buchi che ha al posto del naso. E mi vede.
Cazzo.
Ho pensato a questo momento.
Mi sono detta, vado a intervistare una specie di zombie, occorre attrezzarsi. E mi sono fatta un esame di coscienza: chi mi porto dietro per proteggermi?
Mi urla contro, e devo ammettere che il suo alito sa per davvero di morte.
Ho pensato in primis a Nihal: guerriero, un tipo tosto, sempre pronta a menare le mani, armata con la sua spada di cristallo nero. Ma io Eddie lo devo intervistare, e qui finisce che lui e Nihal si fanno a pezzi vicendevolmente.
Con un balzo Eddie mi è sopra, l’accetta che ha in una mano manda bagliori accecanti.
Magari Dubhe: assassina, ha avuto a che fare per un po’ con gente che ammazza come forma di glorificazione di un dio sanguinario…no, poi finisce che lei e Eddie fano comunella.
Io urlo, e l’accetta cala. Mi sento molto Margareth Tatcher, in questo momento.
E allora mi sono detta che l’unica è portarsi dietro la cosa più potente che circola nel Mondo Emerso.
L’accetta si infrange contro una sfera luminosa. Funziona, mio dio, funziona! Eddie guarda la scena perplesso. Dà uno sguardo all’accetta, poi ritorna alla carica, ma lo scudo tiene.
Benedetto talismano del potere, antico manufatto elfico del Mondo Emerso, stavolta non ti devo solo la carriera, ma la vita!
«Vediamo di calmarci, che ne dici?» urlo mentre l’accetta fa faville sulla barriera magica. «Vengo in pace! Per fare due chiacchiere!».
Al non-so-che-numero-di-colpo Eddie desiste.
«Chi sei?».
Devo dire che la voce è perfettamente intonata al personaggio: cavernosa, cupa, gracchiante, mi scende giù per la schiena drizzandomi uno ad uno tutti i peli del corpo.
«Una scrittrice. Mi hanno chiesto di intervistarti».
Lui mi guarda un po’ schifato.
«Scrittrice? Tipo Lovecraft?».
Deglutisco.
«Qualcosa del genere».
Lui si gratta la testa. Ha unghie che sembrano artigli. Poi nota il mio cappello. Una specie di Borsalino, ormai è la mia seconda pelle, non metto piede fuori di casa senza averlo in testa. Quando sono andata gambe all’aria è volato via. Lui lo piglia tra indice e pollice, poi mi guarda ghignando.
«Sarà mica un altro dannato cappello per me?» e poi attacca con una risata da far gelare il sangue nelle vene. Mi sa che è fatta.

La scena è paradossale. Siamo sotto un olmo. Il vento tira come un dannato, e il cancello, in lontananza, ulula senza sosta. Siamo seduti uno di fronte all’altro, entrambi con le gambe incrociate. S’è acceso una sigaretta, e ha cura di tirarmi in faccia il fumo. Mi chiedo come cavolo faccia, visto il vento che tira.
«È da quando mi hanno sbattuto là sotto che non mi faccio una fumata come si deve. È un po’ paradossale; sei all’inferno, con tutte quelle fiamme, e neppure una fottuta sigaretta da accendere».
Ghigna ancora, io deglutisco cercando il coraggio di andare avanti.
«E come…come mai da quelle parti?».
Mi guarda in modo strano, e ho paura di averlo offeso.
«Ma allora non sai davvero un cazzo!». Sghignazza ancora. Falso allarme. «È stato quando ero finito in Egitto, hai presente? I faraoni, tutta quella roba lì…era una figata fare il faraone. Tutti questi schiavi che ti adoravano, e le statue…però non so esattamente cosa è andato storto, so solo che questi maledetti a un certo punto mi ci hanno chiuso dentro, nella maledetta tomba che mi ero fatto costruire. Ma questa passi anche, tra le tombe tutto sommato mi trovo di un gran bene» e fa un gesto vago a comprendere il cimitero, «ma tutte quelle bende, cazzo, no! Danno un prurito che non ti immagini. Ma sto divagando». Tira ancora, riprende, «E insomma sono finito ai piani bassi».
Approfitto del silenzio.
«Ora, io non sono pratica di inferi…».
«Scusa, ma non sei come Lovecraft?».
Alzo gli occhi al cielo e faccio un gesto vago con la mano.
«Diciamo che mi occupo più di draghi e roba del genere…comunque, non sono pratica di inferi, ma mi risulta che poi da lì non si torni indietro».
Ride di nuovo, e stavolta devo aspettare buoni cinque minuti che abbia finito di sbellicarsi. Poi diventa serio tutto d’un botto.
«Intendiamoci. Là sotto è un bell’ambientino, fiamme, un sacco di lame e rock’n’roll, ma il problema è che hai tutti questi diavoli che ti comandano a bacchetta, e ora io non so quanto tu sai di me, ma se c’è una cosa che Eddie davvero non sopporta è la gente che gli dice cosa deve fare. E poi il capoccia là sotto è un vero idiota. Se la tira un sacco con queste pose da coglione, Lucifero di qua, Lucifero di là». La sua voce prende un tono stridulo e canzonatorio. Poi alza l’accetta, e io porto istintivamente le mani al talismano. «La vedi questa?».
«Fin troppo bene».
«Lui aveva un cazzo di forcone di tre metri, una legione di dannati a fare il tifo e tutti i suoi sporchi trucchetti da diavolo dei miei stivali. Io solo questa. Ed è stata una lotta epica, dannazione se lo è stata. E devo dire che m’è presa anche male di staccargli la testa con una lama così piccola. Ho fatto fatica, ma m’ha dato anche una certa soddisfazione…».
Guarda la lama e ghigna soddisfatto. Io cerco disperatamente il filo dei miei pensieri.
«E insomma hai fatto la festa anche al Diavolo…interessante…voglio dire, chi l’avrebbe mai detto quando eri solo una testa».
Fa un gesto di noncuranza con la mano.
«Brutto periodo. Avevo sempre questo dannato prurito in testa, e niente per togliermelo…e poi sono arrivate le braccia e le gambe, ed è stata davvero una figata. Tutta un’altra cosa, credimi. Prova a farti prudere la testa e a non avere mani».
Giocherello nervosamente col talismano.
«Fastidioso, immagino».
Si sporge verso di me
«Non immagini quanto». Non so come, mi fa l’occhiolino. O. Mio. Dio…Guardo il foglio per trovare l’elenco delle domande.
«E comunque questa…avventura col diavolo è solo l’ultima storia di una carriera formidabile».
Gonfia il petto con orgoglio.
«Vedo che sai con chi hai a che fare…».
Sorrido nervosamente. Purtroppo sì, lo so.
«Vedo che hai anche dato una mano alla Morte…»
«Nei ritagli di tempo» minimizza. «La vecchiaccia ogni tanto ha da fare. Problemi coi reumatismi» mi sussurra, «è un bel casino quando hai tutte le ossa di fuori, ne so qualcosa. Io mi sono proposto di darle una mano. L’ho fatto solo per la falce. Cioè, l’accetta è una gran cosa, ma il falcione dà tutta un’altra soddisfazione. Quando la provi poi diventa un vizio che non puoi smettere».
«Vedo che hai pure fatto il soldato…»
«Noioso» taglia corto. «Non c’è soddisfazione quando la gente si ammazza da sola, e per i miei gusti c’era troppa gente che si faceva fuori, quando ho servito io. Mi sa che lo sai, preferisco infierire sugli innocenti urlanti, piuttosto che sui figli di puttana che massacrano altri figli di puttana».
Chiude aspirando teatralmente dalla sigaretta.
«Ma quindi viaggi nel tempo? Voglio dire, quando facevi l’aviatore, l’antico Egitto…».
Crolla le spalle.
«Ogni tanto. Vado anche nel futuro».
«Ho visto» dico con un certo entusiasmo. Mi fa piacere quando mi coglie preparata, sarà la mia sindrome da prima della classe. «Io e il cyberpunk non siamo proprio amici intimi, però…».
Mi blocca con una mano.
«Scusa. Te e Lovecraft non siete intimi, te e il cyberpunk non siete intimi…ma di che cazzo ti occupi?».
Oh oh.
«Scrivo fantasy».
Stavolta l’ho veramente spiazzato. Attacca a ridere come un ‘ossesso.
«Quella roba con gli elfi, i fiorellini e i nanetti?».
«Vabbeh, se la metti così…ma è anche epica, un mondo di eroi fin troppo umani, e…ci sono un sacco di accette. Ti piacerebbe».
«Sarà».
Aspira.
«E degli Iron Maiden che mi dici?» gli chiedo infine.
Gli occhi, o quel che sono, stavolta gli si illuminano. Sembra farsi finalmente serio.
«Che gli devo la vita. A loro e a Derek. Che se c’è una cosa più figa della mia accetta, e magari anche della falce della morte, è la loro musica. Che sul loro palco ci salgo sempre con piacere. E che se ho un corpo, è grazie a loro».
Quasi mi commuovo. Ma allora anche gli zombie hanno un’anima…
«Te che ne pensi?».
Fine del momento commovente.
«Ehm…».
Si fa sospettoso.
«No, perché li senti…».
«Uhm…hai presente Lovecraft e il cyberpunk? Ecco, il metal è un po’ come loro, non siamo proprio amici intimi».
Stavolta mi divora. Stavolta mi ammazza. Stavolta mi riduce in coriandoli.
Invece batte una mano per terra
«Eh no, cazzo! Ti stavo quasi rivalutando, ma così mi caschi di duemila punti».
Dal suolo emerge la più allucinante chitarra elettrica che abbia mai visto. Mi viene in mente un solo aggettivo: tamarra. Ma lui parte quasi subito con un assolo allucinante, e io resto ipnotizzata a guardargli le dita che volano sulla tastiera. Damn. Da sturbo. Penso alla mia chitarra classica, Bianchina, su cui fatico ogni giorno con scarsi risultati.
«Beh?» mi chiede quando nota il mio sguardo allucinato.
«No, è che…» balbetto.
Lui continua a strimpellare.
«È che io sono sei mesi che provo a suonare la chitarra».
Mi guarda. Scuote la testa con un sorriso sardonico.
«Ma lo sai che sei una frana? No, un po’ in tutto, dico».
Annuisco avvilita. Lo so fin troppo bene.
Mi piazza in mano la chitarra.
«Fammi vedere che sai fare».
Gulp. Non faccio in tempo a mettere le mani sullo strumento che lui giàh a le sue nei capelli.
«No! Ma che cazzo fai! Non così la destra, la sinistra va messa di così…».
E io lo sto a sentire, mentre col suo tocco gelido mi posiziona la sinistra sulla tastiera. E penso che, capperi, è stata più utile del previsto, questa cosa, e che a volte gli zombie non solo hanno un’anima, ma anche un sacco di pazienza e un cuore così. O forse è la musica che li crea che ce l’ha e glielo trasmette.
Sorrido mentre pizzico le prime corde.

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